(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Diffamazione

Articolo 595 - Codice Penale

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a € 1.032 (1) (2).
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a € 2.065 (1) (2).
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa (3) o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a € 516 (57 ss., 596599) (1).
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate (64).

Articolo 595 - Codice Penale

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a € 1.032 (1) (2).
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a € 2.065 (1) (2).
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa (3) o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a € 516 (57 ss., 596599) (1).
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate (64).

Note

(1) La multa originaria, fino a L. 10.000 prevista al primo comma, fino a L. 20.000 prevista al secondo comma e non inferiore a L. 5.000 prevista al terzo comma è stata aumentata di quaranta volte dall’art. 3 della L. 12 luglio 1961, n. 603, recante modificazioni al codice penale e successivamente quintuplicata dall’art. 113 della L. 24 novembre 1981, n. 689.
(2) Per i reati di competenza del giudice di pace previsti da questo comma si applica la pena pecuniaria della multa da € 258 a € 2.582 o la pena della permanenza domiciliare da sei giorni a trenta giorni ovvero la pena del lavoro di pubblica utilità per un periodo da dieci giorni a tre mesi, a norma dell’art. 52, comma 2, lett. a), del D.L.vo 28 agosto 2000, n. 274.
Per l’entrata in vigore si vedano gli artt. 63-65 del medesimo provvedimento.
(3) Nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applicano le disposizioni contemplate dall’art. 13 della L. 8 febbraio 1948, n. 47, recante disposizioni sulla stampa.

Tabella procedurale

Arresto: non consentito.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: non consentite.
Autorità giudiziaria competente: primo e secondo comma, Giudice di pace (4, lett. a), D.L.vo n. 274/2000);Tribunale monocratico per le aggravanti previste dall’art. 4, comma 3, del D.L.vo n. 274/2000; terzo e quarto comma, Tribunale monocratico. (33 ter c.p.p.)
Procedibilità: a querela di parte. (597; 336 c.p.p.)

Massime

In tema di diffamazione i valori della riservatezza e della dignità possono essere compressi nel bilanciamento con il diritto all’informazione espresso dal pubblico interesse alla notizia ma non possono essere compromessi oltre la soglia imposta dalla destinazione della notizia a soddisfare un bisogno sociale di conoscenza. (Fattispecie in tema di divulgazione della relazione extraconiugale del marito dell’imputata con la persona offesa). Cass. pen. sez. V 20 giugno 2019 n. 27616

La diffamazione che è reato di evento si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono le espressioni offensive e dunque nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state inserite in un messaggio di posta elettronica diretto a più destinatari non è sufficiente il mero inserimento nella rete ma occorre quanto meno la prova dell’effettivo recapito dello stesso ovvero che il messaggio sia stato “scaricato” mediante trasferimento sul dispositivo del destinatario. (In motivazione la Corte ha precisato che tale prova non deve essere necessariamente frutto di accertamenti tecnici potendo essere oggetto di testimonianza e anche di prova logica acquisita in via inferenziale ad esempio facendo riferimento all’accertata abitudine del destinatario di accedere con frequenza al “server” di posta elettronica). Cass. pen. sez. V 11 dicembre 2018 n. 55386

È da escludersi che il termine “omosessuale” abbia conservato nel presente contesto storico un significato intrinsecamente offensivo come forse poteva ritenersi in passato essendo entrato nell’uso comune. A differenza di altri appellativi che veicolano il medesimo concetto con chiaro intento denigratorio secondo i canoni del linguaggio corrente il termine in questione assume infatti un carattere di per sè neutro limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto evocato. Cass. pen. sez. V 29 novembre 2016 n. 50659  

Integra il reato di diffamazione la condotta lesiva dell’identità personale intesa come distorsione alterazione travisamento od offuscamento del patrimonio intellettuale politico religioso sociale ideologico o professionale dell’individuo o della persona giuridica quando viene realizzata mediante l’offesa della reputazione dei soggetti medesimi. Cass. pen. sez. V 17 ottobre 2011 n. 37383

Integra il delitto di diffamazione sotto il profilo della lesione della reputazione professionale dell’Ente la divulgazione a mezzo stampa di false notizie in ordine a presunti contrasti tra i soci principali di una società commerciale. Cass. pen. sez. V 17 ottobre 2011 n. 37383

Non integra il delitto di diffamazione (art. 595 c.p.) la condotta di colui che invii un esposto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati contenente dubbi e perplessità sulla correttezza professionale del proprio legale considerato che in tal caso ricorre la generale causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p. sub specie di esercizio del diritto di critica preordinato ad ottenere il controllo di eventuali violazioni delle regole deontologiche. Cass. pen. sez. V 21 settembre 2010 n. 33994

L’immunità parlamentare ex art. 68 comma primo Cost. così come quella riconosciuta ai consiglieri regionali in virtù dell’art. 122 comma quarto Cost. è limitata alle opinioni espresse e agli atti che presentino un chiaro nesso con il concreto esercizio delle funzioni anche se svolte in forme non tipiche o “extra moenia” purchè identificabili come espressione dell’esercizio funzionale a tanto non essendo sufficiente nè la comunanza di argomenti nè un mero contesto politico cui possano riferirsi. Cass. pen. sez. V 14 giugno 2010 n. 22716

Non integra il fatto costitutivo del delitto di diffamazione (art. 595 c.p.) la condotta di colui che con espressione congrua rappresenti la verità del fatto. (La S.C. ha affermato l’insussistenza della responsabilità a titolo di diffamazione nei confronti degli imputati i quali determinatisi a rilasciare dichiarazioni per generica solidarietà ignorando che le stesse fossero in realtà preordinate ad essere utilizzate in un procedimento disciplinare avevano scritto una lettera alle competenti autorità chiedendo l’inibizione dell’uso di dette dichiarazioni perché ‘carpite’. In motivazione la S.C. ha ritenuto che il significato dell’espressione ‘carpire’ sinonimo di acquisire ‘notizia con astuzia’ costituisse la rappresentazione che si voleva fornire all’autorità superiore per giustificare la richiesta di non utilizzazione delle dichiarazioni stesse e che dagli elementi acquisiti non era possibile escludere che quanto rappresentato nella comunicazione oggetto della imputazione rispondesse a verità). Cass. pen. sez. V 10 marzo 2010 n. 9634

Integra il delitto di diffamazione la condotta del datore di lavoro che indirizzi al proprio dipendente una lettera contenente espressioni offensive di cui informi anche il consiglio di amministrazione in quanto il potere gerarchico o comunque di sovraordinazione consente di richiamare ma non di ingiuriare il lavoratore dipendente o di esorbitare dai limiti della correttezza e del rispetto della dignità umana con espressioni che contengano un’intrinseca valenza mortificatrice della persona e si dirigano piche all’azione censurata alla figura morale del dipendente traducendosi in un attacco personale sul piano individuale che travalichi ogni ammissibile facoltà di critica (Nella specie la lettera indirizzata al dipendente e resa nota al consiglio di amministrazione conteneva le seguenti espressioni: “appare penoso dover constatare l’utilizzo di certi mezzucci da mezze maniche per fregare il proprio datore di lavoro”). Cass. pen. sez. V 17 febbraio 2009 n. 6758

In tema di diffamazione integra la lesione della reputazione altrui non solo l’attribuzione di un fatto illecito perché posto in essere contro il divieto imposto da norme giuridiche assistite o meno da sanzione ma anche la divulgazione di comportamenti che alla luce dei canoni etici condivisi dalla generalità dei consociati siano suscettibili di incontrare la riprovazione della “communis opinio”. (In applicazione di questo principio la S.C. ha censurato la decisione con cui il giudice di appello aveva escluso la responsabilità dell’imputato a titolo di diffamazione per avere attribuito comunicando con più soggetti alla persona offesa una relazione sentimentale in costanza di fidanzamento con un altro uomo ritenendo tale condotta idonea ad esporla al pubblico biasimo e conseguentemente a ledere la sua reputazione). Cass. pen. sez. V 29 ottobre 2008 n. 40359

Il consenso alla pubblicazione di una foto non vale come scriminante del delitto di diffamazione se l’immagine sia riprodotta in un contesto diverso da quello per cui il consenso sia prestato che implichi valutazioni peculiari anche negative sulla persona effigiata. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha affermato la responsabilità del direttore di un quotidiano ex art. 57 e 595 c.p. per avere pubblicato sulla prima pagina del giornale un articolo dal titolo «Terapeuti a quattro zampe » corredato della foto di una minore in compagnia di un gatto lasciando intendere che la bimba fosse sottoposta a trattamento terapeutico per autismo o handicap psicomotorio ). Cass. pen. sez. V 22 luglio 2008 n. 30664

Non integra il delitto di diffamazione la condotta di colui che in qualità di sindaco di un Comune indirizzi una missiva al presidente della Provincia committente del servizio di pulizia delle strade definendo il servizio svolto dall’appaltatore come risultato di «menefreghismo » e di «scarsa professionalità » considerato che dette espressioni non hanno portata offensiva in quanto il sindaco ha non solo il potere ma il dovere di controllare nell’interesse dei cittadini l’esatto adempimento del contratto di appalto e di rappresentare al committente le proprie valutazioni critiche. Cass. pen. sez. V 8 maggio 2008 n. 18799

Non integra il delitto di diffamazione la segnalazione al competente Consiglio dell’ordine di comportamenti deontologicamente scorretti tenuti da un libero professionista nei rapporti con il cliente denunciante sempre che gli episodi segnalati siano rispondenti al vero perché il cliente per mezzo della segnalazione esercita una legittima tutela dei suoi interessi. Cass. pen. sez. V 23 gennaio 2008 n. 3565

In tema di diffamazione attribuita ad un parlamentare non sussistono i presupposti di fatto per sollevare da parte dell’A.G. conflitto di attribuzione a fronte di una delibera di insindacabilità emessa ai sensi dell’art. 68 comma primo della Costituzione dalla competente Camera quando la suddetta delibera risulti basata sull’esistenza di un nesso funzionale tra opinione espressa ed attività non genericamente politica bensì parlamentare anche se le caratteristiche di quest’ultima e di conseguenza quelle dello stesso nesso funzionale non possono essere rigorosamente definite in astratto in ragione dell’inscindibile legame tra conflitto e singola fattispecie. (In applicazione di tale principio la Corte rilevando che anche l’invio di una lettera avente contenuto offensivo – purchè strettamente legato alla materia con atti tipici della funzione parlamentare – rientra tra le modalità di espressione della funzione stessa ha annullato senza rinvio la sentenza di secondo grado,che non avendo apprezzato «con evidenza» una causa di proscioglimento nel merito aveva dichiarato l’estinzione per prescrizione del reato di diffamazione consistita nell’essersi il parlamentare prestato ad una diffusione di una lettera anonima contenente affermazioni diffamatorie nell’ambiente accademico ove il querelante era titolare di cattedra). Cass. pen. sez. V 9 agosto 2005 n. 30255

In tema di diffamazione addebitata a soggetto investito di mandato parlamentare deve escludersi che le prerogative connesse a tale mandato con particolare riguardo a quella dell’insindacabilità delle opinioni stabilita dall’art. 68 Cost. possano estendersi fino a coprire le affermazioni rese nel corso di interviste giornalistiche atteso che pur volendosi ritenere che l’esercizio del mandato parlamentare non sia circoscritto al solo ambito materiale istituzionalmente preposto allo svolgimento delle relative funzioni la sfera delle guarentigie non può comunque riguardare l’attribuzione di fatti particolari lesivi dell’onorabilità di terzi al di fuori di qualsivoglia nesso pertinenziale con l’esercizio delle ordinarie attribuzioni ordinamentali. (Nella specie in applicazione di tali principi la Corte ha ritenuto che l’affermazione contenuta in una intervista resa da un parlamentare ad un organo di stampa secondo cui un altro parlamentare suo collega sarebbe stato uso ad andare in giro armato nei locali della Camera di appartenenza sarebbe stata di per sé idonea a rendere configurabile il reato di diffamazione se nella specie essa non fosse stata invece giustificata dalla legittima finalità di meglio accreditare la riconosciuta esistenza di comportamenti minacciosi effettivamente subiti dall’intervistato per ragioni politiche ad opera del collega cui egli si riferiva). (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. V 20 agosto 2002 n. 29880  

In tema di diffamazione attribuita ad un parlamentare non sussistono i presupposti di fatto per sollevare da parte dell’A.G. conflitto di attribuzione a fronte di una delibera di insindacabilità emessa ai sensi dell’art. 68 comma primo della Costituzione dalla competente Camera quando la suddetta delibera risulti basata sul presupposto che l’imputato pur al di fuori delle sedi istituzionali e non riportando esattamente quanto già esposto in dette sedi abbia reso le dichiarazioni obiettivamente diffamatorie nell’ambito dell’attività legittimamente volta a coltivare con comizi assemblee dibattiti radiofonici o televisivi il rapporto con i cittadini allo scopo di ottenerne consenso per le sue iniziative politiche. (In applicazione di tale principio la Corte – rilevando che nella delibera di insindacabilità era stato evidenziato che l’imputato in Parlamento si era reso promotore di iniziative volte a limitare i poteri della Magistratura inquirente ed aveva formulato censure in relazione ad ipotizzate interferenze di magistrati nella attività politica – ha annullato senza rinvio la sentenza di secondo grado che aveva confermato la condanna dell’imputato per diffamazione consistita nell’avere egli nel corso di due trasmissioni televisive accusato un procuratore della Repubblica di operare secondo logiche partitiche e di costruire «teoremi» politico-giudiziari). Cass. pen. sez. V 3 maggio 2002 n. 16195

In tema di diffamazione addebitata ad un soggetto rivestente la qualifica di parlamentare la non perseguibilità del soggetto per le opinioni espresse richiede che tali opinioni siano strettamente connesse con la funzione pubblica esercitata. Detta funzione può ovviamente essere espletata anche al di fuori delle aule del Parlamento e può certamente consistere nella attività politica che si svolge nel corso di un comizio durante il quale il deputato illustrati le sue iniziative parlamentari e ricerchi per la buona riuscita delle stesse il sostegno dei cittadini. Invero il momento di mediazione tra la istituzione parlamentare e l’opinione pubblica o il corpo elettorale cui il politico deve rendere conto deve ritenersi strettamente connesso alla funzione parlamentare e quindi tutelata dalla causa di non punibilità di cui all’art. 68 comma 1 della Costituzione. (Fattispecie in cui nel corso di un comizio un deputato aveva adoperato espressioni ingiuriose a carico di magistrati impegnati in Sicilia nell’azione di contrasto alla criminalità mafiosa. Nello stesso periodo temporale l’uomo politico aveva formulato più interrogazioni parlamentari criticando la gestione da lui ritenuta non corretta della Procura di Palermo. La Suprema Corte nell’enunciare il principio di diritto sopra riportato ha ravvisato nel comportamento dell’imputato una attività volta alla ricerca del consenso popolare necessario per sostenere le sue iniziative parlamentari). Cass. pen. sez. V 17 aprile 2000 n. 4678

