(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù

Articolo 600 - Codice Penale

(1) (2) (3) (4) Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o comunque al compimento di attività illecite (5) che ne comportino lo sfruttamento ovvero a sottoporsi al prelievo di organi (6), è punito con la reclusione da otto a venti anni.
La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di vulnerabilità, (7) di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona.
La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti di cui al primo comma sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi (8).

Articolo 600 - Codice Penale

(1) (2) (3) (4) Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o comunque al compimento di attività illecite (5) che ne comportino lo sfruttamento ovvero a sottoporsi al prelievo di organi (6), è punito con la reclusione da otto a venti anni.
La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di vulnerabilità, (7) di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona.
La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti di cui al primo comma sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi (8).

Note

(1) Questo articolo è stato così sostituito dall’art. 1 della L. 11 agosto 2003, n. 228, recante misure contro la tratta di persone.
(2) L’art. 71 del D.L.vo 6 settembre 2011, n. 159, recante codice delle leggi antimafia, prevede che le pene stabilite per i delitti di cui a questo articolo, sono aumentate da un terzo alla metà se il fatto è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione personale durante il periodo previsto di applicazione e sino a tre anni dal momento in cui ne è cessata l’esecuzione. In ogni caso si procede d’ufficio e quando i delitti di cui al comma 1 del predetto art. 71, per i quali è consentito l’arresto in flagranza, sono commessi da persone sottoposte alla misura di prevenzione, la polizia giudiziaria può procedere all’arresto anche fuori dei casi di flagranza. Alla pena è aggiunta una misura di sicurezza detentiva.
(3) A norma dell’art. 609 decies, primo comma, c.p. così come sostituito dall’art. 4, comma 1, lett. v), n. 1), della L. 1° ottobre 2012, n. 172, quando si procede per taluno dei delitti previsti dagli articoli 600, 600 bis, 600 ter, 600 quinquies, 601, 602, 609 bis, 609 ter, 609 quinquies, 609 octies e 609 undecies commessi in danno di minorenni, ovvero per il delitto previsto dall’articolo 609 quater, il procuratore della Repubblica ne dà notizia al tribunale per i minorenni.
(4) A norma dell’art. 11 del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, nella L. 23 aprile 2009, n. 38, così come modificato dall’art. 1, comma 4 bis, del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, nella L. 15 ottobre 2013, n. 119, le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia del reato di atti persecutori, hanno l’obbligo di fornire alla vittima stessa tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio e, in particolare, nella zona di residenza della vittima. Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche provvedono a mettere in contatto la vittima con i centri antiviolenza, qualora ne faccia espressamente richiesta.
(5) Le parole: «a prestazioni» sono state così sostituite dalle attuali: «al compimento di attività illecite» dall’art. 2, comma 1, lett. a), n. 1), del D.L.vo 4 marzo 2014, n. 24.
(6) Le parole: «ovvero a sottoporsi al prelievo di organi» sono state inserite dall’art. 2, comma 1, lett. a), n. 1), del D.L.vo 4 marzo 2014, n. 24.
(7) Le parole: «di vulnerabilità,» sono state aggiunte dall’art. 2, comma 1, lett. a), n. 2), del D.L.vo 4 marzo 2014, n. 24.
(8) Questo comma è stato abrogato dall’art. 3, comma 1, lett. a), della L. 2 luglio 2010, n. 108.

