Art. 612 bis – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398 - aggiornato alla L. 28.03.2022, n. 25)

Atti persecutori

Articolo 612 bis - codice penale

(1)Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.(2)
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.(3)
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio. (3)

Articolo 612 bis - Codice Penale

(1)Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.(2)
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.(3)
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio. (3)

Note

(1) Il presente articolo è stato inserito dall’art. 7, D.L. 23.02.2009, n. 11, con decorrenza dal 25.02.2009.
(2) Il presente comma è stato così modificato, da ultimo, dall’art. 9, comma 3, L. 19.07.2019, n. 69, con decorrenza dal 09.08.2019.
(3) Il presente comma è stato così sostituito/modificato dall’art. 1, comma 3, D.L. 14.08.2013, n. 93 con decorrenza dal 17.08.2013

Tabella procedurale

Arresto: obbligatorio in flagranza. 380 c.p.p.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: consentite. 280287 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale monocratico. 33 ter c.p.p.
Procedibilità: primo e secondo comma, a querela della persona offesa; terzo comma, ipotesi di danno commesso: nei confronti di un minore; di persona con disabilità; quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio; quando il delitto è commesso da soggetto ammonito; d’ufficio. 336 c.p.p.; 50 c.p.p.

Massime

In tema di atti persecutori, ai fini della sussistenza del concorso di persone nel reato, ha rilevanza il comune movente, che pur essendo estraneo alla nozione di dolo, lo evidenzia, rivelando la comunanza del nesso psicologico fra i ripetuti e numerosi atti persecutori e la sua dimensione plurisoggettiva, intesa come volontà comune di concorrere nel reato. (Fattispecie in cui il contributo di ciascuno degli imputati, componenti del medesimo nucleo familiare, alla realizzazione delle condotte criminose era originato dal comune risentimento nutrito nei confronti delle persone offese per le infamanti accuse mosse contro uno di essi). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2675 del 24 gennaio 2022 (Cass. pen. n. 2675/2022)

In tema di atti persecutori posti in essere nei confronti di più soggetti passivi, si configura una pluralità di reati, eventualmente unificati dalla continuazione, atteso che le condotte determinano differenti eventi e offendono distinte vittime. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2443 del 20 gennaio 2022 (Cass. pen. n. 2443/2022)

Integra il delitto di atti persecutori l’opera di reiterata delegittimazione della persona offesa realizzata dal soggetto attivo attraverso una serie protratta di condotte diffamatorie e moleste (nella specie, realizzate mediante attività di “volantinaggio”, una video-intervista divulgata su “you-tube”, la pubblicazione di un libro dal titolo “Toghe corrotte” e di numerosi “post” diffamatori su “social network” riguardanti un magistrato) che, lungi dall’integrare un mero esercizio delle facoltà connesse alla tutela giudiziaria dei propri diritti, configurano uno stillicidio persecutorio ai danni della persona offesa, costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita e sottoponendola ad uno stato di ansia e di turbamento determinato dalla costante paura di essere vittima di attività denigratoria. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1813 del 17 gennaio 2022 (Cass. pen. n. 1813/2022)

In tema di atti persecutori, ai fini della procedibilità d’ufficio per il caso in cui l’agente sia destinatario di ammonimento del questore, non è necessario che vi sia coincidenza tra i fatti oggetto di segnalazione e i fatti di rilevanza penale, in quanto i presupposti di intervento dell’autorità amministrativa si differenziano da quelli dell’autorità giudiziaria sia sul piano della ricognizione dei fatti che lo legittimano, sia in relazione alle modalità del loro accertamento. (In motivazione, la Corte ha precisato che i fatti oggetto di ammonimento possono assumere rilievo penale qualora, nonostante lo stesso, siano seguiti da condotte espressione del medesimo comportamento molesto). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1035 del 13 gennaio 2022 (Cass. pen. n. 1035/2022)

Integra il delitto di atti persecutori la condotta di creazione di profili “social” e “account internet”, falsamente riconducibili alla vittima, da cui siano derivate proposte sessuali da parte di terzi sconosciuti in adesione a quanto da lei stessa in tali account apparentemente offerto, purché l’autore agisca nella consapevolezza dell’idoneità del proprio comportamento abituale a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 323 del 10 gennaio 2022 (Cass. pen. n. 323/2022)