Non osta all’integrazione del reato di diffamazione l’assenza di indicazione nominativa del soggetto la cui reputazione è lesa se lo stesso sia ugualmente individuabile sia pure da parte di un numero limitato di persone. (Fattispecie in tema di diffamazione a mezzo stampa). Cass. pen. sez. V 25 febbraio 2011 n. 7410

In tema di diffamazione a mezzo stampa il diritto alla creazione letteraria non può scriminare offese gratuitamente rivolte ad un soggetto identificato o comunque facilmente identificabile e privo di rilievo nella dimensione storica e sociale rappresentata in quanto non è mai lecita la rappresentazione negativa di persone che non abbiano significative responsabilità individuali ; né detta individuazione è necessaria ai fini del risultato d’espressione artistica o di critica sociale conseguibile anche con riferimenti generici o di fantasia ; d’altro canto l’esercizio del diritto di critica scrimina l’offesa altrimenti illecita solo nei limiti in cui essa sia indispensabile per l’esercizio del diritto costituzionalmente garantito dall’art. 21 con la conseguenza che rimangono ugualmente punibili le espressioni «gratuite » cioè non necessarie all’esercizio del diritto in quanto inutilmente volgari umilianti o dileggianti. Cass. pen. sez. V 5 novembre 2008 n. 41283

Per l’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa in mancanza di indicazione specifica è sufficiente il riferimento inequivoco a fatti e circostanze di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato soggetto. Cass. pen. sez. V 30 giugno 2004 n. 28661

L’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa in mancanza di indicazione specifica ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato soggetto deve essere deducibile in termini di affidabile certezza dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa quale si desume anche dal contesto in cui è inserita. Cass. pen. sez. V 23 febbraio 2000 n. 2135

In tema di diffamazione sussiste l’esimente dell’esercizio del diritto di critica sindacale nel caso in cui il segretario di un’organizzazione rappresentativa degli interessi dei lavoratori indirizzi una missiva a vari dirigenti amministrativi con cui si censurano le scelte del direttore medico responsabile di un servizio di un’Azienda USL in materia di espletamento di tale servizio ponendone in dubbio la regolarità e denunciando favoritismi. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto che nella missiva fossero rilevabili da un lato espressioni non già con carattere di aggressione personale bensì funzionali allo svolgimento della rappresentanza dei lavoratori coinvolti dall’altro l’utilizzo di modalità di estrinsecazione del diritto di critica entro i limiti della continenza espressiva benché aspre). Cass. pen. sez. V 20 settembre 2013 n. 38962

In tema di delitti contro l’onore l’elemento psicologico della diffamazione consiste non solo nella consapevolezza di pronunziare o di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione ma anche nella volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone. Pertanto è necessario che l’autore della diffamazione comunichi con almeno due persone ovvero con una sola persona ma con tali modalità che detta notizia sicuramente venga a conoscenza di altri ed egli si rappresenti e voglia tale evento. Cass. pen. sez. V 13 ottobre 2010 n. 36602

Non integra il delitto di diffamazione la condotta di colui che pronunci espressioni offensive inconsapevole del fatto di essere ascoltato dalla persona offesa e in presenza di una sola persona (nella specie la madre dell’offeso ) qualora egli non manifesti la volontà che le dette espressioni siano ulteriormente propalate in quanto ai fini dell’integrazione della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 595 c.p. è necessario che l’espressione offensiva sia destinata nelle stesse intenzioni del soggetto attivo ad essere riferita ad almeno un’altra persona che ne abbia successivamente conoscenza. Cass. pen. sez. V 31 marzo 2008 n. 13550

In tema di diffamazione con il mezzo della stampa perché sia integrato il dolo in capo a chi ha concesso un’intervista non è necessario un consenso specifico alla pubblicazione della notizia diffamatoria in quanto la stessa concessione dell’intervista presuppone salvo prova del contrario il consenso alla diffusione delle notizie fornite all’intervistatore nel corso dell’incontro. Cass. pen. sez. I 29 agosto 2001 n. 32447

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica storica postula che l’autore utilizzi fonti attendibili e verificabili segua un percorso logico non pretestuoso e si esprima con termini appropriati e continenti non assumendo invece rilievo in sede penale la completezza delle fonti bibliografiche compulsate né la perspicacia dei giudizi formulati. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto l’esimente in relazione ad una pubblicazione avente ad oggetto la ricostruzione di un episodio della resistenza partigiana la strage di Rovetta nella quale il ricorrente aveva formulato “con logica discutibile e claudicante” l’ipotesi della corresponsabilità della persona offesa fondandosi però su una serie di indizi corrispondenti a dati reali e correttamente esposti prospettati insieme all’opinione dissenziente espressa da altri storici in modo da consentire al lettore di “apprezzare la forza del ragionamento e di farsi una propria opinione sul fatto”). Cass. pen. sez. V 17 ottobre 2019 n. 42755

In tema di diffamazione nell’ambito delle trasmissioni dedicate al c.d. “gossip” caratterizzate dalla spettacolarizzazione del pettegolezzo i limiti dell’interesse pubblico alla conoscenza del fatto e della continenza espressiva immanenti all’esercizio del diritto di critica assumono una maggiore elasticità in considerazione del contesto dialettico nel quale si sono realizzate le condotte e in particolare il parametro dell’interesse pubblico alla conoscenza del fatto che in siffatte trasmissioni ruota attorno alla curiosità determinata dalla vita privata di personaggi noti deve necessariamente ampliarsi tenendo in considerazione anche la scelta dell’interessato di partecipare a siffatti dibattiti che implica la volontaria esposizione al pericolo che vengano colpiti da critica anche aspetti della sfera personale ulteriori rispetto a quelli che egli ha deciso di rendere noti; mentre la continenza espressiva deve valutarsi secondo i parametri propri della critica di costume che consente toni anche sferzanti purché non gratuiti e pertinenti al fatto narrato e al concetto da esprimere. Cass. pen. sez. V 22 luglio 2019 n. 32829

In tema di diffamazione l’esercizio del diritto di critica reso legittimo dall’interesse pubblico della notizia e dalla funzione pubblica esercitata dal soggetto criticato non autorizza l’offesa rivolta alla sfera privata di quest’ultimo mediante l’uso di espressioni che si risolvano nella denigrazione della persona. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la sentenza che aveva ravvisato la scriminante del diritto di critica nella condotta dell’imputato che nel commentare sul proprio sito “web” l’attività di una donna architetto in servizio presso una soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici aveva fatto gratuito riferimento a presidi sanitari di ordinario utilizzo femminile con un chiaro coinvolgimento della persona e della sua sfera intima). Cass. pen. sez. V 19 marzo 2019 n. 12180

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica giudiziaria non deve trasmodare nel dileggio e nella gratuita attribuzione di malafede a chi conduce le indagini ovvero in condotte lesive della reputazione professionale e dell’intangibilità della sfera di onorabilità del pubblico ministero in quanto ogni provvedimento giudiziario può essere oggetto di critica anche aspra purché questa non si risolva in un attacco alla stima di cui gode il soggetto criticato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto intrinsecamente offensive – senza dunque necessità di approfondimenti sull’elemento soggettivo del reato le dichiarazioni fatte dall’imputato di professione avvocato ad un incontro pubblico su fatti di grave allarme sociale secondo cui il pubblico ministero competente “voleva chiudere l’indagine in un sol modo prima ancora di cominciarla” conducendo una “pseudoindagine” in quanto intese ad attribuire al medesimo l’esercizio del proprio ruolo professionale sulla scorta di un’idea preconcetta). Cass. pen. sez. V 4 ottobre 2016 n. 41671

In tema di delitti contro l’onore il requisito della continenza non può essere evocato come strumento oggettivo di selezione degli argomenti sui quali fondare la comunicazione dell’opinione al fine di costituire legittimo esercizio del diritto di critica selezione che invece spetta esclusivamente al titolare di tale diritto giacché altrimenti il suo contenuto ne risulterebbe svuotato in spregio del diritto costituzionale di cui all’art. 21 Cost.. Il rispetto del canone della continenza esige invece che le modalità espressive dispiegate siano proporzionate e funzionali alla comunicazione dell’informazione e non si traducano pertanto in espressioni che in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato. Pertanto il requisito della continenza quale elemento costitutivo della causa di giustificazione del diritto di critica attiene alla forma comunicativa ovvero alle modalità espressive utilizzate e non al contenuto comunicato. Cass. pen. sez. V 30 aprile 2015 n. 18170

In tema di diffamazione è configurabile l’esimente dell’esercizio del diritto di critica politica nel caso in cui un consigliere di minoranza di un ordine professionale diffonda – a mezzo “e mail”- la notizia di aver presentato un esposto nei confronti di altri consiglieri del medesimo ordine con l’accusa di aver percepito indebitamente rimborsi per la partecipazione ad un convegno in quanto gli ordini professionali sono ai sensi degli artt. 45-49 del d.P.R. n. 328 del 2001 enti di diritto pubblico ferma restando la necessità di verificare che la riprovazione non trasmodi in un attacco personale portato direttamente alla sfera privata dell’offeso e non sconfini nella contumelia e nella lesione della reputazione dell’avversario. Cass. pen. sez. V 29 gennaio 2014 n. 4031

In tema di diffamazione ai fini della applicazione dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica non può prescindersi dal requisito della verità del fatto storico ove tale fatto sia posto a fondamento della elaborazione critica. Cass. pen. sez. I 3 ottobre 2013 n. 40930

In tema di diffamazione il limite della continenza nel diritto di critica è superato in presenza di espressioni che in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato. Pertanto il contesto nel quale la condotta si colloca può essere valutato ai limitati fini del giudizio di stretta riferibilità delle espressioni potenzialmente diffamatorie al comportamento del soggetto passivo oggetto di critica ma non può in alcun modo scriminare l’uso di espressioni che si risolvano nella denigrazione della persona di quest’ultimo in quanto tale. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha escluso la scriminante del diritto di critica nei confronti degli imputati che avevano affisso nelle bacheche aziendali e diffuso con volantini un comunicato in cui contestando la posizione dissenziente di un iscritto alla C.G.I.L. lo si definiva ‘notoriamente imbecille’. Cass. pen. sez. V 13 aprile 2011 n. 15060

In tema di diffamazione a mezzo stampa il rispetto della verità del fatto assume in riferimento all’esercizio del diritto di critica politica un limitato rilievo necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza sul versante del diritto di cronaca in quanto la critica quale espressione di opinione meramente soggettiva ha per sua natura carattere congetturale che non può per definizione pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica. Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è pertanto essenzialmente quello del rispetto della dignità altrui non potendo lo stesso costituire mera occasione per gratuiti attacchi alla persona ed arbitrarie aggressioni al suo patrimonio morale anche mediante l’utilizzo di “argumenta ad hominem”. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il Gup ha dichiarato non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato nei confronti di un vice presidente della provincia il quale aveva rilasciato dichiarazioni su un corteo organizzato da Forza Nuova stigmatizzando il fatto “che spazi politici e di espressione siano lasciati a disposizione di organizzazioni chiaramente fasciste e che sono portatori di valori quali la xenofobia il razzismo la violenza e l’antisemitismo” dichiarazioni riportate virgolettate dall’articolista). Cass. pen. sez. V 10 febbraio 2011 n. 4938

In tema di diffamazione a mezzo stampa la sussistenza dell’esimente del diritto di critica presuppone per sua stessa natura la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui la cui offensività possa tuttavia trovare giustificazione nella sussistenza del diritto di critica a condizione che l’offesa non si traduca in una gratuita ed immotivata aggressione alla sfera personale del soggetto passivo ma sia contenuta (requisito della continenza) nell’ambito della tematica attinente al fatto dal quale la critica ha tratto spunto fermo restando che entro tali limiti la critica siccome espressione di valutazioni puramente soggettive dell’agente può anche essere pretestuosa ed ingiustificata oltre che caratterizzata da forte asprezza. (Fattispecie in cui un consigliere regionale aveva affermato in intervista rilasciata a un quotidiano – con riferimento alla scarcerazione di numerosi stranieri arrestati per violazione della legge sugli stupefacenti – “non è la prima volta che a Bergamo si butta all’aria per cavilli burocratici un lavoro di mesi delle forze dell’ordine” e ” a questo punto certi magistrati anziché pensare a ‘resistere resistere resistere dovrebbero pensare a lavorare lavorare lavorare” aggiungendo l’invito a riflettere “tra uno sciopero e l’altro sullo stato d’animo dei cittadini residenti nella zona interessata allo spaccio di stupefacenti). Cass. pen. sez. V 27 gennaio 2011 n. 3047

Ai fini dell’accertamento della sussistenza della scriminante dell’esercizio del diritto di critica politica il giudice deve considerare sia l’estrema opinabilità degli argomenti che la sostengono sia la possibilità che i giudizi siano espressi in modo da far trasparire una radicale contrapposizione e un rifiuto delle altrui posizioni. (Fattispecie relativa al termine “assassino” attribuito all’autore dell’omicidio in danno del filosofo Giovanni Gentile). Cass. pen. sez. V 21 gennaio 2011 n. 1914

In tema di reati contro l’onore non sussiste la causa di giustificazione del diritto di critica politica qualora nel corso di una pubblica assemblea il Sindaco ed un consigliere di maggioranza accusino un consigliere di minoranza avvocato e promotore di un comitato preordinato ad impedire l’urbanizzazione di un’area verde sita nel centro abitato di avere indotto un cittadino carpendone la buona fede a sottoscrivere un ricorso amministrativo per impugnare una concessione edilizia relativa alla detta area verde trattandosi di espressioni apertamente denigratorie della dignità e credibilità professionale della persona offesa e dunque inidonee ad assurgere alla dignità di legittima critica politica in quanto nella specie l’interesse dell’opinione pubblica è quello di conoscere le ragioni delle parti politiche in contrasto sulla destinazione dell’area verde; né d’altra parte la contesa politica può svolgersi sul piano dell’invettiva personale di guisa che per acquisire consensi in danno dei contraddittori sia lecito ad una parte politica diffondere in pubblico considerazioni denigratorie di carattere personale o professionale nei confronti degli oppositori. Cass. pen. sez. V 19 ottobre 2010 n. 37220