Tabella procedurale

Arresto: obbligatorio in flagranza. 380 c.p.p.
Fermo di indiziato di delitto: consentito. 384 c.p.p.
Misure cautelari personali: consentite; consentito l’allontanamento dalla casa familiare se il delitto è commesso in danno dei prossimi congiunti o del convivente. 280282287 c.p.p.; 282 bis c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Corte di assise. 5 c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

Commette il delitto di cui all’art. 600 cod. pen. non solo colui che procede alla vendita di un essere umano ma anche chi lo acquista trattandosi di un comportamento che a prescindere dall’eventuale consenso della persona offesa comporta la degradazione della persona a mera “res” su cui vengono esercitati poteri corrispondenti al diritto di proprietà. (Fattispecie relativa all’introduzione in Italia di donne dall’est Europa poi acquistate come spose e costrette a prestazioni lavorative). Cass. pen. sez. V- 6 settembre 2019 n. 37315

Il delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù in servitù è a fattispecie plurima ed è integrato alternativamente dalla condotta di chi esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli spettanti al proprietario che implicando la “reificazione” della vittima ne comporta “ex se” lo sfruttamento ovvero dalla condotta di riduzione o mantenimento di una persona in stato di soggezione continuativa in relazione alla quale invece è richiesta la prova dell’ulteriore elemento costituito dalla imposizione di prestazioni integranti lo sfruttamento della vittima. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da censure la decisione impugnata che aveva ravvisato gravi indizi di colpevolezza del reato con riferimento a condotta di tipo “dominicale” realizzata anche attraverso lo sfruttamento dell’immagine della vittima costretta a recarsi quotidianamente al cimitero presso la tomba del marito). Cass. pen. sez. V 11 marzo 2015 n. 10426

Risponde del delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù colui che sfrutta la prostituzione della persona offesa eccedendo il normale rapporto di meretricio. (Fattispecie in cui la Suprema Corte ha ritenuto sussistente il reato in relazione ad una condotta di cessione della prostituta da un gruppo di sfruttatori ad un altro affermando essere elementi sintomatici della sua sussistenza la mancanza di libertà di movimento della donna assoggettata la sua impossibilità di comunicare con terzi la sottrazione del passaporto e la privazione dei mezzi di sussistenza). Cass. pen. sez. V 18 marzo 2013 n. 12574

Integra il delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù colui che proceda alla vendita ad altri un essere umano atteso che in tal modo egli esercita sullo stesso un potere corrispondente al diritto di proprietà. Cass. pen. sez. V 19 marzo 2012 n. 10784

Non integra la fattispecie criminosa di riduzione in schiavitù il cui evento di riduzione o mantenimento di persone in stato di soggezione consiste nella privazione della libertà individuale la condotta consistente nell’offerta di un lavoro con gravose prestazioni in condizioni ambientali disagiate verso un compenso inadeguato qualora la persona si determini liberamente ad accettarla e possa sottrarvisi una volta rilevato il disagio concreto che ne consegue. Cass. pen. sez. V 4 aprile 2011 n. 13532

Ai fini della configurabilità del delitto di riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.) non è necessaria un’integrale negazione della libertà personale ma è sufficiente una significativa compromissione della capacità di autodeterminazione della persona idonea a configurare lo stato di soggezione rilevante ai fini dell’integrazione della norma incriminatrice. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha affermato la responsabilità – in ordine al reato di cui all’art. 600 c.p. – dell’ imputato il quale aveva indotto alcuni minori a seguirlo in Italia con la prospettiva di una lecita attività lavorativa ed una volta giunti a Milano aveva loro sottratto i passaporti e li aveva percossi intimandogli di commettere furti e di consegnargli la refurtiva con minacce di morte e di mutilazioni). Cass. pen. sez. V 26 gennaio 2011 n. 2775

In tema di delitti contro la personalità individuale la condizione analoga alla schiavitù è ex art. 600 c.p. una situazione di fatto i cui estremi sono configurabili qualora la persona sia ridotta in stato di soggezione e costretta a prestazioni di lavoro stressanti o alla prostituzione con sfruttamento dei compensi dovutigli con inganno per abuso di autorità approfittando della situazione di inferiorità sica o psichica o di necessità oltre che minaccia o violenza. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha confermato l’affermazione di responsabilità in ordine al reato di cui all’art. 600 c.p. nei confronti degli imputati i quali avevano ridotto in soggezione persone provenienti da Paesi dell’Est privandole dei passaporti collocandoli in luoghi isolati privi di relazioni esterne corrispondendo retribuzioni nettamente inferiori alle promesse e imponendo loro contestuali sacrifici di esigenze primarie alloggi fatiscenti assenza di servizi igienici privazioni alimentari impossibilità di spostarsi sul territorio essendovi veicoli preordinati solo a condurli nei campi e quindi rendendoli incapaci di sottrarsi allo sfruttamento altrui corredato se del caso da violenze e minacce). Cass. pen. sez. V 12 novembre 2010 n. 40045

