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Il diritto del dipendente pubblico alla monetizzazione delle ferie

monetizzazione delle ferie

Indice

1. Premessa
2. La sentenza n. 95 del 2016 della Corte Costituzionale
3. Conclusioni

1. Premessa

Le ferie sono un diritto, costituzionalmente garantito, del lavoratore al quale lo stesso non può rinunciare e l’indennità sostitutiva per ferie maturate e non godute è un diritto che sorge esclusivamente nei casi previsti dalla legge.
Il presente contributo riguarda ed attiene le sorti del diritto del dipendente pubblico a richiedere la liquidazione dell’indennità sostitutiva delle ferie maturate e non godute, dopo il divieto contenuto nell’art. 5, comma 8, D.L. del 6 luglio 2012 n. 95, convertito con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, L. del 7 agosto 2012 n. 135.
Come noto, tale norma ha introdotto il divieto di pagamento delle ferie maturate e non godute, stabilendo che: “Le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche […] sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilità, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di età. Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto […]”.
Successivamente, nella prassi applicativa, è emersa la problematica interpretativa in merito alla portata assoluta o relativa del suddetto divieto.
Ovvero, gli interpreti si sono domandati, alla luce dei divieto suddetto, se ed in quali casi il dipendente pubblico possa chiedere ed ottenere, l’indennità sostitutiva delle ferie maturate e non godute.
Il culmine della vicenda è stato raggiunto con la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, relativamente all’art. 5, comma 8, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, che ha prospettato la violazione degli artt. 3, 36, primo e terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 7 della direttiva 4 novembre 2003, n. 2003/88/CE[1].
Su tale questione si è pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza n. 95 del 2016 la quale, nel rigettare la questione di legittimità costituzionale della norma, ha fornito importanti chiavi interpretative della stessa.

2. La sentenza n. 95 del 2016 della Corte Costituzionale

Come poc’anzi preannunciato, con la Sentenza indicata in epigrafe la Consulta ha dovuto esprimere un sindacato di legittimità in merito al divieto di monetizzazione delle ferie da parte del dipendente pubblico.
Orbene, il nucleo delle censure sollevate dal giudice remittente riguardava l’operatività o meno del divieto di corrispondere trattamenti economici sostitutivi delle ferie non godute, anche quando il mancato godimento non sia riconducibile, in nessun modo, alla volontà del lavoratore. La Corte Costituzionale con la sentenza n. 95 del 2016, nel rigettare la questione di legittimità costituzionale della norma, ha ritenuto che la corretta interpretazione da attribuire all’art. 5, comma 8 della L. n. 135/2012 consiste nell’escludere dall’ambito applicativo del divieto, le vicende estintive del rapporto di lavoro che non chiamino in causa la volontà del lavoratore per malattia o per altra causa a lui non imputabile.
Questa interpretazione si colloca, peraltro, nel solco tracciato dalle pronunce della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato, che riconoscono al lavoratore il diritto di beneficiare di un’indennità per le ferie non godute per causa a lui non imputabile, anche quando difetti una previsione negoziale esplicita che consacri tale diritto, ovvero quando la normativa settoriale formuli il divieto di “monetizzare” le ferie (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 19 ottobre 2000, n. 13860; Consiglio di Stato, sezione sesta, sentenza 8 ottobre 2010, n. 7360).
Così correttamente interpretata, la disciplina richiamata non pregiudica il diritto alle ferie, come garantito dalla Carta fondamentale (art. 36, comma terzo), dalle fonti internazionali (Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro n. 132 del 1970, concernente i congedi annuali pagati, ratificata e resa esecutiva con legge 10 aprile 1981, n. 157) e da quelle Europee (art. 31, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007; direttiva 23 novembre 1993, n. 93/104/CE del Consiglio, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, poi confluita nella direttiva n. 2003/88/CE, che interviene a codificare la materia).
Pertanto, la Corte Costituzionale ha concluso ritenendo che il diritto inderogabile alle ferie sarebbe violato se la cessazione dal servizio vanificasse, senza alcuna compensazione economica, il godimento delle ferie compromesso dalla malattia o da altra causa non imputabile al lavoratore. La consulta ha, altresì precisato, che non si possa ritenere che una normativa settoriale, introdotta al precipuo scopo di arginare un possibile uso distorto della “monetizzazione”, si ponga in antitesi con principi ormai radicati nell’esperienza giuridica italiana ed europea.