Non è necessaria l’autorizzazione alla riapertura delle indagini nel caso in cui si proceda per reati perseguibili d’ufficio a seguito di precedente archiviazione avente ad oggetto fatti, oggettivamente diversi, procedibili a querela per intervenuta remissione della stessa. (Fattispecie in cui, dopo l’archiviazione disposta per remissione di querela per i reati di atti persecutori, truffa e violazione di domicilio, in difetto di autorizzazione ex art. 414 cod. proc. pen. era stata esercitata l’azione penale per il reato di circonvenzione di incapace). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 43529 del 25 novembre 2021 (Cass. pen. n. 43529/2021)

In tema di risarcimento del danno, le vicende modificative dell’imputazione incidono sul “quantum” della tutela risarcitoria solo quando il fatto subisca modificazioni tali da determinare “ex se” un danno oggettivamente diverso alla persona offesa, assumendo rilievo, per la natura riparatoria e non punitiva di siffatto risarcimento, il pregiudizio oggettivo subito dal danneggiato e non le componenti soggettive inerenti alla persona del danneggiante. (Fattispecie in tema di atti persecutori in cui la Corte ha annullato con rinvio, ai soli effetti civili, la sentenza del giudice distrettuale che aveva diminuito di oltre il 90% l’ammontare del risarcimento del danno liquidato in primo grado in conseguenza della riduzione della pena, senza rappresentare in motivazione gli indicatori che avevano determinato la riforma delle statuizioni civili). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 22780 del 9 giugno 2021 (Cass. pen. n. 22780/2021)

L’attenuante della provocazione è incompatibile con il delitto di atti persecutori, che è reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione nel tempo di comportamenti antigiuridici di analoga natura, in quanto quella che si vorrebbe prospettare come una reazione emotiva ad un fatto ingiusto costituisce, in realtà, espressione di un proposito di rivalsa e di vendetta al quale l’ordinamento non può dare riconoscimento alcuno. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 21487 del 31 maggio 2021 (Cass. pen. n. 21487/2021)

Al delitto di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen., che ha natura di reato abituale, e cioè a condotta plurima, non si applica il principio, proprio dei reati permanenti, secondo il quale, nell’ipotesi di contestazione aperta, il giudizio di penale responsabilità dell’imputato può estendersi, senza necessità di modifica dell’imputazione originaria, agli sviluppi della fattispecie emersi dall’istruttoria dibattimentale; ne consegue che le condotte persecutorie diverse e ulteriori rispetto a quelle descritte nell’imputazione devono formare oggetto di specifica contestazione, sia quando servono a perfezionare o ad integrare l’imputazione originaria, sia – e a maggior ragione – quando costituiscono una serie autonoma, unificabile alla precedente con il vincolo della continuazione. (In applicazione del principio, la Corte ha escluso che la contestazione in sede cautelare di determinate condotte persecutorie, commesse dall’indagato nell’anno 2018, fosse preclusa dalla condanna di primo grado, riportata dal medesimo, nel 2019, per il delitto omogeneo in danno della stessa vittima, contestato con la formula “dal 2016 ad oggi”). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 45376 del 7 novembre 2019 (Cass. pen. n. 45376/2019)

L’aggravante prevista dall’art. 612-bis, comma secondo, cod. pen., ha natura oggettiva, fondandosi sulla constatazione della sussistenza di un legame affettivo preesistente o attuale tra l’autore del reato e la vittima, e corrisponde alla “ratio” di punire più severamente l’aggressione proveniente dalla persona in cui la vittima ripone aspettative di tutela e protezione. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto irrilevante il movente della condotta, consistente, nel caso di specie, nella volontà del ricorrente di ottenere la restituzione dell’immobile da lui acquistato, con intestazione alla vittima e da questa abitato). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 27615 del 20 giugno 2019 (Cass. pen. n. 27615/2019)

Integra l’elemento materiale del delitto di atti persecutori la condotta di chi reiteratamente pubblica sui “social network” foto o messaggi aventi contenuto denigratorio della persona offesa – con riferimenti alla sfera della sua libertà sentimentale e sessuale – in violazione del suo diritto alla riservatezza. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 26049 del 12 giugno 2019 (Cass. pen. n. 26049/2019)

