Il concorso anomalo nel caso Vannini

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Articolo a cura della Dott.ssa Costanza Muzi

Una vicenda che ha scosso non solo l’opinione pubblica, ma anche il mondo del diritto. Un caso, ancora oggi, intriso di dubbi e di incertezze. Una morte ingiusta e ingiustificata, quella di Marco Vannini.

concorso anomalo

Oggetto di recentissima sentenza (n. 22/2020), la vicenda, perlomeno nelle sue linee essenziali, é nota a tutti. Lo é da quella sera del 17 maggio 2015, quando il ventenne Marco Vannini viene ucciso da un colpo di pistola sparato da Antonio Ciontoli, padre della sua fidanzata Martina.
Da quell’atto il dramma e le menzogne. Una telefonata al 118 che stenta a sopraggiungere e che viene presto smorzata dalle parole di Federico Ciontoli, fratello di Martina, il quale riduce tutto e solo ad uno scherzo. Una seconda telefonata. Stavolta é Antonio: il ragazzo si sarebbe infortunato nella vasca da bagno, scivolando e bucandosi con un pettine.
Intanto sullo sfondo le urla doloranti di Marco, udite dai vicini. Il proiettile, perforatogli il polmone e raggiunto il cuore, ne avrebbe provocato la morte all’incirca due ore dopo, in ospedale.
Finalmente il processo e l’articolato, per non dir travagliato, succedersi di vicende giudiziarie, di cui l’ultima la sentenza dell’appello bis. L’elemento di novità riguarda non tanto la posizione del capofamiglia Ciontoli, autore materiale dell’omicidio, quanto quella dei suoi familiari Maria, Federico e Martina, presenti in casa la sera del fatto. Concorso “anomalo” in omicidio volontario. Questo il capo d’accusa con cui, il 30 settembre scorso, la Corte d’Assise di Appello di Roma, chiamata a giudicare in sede di rinvio a seguito della decisione della Corte di Cassazione, ne ha motivato la condanna a nove anni e quattro mesi di reclusione. Infatti, qualificata l’azione di Antonio Ciontoli quale reato di omicidio volontario ex art. 575 c.p., nella forma del dolo eventuale, essa ha configurato la responsabilità dei compartecipi sulla base della “peculiare figura” contemplata dall’art. 116 c.p.. Tale norma, esplicitando e dando fondamento al concorso c.d. anomalo, dispone che, ove venga commesso un “reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti”, anche quest’ultimo ne risponde se sussiste un nesso causale tra l’evento verificatosi e la sua condotta, commissiva o omissiva. In virtù del secondo comma, qualora il reato posto in essere risulti più grave di quello voluto, la pena deve essere diminuita per il correo che abbia voluto il reato meno grave.
Peculiare e controversa, la fattispecie del concorso c.d. anomalo ha sollevato, negli ultimi decenni, non solo dibattiti, ma anche dubbi di legittimità costituzionale. Facendo leva sulla diversità intercorrente tra il reato “commesso” e il reato “voluto”, la questione é stata avanzata, tra le altre, con riferimento al fondamentale principio della responsabilità personale del reato, fissato dalla nostra Costituzione all’art. 27 comma 1.
