È legittima la PMA dopo la separazione o il divorzio?

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Il ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita (in breve PMA) da parte delle coppie è sempre più frequente.
Al giorno d’oggi, infatti, l’infertilità rappresenta un problema sociale oltre che medico. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 15% delle coppie in età fertile, nei Paesi Occidentali, ne è affetta.

PMA

Ma cosa accade se la coppia, che ha avviato un percorso di PMA in un momento in cui il rapporto era saldo, poi si separa e/o divorzia? Più nello specifico, ci si chiede se la donna possa comunque utilizzare gli embrioni congelati anche in assenza di una volontà attuale del partner.
La domanda nasce da una recente vicenda che ha visto protagonista una coppia che si era separata dopo aver avviato le procedure per la fecondazione artificiale. La donna, stante la contrarietà dell’ex-marito, si era rivolta al giudice per ottenere l’autorizzazione ad impiantare comunque gli embrioni congelati.
La domanda è stata posta innanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che, in due recenti ordinanze (11 ottobre 2020 e 27 gennaio 2021), si è pronunciato a favore della donna che chiedeva al giudice di poter utilizzare gli embrioni creati con il marito, nonostante nel frattempo fosse intervenuta la sentenza di separazione.
La decisione del Tribunale campano rappresenta al momento una mosca bianca nel panorama giurisdizionale italiano ed è sicuramente destinata a sollevare dibattito dato il suo forte impatto sociale ed etico.

Cos’è e come funziona la PMA in Italia

La PMA è una procedura finalizzata a realizzare il desiderio di una coppia che non sia in grado di procreare con metodi naturali (coppia infertile) di avere un figlio, attraverso opportune tecniche e strumentazioni mediche 
Sul sito del Ministero della Salute si legge:

“La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), comunemente detta fecondazione artificiale, è l’insieme delle tecniche utilizzate per aiutare il concepimento in tutte le coppie, nei casi in cui il concepimento spontaneo è impossibile o estremamente remoto e nei casi in cui altri interventi farmacologici e/o chirurgici siano inadeguati”.

L’accesso alle tecniche di PMA è consentito solo alle coppie formate da maggiorenni eterosessuali, coniugate o conviventi, in cui entrambi siano conviventi e in età potenzialmente fertile. L’accesso alle tecniche di PMA è consentito solo se l’infertilità non è risolvibile altrimenti.
Dal punto di vista legislativo, la PMA è regolata dalla legge n. 40 del 2004 che ne fornisce le linee guida e i principi fondamentali.
È stato eliminato il divieto di fecondazione eterologa, cioè con donazione di gameti (al cui utilizzo in Italia ha dato il via libera la sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014).

Il consenso alla PMA

L’art. 6 della legge 40 regolamenta gli aspetti relativi al consenso informato e stabilisce che “la volontà può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma fino al momento della fecondazione dell’ovulo”. Dopodiché diventa irrevocabile.
L’unica eccezione a tale assunto arriva da una pronuncia della Corte Costituzionale, la n. 151 del 2009, in cui i giudici hanno riconosciuto la possibilità di non procedere al trasferimento degli ovociti nel caso in cui questo sia contrario all’interesse alla salute della donna. Fuori da tale ipotesi il consenso non può essere revocato, neppure dopo la fine del rapporto di coppia e la pronuncia della separazione personale.