È configurabile il concorso tra il delitto di violenza privata e quello di atti persecutori, non sussistendo tra di essi un rapporto strutturale di specialità unilaterale ai sensi dell’art. 15 cod. pen., dal momento che il delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen., diversamente dal primo, non richiede necessariamente l’esercizio della violenza e contempla un evento – l’alterazione delle abitudini di vita della vittima – di ampiezza molto maggiore rispetto alla costrizione della vittima ad uno specifico comportamento, che basta ad integrare il delitto previsto dall’art. 610 cod. pen. (In motivazione, la Corte ha precisato che neppure impiegando il criterio della “specialità reciproca per specificazione” potrebbe pervenirsi all’assorbimento del delitto di violenza privata in quello di atti persecutori, sussistendo al più tra le due fattispecie astratte, in ragione di quanto detto, un rapporto di “specialità reciproca per aggiunta”). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 22475 del 22 maggio 2019 (Cass. pen. n. 22475/2019)

Integrano il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612-bis cod. pen. anche due sole condotte di minacce, molestie o lesioni, pur se commesse in un breve arco di tempo, idonee a costituire la “reiterazione” richiesta dalla norma incriminatrice, non essendo invece necessario che gli atti persecutori si manifestino in una prolungata sequenza temporale. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 33842 del 19 luglio 2018 (Cass. pen. n. 33842/2018)

In tema di misure cautelari personali, la Corte ha ritenuto legittima l’ordinanza che, oltre a disporre il divieto di avvicinamento all’abitazione e al luogo di lavoro della vittima, ha imposto l’obbligo di mantenere una certa distanza dalla stessa nel caso di incontro occasionale. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 18139 del 24 aprile 2018 (Cass. pen. n. 18139/2018)

In tema di atti persecutori, ai fini della configurabilità della circostanza aggravante di cui all’art. 612-bis, comma secondo, cod. pen. per “relazione affettiva” non s’intende necessariamente la sola stabile condivisione della vita comune, ma anche il legame connotato da un reciproco rapporto di fiducia, tale da ingenerare nella vittima aspettative di tutela e protezione. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 11920 del 15 marzo 2018 (Cass. pen. n. 11920/2018)

In tema di atti persecutori, ai fini dell’individuazione del cambiamento delle abitudini di vita, che costituisce uno dei tre possibili eventi alternativi contemplati dalla fattispecie criminosa di cui all’art. 612 bis cod. pen., occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato la sentenza impugnata che aveva escluso rilevanza penale ai cambiamenti di vita imposti alla vittima, costretta, prima di uscire, ad ispezionare preventivamente dallo spioncino lo spazio comune condominiale antistante l’abitazione per evitare incontri con l’imputata e a controllare la cassetta delle lettere per proteggere il figlio minore dagli scritti osceni ivi inseriti, sempre dall’imputata. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10111 del 6 marzo 2018 (Cass. pen. n. 10111/2018)

Le condotte vessatorie poste in essere ai danni del coniuge non più convivente, a seguito di separazione legale o di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di atti persecutori, in quanto i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza. (In motivazione, la Corte ha precisato che il reato previsto dall’art. 612-bis cod. pen. è configurabile solo nel caso di divorzio tra i coniugi, ovvero di cessazione della relazione di fatto). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3087 del 23 gennaio 2018 (Cass. pen. n. 3087/2018)

Ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, non è necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che il grave stato d’ansia provocato alla vittima dall’imputato si ricavasse inequivocabilmente dal complesso probatorio risultante ai giudici, al di là della descrizione di esso fornita dalla persona offesa). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 57704 del 28 dicembre 2017 (Cass. pen. n. 57704/2017)

In tema di reato di stalking, la connessione che lo rende procedibile d’ufficio, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 612-bis cod. pen., è non solo quella in senso processuale, di cui all’art. 12 cod. proc. pen, ma anche quella in senso materiale, che si verifica ogniqualvolta l’indagine sul reato procedibile d’ufficio comporti necessariamente l’accertamento di quello punibile a querela, in presenza delle condizioni di collegamento probatorio di cui all’art. 371 cod. proc. pen., purché le indagini sul reato procedibile d’ufficio siano state effettivamente avviate e sebbene all’esito del giudizio i relativi fatti siano stati diversamente qualificati. (Fattispecie in tema di reato di lesioni aggravate, poi riqualificato nel reato di minaccia aggravata e, infine, ritenuto assorbito in quello di “stalking”). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 55807 del 14 dicembre 2017 (Cass. pen. n. 55807/2017)

Ai fini della rituale contestazione del delitto di “stalking” non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e le conseguenze per la persona offesa. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 28623 del 8 giugno 2017 (Cass. pen. n. 28623/2017)