In tema di delitti contro l’onore il requisito della continenza quale elemento costitutivo della causa di giustificazione del diritto di critica riguarda le espressioni utilizzate mentre la continenza non può essere evocata come argomento a copertura della pretesa di selezione degli argomenti attraverso i quali si formula la critica perché quest’ultima quale valore fondante fissato nella Costituzione non può che basarsi sulla assoluta libertà di scelta degli argomenti sui quali si articola la esposizione del proprio pensiero sempre che sussistano gli altri due requisiti e cioè la verità del fatto da cui muove la critica e l’interesse sociale a conoscerla. (Fattispecie nella quale è stata esclusa la sussistenza del reato di cui all’art. 595 c.p. nei confronti dell’imputato – il quale in qualità di primario di un ospedale aveva riferito a una paziente che un medico di quella struttura non avrebbe più eseguito interventi chirurgici perché prossimo ad essere allontanato dall’azienda ospedaliera e ad un’altra paziente che la ragione dell’allontanamento era la produzione di danni gravi per la stessa azienda – ritenendo che la prima comunicazione era priva di contenuto offensivo e la seconda era scriminata sia per la verità dei fatti riferiti che per la continenza delle espressioni utilizzate). Cass. pen. sez. V 13 ottobre 2010 n. 36602

In tema di diffamazione espressioni che trasmodino in un’incontrollata aggressione verbale del soggetto criticato e si concretizzino nell’utilizzo di termini gravemente infamanti e inutilmente umilianti superano il limite della continenza nell’esercizio del diritto di critica. Cass. pen. sez. V 28 luglio 2010 n. 29730

Sussiste l’esimente dell’esercizio del diritto di critica storica e politica nel caso in cui con varie lettere indirizzate ad un quotidiano locale e da questo pubblicate si critichi il raduno dell’associazione ‘Forza Nuova’ svoltosi nella città di Trieste utilizzando le espressioni ‘nazifascisti’ e ‘neonazisti’ in quanto alla luce dei dati storici e dell’assetto normativo vigente durante il ventennio fascista segnatamente delle leggi razziali (r.d. n. 1728 del 1938 e relative leggi di attuazione) la qualità di ‘fascista’ non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo il che fornisce base di verità alle predette lettere di critica in relazione a quei termini oggettivamente offensivi ma che non hanno equivalenti e non sono sproporzionati ai fini del concetto da esprimere. Cass. pen. sez. V 21 maggio 2010 n. 19449

In tema di diffamazione le critiche di scarsa professionalità e inadeguatezza pubblicamente rivolte a un pubblico ufficiale sempre che non abbiano modalità e contenuti insultanti esprimono giudizi di valore attingenti l’agire pubblico del destinatario e sono pertanto di per sé dotate del carattere della continenza. (Fattispecie relativa a diffamazione militare erroneamente ritenuta dal giudice di merito per la sola circostanza della pubblicazione di alcuni manifesti nella città sede del corpo militare di appartenenza dell’agente e del superiore dichiaratamente offeso dal reato che facevano riferimento a “inaudite prevaricazioni” e al mancato rispetto delle leggi perpetrati dall’ufficiale presunto diffamato). Cass. pen. sez. I 1 dicembre 2009 n. 46107

In tema di diffamazione per la sussistenza dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica è necessario che quanto riferito non trasmodi in gratuiti attacchi alla sfera personale del destinatario e rispetti un nucleo di veridicità in mancanza del quale la critica sarebbe pura congettura e possibile occasione di dileggio e di mistificazione fermo restando che l’onere del rispetto della verità è più attenuato rispetto all’esercizio del diritto di cronaca in quanto la critica esprime un giudizio di valore che in quanto tale non può pretendersi rigorosamente obiettivo. Cass. pen. sez. V 13 novembre 2009 n. 43403

Per la configurazione del concorso nel reato (art. 110 c.p.) il quale richiede che l’azione incriminata sia frutto di volontaria adesione alla condotta tipica altrui occorre che il soggetto passivo non abbia chiesto ausilio all’ipotizzato concorrente nel reato o che gli abbia dato un mandato di cui il mandatario abbia abusato o almeno che ne sia stato dissuaso dal sottrarsi alla minaccia; con la conseguenza che in assenza di prove certe ed univoche che accertino la sussistenza di tali elementi la condotta di colui che consegni una somma di denaro all’autore di un’estorsione in nome dell’offeso non integra gli estremi del reato di concorso in estorsione (art. 110 e 629 c.p.). Cass. pen. sez. V 20 luglio 2009 n. 30080

In tema di diritto di critica giudiziaria non è scriminante la condotta di attribuzione di parzialità per ragioni politiche ad un soggetto che esercita la funzione giudiziaria in quanto intrinsecamente offensiva. (Fattispecie nella quale un opinionista televisivo aveva accusato un pubblico ministero di avere esercitato per ragioni politiche l’azione penale in danno di un noto imprenditore per il reato di finanziamento illecito ad un partito politico e di non avere fatto altrettanto in relazione ai finanziamenti illecitamente ricevuti da altro partito politico antagonista; la Corte ha anche precisato che la scriminante postula comunque il rispetto del dovere di verità laddove nella specie l’azione penale “de qua” era stata esercitata da altro pubblico ministero). Cass. pen. sez. V 10 marzo 2009 n. 10631

In tema di diffamazione nei confronti di un magistrato il provvedimento giudiziario può essere oggetto di critica anche aspra in ragione dell’opinabilità degli argomenti che li sostengono ma non è lecito trasmodare in critiche virulente che comportino il dileggio dell’autore del provvedimento stesso. Cass. pen. sez. V 20 gennaio 2009 n. 2066

In tema di diffamazione il divieto di “excepio veritatis” alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 596 comma primo c.p. non può trovare applicazione qualora l’autore del fatto incriminato abbia agito nell’esercizio di un diritto ex art. 51 c.p. e quindi non solo nell’ipotesi di diritto di cronaca spettante al giornalista ma in ogni caso in cui si prospetti il legittimo esercizio del diritto di critica. (In applicazione di questo principio la S.C. ha censurato la decisione con cui il giudice di appello ha confermato la responsabilità a titolo del reato di cui all’art. 595 c.p.- nei confronti di alcuni collaboratori di una società che avevano indirizzato ai clienti della stessa società una “e-mail” con la quale si attribuiva a quest’ultima l’inosservanza del contratto collettivo di lavoro e l’inadempimento degli obblighi retributivi – rigettando l’istanza di produzione documentale volta a dimostrare la veridicità delle affermazioni contenute nella missiva senza avere motivatamente escluso che il messaggio di posta elettronica incriminato fosse stato inviato nell’esercizio di un diritto di critica; cfr. Corte cost. n. 175 del 1971). Cass. pen. sez. V 15 gennaio 2009 n. 1369

In tema di diffamazione integra la causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di critica politica l’espressione «protettori di illegalità » pronunciata da un consigliere comunale in sede istituzionale riferita al periodo in cui taluni soggetti avevano ricoperto la carica di sindaco. (In applicazione di questo principio la S.C. ha censurato la decisione con cui il giudice di merito aveva affermato la responsabilità penale del predetto consigliere a titolo di diffamazione ). Cass. pen. sez. V 2 aprile 2008 n. 13880

Il reato di diffamazione oggettivamente configurabile nel fatto di definire taluno come «furfante » o «responsabile di furfanterie » può ritenersi scriminato in virtù dell’art. 51 c.p. quando detta definizione si collochi in un contesto di polemica politica significando il ritenuto disvalore di scelte che si assumano compiute in contrasto con l’interesse collettivo. Cass. pen. sez. V 31 marzo 2008 n. 13565

In tema di diffamazione sussiste l’esimente del diritto di critica politica qualora all’esito di una seduta consiliare un consigliere comunale rivolga – dirigendosi verso la postazione della stampa – all’indirizzo di un collega di partito l’espressione ‘è un Giudà considerato che il diritto di critica si concreta nell’espressione di un giudizio o di un’opinione che come tale non può essere rigorosamente obiettiva ed a maggior ragione ciò vale in ambito politico in cui risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica e che nella specie l’epiteto succitato trae origine dall’intendimento di portare a conoscenza della pubblica opinione la scelta della parte civile di dissociarsi dalla linea ufficiale del gruppo di appartenenza votando contro la delibera da questo proposta nonostante nella pre-riunione non avesse sollevato obiezioni di sorta. Cass. pen. sez. V 28 febbraio 2008 n. 9084

Sussiste l’esimente del diritto di critica qualora – con una missiva indirizzata al Sindaco e alla Giunta locali – si accusino alcuni vigili urbani di “scarsa professionalità” e di “superficialità mista a incoscienza e presuntuosità” in relazione al rilevamento degli incidenti stradali considerato che tali espressioni costituiscono giudizi di valore e che essi rispettano i canoni della pertinenza e della continenza. Cass. pen. sez. V 2 ottobre 2007 n. 36077

In tema di diffamazione a mezzo stampa ricorre l’esimente del diritto di critica giudiziaria allorché sussista il requisito della verità del fatto riferito e criticato l’interesse pubblico alla notizia e la continenza espressiva. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto sussistente l’esimente del diritto di critica in relazione a talune espressioni contenute in un articolo apparso su un quotidiano nazionale con il quale si censurava l’operato di un magistrato del Pubblico Ministero per avere prestato in ordine ad un gravissimo delitto il suo consenso al patteggiamento in appello che aveva comportato una drastica riduzione di pena nonché per una serie di dichiarazioni sul caso che egli aveva rilasciato nel corso di un intervista; in particolare la S.C. ha ritenuto che l’accusa di « subalternità psicologica» nei confronti della famiglia dell’imputato ricca e potente – avanzata dal giornalista nei confronti del P.M. in questione – costituisse argomento atto a rinvenire una plausibile spiegazione ad una ritenuta grave ingiustizia e non già a denigrare la persona del requirente). Cass. pen. sez. V 12 settembre 2007 n. 34432

Integra il delitto di diffamazione la diffusione di un manifesto-volantino nel quale si definisca il Sindaco di un Comune come «gaglioffo» e «azzeccagarbugli» non potendosi tali attributi giustificare con il legittimo esercizio del diritto di critica politica. Cass. pen. sez. V 9 agosto 2007 n. 32577

In tema di diffamazione il ricorso all’epiteto «fascista» riferito da un avversario ad un politico per stigmatizzarne il comportamento costituisce legittimo esercizio del diritto di critica politica se utilizzato non come argumentum ad hominem bensì per paragonare il suo modo di governare ed amministrare la cosa pubblica ad una ideologia e ad una prassi politica ritenute scarsamente rispettose degli oppositori. (Fattispecie in tema di offese rivolte nei confronti del Sindaco da un consigliere dell’opposizione nel corso di una seduta del Consiglio comunale che lo aveva definito tra l’altro «fascista nel senso più deteriore del termine»). Cass. pen. sez. V 20 luglio 2007 n. 29433

In tema di esercizio del diritto di critica giudiziaria il ruolo fondamentale svolto dalla libertà di stampa nel dibattito democratico non consente di escludere che essa si esplichi anche in attacchi al potere giudiziario. La critica nei confronti delle istituzioni giudiziarie tuttavia è soggetta a limiti più rigorosi rispetto a quella riguardante altri soggetti pubblici in considerazione del dovere di riservatezza che impedisce ai magistrati presi di mira di reagire agli atti a loro rivolti. (Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che la polemica contenuta in un articolo di stampa riguardante la conduzione di un noto filone di indagini giudiziarie non solo si inseriva in una situazione nella quale non essendovi indagini in corso non vi era motivo di riservatezza che impedisse al magistrato del pubblico ministero di reagire ma soprattutto che era stato lo stesso magistrato con una intervista rilasciata ad un quotidiano a tiratura nazionale ad aver in qualche modo “reagito” alla suddetta polemica). (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. V 2 luglio 2007 n. 25138

In materia di diffamazione a mezzo stampa sussiste l’esimente del diritto di critica nel caso in cui il portavoce di una organizzazione sindacale – nel caso di specie del settore sanitario – riferisca in una conferenza stampa la notizia del rinvio a giudizio per i reati di abuso di ufficio e falso di un soggetto titolare di una casa di cura privata inserendo tale notizia in una generale denuncia sociale posta in essere dal sindacato contro il malaffare nella sanità per la gestione delle strutture sanitarie pubbliche richiamando sia dati numerici relativi agli interventi eseguiti presso le cliniche private sia collegamenti tra personaggi del settore sanitario e fatti di mafia effettuati in base a dati di cronaca. Cass. pen. sez. I 18 maggio 2007 n. 19427

L’esimente del diritto di critica è configurabile quando il discorso giornalistico abbia un contenuto prevalentemente valutativo e si sviluppi nell’alveo di una polemica intensa e dichiarata su temi di rilevanza sociale senza trascendere in attacchi personali finalizzati all’unico scopo di aggredire la sfera morale altrui non richiedendosi neppure – a differenza di quanto si verifica con riguardo al diritto di cronaca – che la critica sia formulata con riferimento a precisi dati fattuali sempre che il nucleo ed il profilo essenziale dei fatti non siano strumentalmente travisati e manipolati. (Nel caso di specie la Corte ha ritenuto sussistente l’esimente del diritto di critica in riferimento ad un articolo di stampa nel quale veniva espresso un giudizio sull’operato di un pubblico ministero definendolo «sprovveduto» ed «incauto» in quanto la figura istituzionale del criticato – magistrato designato alla trattazione dibattimentale ed al coordinamento di indagini di grande rilievo sociale e criminale – rendeva legittima la critica giornalistica in base al consolidato principio che in democrazia a maggiori poteri corrispondono maggiori responsabilità e l’assoggettamento al controllo da parte dei cittadini esercitabile anche attraverso il diritto di critica). Cass. pen. sez. V 20 marzo 2007 n. 11662 