Integra il delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (art. 600) c.p. la condotta di coloro che considerandolo alla stregua di una cosa che possa essere oggetto di scambio commerciale acquistino il minore previa corresponsione di un prezzo dai genitori e continuino a utilizzarlo come già i genitori per commettere furti indicandogli le risposte da dare alla Polizia in caso di arresto e diffidandolo dal rivelare ad alcuno l’avvenuta vendita. Cass. pen. sez. V 6 ottobre 2010 n. 35923

Il reato di riduzione in schiavitù ha natura permanente e richiede una condizione di soggezione continuativa della vittima all’agente la quale non è esclusa dalla circostanza che la condotta di quest’ultimo sia stata interrotta qualche giorno dopo il momento in cui è stata posta in essere per l’intervento della polizia. Cass. pen. sez. V 1 ottobre 2010 n. 35479

Il reato di riduzione in schiavitù nella precedente formulazione dell’art. 600 c.p. – per il quale chiunque riduce una persona in schiavitù  o in una condizione analoga alla schiavitù è punito con la reclusione da cinque a quindici anni – comprendeva l’ipotesi del mantenimento in schiavitù come indicato dal termine ‘riduzione’ interpretato alla luce della Convenzione di Ginevra del 25 settembre 1926 resa esecutiva in Italia con R.D. 26 aprile 1928 n. 1723 nonché e per quel che concerne la ‘condizione analoga alla schiavitù dalla Convenzione supplementare di Ginevra del 7 settembre 1956 resa esecutiva in Italia con legge n. 1304 del 1957 e dall’art. 4 CEDU. Ne deriva che il testo del vigente art. 600 c.p. – novellato dall’art. 1 della legge n. 228 del 2003 che titola analiticamente riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù- offre pur con la modica del trattamento sanzionatorio un’interpretazione autentica del precetto originario con la conseguenza che qualora soggetto passivo del delitto di cui all’art. 600 c.p. – nella previgente o nella vigente formulazione – sia un minore sottratto all’autorità di un genitore (nella specie la madre già posta in stato di schiavitù sussistono gli estremi costitutivi della fattispecie incriminatrice in questione a carico di chiunque e quindi come nella specie anche del padre che abusi della propria autorità disponendo del minore come cosa propria o costringendolo a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento o autorizzando altri a costringerlo. Cass. pen. sez. V 12 maggio 2010 n. 18072

Integra il delitto di riduzione in schiavitù mediante approfittamento dello stato di necessità altrui la condotta di chi approfitta della mancanza di alternative esistenziali di un immigrato da un Paese povero imponendogli condizioni di vita abnormi e sfruttandone le prestazioni lavorative al fine di conseguire il saldo del debito da questi contratto con chi ne ha agevolato l’immigrazione clandestina. Cass. pen. sez. V 15 dicembre 2008 n. 46128