3. Conclusioni

Il contributo fornito dalla Sentenza della Corte Costituzionale, all’interpretazione da attribuire all’art. 5, comma 8, D.L. 95/2012, è stato assolutamente rilevante al fine di individuare la corretta applicabilità del divieto ivi contenuto.
Era frequente nella prassi e nei provvedimenti di alcune pubbliche amministrazioni intendere il divieto alla “monetizzazione” delle ferie in maniera assoluta, anche quando il mancato godimento delle stesse esulasse dalla volontà del dipendete pubblico.
Le problematiche interpretative principali riguardavano i casi nei quali il dipendente pubblico sia stato impossibilitato a godere delle ferie nel periodo precedente alla fine del rapporto lavorativo, per suo pensionamento, per suo licenziamento e/o per suo decesso.
Si pensi, a titolo esemplificativo, alle ipotetiche situazioni nelle quali il dipendente pubblico sia stato impossibilitato a godere delle ferie per malattia, ordine di servizio per carenze e scoperture di organico e/o di personale e per esigenze di servizio (quali i servizi essenziali) impeditive della fruizione delle ferie.
Addirittura, vi sono stati precedenti di merito che riguardavano casi nei quali la pubblica amministrazione aveva negato al dipendente pubblico l’indennità delle ferie non godute prima della cessazione del rapporto, nonostante lo stesso era stato impossibilitato alla fruizione delle ferie per garantire lo svolgimento dei servizi essenziali della struttura pubblica che presentava una carenza di organico[2].
Tali situazioni sono accumunate dalla circostanza di non permettere al pubblico dipendente di pianificare per tempo la fruizione delle ferie residue e di attuare il necessario contemperamento delle scelte organizzative del datore di lavoro con le preferenze manifestate dal lavoratore in merito al piano di godimento delle ferie.
Orbene, risulta evidente che non escludere l’applicabilità del divieto alla monetizzazione delle ferie in tali ipotesi, comporterebbe una preclusione ingiustificata ed irragionevole per il lavoratore che non ha potuto concorrere con la propria volontà al godimento delle ferie, in aperta violazione di quanto stabilito dalla Costituzione e dalle più importanti fonti Internazionali ed Europee.
Quanto detto è stato dichiarato anche dal Dipartimento della funzione pubblica in diversi pareri[3].
Pertanto, per concludere, il diritto all’indennità sostitutiva delle ferie da parte del pubblico dipendente scatterà in tutti quei casi in cui la mancata fruizione delle ferie, non sia imputabile o riconducibile al dipendente, essendo il divieto previsto dalla norma non assoluto.


[1] Il giudice rimettente muoveva dal presupposto interpretativo che il divieto di corrispondere trattamenti economici sostitutivi delle ferie non godute si applichi anche quando il lavoratore non abbia potuto godere delle ferie per malattia o per altra causa non imputabile.
[2] Cfr. Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 13613 del 02/07/2020.
[3] Vedasi n. 1812 del 27 marzo 2020 e parere n. 40033 del 8 Ottobre 2012 della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della Funzione Pubblica, Ufficio per l’organizzazione ed il lavoro pubblico.

monetizzazione delle ferie

Indice

1. Premessa
2. La sentenza n. 95 del 2016 della Corte Costituzionale
3. Conclusioni

1. Premessa

Le ferie sono un diritto, costituzionalmente garantito, del lavoratore al quale lo stesso non può rinunciare e l’indennità sostitutiva per ferie maturate e non godute è un diritto che sorge esclusivamente nei casi previsti dalla legge.
Il presente contributo riguarda ed attiene le sorti del diritto del dipendente pubblico a richiedere la liquidazione dell’indennità sostitutiva delle ferie maturate e non godute, dopo il divieto contenuto nell’art. 5, comma 8, D.L. del 6 luglio 2012 n. 95, convertito con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, L. del 7 agosto 2012 n. 135.
Come noto, tale norma ha introdotto il divieto di pagamento delle ferie maturate e non godute, stabilendo che: “Le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche […] sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilità, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di età. Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto […]”.
Successivamente, nella prassi applicativa, è emersa la problematica interpretativa in merito alla portata assoluta o relativa del suddetto divieto.
Ovvero, gli interpreti si sono domandati, alla luce dei divieto suddetto, se ed in quali casi il dipendente pubblico possa chiedere ed ottenere, l’indennità sostitutiva delle ferie maturate e non godute.
Il culmine della vicenda è stato raggiunto con la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, relativamente all’art. 5, comma 8, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, che ha prospettato la violazione degli artt. 3, 36, primo e terzo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 7 della direttiva 4 novembre 2003, n. 2003/88/CE[1].
Su tale questione si è pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza n. 95 del 2016 la quale, nel rigettare la questione di legittimità costituzionale della norma, ha fornito importanti chiavi interpretative della stessa.