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica richiede la verità del fatto attribuito e assunto a presupposto delle espressioni criticate in quanto – fermo restando che la realtà può essere percepita in modo differente e che due narrazioni dello stesso fatto possono perciò stesso rivelare divergenze anche marcate – non può essere consentito attribuire ad un soggetto specifici comportamenti mai tenuti o espressioni mai pronunciate per poi esporlo a critica come se quei fatti o quelle espressioni fossero effettivamente a lui riferibili; pertanto limitatamente alla verità del fatto non sussiste alcuna apprezzabile differenza tra l’esimente del diritto di critica e quella del diritto di cronaca costituendo per entrambe presupposto di operatività. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha ritenuto integrato il delitto di cui all’art. 595 c.p. ed escluso conseguentemente l’esimente del diritto di critica nei confronti dell’autore di un libro contenente accuse di deviazionismo giudiziario nei confronti di alcuni magistrati appartenenti all’Ufficio del Pubblico Ministero in assoluta mancanza di prove). Cass. pen. sez. V 23 febbraio 2007 n. 7662

Non sussiste l’esimente del diritto di critica politica (art. 51 c.p.) qualora il tenore delle espressioni utilizzate ecceda i limiti della continenza il che si verifica qualora nel corso di un comizio elettorale si paragoni l’avversario politico a «Giuda Iscariota» e lo si accusi di essersi venduto per «trenta denari» posto che tale accostamento comporta l’attribuzione di caratteristiche infamanti. Cass. pen. sez. V 7 febbraio 2007 n. 4991

Sussiste l’esimente dell’esercizio del diritto di critica (art. 51 c.p.) nel caso in cui il giornalista riporti in un comunicato stampa le opinioni raccolte nell’ambito delle associazioni dei magistrati nei confronti di un alto magistrato qualora esse costituiscano espressione di una legittima critica nei confronti dell’operato di quest’ultimo considerato che la critica presuppone la verità del fatto narrato e soggiace ai limiti da esso imposti soltanto quando sia originata da un fatto storico oggettivo e non quando si traduca in libera espressione del pensiero purché la sua diffusione non si concreti in un pretesto per aggredire gratuitamente l’altrui reputazione (continenza) e al contempo rivesta interesse generale. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto ai soli fini della responsabilità civile sussistente l’esimente del diritto di critica nella condotta del giornalista che aveva diffuso un comunicato nel quale si dava notizia di critiche espresse da magistrati e raccolte nell’ambito delle loro associazioni con riguardo ad iniziative del Primo Presidente della Cassazione – in particolare l’assemblea dei consiglieri della Corte non tenuta da tanti anni e pertanto fatto eccezionale e l’assegnazione di tre delle quattro relazioni introduttive della predetta assemblea a rappresentanti di una corrente di minoranza – interpretati da un lato quale protagonismo sospetto e dall’altro come pagamento di un debito politico dato che la corrente beneficata aveva dato il proprio appoggio alla candidatura di detto Presidente. La S.C. ha ritenuto che tali espressioni costituenti sintesi di giudizi di valore rappresentati con criteri rispettosi dei canoni della logica e della speculazione astratta ed esternati nel rispetto del canone della continenza e in costanza del requisito della rilevanza sociale dell’argomento costituissero legittimo esercizio del diritto di critica). Cass. pen. sez. V 19 settembre 2006 n. 30877

In materia di diffamazione la critica che si manifesti attraverso la esposizione di una personale interpretazione ha valore di esimente nella ricorrenza degli altri requisiti senza che possa pretendersi la verità oggettiva di quanto rappresentato ma da tale requisito non può prescindersi viceversa quando un fatto obiettivo sia posto a fondamento della elaborazione critica. Cass. pen. sez. V 23 agosto 2006 n. 29383

In tema di diffamazione il diritto di critica politica può manifestarsi anche in maniera estemporanea non essendo necessario che si esprima nelle sedi istituzionali o mediatiche più appropriate. (Nell’affermare tale principio la Corte ha annullato con rinvio la sentenza con la quale il giudice di merito aveva escluso la sussistenza dell’esimente di cui all’art. 51 c.p. perché l’episodio diffamatorio – consistito nel proferire all’indirizzo del Presidente del Consiglio le espressioni ingiuriose – si era svolto nei corridoi di un palazzo di giustizia). Cass. pen. sez. V 7 giugno 2006 n. 19509

In materia di inquinamento atmosferico nel caso di attivazione di un impianto industriale per lo stoccaggio e l’insaccamento di fertilizzanti agricoli il giudice al fine di verificare la sussistenza del reato di cui all’art. 24 del D.P.R. n. 203 del 1988 deve preliminarmente accertare in quale delle tipologie indicate rientri l’attività svolta nell’opificio poiché sono assoggettate alla normativa generale di autorizzazione o di controllo le attività a ridotto inquinamento atmosferico elencate nell’allegato 2 del D.P.R. 25 luglio 1991 (Modiche dell’atto di indirizzo e coordinamento in materia di emissioni poco significative e di attività a ridotto inquinamento atmosferico emanato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in data 21 luglio 1989 ) e non invece quelle i cui impianti provocano inquinamento atmosferico poco significativo elencate nell’allegato 1 del medesimo D.P.R. Cass. pen. sez. III 1 febbraio 2006 n. 3963

In tema di diffamazione a mezzo stampa (art. 595 c.p.) l’esercizio del diritto di critica storica postula l’uso del metodo scientifico che implica l’esaustiva ricerca del materiale utilizzabile lo studio delle fonti di provenienza e il ricorso ad un linguaggio corretto e scevro da polemiche personali. Ne deriva che il giudice al fine di stabilire il carattere storico dell’opera oggetto di contestazione deve accertare l’esistenza – quanto meno sotto forma di indizi certi precisi e concordanti – delle fonti indicate ed utilizzate dall’autore per esprimere i propri giudizi con la conseguenza che è illegittima la decisione con cui il giudice di merito pervenga alla affermazione di responsabilità in ordine al delitto di cui all’art. 595 c.p. da un canto limitando il diritto della difesa alla controprova e in particolare impedendole di pervenire alla prova storica dei fatti posti a fondamento della tesi sviluppata nell’opera suddetta e dall’altro pervenendo ad una valutazione di offensività di alcune frasi estrapolandole dal contesto (nella specie di circa trecento pagine) il cui vaglio è necessario per pervenire ad un giudizio obiettivo e completo e quindi per stabilire se l’opera in contestazione ricada sotto la tutela dell’art. 21 Cost. o sotto quella più ampia dell’art. 33 Cost. Cass. pen. sez. V 29 settembre 2005 n. 34821

In tema di diffamazione non può ritenersi giustificata dall’esercizio del diritto di critica l’attribuzione ad una ben determinata persona sica in assenza di elementi dimostrativi dell’assunto del ruolo di coautrice «di una delle più grandi operazioni di depistaggio che la Repubblica italiana abbia mai visto» in sè lesiva della reputazione del soggetto cui si riferisce dal momento che il «depistaggio» costituisce una condotta dolosa che può assumere anche gli estremi della calunnia. (Nella specie l’accusa di «depistaggio» era stata rivolta dall’imputato generale dell’Aeronautica militare alla presidentessa del Comitato delle famiglie delle vittime dell’incidente aereo avvenuto nei pressi di Ustica nel giugno del 1980). Cass. pen. sez. V 22 dicembre 2004 n. 49019

In tema di diffamazione a mezzo stampa è configurabile l’esimente del diritto di critica (distinto e diverso da quello di cronaca) quando il discorso giornalistico abbia un contenuto esclusivamente valutativo e si sviluppi nell’alveo di una polemica intensa e dichiarata frutto di opposte concezioni su temi di rilevanza sociale senza trascendere ad attacchi personali finalizzati all’unico scopo di aggredire la sfera morale altrui non richiedendosi neppure – a differenza di quanto si verifica con riguardo al diritto di cronaca – che la critica sia formulata con riferimento a precisi dati fattuali sempre che il nucleo ed il profilo essenziale di questi non siano strumentalmente travisati e manipolati. (Nella specie in applicazione di tali principi la Corte ha ritenuto la sussistenza della scriminante in un caso in cui il giornalista nel recensire criticamente un libro scritto da un noto magistrato in dichiarato dissenso di fondo dalla sua impostazione aveva tra l’altro affermato che il detto magistrato si era «gloriato di non rispettare le leggi» e aveva espresso l’opinione che la presunzione d’innocenza prevista dalla Costituzione fosse «un concetto sbagliato e da abolire»). Cass. pen. sez. V 26 aprile 2004 n. 19334

In tema di diffamazione a mezzo stampa la valutazione del carattere di critica e di satira di un articolo costituisce in linea di massima l’oggetto di una valutazione insindacabile da parte della Corte di cassazione purchè i criteri di valutazione adottati dal giudice di merito risultino corretti. Cass. pen. sez. V 2 aprile 2004 n. 15595

I limiti espressivi entro i quali il diritto di critica deve essere esercitato non possono essere tanto stretti da pregiudicare il concreto esercizio del diritto stesso. L’uso di un termine intrinsecamente comparativo non può essere in sè considerato esorbitante dai suddetti limiti in quanto la comparazione e il raffronto sono strumenti irrinunciabili proprio per l’articolazione della critica. (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. V 23 aprile 2002 n. 15174

In tema di diffamazione le espressioni utilizzate nell’ambito della c.d. “critica politica” assumono naturalmente connotazioni soggettive ed opinabili in quanto si confrontano varie concezioni contrapposte per il raggiungimento di fini pubblici. Ne consegue che in tale contesto la valutazione dei comportamenti e dei giudizi fortemente critici nei confronti degli avversari politici deve essere compiuta tenendo presente il preminente interesse generale al libero svolgimento della vita democratica. (Nella specie la Corte ha ritenuto che le frasi “comportamenti irresponsabili” e “vecchie logiche” rivolte in un manifesto politico al contrapposto schieramento fossero espressione del diritto di critica politica da considerarsi non punibile ai sensi dell’art. 51 c.p.). Cass. pen. sez. V 18 dicembre 2001 n. 45163

In tema di diffamazione non può trovare applicazione la scriminante del diritto di critica quando pur nell’ambito di una competizione politica la condotta dell’agente trasmodi in aggressioni gratuite non pertinenti ai temi in discussione ed integranti invece l’utilizzo di argumenta ad hominem intesi a screditare l’avversario mediante la evocazione di una sua presunta indegnità od inadeguatezza personale piuttosto che a criticarne i programmi e le azioni. (Fattispecie nella quale in occasione della campagna elettorale per la rinnovazione dell’amministrazione comunale il sindaco «uscente» aveva indicato alcuni candidati della lista avversaria come «bugiardi in quanto incapaci di aprire bocca senza dire menzogne» nonché come «stolti» ed «appartenenti ad una banda di denigratori»). Cass. pen. sez. V 26 ottobre 2001 n. 38448

In tema di diffamazione il diritto di critica si differenzia da quello di cronaca essenzialmente in quanto il primo non si concretizza come l’altro nella narrazione di fatti bensì nell’espressione di un giudizio o più genericamente di un’opinione che come tale non può pretendersi rigorosamente obiettiva posto che la critica per sua natura non può che essere fondata su un’interpretazione necessariamente soggettiva di fatti e di comportamenti. Non si tratta dunque di valutare la veridicità di proposizioni assertive per le quali possa configurarsi un onere di previo riscontro della loro rispondenza al vero quanto piuttosto di stimare la correttezza delle espressioni usate. (Nella fattispecie relativa ad una polemica tra alcuni lavoratori e un dirigente di azienda la Corte ha ritenuto che le espressioni «intimidatorio» e «mascalzonata» riferite ad un preteso comportamento discriminatorio nei confronti di un lavoratore perdessero una volta contestualizzate e filtrate attraverso i moduli espressivi nel linguaggio sindacale l’impatto diffamatorio oggettivo rimanendo invece sotto il profilo dei contenuti polemici cui davano espressione all’interno dei confini del diritto di critica). Cass. pen. sez. V 27 giugno 2000 n. 7499

In tema di diffamazione quando il discorso giornalistico ha una funzione prevalentemente valutativa non pone un problema di veridicità di proposizioni assertive e i limiti scriminanti del diritto garantito dall’art. 21 Cost. sono solo quelli costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di espressione. Sicché il limite all’esercizio di tale diritto deve intendersi superato quando l’agente trascende ad attacchi personali diretti a colpire su un piano individuale senza alcuna finalità di pubblico interesse la figura morale del soggetto criticato giacché in tal caso l’esercizio del diritto lungi dal rimanere nell’ambito di una critica misurata ed obiettiva trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui penalmente protetta. Cass. pen. sez. V 17 marzo 2000 n. 3477

In tema di diffamazione sussiste il requisito della comunicazione con più persone anche quando le frasi offensive sono pronunciate alla presenza di un adulto e di minori in tenera età (nella specie di due e quattro anni) qualora questi pur non essendo in grado di cogliere lo specifico significato delle parole usate ne abbiano colto la generica portata lesiva tanto da esserne rimasti turbati e diventino potenziali strumenti di propagazione dei contenuti diffamatori. Cass. pen. sez. V 30 marzo 2017 n. 16108

Sussiste il requisito della comunicazione con più persone atto ad integrare il delitto di diffamazione (art. 595 c.p.) nella condotta di colui che invii una lettera denigratoria al Presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati considerato che la destinazione alla divulgazione può trovare il suo fondamento oltre che nella esplicita volontà del mittente-autore anche nella natura stessa della comunicazione in quanto propulsiva di un determinato procedimento (giudiziario amministrativo disciplinare) che deve essere “ex lege” portato a conoscenza di altre persone diverse dall’immediato destinatario sempre che l’autore della missiva prevedesse o volesse la circostanza che il contenuto relativo sarebbe stato reso noto a terzi; in tal caso tuttavia occorre valutare la possibile sussistenza della causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p. o della causa di non punibilità ex art. 598 c.p.. (Nella specie la S.C. pur ritenendo infondato il motivo di ricorso proposto dal PG circa l’inesistenza dell’elemento della comunicazione con più persone ha ritenuto rilevabile “ex officio” anche in sede di legittimità la possibile sussistenza di una esimente disponendo di conseguenza l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata). Cass. pen. sez. V 9 giugno 2011 n. 23222

L’integrazione del reato di diffamazione non richiede che la propalazione delle frasi offensive venga posta in essere simultaneamente potendo la stessa aver luogo anche in momenti diversi purché risulti comunque rivolta a più soggetti. Cass. pen. sez. V 25 febbraio 2011 n. 7408