In tema di riduzione in schiavitù o in servitù la situazione di necessità della vittima costituisce il presupposto della condotta approfittatrice dell’agente e pertanto tale nozione non può essere posta a paragone con lo stato di necessità di cui all’art. 54 c.p. ma va piuttosto posta in relazione alla nozione di bisogno indicata nel delitto di usura aggravata (art. 644 comma quinto n. 3 c.p.) o allo stato di bisogno utilizzato nell’istituto della rescissione del contratto (art. 1418 c.c.). La situazione di necessità va quindi intesa come qualsiasi situazione di debolezza o di mancanza materiale o morale del soggetto passivo adatta a condizionarne la volontà personale: in altri termini coincide con la definizione di « posizione di vulnerabilità» indicata nella decisione quadro dell’Unione Europea del 19 luglio 2002 sulla lotta alla tratta degli esseri umani alla quale la legge 11 agosto 2003 n. 228 ha voluto dare attuazione. Cass. pen. sez. III 25 gennaio 2007 n. 2841

In tema di riduzione e mantenimento in servitù posta in essere dai genitori nei confronti dei gli e di altri bambini in rapporto di parentela ridotti in stato di soggezione continuativa e costretti all’accattonaggio non è invocabile da parte degli autori delle condotte la causa di giustificazione dell’esercizio del diritto per richiamo alle consuetudini delle popolazioni zingare di usare i bambini nell’accattonaggio atteso che la consuetudine può avere efficacia scriminante solo in quanto sia stata richiamata da una legge secondo il principio di gerarchia delle fonti di cui all’art. 8 disp. prel. c.c. Cass. pen. sez. III 25 gennaio 2007 n. 2841

La previsione di cui all’art. 600 c.p. (riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù  configura un delitto a fattispecie plurima integrato alternativamente dalla condotta di chi esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli spettanti al proprietario o dalla condotta di colui che riduce o mantiene una persona in stato di soggezione continuativa costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento. Quest’ultima fattispecie configura un reato di evento a forma vincolata in cui l’evento consistente nello stato di soggezione continuativa in cui la vittima è costretta a svolgere date prestazioni deve essere ottenuto dall’agente alternativamente tra l’altro mediante violenza minaccia inganno abuso di autorità ovvero approfittamento di una situazione di inferiorità sica o psichica o di una situazione di necessità. Ne deriva che perché sussista la costrizione a prestazioni (nella specie sessuali) – in presenza dello stato di necessità che è un presupposto della condotta approfittatrice dell’agente e che deve essere inteso come situazione di debolezza o mancanza materiale o morale atta a condizionare la volontà della persona – è sufficiente l’approfittamento di tale situazione da parte dell’autore; mentre la costrizione alla prestazione deve essere esercitata con violenza o minaccia inganno o abuso di autorità nei confronti di colui che non si trovi in una situazione di inferiorità sica o psichica o di necessità. (In applicazione di questo principio la Corte ha ritenuto immune da censure la decisione della Corte d’assise di appello che – in riforma della decisione della Corte d’assise – aveva ritenuto la sussistenza del delitto in questione escludendo a tal ne la necessità della costrizione delle vittime con violenza o minaccia ad esercitare la prostituzione considerato che esse erano state acquistate – previa ispezione del corpo – per dieci milioni reclutate in Moldavia introdotte clandestinamente in Italia private della libertà di movimento segregate in appartamenti assoggettate nei luoghi pubblici a costante sorveglianza e indotte a praticare la prostituzione consegnando loro i proventi). Cass. pen. sez. V 1 febbraio 2006 n. 4012

Nel reato di riduzione in schiavitù la finalità di sfruttamento che distingue la fattispecie di cui all’art. 600 c.p. da ogni altra forma di inibizione della libertà personale non è esclusa dall’eventualità che un margine degli introiti dell’accattonaggio vada a beneficio delle persone offese dal reato. Determinante invece è lo stato di soggezione in cui queste ultime versano essendo sottoposte all’altrui potere di disposizione che si estrinseca nell’esigere con violenza sica o psichica prestazioni sessuali o lavorative accattonaggio od altri obblighi «di fare». Cass. pen. sez. V 1 dicembre 2005 n. 43868