2. La sentenza n. 95 del 2016 della Corte Costituzionale

Come poc’anzi preannunciato, con la Sentenza indicata in epigrafe la Consulta ha dovuto esprimere un sindacato di legittimità in merito al divieto di monetizzazione delle ferie da parte del dipendente pubblico.
Orbene, il nucleo delle censure sollevate dal giudice remittente riguardava l’operatività o meno del divieto di corrispondere trattamenti economici sostitutivi delle ferie non godute, anche quando il mancato godimento non sia riconducibile, in nessun modo, alla volontà del lavoratore. La Corte Costituzionale con la sentenza n. 95 del 2016, nel rigettare la questione di legittimità costituzionale della norma, ha ritenuto che la corretta interpretazione da attribuire all’art. 5, comma 8 della L. n. 135/2012 consiste nell’escludere dall’ambito applicativo del divieto, le vicende estintive del rapporto di lavoro che non chiamino in causa la volontà del lavoratore per malattia o per altra causa a lui non imputabile.
Questa interpretazione si colloca, peraltro, nel solco tracciato dalle pronunce della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato, che riconoscono al lavoratore il diritto di beneficiare di un’indennità per le ferie non godute per causa a lui non imputabile, anche quando difetti una previsione negoziale esplicita che consacri tale diritto, ovvero quando la normativa settoriale formuli il divieto di “monetizzare” le ferie (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 19 ottobre 2000, n. 13860; Consiglio di Stato, sezione sesta, sentenza 8 ottobre 2010, n. 7360).
Così correttamente interpretata, la disciplina richiamata non pregiudica il diritto alle ferie, come garantito dalla Carta fondamentale (art. 36, comma terzo), dalle fonti internazionali (Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro n. 132 del 1970, concernente i congedi annuali pagati, ratificata e resa esecutiva con legge 10 aprile 1981, n. 157) e da quelle Europee (art. 31, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007; direttiva 23 novembre 1993, n. 93/104/CE del Consiglio, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, poi confluita nella direttiva n. 2003/88/CE, che interviene a codificare la materia).
Pertanto, la Corte Costituzionale ha concluso ritenendo che il diritto inderogabile alle ferie sarebbe violato se la cessazione dal servizio vanificasse, senza alcuna compensazione economica, il godimento delle ferie compromesso dalla malattia o da altra causa non imputabile al lavoratore. La consulta ha, altresì precisato, che non si possa ritenere che una normativa settoriale, introdotta al precipuo scopo di arginare un possibile uso distorto della “monetizzazione”, si ponga in antitesi con principi ormai radicati nell’esperienza giuridica italiana ed europea.

3. Conclusioni

Il contributo fornito dalla Sentenza della Corte Costituzionale, all’interpretazione da attribuire all’art. 5, comma 8, D.L. 95/2012, è stato assolutamente rilevante al fine di individuare la corretta applicabilità del divieto ivi contenuto.
Era frequente nella prassi e nei provvedimenti di alcune pubbliche amministrazioni intendere il divieto alla “monetizzazione” delle ferie in maniera assoluta, anche quando il mancato godimento delle stesse esulasse dalla volontà del dipendete pubblico.
Le problematiche interpretative principali riguardavano i casi nei quali il dipendente pubblico sia stato impossibilitato a godere delle ferie nel periodo precedente alla fine del rapporto lavorativo, per suo pensionamento, per suo licenziamento e/o per suo decesso.
Si pensi, a titolo esemplificativo, alle ipotetiche situazioni nelle quali il dipendente pubblico sia stato impossibilitato a godere delle ferie per malattia, ordine di servizio per carenze e scoperture di organico e/o di personale e per esigenze di servizio (quali i servizi essenziali) impeditive della fruizione delle ferie.
Addirittura, vi sono stati precedenti di merito che riguardavano casi nei quali la pubblica amministrazione aveva negato al dipendente pubblico l’indennità delle ferie non godute prima della cessazione del rapporto, nonostante lo stesso era stato impossibilitato alla fruizione delle ferie per garantire lo svolgimento dei servizi essenziali della struttura pubblica che presentava una carenza di organico[2].
Tali situazioni sono accumunate dalla circostanza di non permettere al pubblico dipendente di pianificare per tempo la fruizione delle ferie residue e di attuare il necessario contemperamento delle scelte organizzative del datore di lavoro con le preferenze manifestate dal lavoratore in merito al piano di godimento delle ferie.
Orbene, risulta evidente che non escludere l’applicabilità del divieto alla monetizzazione delle ferie in tali ipotesi, comporterebbe una preclusione ingiustificata ed irragionevole per il lavoratore che non ha potuto concorrere con la propria volontà al godimento delle ferie, in aperta violazione di quanto stabilito dalla Costituzione e dalle più importanti fonti Internazionali ed Europee.
Quanto detto è stato dichiarato anche dal Dipartimento della funzione pubblica in diversi pareri[3].
Pertanto, per concludere, il diritto all’indennità sostitutiva delle ferie da parte del pubblico dipendente scatterà in tutti quei casi in cui la mancata fruizione delle ferie, non sia imputabile o riconducibile al dipendente, essendo il divieto previsto dalla norma non assoluto.


[1] Il giudice rimettente muoveva dal presupposto interpretativo che il divieto di corrispondere trattamenti economici sostitutivi delle ferie non godute si applichi anche quando il lavoratore non abbia potuto godere delle ferie per malattia o per altra causa non imputabile.
[2] Cfr. Ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 13613 del 02/07/2020.
[3] Vedasi n. 1812 del 27 marzo 2020 e parere n. 40033 del 8 Ottobre 2012 della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della Funzione Pubblica, Ufficio per l’organizzazione ed il lavoro pubblico.

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