È legittimo il sequestro preventivo dell’automezzo utilizzato reiteratamente per commettere il reato di atti persecutori con la finalità di produrre uno degli eventi previsti dall’art. 612 bis cod. pen. (Fattispecie in cui l’indagato aveva reiteratamente utilizzato l’autovettura, oggetto di sequestro, per impedire l’accesso all’esercizio commerciale della persona offesa, intralciandone l’attività e provocandole un perdurante stato d’ansia). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 26891 del 30 maggio 2017 (Cass. pen. n. 26891/2017)

Nel delitto previsto dall’art. 612 bis cod. pen., che è reato abituale e si consuma al compimento dell’ultimo degli atti della sequenza criminosa integrativa della abitualità del reato, il termine finale di consumazione, in mancanza di una specifica contestazione, coincide con quello della pronuncia della sentenza di primo grado che cristallizza l’accertamento processuale, cosicché non si configura violazione del principio del “ne bis in idem” in caso di nuova condanna per fatti successivi alla data della prima pronuncia. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 22210 del 8 maggio 2017 (Cass. pen. n. 22210/2017)

Ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612 bis cod. pen.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – e nella specie costituiti da minacce, pedinamenti e insulti alla persona offesa, inviati con messaggi telefonici o, comunque, espressi nel corso di incontri imposti – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612 bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 cod. pen.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 18646 del 14 aprile 2017 (Cass. pen. n. 18646/2017)

Nei procedimenti per reati commessi con violenza alla persona (nella specie, “stalking”), è ammesso il ricorso per cassazione della persona offesa avverso l’ordinanza con cui si dispone la revoca o la sostituzione della misura cautelare coercitiva in atto, al fine di far valere la violazione del disposto di cui all’art. 299, comma 4-bis, cod. proc. pen. e la mancata declaratoria di inammissibilità dell’istanza di modifica cautelare di cui sia stata omessa la notifica. (In motivazione, la Corte ha chiarito che, invece, non possono ritenersi esperibili dalla persona offesa i rimedi del ricorso “per saltum”, le cui ipotesi sono tassativamente previste, e dell’appello ex art. 310 cod. proc. pen., quest’ultimo riservato espressamente alle parti processuali ivi indicate). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7404 del 16 febbraio 2017 (Cass. pen. n. 7404/2017)

È configurabile il delitto di atti persecutori (cosiddetto reato di “stalking”) nella ipotesi in cui, pur essendo la condotta persecutoria iniziata in epoca anteriore all’entrata in vigore della norma incriminatrice, si accerti la commissione reiterata, anche dopo l’entrata in vigore del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv. in l. 23 aprile 2009, n. 38, di atti di aggressione e di molestia idonei a creare nella vittima lo “status” di persona lesa nella propria libertà morale, in quanto condizionata da costante stato di ansia e di paura. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 48268 del 16 novembre 2016 (Cass. pen. n. 48268/2016)

Il delitto di atti persecutori, avendo oggetto giuridico diverso, può concorrere con quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, in cui restano assorbiti solo quei fatti che, pur costituendo astrattamente di per sè reato, rappresentino elementi costitutivi o circostanze aggravanti di esso e non anche quelli che eccedano tali limiti, dando vita a responsabilità autonoma e concorrente. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 20696 del 18 maggio 2016 (Cass. pen. n. 20696/2016)

Il carattere del delitto di atti persecutori, quale reato abituale a reiterazione necessaria delle condotte, rileva anche ai fini della procedibilità, con la conseguenza che, nell’ipotesi in cui il presupposto della reiterazione venga integrato da condotte poste in essere oltre i sei mesi previsti dalla norma rispetto alla prima o alle precedenti condotte, la querela estende la sua efficacia anche a tali pregresse condotte, indipendentemente dal decorso del termine di sei mesi per la sua proposizione, previsto dal quarto comma dell’art. 612 bis c.p.. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 20065 del 14 maggio 2015 (Cass. pen. n. 20065/2015)

La previsione di cui all’art. 612 bis tutela i luoghi in cui si svolgano atti afferenti alla vita privata – ivi compresa quella lavorativa – delle persone; ai fini della sua operatività è, pertanto, necessario che nel luogo di commissione del furto possa essere concretamente prefigurata la presenza di qualcuno intento, anche in via occasionale, alle predette attività. (In applicazione del principio la S.C. ha censurato la decisione del giudice di merito che ha ritenuto integrato il delitto di cui all’art. 612 bis c.p. nei confronti dell’imputato per avere commesso un furto all’interno di uno stabilimento industriale, durante la chiusura notturna, senza accertare concretamente che le caratteristiche dell’attività ivi normalmente svolta o, comunque, la consuetudine o le esigenze del ciclo produttivo richiedessero che taluno si trattenesse durante la chiusura notturna). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 18211 del 30 aprile 2015 (Cass. pen. n. 18211/2015)