Al fine di superare l’asserita responsabilità per fatto altrui e preservare il principio della personalità della responsabilità penale, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 42 del 1965, citata dalla stessa Corte d’Assise, si é avvalsa del nesso di causalità, nella sua duplice accezione. Infondata, per tale via, la questione di legittimità costituzionale, sul presupposto che, ai fini della responsabilità del compartecipe per il reato diverso o più grave, si richiede non solo un “rapporto di causalità materiale”, bensì anche uno di natura “psichica”, alla stregua del quale l’agente deve essere stato nelle condizioni di potersi rappresentare l’evento, in quanto “sviluppo logicamente prevedibile” di quello voluto. Reinterpretato alla luce della lettura costituzionalmente orientata, il concorso “anomalo” di cui all’art. 116 c.p. é tale per la particolarità di ascrivere la responsabilità di un reato doloso ad un atteggiamento qualificabile come colposo. Più precisamente, esso importa che il soggetto che non abbia voluto il reato diverso commesso dal compartecipe a titolo di dolo ne risponda per colpa, a condizione che il reato sia stato prevedibile, e cioè abbia costituito una conseguenza logica del reato inizialmente stabilito, secondo la regola dell’ “id quod plerumque accidit”, senza che il concorrente anomalo lo abbia effettivamente previsto o accettato come rischio. In tal caso, infatti, si configurerebbe il concorso ordinario ex art. 110 c.p., per integrare il quale non é sufficiente la prevedibilità, dovendo il concorrente aver previsto ed accettato il rischio di commettere il delitto diverso e più grave. L’anomalia della fattispecie pare attenuarsi allorquando se ne consideri il fondamento, da ravvisarsi nella rimproverabilità di chi, e in ciò risiede l’essenza della colpevolezza, per realizzare l’accordo criminoso concordato, si sia affidato alla condotta e alla volontà altrui. Ciò in quanto affidarsi all’attività altrui, come tale non teleologicamente controllabile, implica l’inevitabile accettazione del rischio che un compartecipe si scosti dal reato originariamente programmato, realizzandone uno diverso e più grave. Col risultato di dover rispondere anche per reati che, pur esulando dai patti, siano ad essi ontologicamente e psicologicamente collegati.
Tre, in definitiva, e come chiarito dalla giurisprudenza, gli elementi necessari per la configurazione dell’“aberratio delicti” concorsuale: la coscienza e la volontà di concorrere con altri nella commissione del reato concorsualmente voluto; la realizzazione, da parte di altro compartecipe, di un reato diverso e più grave rispetto a quello deliberato; l’esistenza di un nesso causale, anche psicologico, in forza del quale l’agente avrebbe potuto prevedere e rappresentarsi il fatto più grave nei suoi elementi essenziali e anche solo in termini di mera possibilità, facendo uso, in relazione a tutte le circostanze del caso concreto, della dovuta diligenza.
Il richiamo all’“aberratio delicti” consente di precisare la differenza tra l’art. 116 c.p. e l’art. 83 c.p., che pure disciplina il reato aberrante e, quindi, la divergenza tra il voluto e il realizzato, ma con riferimento alla deviazione monosoggettiva e per errore nei mezzi di esecuzione. Oscillante la posizione della giurisprudenza nella definizione del rapporto tra le due disposizioni, talvolta nel senso di affermare la specialità dell’art. 116 c.p. rispetto all’83 c.p, talaltra nel senso di negarla.
Giurisprudenza che si presenta, invece, salda nella spiegazione della “ratio” della più severa disciplina prevista dal primo, pacificamente ricondotta alla natura plurisoggettiva del reato. Ciò sul presupposto per cui nel concorso, a differenza che nella commissione individuale, l’agente che si affida ad altro compartecipe mette necessariamente in conto l’eventualità di un suo travalicamento dell’accordo o di decisioni da questi autonomamente assunte. Dagli elementi costitutivi del concorso anomalo si evincono i suoi due limiti negativi, e cioè che, ai fini della configurazione dello stesso, l’evento diverso e più grave non deve essere stato voluto, nemmeno sotto il profilo del dolo indiretto, quindi non prospettato quale possibile sviluppo ulteriore o diverso di quello concordato, e non deve risultare da fatti eccezionali e imprevedibili. Il decesso di Marco Vannini, evento certamente rappresentato ed accettato da Antonio Ciontoli, non sarebbe stato neppure ipotizzato dai suoi familiari. Con ciò esclusa l’ipotesi del concorso ordinario ex 110 c.p., nella ricostruzione della Corte questi hanno, infatti, accettato e voluto l’evento diverso e meno grave delle lesioni, anche gravi, in danno della vittima, non anche la sua morte. A ciò il giudicante perviene mediante un percorso che, premessa l’inevitabile conoscenza in capo a tutti gli imputati della gravità delle condizioni di Vannini, evidentemente ferito e dolorante, fa leva, oltre che sull’autoritarietà e sulla posizione rivestita da Antonio Ciontoli all’interno del nucleo familiare, le stesse che li inducevano ad affidarsi al suo operato, sul dato certo delle parole, intercettate, di Martina e Federico, secondo cui nessuno avrebbe potuto prevedere la morte di Marco. Morte che, come vuole l’art. 116 c.p., risulta, al contempo, logicamente connessa all’operato dei correi nolenti e, precisamente, al crudele ed ancora inspiegabile comportamento da loro tenuto nella fase successiva all’esplosione del colpo di arma da fuoco, estrinsecatosi sia nelle condotte omissive della mancata attivazione dei soccorsi sia nella condotta attiva del mentire sulla natura della ferita.