Non integra il delitto di diffamazione (art. 595 c.p.) la condotta di colui che invii una lettera al Presidente dell’Ordine degli Avvocati contenente espressioni offensive nonché la segnalazione di comportamenti deontologicamente scorretti tenuti dal proprio difensore trattandosi di un reclamo diretto personalmente al titolare di un organo e mancando pertanto l’elemento della comunicazione con più persone che d’altro canto non può ritenersi sussistente ove sia avvenuta per esclusiva iniziativa del destinatario considerato che la tutela richiesta all’Autorità non comporta necessariamente la diffusione della doglianza nell’ambito di una prevedibile procedura disciplinare e che comunque di tale evento non può rispondere colui che si rivolge all’Autorità collegando la comunicazione con più persone ad una sua imprudente condotta non essendo prevista l’ipotesi colposa della diffamazione. Cass. pen. sez. V 8 maggio 2009 n. 19396

Integra il delitto di diffamazione il comunicato redatto all’esito di un’assemblea condominiale con il quale alcuni condomini siano indicati come morosi nel pagamento delle quote condominiali e vengano conseguentemente esclusi dalla fruizione di alcuni servizi qualora esso sia affisso in un luogo accessibile – non già ai soli condomini dell’edificio per i quali può sussistere un interesse giuridicamente apprezzabile alla conoscenza di tali fatti – ma ad un numero indeterminato di altri soggetti. Cass. pen. sez. V 26 settembre 2007 n. 35543

In tema di diffamazione sussiste il requisito della comunicazione con più persone necessario per integrare il reato qualora le espressioni lesive dell’altrui reputazione siano contenute in una lettera indirizzata ad una pubblica autorità in forma impersonale in una busta non chiusa e quindi non in forma riservata. Cass. pen. sez. I 12 luglio 2007 n. 27624

Sussiste il requisito della «comunicazione con più persone» necessario ad integrare il delitto di diffamazione nel caso in cui le espressioni lesive dell’altrui reputazione siano contenute in un telegramma. Cass. pen. sez. V 18 maggio 2007 n. 19559

In tema di diffamazione commessa mediante scritti (art. 595 c.p.) sussiste il requisito della comunicazione con più persone necessario per integrare il reato anche quando le espressioni offensive siano comunicate ad una sola persona ma destinate ad essere riferite almeno ad un’altra persona che ne abbia poi effettiva conoscenza. (In applicazione di tale principio la S.C. ha ritenuto sussistente il requisito della «comunicazione con più persone» in una lettera inviata dal presidente di un Tribunale ad un presidente della Corte di appello – nella quale si esprimevano valutazioni offensive nei confronti di due sostituti dello stesso Tribunale – la quale ancorché inviata in doppia busta chiusa con la dicitura «riservata personale» conteneva la sollecitazione di inoltrare tale comunicazione ad altra autorità inoltro poi effettivamente avvenuto). Cass. pen. sez. V 21 luglio 2004 n. 31728

Integra l’elemento obiettivo del reato di diffamazione sotto il profilo della comunicazione con più persone l’invio a mezzo di un telefax di missiva contenente espressioni lesive dell’altrui reputazione poichè le caratteristiche e la natura del mezzo prescelto implicano la conoscenza o conoscibilità del contenuto della comunicazione da parte di un numero indeterminato di persone. (Fattispecie relativa alla spedizione via fax di una missiva da parte di un componente della giunta provinciale al segretariato generale della Provincia interessata in esito alla quale numerosi soggetti avevano di fatto preso cognizione del relativo contenuto). Cass. pen. sez. V 22 luglio 2003 n. 30819

In tema di diffamazione a mezzo stampa qualora l’espressione lesiva dell’altrui reputazione sia riferibile ancorché in assenza di indicazioni nominative a persone individuabili e individuate per la loro attività esse possono ragionevolmente sentirsi destinatarie di detta espressione con conseguente configurabilità del reato di cui all’art. 595 cod. pen. Cass. pen. sez. V 21 gennaio 2015 n. 2784

È scriminata ex art. 51 c.p. la condotta (astrattamente integrante il delitto di diffamazione) dell’amministratore di una società che comunichi ai clienti il licenziamento di un collaboratore e indichi la ragione di esso nei suoi «comportamenti scorretti» in quanto l’amministratore ha non solo il diritto ma anche il dovere di tutelare i diritti patrimoniali della società e di difenderla da atti di concorrenza sleale anche quando provengano da propri dipendenti (In motivazione la S.C. evidenzia che nella fattispecie detta comunicazione è espressa in termini continenti ed appare necessaria per informare i clienti del nuovo soggetto preposto alla collaborazione per conto della società e nel contempo per evidenziare la correttezza del comportamento della società ed evitare la perdita della clientela). Cass. pen. sez. V 20 luglio 2007 n. 29277

Integra gli estremi del reato di diffamazione (art. 595 c.p.) l’attribuzione a taluno del fatto di raccogliere materiale pornografico – senza che sia precisato il ruolo e lo scopo che ne giustifichino la ragione – effettuata mediante la pubblicazione di un falso annuncio pubblicitario su un periodico di informazione tecnologica. Cass. pen. sez. V 20 novembre 2000 n. 11881

In tema di diffamazione a mezzo stampa o mediante pubblicazioni di tipo giornalistico “on line” ai fini della configurabilità della scriminante putativa del diritto di cronaca o di critica non è sufficiente ai fini dell’adempimento dell’onere di verifica dei fatti riportati e delle fonti la consultazione dei più noti motori di ricerca e dell’enciclopedia web “Wikipedia” trattandosi di strumenti inidonei a garantire la necessaria completezza informativa. (Fattispecie relativa all’erronea attribuzione alla persona offesa del coinvolgimento nella strage di Bologna del 1980 nel contesto di una pubblicazione che ne descriveva il profilo politico e l’appartenenza alla “destra eversiva”). Cass. pen. sez. V 20 settembre 2019 n. 38896

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’esimente del diritto di critica nella forma satirica sussiste quando l’autore presenti in un contesto di leale inverosimiglianza di sincera non veridicità finalizzata alla critica e alla dissacrazione di persone di alto rilievo una situazione e un personaggio trasparentemente inesistenti senza proporsi alcuna funzione informativa e non quando si diano informazioni che ancorché presentate in veste ironica e scherzosa si rivelino storicamente false. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito aveva affermato la responsabilità dell’imputato ex art. 595 comma terzo cod. pen. per avere pubblicato su un “blog” una dichiarazione storicamente falsa attribuita ad un noto personaggio politico aggiungendola a dichiarazioni rese effettivamente da quest’ultimo nel corso di un’intervista inserita nel contesto di un articolo dal tono né ironico né scherzoso e dunque ingannevole). Cass. pen. sez. V 26 luglio 2019 n. 34129

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’affermazione circa la natura diffamatoria di un articolo di stampa implica la valutazione del suo contenuto complessivo e degli elementi tipografici della comunicazione e cioè del titolo dell’occhiello e di eventuali foto. (Fattispecie in tema di intervista contenente la critica dell’operato di un magistrato inquirente nella quale la Corte ha rilevato come nel titolo nell’occhiello e nel testo dell’articolo integralmente considerato fossero riportate informazioni veridiche e obiettive funzionali alla corretta rappresentazione della condotta professionale oggetto di critica). Cass. pen. sez. V 9 maggio 2019 n. 19960

Il direttore responsabile di un giornale risponde del reato di cui all’art. 595 comma terzo cod. pen. in relazione al titolo di tenore diffamatorio che accompagni l’articolo pubblicato soltanto laddove sia provato che egli abbia formato o contribuito a formare detto titolo o abbia consapevolmente aderito ai contenuti dello scritto prima della pubblicazione. Cass. pen. sez. V 20 marzo 2019 n. 12548

In tema di diffamazione commessa con il mezzo della stampa il giornalista può operare accostamenti tra notizie vere a condizione che esse non producano un ulteriore significato che trascenda la notizia stessa acquisendo autonoma valenza lesiva; occorre pertanto fare riferimento al risultato che il detto accostamento determina e qualora esso consista in un mero corollario o dato logico pur insinuante e suggestivo l’effetto denigratorio è da escludere. Viceversa ove l’effetto consista in una notizia sostanzialmente nuova grava sul giornalista l’onere di accertarne la rispondenza al vero. (Fattispecie in cui l’articolo oggetto della contestazione era stato frutto di accostamenti tra alcune affermazioni rese sul blog dalla persona offesa e l’esistenza di criminalità nella città di Brindisi con l’effetto di aver determinato in concreto l’attribuzione alla P.O. di opinioni e giudizi sui cittadini della città di Brindisi che invece non risultava aver espresso). Cass. pen. sez. V 8 maggio 2017 n. 22193

In tema di diffamazione a mezzo stampa addebitata ad un membro del Parlamento una volta che sia stata deliberata dalla Camera di appartenenza l’insindacabilità delle opinioni espresse dal parlamentare il giudice ordinario non può che prenderne atto ovvero sollevare conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale ma non gli è consentito assumere una determinazione opposta sull’applicabilità della scriminante di cui all’art. 68 Cost.. Cass. pen. sez. V 10 dicembre 2013 n. 49782

In tema di diffamazione a mezzo stampa e con riferimento ad un articolo avente la forma dell’intervista l’esimente del diritto di cronaca può essere riconosciuta all’intervistatore non solo quando vi è l’interesse pubblico a rendere noto il pensiero dell’intervistato in relazione alla sua notorietà ma anche quando sia il soggetto offeso dall’intervista a godere di ampia notorietà nel contesto ambientale in cui viene diffusa la notizia. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto sussistente la scriminante del diritto di cronaca per un giornalista che aveva intervistato un soggetto che aveva riferito fatti e giudizi oggettivamente offensivi nei confronti di un presidente del comitato locale della croce rossa italiana connessi alla gestione del medesimo ente). Cass. pen. sez. V 2 luglio 2013 n. 28502

In tema di diffamazione a mezzo stampa qualora si verifichino successive edizioni di un libro recanti riferimenti diffamatori ciascuna di esse assume carattere autonomo siccome dotata di propria se non di rinnovata valenza lesiva essendo per sua natura diretta ad una platea sempre nuova di lettori ovviamente diversa da quella che ha letto la prima edizione. Ne consegue che in tal caso le distinte fattispecie di reato integrate dalle successive edizioni del testo e suscettibili in astratto di essere avvinte dal vincolo della continuazione mantengono la loro autonomia ai fini del computo della prescrizione il cui termine può ben essere decorso per talune di esse con conseguente estinzione dei relativi reati ed invece tuttora in corso per le edizioni più recenti. Cass. pen. sez. V 5 febbraio 2013 n. 5781

In tema di diffamazione a mezzo stampa il direttore che sia anche l’autore dell’articolo diffamatorio risponde del reato previsto dall’art. 595 c.p. e non anche di quello di omesso controllo di cui all’art. 57 dello stesso codice. Cass. pen. sez. V 5 giugno 2012 n. 21867

Integra il reato di diffamazione a mezzo stampa la condotta del giornalista che nell’articolo a propria firma modifichi in senso peggiorativo il contenuto dell’accusa contestata – consistente nell’aver compiuto atti sessuali a pagamento con una minorenne (art. 600 bis comma secondo c.p.) – attribuendo al soggetto passivo il ruolo di sfruttatore della prostituzione minorile (art. 600 bis comma primo c.p.) non sussistendo la verità della notizia; né la condotta diffamatoria può ritenersi esclusa in virtù dell’omogeneità dell’addebito considerato che la fattispecie di sfruttamento della prostituzione minorile è oggettivamente diversa e ben più grave di quella effettivamente contestata come evidenziato dalla difformità del trattamento sanzionatorio disposto per ciascuna delle due ipotesi delittuose. Cass. pen. sez. V 16 novembre 2011 n. 42155

In tema di diffamazione a mezzo stampa nella nozione di “stampa” di cui all’art. 595 comma terzo c.p. vanno ricomprese tutte le riproduzioni grafiche come i manifesti e i volantini ottenute con qualsiasi mezzo meccanico sia esso un ciclostile una fotocopiatrice o un computer atteso che per la configurabilità del reato è sufficiente che la riproduzione sia destinata alla diffusione ad una indifferenziata cerchia di persone mentre è del tutto irrilevante lo strumento utilizzato per ottenerla o il numero di copie ottenuto. (Fattispecie relativa alla diffusione di un volantino contenente frasi oscene ed offensive nei confronti della vittima ed affisso nelle cabine telefoniche della città dove la stessa viveva). Cass. pen. sez. II 5 luglio 2011 n. 26133

In tema di diffamazione a mezzo stampa non sussiste l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca (nella specie giudiziaria) qualora il titolo dell’articolo attribuisca alla persona offesa – nei cui confronti penda un procedimento penale – una condotta sostanzialmente diversa da quella avente riscontro negli atti giudiziari e nell’oggetto dell’imputazione; né a tal fine rileva l’estraneità del titolo al resoconto giudiziario esposto nell’articolo in quanto il titolo di un articolo di stampa può assumere carattere diffamatorio non solo per il suo contenuto intrinseco ma anche per la sua efficacia suggestiva rispetto al testo dell’articolo in specie ove esso ne travisi e amplifichi il contenuto. (Nella specie il testo dell’articolo riferiva di un procedimento penale relativo ad irregolarità verificatesi nella sperimentazione della terapia oncologica Di Bella avente per oggetto l’ipotesi di reato di cui all’art. 443 c.p. per avere somministrato ai pazienti farmaci con composizione diversa da quella indicata nei protocolli della terapia Di Bella mentre il titolo era del seguente tenore.”così hanno truffato Di Bella”. La S. C. ha ritenuto che il termine ‘truffa contenuto nel titolo non trovava alcuna corrispondenza nel procedimento penale di cui riferiva l’articolo in questione). Cass. pen. sez. V 8 febbraio 2011 n. 4558

È configurabile la causa di giustificazione del reato di diffamazione a mezzo stampa costituita dall’esercizio del diritto di cronaca nel caso in cui la notizia pubblicata riguardi episodi di violenza consumati in ambito familiare in quanto pur trattandosi di fatti attinenti la sfera privata sussiste un interesse pubblico alla divulgazione. (In motivazione la Corte ha precisato che l’uso della violenza in ambito familiare è circostanza esecrabile in alcun modo lesiva della “privacy” sicché la divulgazione della notizia ha un indubbio riflesso sociale). Cass. pen. sez. V 3 dicembre 2010 n. 43024