La nuova figura di reato di riduzione o mantenimento in schiavitù prevista dall’art.1 Legge 11 agosto 2003 n. 228 si pone in rapporto di continuità normativa con quella delineata dall’art. 600 c.p. avendo la nuova disciplina soltanto definito la nozione di schiavitù che in precedenza doveva trarsi dalla Convenzione di Ginevra sull’abolizione della schiavitù del 25 settembre 1926 resa esecutiva in Italia con R.D. 26 aprile 1928 n. 1723. Cass. pen. sez. VI 4 gennaio 2005 n. 81

Commette il reato di riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.) colui che mantiene lo stato di soggezione continuativa del soggetto ridotto in schiavitù o in condizione analoga e qualora ne sia consegnatario provvisorio egli concorre ai sensi dell’art. 110 c.p. con l’autore della riduzione in schiavitù senza che la sua mozione culturale o di costume escluda l’elemento psicologico del reato. Cass. pen. sez. V 12 maggio 2010 n. 18072

Ai fini della configurabilità dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 600 c.p. (Riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù) è richiesta la coscienza e volontà di ridurre la vittima ad una res oggetto di diritti patrimoniali e la consapevole volontà di trarre profitto dalla sua persona considerata come cosa atta a rendere utilità o servigi a essere prestata ceduta o venduta. Cass. pen. sez. III 22 settembre 2005 n. 33757

Il reato di riduzione in schiavitù (art. 600 cod. pen.) se aggravato ai sensi dell’art. 602 ter comma primo lett. a) e lett. b) cod. pen. per essere i fatti diretti allo sfruttamento della prostituzione di persona minore assorbe quello di prostituzione minorile di cui all’art. 600 bis comma primo n. 2 cod. pen. Cass. pen. sez. V 19 agosto 2016 n. 35115

Il delitto di tratta di persone commesso nei confronti di persone minori di età non assorbe l’aggravante prevista dall’art. 602-ter cod. pen. con riferimento a tale condizione anagrafica della persona offesa in quanto la nuova formulazione dell’art. 601 cod. pen. introdotta dal d.lgs. 4 marzo 2014 n. 24 si limita a stabilire che allorquando oggetto della tratta sono soggetti minori il reato è configurabile anche in assenza delle modalità indicate nella prima parte della disposizione. Cass. pen. sez. V 1 ottobre 2015 n. 39797

Le condotte costitutive della fattispecie criminosa di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù hanno tra loro in comune lo stato di sfruttamento del soggetto passivo e di quest’ultimo implicano il maltrattamento a prescindere dalla percezione che questi abbia della sua situazione sicché detto reato non può concorrere per il principio di consunzione con quello di maltrattamenti in famiglia. Cass. pen. sez. VI 17 gennaio 2007 n. 1090

Il reato di sequestro di persona concorre con quello di riduzione in schiavitù di cui all’art. 600 c.p. nel caso in cui alla privazione della libertà di locomozione oggetto di tutela della fattispecie di cui all’art. 605 c.p. si aggiunga una condizione di fatto ulteriore in cui un individuo ha il potere pieno e incontrollato su un altro assimilabile alla condizione di res posseduta da altri; tale situazione si verifica quando la vittima subendo violenza e pressioni psicologiche sia posta in condizioni afflittive e di costringimento tali da configurare una serie di trattamenti inumani e degradanti tali da comprimerne in modo significativo la capacità di autodeterminarsi. (Fattispecie in cui donne extracomunitarie erano rinchiuse a chiave in un casolare da dove venivano prelevate esclusivamente per essere portate sul posto di lavoro nei campi agricoli in regime di stretto controllo e sorveglianza di sistematica violenza e di continue minacce di sfruttamento venendo private di gran parte degli emolumenti giornalieri). Cass. pen. sez. II 23 settembre 2004 n. 37489

In tema di reati contro la libertà sessuale l’attività di contrasto attraverso l’agente provocatore non può essere espletata per accertare elementi di prova in ordine al reato di cui all’art. 600 quater c.p. (detenzione di materiale pornografico) con la conseguenza che gli elementi di prova così acquisiti sono inutilizzabili in ogni stato e grado del procedimento ai sensi dell’art. 191 c.p.p. Cass. pen. sez. III 26 maggio 2004 n. 24000