Quel comportamento, hanno stabilito le perizie, ha infatti impedito, con elevato grado di probabilità, di salvare la vita di Vannini. La circostanza che questo sia quasi il solo elemento perlopiù certo del caso non rende azzardato rilevare come ad una vicenda dubbiosa ed oscura, qual é quella di Marco Vannini, rispetto alla quale la stessa Corte si é detta incerta su “cosa sia realmente avvenuto”, sia stata applicata una fattispecie, quella di cui all’art. 116 c.p., ancor oggi altrettanto dubbiosa. E si pongono in tal senso non solo le questioni di legittimità costituzionale da essa sollevate, ma anche le discordi spiegazioni fornite dalla giurisprudenza in relazione ai suoi requisiti. Basti pensare alla prevedibilità del reato ulteriore da parte del correo nolente, indicata ora in astratto, ora in concreto. Per cui, secondo una tesi, sufficiente ad affermare la responsabilità é l’astratta compatibilità tra le due fattispecie criminose, nel senso che l’una può essere, astrattamente, conseguenza dell’altra, secondo altra, invece, la prevedibilità dell’evento diverso deve sussistere in concreto, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso di specie. Incertezza, risposte eterogenee e questioni controverse. Un generale alone di mistero, che, tuttavia, non ha impedito di fare giustizia.

concorso anomalo

Oggetto di recentissima sentenza (n. 22/2020), la vicenda, perlomeno nelle sue linee essenziali, é nota a tutti. Lo é da quella sera del 17 maggio 2015, quando il ventenne Marco Vannini viene ucciso da un colpo di pistola sparato da Antonio Ciontoli, padre della sua fidanzata Martina.
Da quell’atto il dramma e le menzogne. Una telefonata al 118 che stenta a sopraggiungere e che viene presto smorzata dalle parole di Federico Ciontoli, fratello di Martina, il quale riduce tutto e solo ad uno scherzo. Una seconda telefonata. Stavolta é Antonio: il ragazzo si sarebbe infortunato nella vasca da bagno, scivolando e bucandosi con un pettine.
Intanto sullo sfondo le urla doloranti di Marco, udite dai vicini. Il proiettile, perforatogli il polmone e raggiunto il cuore, ne avrebbe provocato la morte all’incirca due ore dopo, in ospedale.
Finalmente il processo e l’articolato, per non dir travagliato, succedersi di vicende giudiziarie, di cui l’ultima la sentenza dell’appello bis. L’elemento di novità riguarda non tanto la posizione del capofamiglia Ciontoli, autore materiale dell’omicidio, quanto quella dei suoi familiari Maria, Federico e Martina, presenti in casa la sera del fatto. Concorso “anomalo” in omicidio volontario. Questo il capo d’accusa con cui, il 30 settembre scorso, la Corte d’Assise di Appello di Roma, chiamata a giudicare in sede di rinvio a seguito della decisione della Corte di Cassazione, ne ha motivato la condanna a nove anni e quattro mesi di reclusione. Infatti, qualificata l’azione di Antonio Ciontoli quale reato di omicidio volontario ex art. 575 c.p., nella forma del dolo eventuale, essa ha configurato la responsabilità dei compartecipi sulla base della “peculiare figura” contemplata dall’art. 116 c.p.. Tale norma, esplicitando e dando fondamento al concorso c.d. anomalo, dispone che, ove venga commesso un “reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti”, anche quest’ultimo ne risponde se sussiste un nesso causale tra l’evento verificatosi e la sua condotta, commissiva o omissiva. In virtù del secondo comma, qualora il reato posto in essere risulti più grave di quello voluto, la pena deve essere diminuita per il correo che abbia voluto il reato meno grave.