In tema di diffamazione a mezzo stampa non costituisce reato la riproduzione nell’ambito di un’inchiesta giornalistica di affermazioni e ricostruzioni in passato già diffuse da altri che rechino frasi offensive della reputazione dei soggetti coinvolti nella detta inchiesta quando il precedente storico assuma una funzione meramente documentale per supportare un giudizio critico di contenuto diverso e riferibile alla situazione attuale; l’attualità della notizia deve infatti essere riguardata non con riferimento al fatto ma all’interesse pubblico alla conoscenza del fatto e quindi alla attitudine della notizia a contribuire alla formazione della pubblica opinione di guisa che ognuno possa liberamente fare le proprie scelte con la conseguenza che solo una notizia dotata di utilità sociale può perdere rilevanza penale ancorché capace di ledere l’altrui reputazione e tale utilità è necessariamente connotata dall’attualità dell’interesse alla pubblicazione. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha censurato la decisione con cui il giudice di merito ha escluso la scriminante del diritto di cronaca e quindi affermato la responsabilità in ordine ai reati di cui agli artt. 595 e 57 c.p. rispettivamente del giornalista e del direttore relativamente ad un articolo pubblicato su un quotidiano e dedicato ad una inchiesta sui concorsi universitari a cattedra alcuni annullati dal Tar e all’origine di indagini avviate dalla locale Procura – per difetto di attualità dei fatti narrati perché le espressioni incriminate riguardavano eventi risalenti a tre anni prima ritenuti “tout court” privi di interesse sociale). Cass. pen. sez. V 26 ottobre 2010 n. 38096

L’esimente putativa del diritto di cronaca giudiziaria può essere invocata in caso di affidamento del giornalista su quanto riferito dalle sue fonti informative non solo se abbia provveduto comunque a verificare i fatti narrati ma abbia altresì offerto la prova della cura posta negli accertamenti svolti per stabilire la veridicità dei fatti. Cass. pen. sez. V 13 luglio 2010 n. 27106

In tema di diffamazione a mezzo stampa ai fini della individuazione del soggetto passivo non è sufficiente avere riguardo al titolo dell’articolo diffamatorio ma è necessario estendere la disamina a tutto il complesso degli elementi topografici che concorrono a comporlo e cioè: titolo occhiello eventuali foto oltre al testo dell’articolo stesso in quanto la valenza diffamatoria di una affermazione è quella che il lettore ricava dall’intero corpo delle notizie che la compongono indifferente essendo la contiguità grafica delle varie componenti o la possibilità che la lettura del titolo stampato in prima pagina e quella del testo pubblicato in altra pagina dello stesso quotidiano richiedano in concreto una attenzione maggiore e prolungata dell’interessato alla notizia stessa. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha censurato la decisione con cui il giudice di appello ha escluso – sulla base dell’assenza del requisito dell’identicabilità del diffamato non essendo presente nella prima pagina del quotidiano in cui compariva il titolo alcun nome o foto – la responsabilità del giornalista e del direttore responsabile rispettivamente a titolo di diffamazione e omesso controllo per la pubblicazione di un articolo di stampa dal titolo “era lui il terrore delle prostitute” dedicato come poteva comprendersi leggendo il corpo dell’articolo situato in una pagina interna del giornale a soggetto ben determinato). Cass. pen. sez. V 26 aprile 2010 n. 16266

In tema di diffamazione a mezzo stampa la scriminante del diritto di cronaca è configurabile qualora la notizia pubblicata sia vera anche indipendentemente dalla verità del fatto che ne costituisce oggetto purché la notizia stessa sia di interesse pubblico anche in relazione ai soggetti coinvolti e sia presentata oggettivamente come tale e non come verità del fatto narrato. Cass. pen. sez. V 26 marzo 2010 n. 11897

In tema di diffamazione a mezzo stampa ai fini dell’applicazione dell’esimente di cui all’art. 51 c.p. la critica politica – che nell’ambito della polemica fra contrapposti schieramenti può anche tradursi in valutazioni e commenti tipicamente “di parte” cioè non obiettivi – deve pur sempre fondarsi sull’attribuzione di fatti veri posto che nessuna interpretazione soggettiva che sia fonte di discredito per la persona che ne sia investita può ritenersi rapportabile al lecito esercizio del diritto di critica quando tragga le sue premesse da una prospettazione dei fatti opposta alla verità. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha ritenuto la sussistenza del delitto di cui all’art. 595 c.p. nei confronti degli autori di un articolo che indicava la persona offesa come promotrice e organizzatrice di una manifestazione per conto di un centro sociale e che affermava contrariamente al vero essersi trattato di una festa per la legalizzazione delle droghe svoltasi all’interno di un parco e durante la quale si sarebbe fatto abbondante uso di sostanze stupefacenti). Cass. pen. sez. V 24 febbraio 2010 n. 7419

Requisito del reato di disastro di cui all’art. 434 c.p. è la potenza espansiva del nocumento unitamente all’attitudine ad esporre a pericolo collettivamente un numero indeterminato di persone sicché ai fini della configurabilità del medesimo è necessario un evento straordinariamente grave e complesso ma non eccezionalmente immane. (Fattispecie di disastro ambientale caratterizzata da una imponente contaminazione di siti mediante accumulo sul territorio e sversamento nelle acque di ingenti quantitativi di rifiuti speciali altamente pericolosi). Cass. pen. sez. III 29 febbraio 2008 n. 9418

In tema di diffamazione a mezzo stampa e di esimente del diritto di cronaca deve escludersi che questa possa operare al di là del limite segnato dall’attitudine della notizia a soddisfare una oggettiva esigenza di informazione pubblica da non confondere con il mero interesse che il pubblico per pura curiosità «voyeristica» può avere alla conoscenza di particolari attinenti alla sfera della vita privata di un determinato soggetto specie quando questo non sia persona investita di cariche pubbliche o comunque dotata di rilievo pubblico. (Nella specie in applicazione di tale principio la Corte ha escluso che potesse trovare giustificazione la diffusione di notizie e commenti ironici relativi ad una presunta relazione extraconiugale tra un uomo ed una donna sua inquilina nella cui abitazione egli era stato trovato morto). Cass. pen. sez. V 12 dicembre 2007 n. 46295

In tema di diffamazione a mezzo stampa ai fini della responsabilità del giornalista che abbia pubblicato un esposto-denuncia presentato alla Procura della Repubblica – con il quale si accusino alcuni magistrati del Pubblico Ministero di indagare allo scopo di screditare un personaggio politico – occorre accertare se detto giornalista abbia assunto la prospettiva del terzo osservatore dei fatti agendo per conto del pubblico dei suoi lettori ovvero sia solo un dissimulato coautore della dichiarazione diffamatoria che agisca contro il diffamato posto che in quest’ultimo caso in applicazione dell’art. 110 c.p. è configurabile a suo carico il concorso nel delitto di diffamazione per avere diffuso l’altrui testo diffamatorio contribuendo in misura determinante alla consumazione del delitto in questione. Cass. pen. sez. V 14 novembre 2007 n. 42085

Il giudizio sulla futilità del motivo non può essere astrattamente riferito ad un comportamento medio difficilmente definibile ma va ancorato agli elementi concreti della fattispecie tenendo conto delle connotazioni culturali del soggetto giudicato nonché del contesto sociale in cui si è verificato il tragico evento e dei fattori ambientali che possono aver condizionato la condotta criminosa. (Nella specie gli imputati avevano commesso un omicidio per vendicarsi di un affronto perpetrato in pubblico dalla vittima che il giorno prima dell’omicidio aveva aggredito e percosso uno di loro e due ragazze che lo accompagnavano. In applicazione del principio la S.C. ha annullato la sentenza impugnata che aveva considerato meramente irrisoria la causale della vendetta ritenendola macroscopicamente inadeguata rispetto alle elementari esigenze di giustizia avvertite dalla collettività). Cass. pen. sez. I 5 luglio 2007 n. 26013

Sussiste la scriminante di cui all’art. 51 c.p. (esercizio del diritto di critica) nella condotta di un giornalista ambientalista che – nel corso di una trasmissione televisiva a difesa dei beni naturali – utilizza l’espressione «uomini squalo» nei confronti dei responsabili di speculazioni edilizie considerato che data per accertata la non rispondenza agli strumenti urbanistici dell’opera realizzata il termine «squalo» ancorché aspro non è volgare né paragonabile nel contesto in cui è inserito all’insulto gratuito o all’invettiva libellistica e nemmeno può considerarsi sproporzionato o sovrabbondante rispetto all’interesse preordinato a risvegliare nonché all’indignazione dovuta alla circostanza che l’autore di tale speculazione – che aveva aggirato le regole a presidio dei valori ambientali – era per di più un magistrato. Cass. pen. sez. V 25 agosto 2006 n. 29436

In tema di diffamazione a mezzo stampa la pubblicazione della rettifica della notizia giornalistica falsa ex art. 8 L. 8 febbraio 1948 n.47 non riveste efficacia scriminante in quanto non elimina gli effetti negativi dell’azione criminosa ma può avere la sola funzione di attenuare la sanzione pecuniaria prevista dall’art. 12 della legge citata. (Nell’affermare tale principio la Corte ha altresì escluso in presenza della rettifica l’applicabilità in via analogica del regime previsto per la ritrattazione trattandosi di istituti con natura e caratteri del tutto diversi). Cass. pen. sez. V 12 maggio 2006 n. 16323

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica pur assumendo necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili in particolare quando come nella specie abbia per oggetto lo svolgimento di pubbliche attività di cui si censurino le modalità di esercizio e le disfunzioni e si suggeriscano i provvedimenti da adottare richiede – unitamente al rispetto del limite della rilevanza sociale e della correttezza delle espressioni usate – che comunque le critiche trovino riscontro in una corretta e veritiera riproduzione della realtà fattuale e che pertanto esse non si concretino in una ricostruzione volontariamente distorta della realtà preordinata esclusivamente ad attirare l’attenzione negativa dei lettori sulla persona criticata. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto incensurabile la decisione con cui il giudice di merito ha escluso l’operatività dell’esimente del diritto di critica nei confronti di una giornalista la quale aveva pubblicato svariati articoli con i quali accusava il presidente di un ente regionale di una «cattiva e allegra gestione» insinuando la sussistenza di illeciti senza che vi fosse la minima prova degli stessi). Cass. pen. sez. V 17 marzo 2006 n. 9373

In tema di diffamazione a mezzo stampa il concetto di cronaca presuppone la immediatezza della notizia e la tempestività dell’informazione così che l’esigenza della velocità può comportare un sacrificio in nome dell’interesse alla notizia dell’accuratezza della verifica della sua verità e della bontà della fonte. Ciò per contro non deve accadere quando si offre il resoconto di fatti distanti nel tempo in relazione ai quali è legittimo pretendere una attenta verifica della fonte proprio perché l’accuratezza della ricostruzione corrisponde in tal caso all’interesse del pubblico. (Nella fattispecie la Corte ha escluso la sussistenza del diritto di cronaca nell’ipotesi di utilizzazione da parte del giornalista della versione data dalla sola «fonte» della notizia – peraltro portatrice di rancore verso la parte lesa – circa fatti accaduti molti anni addietro e meglio verificabili anche dal punto di vista storico). Cass. pen. sez. V 7 marzo 2006 n. 8042

La competenza territoriale per i reati di diffamazione con il mezzo della stampa appartiene al giudice del luogo in cui si trova la tipografia dalla quale gli stampati sono usciti per essere distribuiti e messi in circolazione. Cass. pen. sez. I 27 febbraio 2006 n. 7259

In tema di diffamazione a mezzo stampa la pubblicazione di una notizia falsa ancorché espressa in forma dubitativa può ledere l’altrui reputazione allorché le espressioni utilizzate nel contesto dell’articolo siano ambigue allusive insinuanti ovvero suggestionanti e perciò idonee ad ingenerare nella mente del lettore il convincimento della effettiva rispondenza a verità dei fatti narrati con la conseguenza che tale indagine è rimessa al giudice di merito e se giustificata da adeguata motivazione è incensurabile in sede di legittimità. Cass. pen. sez. V 19 dicembre 2005 n. 45910

In tema di diffamazione a mezzo stampa il diritto di cronaca non può oltrepassare i limiti del rispetto della verità e dell’interesse del pubblico a essere informato; in particolare il diritto di critica che può anche essere non obiettivo deve tuttavia sempre corrispondere all’interesse sociale alla comunicazione nei limiti della correttezza del linguaggio. (Nella specie la Corte ha ritenuto non operante l’esimente nell’ipotesi accuse di corruzione e connivenze con la mafia le quali formulate con contumelie e ingiurie proprio per la loro genericità apparentemente prive di fondamento valicavano il limite del diritto di critica). Cass. pen. sez. I 5 dicembre 2005 n. 44395

In tema di diffamazione a mezzo stampa con attribuzione di fatti determinati qualora venga invocata l’esimente del diritto di cronaca e di critica il limite della continenza espositiva oltre il quale detta esimente non può essere riconosciuta va verificato anche con riguardo alla oggettiva verità o meno dei fatti attribuiti alla persona offesa essendo lecito al giornalista riferire o commentare una notizia con termini anche particolarmente severi ed aspri quando questi siano comunque adeguati a rendere al lettore l’idea della gravità di un fatto realmente accaduto specie nell’ipotesi in cui questo presenti proli di rilevante interesse pubblico. (Nella specie in applicazione di tale principio la Corte in un caso in cui alla persona offesa sentita come teste d’accusa in diversi procedimenti penali a carico di un noto uomo politico era stato attribuito in un articolo di stampa il fatto di aver raccontato ai giudici delle «frottole» ha annullato con rinvio la sentenza di condanna per non essersi i giudici di merito dati carico di verificare se il fatto anzidetto rispondesse o meno a verità). Cass. pen. sez. V 20 maggio 2005 n. 19381

In tema di diffamazione a mezzo stampa ai fini della configurabilità della scriminante del diritto di cronaca anche sotto il profilo putativo occorre avere riguardo alla verità della notizia quale risulta nel momento in cui viene diffusa con la conseguenza che nel caso in cui la notizia riguardi un fatto oggetto di denuncia risalente nel tempo – bisognevole di una verifica da parte del giudice e quindi suscettibile di modiche – è necessario che il giornalista verifichi nel momento della sua pubblicazione se siano nelle more intervenute circostanze capaci di avere influito sulla verità del fatto. Pertanto non sussiste l’esimente del diritto di cronaca sotto il profilo putativo allorché sia impossibile per il giornalista attualizzare la verifica della notizia risalente in ragione della inaccessibilità delle nuove fonti informative coincidenti con gli organi di indagine penale giacché tale inaccessibilità lungi dal comportare l’abdicazione del dovere di controllo implica la non pubblicazione della notizia incontrollabile ovvero la precisazione che la verità del fatto non è stata ancora accertata nella sua sede naturale. Cass. pen. sez. V 28 aprile 2005 n. 15986