Il soggetto che si sia reso responsabile della riduzione di taluno in schiavitù prevista come reato dall’art. 600 c.p. può commettere anche il reato di cui all’art. 602 stesso codice non solo nel caso in cui alieni ad altri la persona resa schiava ma anche quando ne acquisti la «proprietà esclusiva» avendo in precedenza contribuito a rendere schiava la medesima persona senza tuttavia diventarne l’unico «proprietario». Cass. pen. sez. I 7 gennaio 2003 n. 21 

Non sussiste rapporto di specialità (art. 15 c.p.) tra il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e quello di riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.) trattandosi di reati che tutelano interessi diversi – la correttezza dei rapporti familiari nella prima ipotesi lo status libertatis dell’individuo nella seconda – e che presentano un diverso elemento materiale in quanto nell’ipotesi dell’art. 572 c.p. è necessario che un componente della famiglia sottoponga un altro a vessazioni mentre nel caso di riduzione in schiavitù è necessario che un soggetto eserciti su un altro individuo un diritto di proprietà con la conseguenza che le due ipotesi di reato sussistendone i presupposti possono concorrere. Cass. pen. sez. V 30 settembre 2002 n. 32363

È ammissibile il concorso formale tra i reati di riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.) e di induzione favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione (artt. 3 e 4 legge n. 75 del 1958) nel caso in cui una cittadina straniera sia costretta dopo essere stata venduta a riscattare la propria libertà con i proventi dell’attività di meretricio cui venga indotta con violenza e maltrattamenti laddove l’obbligo di pagare un prezzo per riscattare la condizione nativa di libertà acquista carattere determinato e tassativo e si configura come il quid pluris caratterizzante il reato di riduzione in «condizione analoga» alla schiavitù Cass. pen. sez. V 12 luglio 2002 n. 26636

Il reato di riduzione in schiavitù in caso di contestazione dell’aggravante di cui all’art. 602-ter comma primo lett.b) cod. pen. assorbe quello di cui all’art. 3 comma primo n. 8 legge n. 75 del 1958 quando i fatti siano diretti allo sfruttamento della prostituzione. Cass. pen. sez. III 23 luglio 2015 n. 32322

Ai fini della configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 600 comma terzo cod. pen. è necessario che il colpevole sia a conoscenza della minore età della persona offesa in quanto non è applicabile al delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù né l’art. 609 sexies cod. pen. né l’art. 47 cod. pen. trattandosi di fatto non previsto dalla legge come delitto colposo. Cass. pen. sez. III 22 dicembre 2008 n. 47444

Non integra il delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù la condotta posta in essere da chi pratichi l’accattonaggio per alcune ore del giorno facendosi aiutare dal figlio minore e ciò per l’assenza di una condizione di integrale asservimento ed esclusiva utilizzazione del minore ai fini di sfruttamento economico. (La Corte ha precisato che la condotta qualora sia continuativa e cagioni al minore sofferenze morali e materiali integra il meno grave delitto di maltrattamenti in famiglia e ove si risolva in un isolato episodio di mendicità la contravvenzione dell’impiego di minori nell’accattonaggio). Cass. pen. sez. V 28 novembre 2008 n. 44516

La circostanza aggravante prevista dal terzo comma dell’art. 600 c.p. come sostituito dall’art. 1 legge 11 agosto 2003 n. 228 concorrendo ad interpretare la espressione «poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà» di cui al primo comma utilizza una nozione di «schiavitù secondo il senso fatto proprio dall’art. 600 antecedentemente alla riforma come di proprietà assoluta sull’individuo e non di potere di utilizzazione della persona. Cass. pen. sez. fall. 6 ottobre 2004 n. 39044

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