Peculiare e controversa, la fattispecie del concorso c.d. anomalo ha sollevato, negli ultimi decenni, non solo dibattiti, ma anche dubbi di legittimità costituzionale. Facendo leva sulla diversità intercorrente tra il reato “commesso” e il reato “voluto”, la questione é stata avanzata, tra le altre, con riferimento al fondamentale principio della responsabilità personale del reato, fissato dalla nostra Costituzione all’art. 27 comma 1.
Al fine di superare l’asserita responsabilità per fatto altrui e preservare il principio della personalità della responsabilità penale, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 42 del 1965, citata dalla stessa Corte d’Assise, si é avvalsa del nesso di causalità, nella sua duplice accezione. Infondata, per tale via, la questione di legittimità costituzionale, sul presupposto che, ai fini della responsabilità del compartecipe per il reato diverso o più grave, si richiede non solo un “rapporto di causalità materiale”, bensì anche uno di natura “psichica”, alla stregua del quale l’agente deve essere stato nelle condizioni di potersi rappresentare l’evento, in quanto “sviluppo logicamente prevedibile” di quello voluto. Reinterpretato alla luce della lettura costituzionalmente orientata, il concorso “anomalo” di cui all’art. 116 c.p. é tale per la particolarità di ascrivere la responsabilità di un reato doloso ad un atteggiamento qualificabile come colposo. Più precisamente, esso importa che il soggetto che non abbia voluto il reato diverso commesso dal compartecipe a titolo di dolo ne risponda per colpa, a condizione che il reato sia stato prevedibile, e cioè abbia costituito una conseguenza logica del reato inizialmente stabilito, secondo la regola dell’ “id quod plerumque accidit”, senza che il concorrente anomalo lo abbia effettivamente previsto o accettato come rischio. In tal caso, infatti, si configurerebbe il concorso ordinario ex art. 110 c.p., per integrare il quale non é sufficiente la prevedibilità, dovendo il concorrente aver previsto ed accettato il rischio di commettere il delitto diverso e più grave. L’anomalia della fattispecie pare attenuarsi allorquando se ne consideri il fondamento, da ravvisarsi nella rimproverabilità di chi, e in ciò risiede l’essenza della colpevolezza, per realizzare l’accordo criminoso concordato, si sia affidato alla condotta e alla volontà altrui. Ciò in quanto affidarsi all’attività altrui, come tale non teleologicamente controllabile, implica l’inevitabile accettazione del rischio che un compartecipe si scosti dal reato originariamente programmato, realizzandone uno diverso e più grave. Col risultato di dover rispondere anche per reati che, pur esulando dai patti, siano ad essi ontologicamente e psicologicamente collegati.
Tre, in definitiva, e come chiarito dalla giurisprudenza, gli elementi necessari per la configurazione dell’“aberratio delicti” concorsuale: la coscienza e la volontà di concorrere con altri nella commissione del reato concorsualmente voluto; la realizzazione, da parte di altro compartecipe, di un reato diverso e più grave rispetto a quello deliberato; l’esistenza di un nesso causale, anche psicologico, in forza del quale l’agente avrebbe potuto prevedere e rappresentarsi il fatto più grave nei suoi elementi essenziali e anche solo in termini di mera possibilità, facendo uso, in relazione a tutte le circostanze del caso concreto, della dovuta diligenza.