La decisione del Tribunale

L’ordinanza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha richiamato il principio esposto dalla Corte Costituzionale, esprimendosi a favore della richiesta della donna di procedere con l’impianto degli ovociti dopo la sentenza di separazione. 
In questo caso non sussisteva alcun pericolo per la salute della donna e a prevalere è stato il diritto alla vita dell’embrione crioconservato e la sua aspettativa ad essere avviato alla nascita, così come affermato anche nell’art.1 della legge 40/2004 secondo il quale “il ricorso alla procreazione assistita deve assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.
In sostanza, il consenso espresso dai coniugi alla PMA non costituisce semplice consenso all’esecuzione di un trattamento sanitario ma si configura, piuttosto, come vera e propria manifestazione di volontà costitutiva di uno status genitoriale, acquisito a partire dal momento del concepimento dell’embrione; uno status che non potrà essere più rimesso in discussione.
La circostanza che il rapporto familiare e coniugale sia venuto meno risulta dunque irrilevante.
In sintesi, quello che emerge dall’ordinanza del Tribunale campano è che:

  1. la donna, indipendentemente dalla permanenza del rapporto coniugale, ha diritto ad utilizzare gli embrioni e a procedere con la PMA;
  2. la vita prenatale viene sempre e comunque tutelata in prima istanza, anche in base all’assunto dell’art. 8 della suddetta legge che riconosce lo status di “figli nati nel matrimonio o riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime”. 

Il diritto a nascere prevale quindi sul dissenso del genitore. Il giudice nell’ordinanza ha infatti chiarito che “tra il non nascere e il nascere in una famiglia di genitori separati, deve ritenersi prevalente la seconda opzione”. Secondo la stessa legge 40 la vita inizia con l’embrione. In quel momento si diventa genitori.

Conclusioni

Per volere azzardare un paragone, è come se una coppia si separasse dopo che lei scopre di essere incinta. Lei può (entro i tre mesi) e deve (dopo i tre mesi) proseguire la gravidanza. E lui, anche se diventa ex, rimane comunque padre. Il problema potrebbe porsi nel momento in cui è la donna, dopo la separazione, a non voler procedere con l’impianto dell’embrione. Cosa succederebbe allora? Potrebbe un giudice “costringere” la donna a sottoporsi a PMA contro la sua volontà?
Molte sono le considerazioni di ordine etico e giuridico che una tale decisione genera attorno a sé. 
Forte è sicuramente anche l’impatto sociale, in una società in un cresce il numero delle separazioni (circa 4 coppie su 10 si separano entro i primi 5 anni) e sempre più numerose sono le coppie che richiedono l’accesso alla PMA (oltre il 20%).

PMA

Ma cosa accade se la coppia, che ha avviato un percorso di PMA in un momento in cui il rapporto era saldo, poi si separa e/o divorzia? Più nello specifico, ci si chiede se la donna possa comunque utilizzare gli embrioni congelati anche in assenza di una volontà attuale del partner.
La domanda nasce da una recente vicenda che ha visto protagonista una coppia che si era separata dopo aver avviato le procedure per la fecondazione artificiale. La donna, stante la contrarietà dell’ex-marito, si era rivolta al giudice per ottenere l’autorizzazione ad impiantare comunque gli embrioni congelati.
La domanda è stata posta innanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che, in due recenti ordinanze (11 ottobre 2020 e 27 gennaio 2021), si è pronunciato a favore della donna che chiedeva al giudice di poter utilizzare gli embrioni creati con il marito, nonostante nel frattempo fosse intervenuta la sentenza di separazione.
La decisione del Tribunale campano rappresenta al momento una mosca bianca nel panorama giurisdizionale italiano ed è sicuramente destinata a sollevare dibattito dato il suo forte impatto sociale ed etico.

Cos’è e come funziona la PMA in Italia

La PMA è una procedura finalizzata a realizzare il desiderio di una coppia che non sia in grado di procreare con metodi naturali (coppia infertile) di avere un figlio, attraverso opportune tecniche e strumentazioni mediche 
Sul sito del Ministero della Salute si legge:

“La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), comunemente detta fecondazione artificiale, è l’insieme delle tecniche utilizzate per aiutare il concepimento in tutte le coppie, nei casi in cui il concepimento spontaneo è impossibile o estremamente remoto e nei casi in cui altri interventi farmacologici e/o chirurgici siano inadeguati”.