Ai fini della proposizione della querela per il delitto di atti persecutori, il termine inizia a decorrere dalla consumazione del reato, che coincide alternativamente con “l’evento di danno” consistente nella alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante stato di ansia o di paura, ovvero con “l’evento di pericolo” consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 17082 del 23 aprile 2015 (Cass. pen. n. 17082/2015)

Il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di “danno” consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 9222 del 3 marzo 2015 (Cass. pen. n. 9222/2015)

Nel delitto previsto dell’art. 612 bis cod. pen., che ha natura abituale, l’evento deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso, anche se può manifestarsi solo a seguito della consumazione dell’ennesimo atto persecutorio, in quanto dalla reiterazione degli atti deriva nella vittima un progressivo accumulo di disagio che, solo alla fine della sequenza, degenera in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi in una delle forme previste dalla norma incriminatrice. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 51718 del 11 dicembre 2014 (Cass. pen. n. 51718/2014)

In tema di atti persecutori, la prova del nesso causale tra la condotta minatoria o molesta e l’insorgenza degli eventi di danno alternativamente contemplati dall’art. 612 bis cod. pen. (perdurante e grave stato di ansia o di paura; fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto; alterazione delle abitudini di vita), non può limitarsi alla dimostrazione dell’esistenza dell’evento, né collocarsi sul piano dell’astratta idoneità della condotta a cagionare l’evento, ma deve essere concreta e specifica, dovendosi tener conto della condotta posta in essere dalla vittima e dei mutamenti che sono derivati a quest’ultima nelle abitudini e negli stili di vita. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che la pressione ossessiva esercitata dall’imputato su una donna che aveva manifestato l’intenzione di interrompere la relazione sentimentale e la ravvisata invasione della sua sfera privata non includessero “in re ipsa” la determinazione di un perdurante e grave stato di ansia o di paura, potendo cagionare altri e diversi stati psicologici, come per esempio una forte irritazione). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 46179 del 18 novembre 2013 (Cass. pen. n. 46179/2013)

Il reato di violenza privata è speciale rispetto al reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p. in considerazione dell’elemento specializzante dato dallo scopo di costringere altri a fare, tollerare od omettere qualcosa, impedendone la libera determinazione con una condotta immediatamente produttiva di una situazione idonea ad incidere sulla libertà psichica del soggetto passivo. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 25889 del 13 giugno 2013 (Cass. pen. n. 25889/2013)

Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di atti persecutori (art. 612 bis c.p.), è necessario e sufficiente il dolo generico, costituito dalla volontà di porre in essere taluna delle condotte minacciose o moleste descritte nella norma con la consapevolezza della sua idoneità a produrre taluno degli eventi parimenti descritti nella stessa norma, senza che ciò comporti, peraltro, la necessità di una rappresentazione anticipata del risultato finale, essendo al contrario sufficiente la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca alla lesione dell’interesse protetto.

Il delitto di atti persecutori è reato abituale di evento, per la cui sussistenza, sotto il profilo dell’elemento soggettivo, è sufficiente il dolo generico, il quale è integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice.

In tema di atti persecutori, quali previsti dall’art. 612 bis c.p., premesso che ciascuna delle condotte indicate nella norma incriminatrice è idonea a rendere configurabile il reato, devesi, in particolare, ritenere, con riguardo all’ipotesi che essa consista nella costrizione della persona offesa a modificare le proprie abitudini di vita, che ciò si verifica ogni qual volta si sia in presenza di un mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell’ordinaria gestione della vita quotidiana, quale può riconoscersi, ad esempio, nell’avvertita necessità, da parte della vittima, di utilizzare per i propri spostamenti percorsi diversi da quelli abituali, ovvero di modificare gli orari per lo svolgimento di determinate attività, come pure di cessarle del tutto, ovvero ancora di staccare gli apparecchi telefonici nelle ore notturne. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 20993 del 15 maggio 2013 (Cass. pen. n. 20993/2013)