Il richiamo all’“aberratio delicti” consente di precisare la differenza tra l’art. 116 c.p. e l’art. 83 c.p., che pure disciplina il reato aberrante e, quindi, la divergenza tra il voluto e il realizzato, ma con riferimento alla deviazione monosoggettiva e per errore nei mezzi di esecuzione. Oscillante la posizione della giurisprudenza nella definizione del rapporto tra le due disposizioni, talvolta nel senso di affermare la specialità dell’art. 116 c.p. rispetto all’83 c.p, talaltra nel senso di negarla.
Giurisprudenza che si presenta, invece, salda nella spiegazione della “ratio” della più severa disciplina prevista dal primo, pacificamente ricondotta alla natura plurisoggettiva del reato. Ciò sul presupposto per cui nel concorso, a differenza che nella commissione individuale, l’agente che si affida ad altro compartecipe mette necessariamente in conto l’eventualità di un suo travalicamento dell’accordo o di decisioni da questi autonomamente assunte. Dagli elementi costitutivi del concorso anomalo si evincono i suoi due limiti negativi, e cioè che, ai fini della configurazione dello stesso, l’evento diverso e più grave non deve essere stato voluto, nemmeno sotto il profilo del dolo indiretto, quindi non prospettato quale possibile sviluppo ulteriore o diverso di quello concordato, e non deve risultare da fatti eccezionali e imprevedibili. Il decesso di Marco Vannini, evento certamente rappresentato ed accettato da Antonio Ciontoli, non sarebbe stato neppure ipotizzato dai suoi familiari. Con ciò esclusa l’ipotesi del concorso ordinario ex 110 c.p., nella ricostruzione della Corte questi hanno, infatti, accettato e voluto l’evento diverso e meno grave delle lesioni, anche gravi, in danno della vittima, non anche la sua morte. A ciò il giudicante perviene mediante un percorso che, premessa l’inevitabile conoscenza in capo a tutti gli imputati della gravità delle condizioni di Vannini, evidentemente ferito e dolorante, fa leva, oltre che sull’autoritarietà e sulla posizione rivestita da Antonio Ciontoli all’interno del nucleo familiare, le stesse che li inducevano ad affidarsi al suo operato, sul dato certo delle parole, intercettate, di Martina e Federico, secondo cui nessuno avrebbe potuto prevedere la morte di Marco. Morte che, come vuole l’art. 116 c.p., risulta, al contempo, logicamente connessa all’operato dei correi nolenti e, precisamente, al crudele ed ancora inspiegabile comportamento da loro tenuto nella fase successiva all’esplosione del colpo di arma da fuoco, estrinsecatosi sia nelle condotte omissive della mancata attivazione dei soccorsi sia nella condotta attiva del mentire sulla natura della ferita.
Quel comportamento, hanno stabilito le perizie, ha infatti impedito, con elevato grado di probabilità, di salvare la vita di Vannini. La circostanza che questo sia quasi il solo elemento perlopiù certo del caso non rende azzardato rilevare come ad una vicenda dubbiosa ed oscura, qual é quella di Marco Vannini, rispetto alla quale la stessa Corte si é detta incerta su “cosa sia realmente avvenuto”, sia stata applicata una fattispecie, quella di cui all’art. 116 c.p., ancor oggi altrettanto dubbiosa. E si pongono in tal senso non solo le questioni di legittimità costituzionale da essa sollevate, ma anche le discordi spiegazioni fornite dalla giurisprudenza in relazione ai suoi requisiti. Basti pensare alla prevedibilità del reato ulteriore da parte del correo nolente, indicata ora in astratto, ora in concreto. Per cui, secondo una tesi, sufficiente ad affermare la responsabilità é l’astratta compatibilità tra le due fattispecie criminose, nel senso che l’una può essere, astrattamente, conseguenza dell’altra, secondo altra, invece, la prevedibilità dell’evento diverso deve sussistere in concreto, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso di specie. Incertezza, risposte eterogenee e questioni controverse. Un generale alone di mistero, che, tuttavia, non ha impedito di fare giustizia.

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