L’accesso alle tecniche di PMA è consentito solo alle coppie formate da maggiorenni eterosessuali, coniugate o conviventi, in cui entrambi siano conviventi e in età potenzialmente fertile. L’accesso alle tecniche di PMA è consentito solo se l’infertilità non è risolvibile altrimenti.
Dal punto di vista legislativo, la PMA è regolata dalla legge n. 40 del 2004 che ne fornisce le linee guida e i principi fondamentali.
È stato eliminato il divieto di fecondazione eterologa, cioè con donazione di gameti (al cui utilizzo in Italia ha dato il via libera la sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014).

Il consenso alla PMA

L’art. 6 della legge 40 regolamenta gli aspetti relativi al consenso informato e stabilisce che “la volontà può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma fino al momento della fecondazione dell’ovulo”. Dopodiché diventa irrevocabile.
L’unica eccezione a tale assunto arriva da una pronuncia della Corte Costituzionale, la n. 151 del 2009, in cui i giudici hanno riconosciuto la possibilità di non procedere al trasferimento degli ovociti nel caso in cui questo sia contrario all’interesse alla salute della donna. Fuori da tale ipotesi il consenso non può essere revocato, neppure dopo la fine del rapporto di coppia e la pronuncia della separazione personale.

La decisione del Tribunale

L’ordinanza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha richiamato il principio esposto dalla Corte Costituzionale, esprimendosi a favore della richiesta della donna di procedere con l’impianto degli ovociti dopo la sentenza di separazione. 
In questo caso non sussisteva alcun pericolo per la salute della donna e a prevalere è stato il diritto alla vita dell’embrione crioconservato e la sua aspettativa ad essere avviato alla nascita, così come affermato anche nell’art.1 della legge 40/2004 secondo il quale “il ricorso alla procreazione assistita deve assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.
In sostanza, il consenso espresso dai coniugi alla PMA non costituisce semplice consenso all’esecuzione di un trattamento sanitario ma si configura, piuttosto, come vera e propria manifestazione di volontà costitutiva di uno status genitoriale, acquisito a partire dal momento del concepimento dell’embrione; uno status che non potrà essere più rimesso in discussione.
La circostanza che il rapporto familiare e coniugale sia venuto meno risulta dunque irrilevante.
In sintesi, quello che emerge dall’ordinanza del Tribunale campano è che:

  1. la donna, indipendentemente dalla permanenza del rapporto coniugale, ha diritto ad utilizzare gli embrioni e a procedere con la PMA;
  2. la vita prenatale viene sempre e comunque tutelata in prima istanza, anche in base all’assunto dell’art. 8 della suddetta legge che riconosce lo status di “figli nati nel matrimonio o riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime”. 

Il diritto a nascere prevale quindi sul dissenso del genitore. Il giudice nell’ordinanza ha infatti chiarito che “tra il non nascere e il nascere in una famiglia di genitori separati, deve ritenersi prevalente la seconda opzione”. Secondo la stessa legge 40 la vita inizia con l’embrione. In quel momento si diventa genitori.

Conclusioni

Per volere azzardare un paragone, è come se una coppia si separasse dopo che lei scopre di essere incinta. Lei può (entro i tre mesi) e deve (dopo i tre mesi) proseguire la gravidanza. E lui, anche se diventa ex, rimane comunque padre. Il problema potrebbe porsi nel momento in cui è la donna, dopo la separazione, a non voler procedere con l’impianto dell’embrione. Cosa succederebbe allora? Potrebbe un giudice “costringere” la donna a sottoporsi a PMA contro la sua volontà?
Molte sono le considerazioni di ordine etico e giuridico che una tale decisione genera attorno a sé. 
Forte è sicuramente anche l’impatto sociale, in una società in un cresce il numero delle separazioni (circa 4 coppie su 10 si separano entro i primi 5 anni) e sempre più numerose sono le coppie che richiedono l’accesso alla PMA (oltre il 20%).

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