Si configura il delitto di atti persecutori (cosiddetto reato di “stalking”) nella ipotesi in cui, pur essendosi la condotta persecutoria instaurata in epoca anteriore all’entrata in vigore della norma incriminatrice, si accerti, anche dopo l’entrata in vigore del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv. in l. 23 aprile 2009, n. 38, la reiterazione di atti di aggressione e di molestia idonei a creare nella vittima lo “status” di persona lesa nella propria libertà morale in quanto condizionata da costante stato di ansia e di paura. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10388 del 6 marzo 2013 (Cass. pen. n. 10388/2013)

Il delitto di atti persecutori cosiddetto “stalking” (art. 612 bis c.p.) è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo; pertanto, ai fini della sua configurazione non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 29872 del 26 luglio 2011 (Cass. pen. n. 29872/2011)

Integra il delitto di atti persecutori (art. 612 bis c.p.), la condotta di colui che compie atti molesti ai danni di più persone, costituendo per ciascuna motivo di ansia, non richiedendosi, ai fini della reiterazione della condotta prevista dalla norma incriminatrice, che gli atti molesti siano diretti necessariamente ad una sola persona, quando questi ultimi, arrecando offesa a diverse persone di genere femminile abitanti nello stesso edificio, provocano turbamento a tutte le altre. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 20895 del 25 maggio 2011 (Cass. pen. n. 20895/2011)

Ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612 bis c.p.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – e nella specie costituiti da minacce e insulti alla persona offesa, inviati con messaggi telefonici o via internet o, comunque, espressi nel corso di incontri imposti – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612 bis c.p. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 c.p.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 16864 del 2 maggio 2011 (Cass. pen. n. 16864/2011)

Non integra il delitto di calunnia la persona offesa del reato di atti persecutori che, non avendo presentato la querela, nel sollecitare l’ammonimento dell’autore del reato ai sensi dell’art. 8 L. n. 38 del 2009 renda dichiarazioni eventualmente non veritiere a suo carico, atteso che in tal caso non si determina il pericolo di instaurazione di un procedimento penale non gravando sull’autorità di polizia che riceve tali dichiarazioni l’obbligo di trasmetterle a quella giudiziaria. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10221 del 14 marzo 2011 (Cass. pen. n. 10221/2011)

Il delitto di atti persecutori ha natura di reato abituale. (In applicazione del principio la Corte ha attribuito la competenza del reato in oggetto, posto inizialmente in essere quando il soggetto attivo era ancora minorenne e proseguito una volta diventato questi maggiorenne, al giudice ordinario). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9117 del 8 marzo 2011 (Cass. pen. n. 9117/2011)

Un grave e perdurante stato di turbamento emotivo è idoneo ad integrare l’evento del delitto di atti persecutori, per la cui sussistenza è sufficiente che gli atti abbiano avuto un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 8832 del 7 marzo 2011 (Cass. pen. n. 8832/2011)

Integra l’elemento materiale del delitto di atti persecutori il reiterato invio alla persona offesa di “sms” e di messaggi di posta elettronica o postati sui cosiddetti “social network” (ad esempio “facebook”), nonché la divulgazione attraverso questi ultimi di filmati ritraenti rapporti sessuali intrattenuti dall’autore del reato con la medesima. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 32404 del 30 agosto 2010 (Cass. pen. n. 32404/2010)

Il delitto di atti persecutori è reato ad evento di danno e si distingue sotto tale profilo dal reato di minacce, che è reato di pericolo.

La reciprocità dei comportamenti molesti non esclude la configurabilità del delitto di atti persecutori, incombendo, in tale ipotesi, sul giudice un più accurato onere di motivazione in ordine alla sussistenza dell’evento di danno, ossia dello stato d’ansia o di paura della presunta persona offesa, del suo effettivo timore per l’incolumità propria o di persone ad essa vicine o della necessità del mutamento delle abitudini di vita (Fattispecie relativa a provvedimento “de libertate”). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 17698 del 7 maggio 2010 (Cass. pen. n. 17698/2010)

Il perdurante e grave stato di ansia o di paura, costituente uno dei tre possibili eventi del delitto di atti persecutori, è configurabile in presenza del destabilizzante turbamento psicologico di una minore determinato da reiterate condotte dell’indagato consistite nel rivolgere apprezzamenti mandandole dei baci, nell’invitarla a salire a bordo del proprio veicolo e nell’indirizzarle sguardi insistenti e minacciosi. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11945 del 26 marzo 2010 (Cass. pen. n. 11945/2010)

Integrano il delitto di atti persecutori, di cui all’art. 612 bis c.p., anche due sole condotte di minaccia o di molestia, come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 6417 del 17 febbraio 2010 (Cass. pen. n. 6417/2010)

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