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’individuazione del soggetto passivo – che incide sulla legittimazione all’esercizio del diritto di querela – deve avvenire in assenza di un esplicito e nominativo richiamo attraverso gli elementi della fattispecie concreta quali la natura e portata dell’offesa le circostanze narrate oggettive e soggettive i riferimenti personali e temporali e simili i quali devono unitamente agli altri elementi che la vicenda offre essere valutati complessivamente di guisa che possa desumersi con ragionevole certezza l’inequivoca individuazione dell’offeso sia in via processuale che come fatto preprocessuale cioè come piena e immediata consapevolezza dell’identità del destinatario che abbia avuto chiunque abbia letto l’articolo diffamatorio. Cass. pen. sez. V 27 aprile 2005 n. 15643

In tema di diffamazione a mezzo stampa il diritto di critica – i cui limiti scriminanti sono più ampi di quelli relativi al diritto di cronaca – riveste necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili quando si svolga in ambito politico in cui risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica; ne consegue che una volta riconosciuta la ricorrenza della polemica politica ed esclusa la sussistenza di ostilità e malanimo personale è necessario valutare la condotta dell’imputato alla luce della scriminante del diritto di critica di cui all’art. 51 c.p. Cass. pen. sez. V 22 aprile 2005 n. 15236

In tema di diffamazione a mezzo stampa non sussiste l’esimente anche putativa del diritto di cronaca giudiziaria allorchè manchi la necessaria correlazione tra il fatto narrato e quello accaduto il quale implica l’assolvimento dell’obbligo di verifica della notizia e quindi l’assoluto rispetto del limite interno della verità oggettiva di quanto esposto nonchè il rigoroso obbligo di rappresentare gli avvenimenti quali sono senza alterazioni o travisamenti di sorta risultando inaccettabili i valori sostitutivi quale quello della verosimiglianza in quanto il sacrificio della presunzione di innocenza richiede che non si esorbiti da ciò che è strettamente necessario ai fini informativi. (In applicazione di tale principio la S.C. ha censurato la decisione del giudice di merito che aveva assolto l’imputato – il quale aveva riferito in un articolo pubblicato il giorno dopo il rinvio a giudizio della parte offesa per il reato di omissione di atti d’ufficio di indebiti vantaggi derivanti dalla mancata tassazione di plusvalenze che nulla avevano in comune con il reato contestato – in virtù del dubbio circa l’esistenza della scriminante del diritto di cronaca pur avendo evidenziato che si trattava di articolo connotato da superficialità e quindi privo dei necessari controlli nonchè dall’intento di pubblicare una notizia scandalistica). Cass. pen. sez. V 6 aprile 2005 n. 12859

In materia di diffamazione il requisito della continenza delle espressioni utilizzate necessario per la ravvisabilità della esimente di cui all’art. 51 c.p. nella specie del diritto di critica presenta una sua necessaria elasticità e non è necessariamente escluso dall’uso di un epiteto infamante dovendo la valutazione del giudice del merito soppesare se il ricorso ad aggettivi o frasi particolarmente aspri sia o meno funzionale alla economia dell’articolo alla luce della eventuale assoluta gravità oggettiva della situazione rappresentata (fattispecie nella quale il giornalista aveva riferito in ordine a scelte attribuite ad un P.M. circa il trattamento riservato ad un detenuto definendolo «bestiale e torturatore» in presenza di un procedimento disciplinare concluso con sentenza di condanna). Cass. pen. sez. V 25 marzo 2005 n. 11950

Costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca in quanto giustificato dall’interesse pubblico alla conoscenza delle varie reazioni ad un fatto illecito costituito da uno stupro di gruppo il riferire da parte del giornalista mantenendosi in una posizione di obiettiva terzietà anche le affermazioni in sè e per sè diffamatorie nei confronti della vittima dello stupro espresse dai parenti dei presunti autori del fatto. Cass. pen. sez. V 4 febbraio 2005 n. 4009

In tema di diffamazione la reputazione di una persona che per taluni aspetti sia stata già compromessa può divenire oggetto di ulteriori illecite lesioni in quanto elementi diffamatori aggiunti possono comportare una maggiore diminuzione della reputazione della persona offesa nella considerazione dei consociati. (Fattispecie nella quale alla notizia vera della sottoposizione di una maestra elementare a procedimento penale per reati di pedofilia era stata aggiunta quella falsa che la stessa era stata sottoposta a perizia psichiatrica. La Corte di cassazione ha ritenuto manifestamente illogico il ragionamento della Corte territoriale secondo cui la sottoposizione a perizia psichiatrica di una persona imputata comporterebbe una riabilitazione della stessa). Cass. pen. sez. V 7 dicembre 2004 n. 47452

In tema di diffamazione a mezzo stampa quando il comportamento di una persona essendo contrassegnato da ambiguità sia suscettibile di più interpretazioni tutte connotate in negativo sotto il profilo etico-sociale e giuridico ricorre la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca e di critica a favore del giornalista che abbia operato la ricostruzione di una determinata vicenda sulla scorta dei dati in suo possesso e di quelli contenuti in un provvedimento giudiziario quando sia rimasta dimostrata come vera una condotta del presunto diffamato di rilevanza penale e riprovevole non sostanzialmente meno di quella rappresentata dal giornalista:in tal caso infatti il bilanciamento tra il diritto costituzionalmente garantito alla libera manifestazione del pensiero e l’interesse della parte alla tutela della propria reputazione non può subire un trattamento diverso per la sostanziale persistente compromissione della reputazione a causa degli eventi veri comunque rappresentati. (Fattispecie relativa ad un articolo di stampa in cui nel descrivere un episodio di cronaca relativo all’aggressione di un cane subita da un bambino era stato riportato che il proprietario dell’animale anzichè soccorrere il bambino lo aveva colpito con calci e pugni. La S.C. ha ritenuto che correttamente il provvedimento aveva affermato l’esistenza della scriminante risultando dagli atti l’aggressione al minore da parte del proprietario del cane ed ha così rigettato il ricorso del P.G. che aveva impugnato la sentenza di assoluzione non sul rilievo della inadeguatezza della prova fornita dall’imputato ma sostenendo che la condotta del protagonista della narrazione sarebbe stata meno grave di quella menzionata dal giornalista). Cass. pen. sez. V 29 novembre 2004 n. 46193

In tema di diritto di cronaca e di satira ciò che determina l’abuso del diritto è la gratuità delle modalità del suo esercizio non inerenti al tema apparentemente in discussione ma tese a ledere esclusivamente la reputazione del soggetto interessato. (Fattispecie in cui la Corte ha censurato l’uso di immagini delle parti intime del soggetto donna destinataria del servizio carpite fraudolentemente nel corso di una manifestazione pubblica intese a screditare la stessa mediante l’evocazione di una sua inadeguatezza personale rispetto alla funzione pubblica svolta in quanto contrapposte alle uniche effettive qualità desumibili dalla visione delle sue parti intime). Cass. pen. sez. V 3 novembre 2004 n. 42643

In tema di diffamazione a mezzo stampa integra l’esimente putativa dell’esercizio del diritto di cronaca (art. 51 c.p.) il controllo della notizia attraverso il riferimento a fonti di sicura qualità ed affidabilità che trova attuazione allorché il giornalista prima di pubblicare la notizia di un determinato fatto avente natura di pubblico interesse provveda ad intervistare in ordine allo stesso un soggetto particolarmente qualificato in virtù della qualità istituzionale rivestita il quale nell’esprimere la propria opinione dia implicitamente per pacifico il fatto stesso; in tal caso il riferimento a fonte attendibile e autorevole rappresenta infatti attuazione dell’obbligo di controllo sulla verità della notizia percepita quale esigibile dal giornalista e correlativamente integra – sussistendo gli altri requisiti della pertinenza e della continenza – gli estremi di un incolpevole ed involontario errore percettivo del giornalista sulla corrispondenza al vero del fatto esposto che determina l’esenzione da responsabilità. (In applicazione di tale principio la S.C. ha ritenuto integrata l’esimente di cui all’art. 51 c.p. nella pubblicazione di un fatto non vero e oggettivamente offensivo – nei confronti di un procuratore della Repubblica – il quale era stato considerato come pacifico da un soggetto istituzionale intervistato dal giornalista nella sua qualità di relatore della Commissione bicamerale sui problemi della giustizia). Cass. pen. sez. V 23 settembre 2004 n. 37435

In tema di diffamazione a mezzo stampa (art. 595 c.p.) non ricorre l’esimente del diritto di cronaca nel caso in cui si pubblichi una notizia in sé vera relativa ad un grave fatto di sangue corredandola della foto di una persona estranea ad esso in quanto l’ambito di operatività di detta esimente è circoscritto al contenuto dell’articolo ovvero a fatti di cronaca diligentemente e professionalmente valutati nella loro verità e non può certamente estendersi sino ad escludere l’antigiuridicità del fatto ulteriore consistito nella pubblicazione della foto sbagliata la cui capacità lesiva è indubbia ed in quanto tale idonea ad integrare l’elemento oggettivo del delitto di diffamazione. Cass. pen. sez. V 14 settembre 2004 n. 36283

In tema di diffamazione a mezzo stampa non costituisce esercizio legittimo del diritto di critica la gratuita attribuzione di mala fede a chi conduce indagini giudiziarie presentando come risultato di complotti o di strategie politiche l’opera del pubblico ministero perché in tal caso non si esprime un dissenso pio meno fondato e motivato sulle scelte investigative ma si afferma un fatto che deve essere rigorosamente provato. Cass. pen. sez. V 30 giugno 2004 n. 28661

In tema di diffamazione a mezzo stampa la configurabilità dell’esimente del diritto di critica o di cronaca,con la necessaria correlazione fra quanto è stato narrato e ciò che è realmente accaduto importa l’inderogabile necessità di un assoluto rispetto del limite interno della verità oggettiva di quanto riferito risultando inaccettabile il valore sostitutivo della verosimiglianza. (Fattispecie in cui è stata esclusa la sussistenza dell’esimente essendo stato attribuito in modo non corrispondente al vero alla P.O. il tentativo di condizionare indebitamente l’operato del sindaco e dell’amministrazione comunale attuato anche mediante un accordo elettorale di natura corruttiva). Cass. pen. sez. V 31 maggio 2004 n. 24709

In tema di diffamazione a mezzo stampa non ricorre l’esimente di cui all’art. 51 del c.p. nell’ambito dell’esercizio specifico del diritto di cronaca giudiziaria quando il giornalista si discosti dalla verità obiettiva dei fatti riferiti alterando e modificando in senso diffamatorio le notizie riferite dalle fonti ufficiali posto che in tale ambito il limite costituito dalla verità del fatto narrato – fermo restando il rispetto dei canoni della pertinenza e della continenza – deve avere un riscontro fenomenologico nella realtà obiettiva in quanto nei confronti di tali accadimenti il giornalista si pone come semplice intermediario tra il fatto e l’opinione pubblica nel senso che insieme al diritto – dovere di informare vi è quello dei cittadini ad essere correttamente informati. (In applicazione di tale principio la S.C. ha ritenuto integrato il reato di cui all’art. 595 c.p. nella pubblicazione di un articolo che addebitava al soggetto passivo specifiche condotte costituenti reato nonchè il coinvolgimento in una organizzazione criminale legata a mafia e camorra mentre le fonti ufficiali non avevano precisato le imputazioni addebitate a ciascuno degli imputati attenendosi a informazioni del tutto generali e generiche). Cass. pen. sez. V 5 febbraio 2004 n. 4568

Non commette il delitto di diffamazione a mezzo stampa per una lettera pubblicata su un giornale contenente offese e accuse penalmente rilevanti ad alcuni amministratori comunali il giornalista che ricevuta la missiva apparentemente firmata e a lui non diretta si sia limitato a “girarla” alla redazione della sua testata giornalistica in quanto la decisione della pubblicazione non rientra tra i suoi compiti ma nei poteri dei responsabili del quotidiano. Cass. pen. sez. V 29 gennaio 2004 n. 46226

Integra l’ipotesi di reato di cui all’art. 57 c.p. la condotta del direttore responsabile di un quotidiano il quale autorizzi la pubblicazione di una lettera apparentemente firmata da un comune cittadino dal contenuto denigratorio nei confronti di amministratori comunali accusati di una serie di illeciti di rilievo penale omettendo di controllare se sia stata fatta una verifica non solo sulla fondatezza delle affermazioni in essa contenuta ma sulla stessa esistenza del mittente e sulla riferibilità allo stesso dello scritto fatto pervenire al periodico. (Nella specie la missiva pubblicata era stata disconosciuta dall’apparente mittente). Cass. pen. sez. V 29 gennaio 2004 n. 46226

Poiché il delitto di diffamazione commesso dal giornalista con il mezzo della stampa rappresenta l’evento del reato colposo attribuibile al direttore responsabile ai sensi dell’art. 57 c.p. la condotta omissiva di quest’ultimo consiste specificamente nel non aver attivato i dovuti controlli per evitare che – col mezzo della stampa e sul periodico da lui diretto – si ledesse dolosamente la reputazione di terze persone; ne consegue che se il delitto di cui all’art. 595 comma terzo c.p. non risulta essere stato consumato per carenza dell’elemento psicologico la fattispecie colposa omissiva prevista a carico del direttore non può trovare applicazione. Cass. pen. sez. V 30 aprile 2003 n. 19827

In tema di diffamazione a mezzo stampa la pubblicazione di un’intervista-rettifica alla persona offesa che costituisce espressione dell’obbligo penalmente sanzionato di ristabilire prontamente la verità (ex art. 8 L. 8 febbraio 1948 n. 47) non riveste efficacia scriminante con riguardo alla diffusione della precedente notizia diffamatoria. Cass. pen. sez. V 30 settembre 2002 n. 32364

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di cronaca non può ritenersi fedele al requisito della veridicità dei fatti qualora la ricostruzione degli avvenimenti avvenga in modo da travisare la consecuzione degli stessi omettendo il riferimento di fatti rilevanti nella proposizione delle notizie e per contro proponendone taluni in una luce artificiosamente emblematica al di là della loro obiettiva rilevanza in modo da tentare di indirizzare il giudizio del lettore. Cass. pen. sez. V 23 aprile 2002 n. 15176

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio della critica per assumere rilievo scriminante nei confronti di un’offesa deve essere esercitato nei limiti del diritto costituzionalmente garantito sicché restano ugualmente punibili le espressioni inutilmente volgari umilianti o dileggianti. Ne consegue che l’idoneità psichica di un soggetto sebbene possa rappresentare legittimo tema di discussione nell’ambito di una controversia giudiziaria non può essere assunto come oggetto di dibattito sulla stampa d’informazione per l’esigenza fondamentale di tutelare la riservatezza di dati ed informazioni attinenti alla salute ed alla sfera sessuale dei singoli che rientrano nell’ambito della tutela prevista per i dati sensibili dall’art. 22 della legge 675 del 1996. (Nella specie la Corte ha ritenuto corretta la decisione di merito secondo cui aveva valicato i limiti del diritto di critica la dichiarazione di un soggetto il quale aveva criticato una decisione del giudice che aveva affidato alla moglie il figlio affermando che secondo gli psichiatri interpellati nel corso del giudizio la donna era «una border-line che ha fatto i soldi con la perversione sessuale una instabile e narcisista»). Cass. pen. sez. V 12 marzo 2002 n. 10135

In tema di diffamazione a mezzo stampa non è configurabile la scriminante del diritto di cronaca per il solo fatto che il contenuto dell’articolo diffamatorio sia riproduttivo di un’arringa difensiva svolta in sede dibattimentale poiché nel processo l’esposizione di fatti obiettivamente lesivi dell’altrui reputazione è scriminata dall’esercizio del diritto di difesa mentre la pubblicazione sulla stampa degli stessi fatti può perdere il carattere dell’illiceità solo se giustificata dall’interesse generale alla conoscenza della notizia e se questa sia riportata in termini corretti precisi e non ambigui. Ne consegue che in assenza di dette condizioni la pubblicità del dibattimento non può valere di per sé a legittimare la pubblicazione della notizia in quanto la possibilità di presenziare allo svolgimento del giudizio da parte di un numero pio meno ampio di persone non può essere equiparata alla divulgazione della notizia col mezzo della stampa ad un numero indeterminato di lettori. Cass. pen. sez. I 5 febbraio 2002 n. 4462

In tema di diffamazione a mezzo stampa le espressioni denigratorie dirette nei confronti di singoli appartenenti ad un’associazione od istituzione possono al contempo aggredire anche l’onorabilità dell’entità collettiva cui essi appartengono entità alla quale conseguentemente anche compete la legittimazione ad assumere la qualità di soggetto passivo di delitti contro l’onore. Ne consegue che quando l’offesa assume carattere diffusivo (nel senso che essa viene ad incidere sulla considerazione di cui l’ente gode nella collettività) detto ente al pari dei singoli soggetti offesi è legittimato alla presentazione della querela ed alla successiva costituzione di parte civile e ad esso compete eventualmente la facoltà di proporre impugnazione nelle ipotesi particolari previste dall’art. 577 c.p.p. (Fattispecie in cui è stata riconosciuta la qualità di persona offesa – con possibilità di costituirsi parte civile e di proporre la impugnazione sopra specificata – ad un Consiglio dell’ordine degli avvocati avendo il giornalista formulato giudizi negativi e denigratori nei confronti di «migliaia di avvocati» appartenenti al predetto ente ed avendone indicati alcuni come «manutengoli della camorra»). Cass. pen. sez. V 14 gennaio 2002 n. 1188

In tema di diffamazione commessa col mezzo della stampa ai fini della sussistenza della scriminante del diritto di cronaca nell’ipotesi in cui una serie di fatti venga attribuita ad un gruppo di persone perché possa dirsi soddisfatto il principio del rispetto della verità obiettiva occorre che sia specificato a quali di tali persone i singoli episodi vengono attribuiti per intero ed a quali in modo parziale determinandosi altrimenti nel destinatario della notizia la falsa impressione che ad ognuno dei soggetti indicati i fatti sono stati attribuiti nel loro insieme. (Fattispecie in cui era stata diffusa la notizia che un gruppo di persone era indagato per associazione per delinquere finalizzata alla truffa ed altri reati mentre la persona offesa pur nell’ambito dello stesso procedimento era in realtà indagato solo per il reato di utilizzo di false fatture). Cass. pen. sez. V 3 dicembre 2001 n. 43483

Integra il delitto di diffamazione con il mezzo della stampa la condotta del cronista che nel dare notizia di una operazione di polizia giudiziaria riporti solo una delle ipotesi investigative illustrate dagli inquirenti nel corso di conferenza stampa appositamente indetta. Cass. pen. sez. V 3 dicembre 2001 n. 43450

In tema di diffamazione col mezzo della stampa sussiste la scriminante del diritto di cronaca nell’ipotesi in cui il curatore di un libro antologico allo scopo di rendere e descrivere fedelmente il contesto socio-culturale cui gli autori dei testi appartengono riporti e divulghi espressioni forti e pungenti anche obiettivamente offensive a condizione che i predetti brani secondo la motivata opinione del giudice di merito siano espressivi del patrimonio culturale e delle modalità comunicative di una certa realtà sociale la cui conoscenza sia di interesse per la collettività. (Fattispecie relativa ad una raccolta di temi di bambini delle classi elementari uno dei quali conteneva espressioni offensive nei confronti di un soggetto più volte apparso in programmi televisivi). Cass. pen. sez. V 3 dicembre 2001 n. 43451

In tema di diffamazione a mezzo stampa poiché non può ritenersi di per sè attendibile la confidenza di un ufficiale di polizia giudiziaria il cronista che raccolga al di fuori delle comunicazioni ufficiali fornite nel corso di una conferenza stampa ulteriori notizie relative ad attività di indagine deve assumersi l’onere di verificarle direttamente e di dimostrarne la pubblica rilevanza. (In applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto corretta la decisione dei giudici di merito che avevano ravvisato la sussistenza del delitto di diffamazione in un’ipotesi in cui il giornalista aveva riferito nell’articolo la falsa notizia appresa nel corso di colloqui informali con un operatore di polizia giudiziaria del ritrovamento di reperti archeologici sospetti nella casa di un indagato). Cass. pen. sez. V 19 novembre 2001 n. 41135

In tema di diffamazione a mezzo stampa la condotta del giornalista che pubblicando il testo di un’intervista vi riporti anche se “alla lettera” dichiarazioni del soggetto intervistato di contenuto oggettivamente lesivo dell’altrui reputazione non è scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca in quanto al giornalista stesso incombe pur sempre il dovere di controllare veridicità delle circostanze e continenza delle espressioni riferite. Tuttavia essa è da ritenere penalmente lecita quando il fatto in sè dell’intervista in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti alla materia in discussione e al più generale contesto in cui le dichiarazioni sono rese presenti proli di interesse pubblico all’informazione tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare l’esercizio del diritto di cronaca l’individuazione dei cui presupposti è riservata alla valutazione del giudice di merito che se sorretta da adeguata e logica motivazione sfugge al sindacato di legittimità. Cass. pen. Sezioni Unite 16 ottobre 2001 n. 37140

In tema di diffamazione con il mezzo della stampa non sussiste l’esimente del diritto di satira nella rappresentazione caricaturale e ridicolizzante di alcuni magistrati posta in essere allo scopo di denigrare l’attività professionale da questi svolta attraverso l’allusione a condotte lesive del dovere funzionale dell’imparzialità che in ragione della previsione costituzionale che ne impone la soggezione solo alla legge ha come destinatari anche i magistrati del pubblico ministero. (Fattispecie relativa a un «pezzo giornalistico» di costume con «taglio» satirico ove accanto a rappresentazioni caricaturali dei tratti fisionomici dei magistrati interessati si faceva trapelare lo svolgimento di attività istituzionali svolte per finalità persecutorie in danno di appartenenti ad una formazione politica). Cass. pen. sez. V 9 ottobre 2001 n. 36348

È configurabile il reato di diffamazione a mezzo stampa qualora si dia falsamente notizia che taluno è stato raggiunto da un avviso di garanzia mentre è stato soltanto iscritto nel registro delle notizie di reato come persona sottoposta a indagini. Cass. pen. sez. fer. 24 settembre 2001 n. 34544

In tema di diffamazione a mezzo stampa l’erronea convinzione circa la rispondenza al vero del fatto riferito non può mai comportare l’applicazione della scriminante del diritto di cronaca (sotto il profilo putativo) quando l’autore dello scritto diffamante non abbia proceduto a verifica compulsando la fonte originaria; ne consegue che nell’ipotesi in cui una simile verifica sia impossibile (anche nel caso in cui la notizia possa esser ritenuta «verosimile» in relazione alle qualità personali dell’informatore) il giornalista che intenda comunque pubblicarla accetta il rischio che essa non corrisponda a verità. Cass. pen. sez. V 20 agosto 2001 n. 31957

In tema di correlazione fra contestazione e sentenza non integra gli estremi del «fatto diverso» la circostanza che la persona offesa dal reato di diffamazione a mezzo stampa sia stata nel decreto che dispone il giudizio indicata in proprio piuttosto che con riferimento alla carica pubblica rivestita. È dunque abnorme perché si colloca al di fuori dello schema legale delineato dal sistema e pertanto ricorribile per cassazione l’ordinanza con la quale il giudice ai sensi del secondo comma dell’art. 521 c.p.p. disponga la restituzione degli atti al P.M. In motivazione la corte ha chiarito che il fatto inteso come episodio storicamente verificatosi rimaneva assolutamente certo ed immutato e che nessuna lesione o compressione aveva subito il diritto di difesa. Cass. pen. sez. V 14 marzo 2001 n. 10382

L’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca (art. 51 c.p.) relativa al reato di diffamazione commesso con il mezzo della stampa va esclusa quando il giornalista non abbia rispettato la verità della notizia per aver esasperato e travisato i fatti riferiti oggetto di decreto che dispone il giudizio con una arbitraria e fantasiosa ricostruzione per dare agli stessi una dimensione artatamente drammatica e sensazionale. Cass. pen. sez. V 13 marzo 2001 n. 10331

Non esula dai limiti del legittimo esercizio del diritto di cronaca e non può quindi dar luogo a giudizio di responsabilità per il reato di diffamazione la condotta di un giornalista il quale in un articolo di cronaca abbia definito come «santone» dedito a «fatture di maledizione» un soggetto al quale in un comunicato degli organi di polizia in cui si dava notizia tra l’altro del suo avvenuto arresto nell’ambito di indagini volte a contrastare fenomeni di sfruttamento della prostituzione di donne provenienti dalla Nigeria veniva attribuita l’effettuazione di rituali magici finalizzati a far credere alle suddette donne che esse sarebbero state esposte alla «vendetta degli spiriti» in caso di disobbedienza. Cass. pen. sez. V 13 marzo 2001 n. 10337

In tema di diffamazione a mezzo stampa il direttore dimissionario del periodico può ritenersi esonerato dalla responsabilità penale derivante dalla pubblicazione di un articolo diffamatorio solo quando alle dimissioni si accompagni l’effettiva cessazione delle funzioni inerenti all’incarico ricoperto. (Nella specie la Corte ha ritenuto che le dimissioni del direttore non fossero di per sè idonee ad affermare o ad escludere la sua responsabilità penale ma che occorresse accertare da parte dei giudici di merito la violazione concreta del dovere di controllo sulla pubblicazione e quindi verificare se indipendentemente dalle dimissioni il direttore avesse o meno continuato di fatto ad esercitare le sue mansioni in seno al giornale). Cass. pen. sez. V 21 novembre 2000 n. 11958

Costituisce diffamazione l’attribuzione in uno scritto giornalistico ad un magistrato inquirente nominativamente individuato di una condotta qualificata come «gestione disinvolta e politica dei pentiti». Ciò equivale infatti a dire che il magistrato fa un uso distorto per fini di interesse politico dei poteri a lui conferiti dalla legge. E non può al riguardo neppure invocarsi la scriminante dell’esercizio del diritto di critica facendo difetto per un verso la possibilità di enucleare da un’affermazione come quella anzidetta eventuali aspetti di verità e connotandosi per altro verso l’affermazione stessa per l’uso di un tono aggressivo e denigratorio esulante come tale dai limiti della correttezza formale entro i quali il diritto anzidetto deve comunque essere esercitato. Cass. pen. sez. I 3 novembre 2000 n. 11221

In tema di diffamazione a mezzo stampa perché possa ritenersi operante la scriminante del diritto di critica pur essendo certamente consentito nei riguardi di soggetti investiti di pubbliche funzioni il ricorso ad un linguaggio più pungente ed incisivo occorre comunque che il fatto narrato sia vero che sia correttamente riferito e che sia pertinente al potenziale interesse dell’opinione pubblica. (Fattispecie in cui la Suprema Corte rilevando che per quanto si leggeva nella sentenza di appello non era stata minimamente fornita la prova della rispondenza al vero delle accuse formulate a carico di un sindaco cui veniva addebitato lo scorretto utilizzo di fondi pubblici ha ritenuto generiche e non riscontrate le accuse formulate dal giornalista e stimandole obiettivamente offensive ha rigettato il ricorso dell’imputato che aveva invocato l’esercizio del diritto di critica). Cass. pen. sez. V 1 agosto 2000 n. 8635

In tema di diffamazione a mezzo stampa con riferimento alla pubblicazione di un’intervista il giornalista non può limitare il suo intervento a riprodurre esattamente e diligentemente quanto riferito dall’intervistato soltanto perché le eventuali dichiarazioni possono interessare la pubblica opinione ma deve altresì (a parte la loro falsità) accertare che non difetti il requisito della continenza e cioè che esse non consistano in insulti ovvero in espressioni gratuite non necessarie volgari umilianti o dileggianti ovvero siano affermazioni in sè diffamatorie. In tali casi il giornalista sia perché ha creato l’evento «intervista» sia perché ha formulato d’accordo o meno con il dichiarante domande allusive suggestive o provocatorie che presuppongono determinate risposte assumendo come propria la prospettiva di quest’ultimo con la loro propalazione diviene o dissimulato coautore delle eventuali dichiarazioni diffamatorie ovvero strumento consapevole di diffamazione altrui. Deve pertanto ritenersi che non sussiste un «dovere» del giornalista di riportare fedelmente le dichiarazioni rese da un soggetto pubblico anche se le stesse integrino gli estremi della contumelia; al contrario all’interesse pubblico alla conoscenza sono estranee quelle «notizie» distolte dal fine della formazione della pubblica opinione e volte invece a soddisfare – attraverso la violazione della sfera morale dei singoli – la curiosità del pubblico anche con il riferire fatti costituenti chiaro pettegolezzo ed offesa in ogni caso inutile in quanto non pertinente alla notizia. Cass. pen. sez. V 27 giugno 2000 n. 7498

In tema di diffamazione a mezzo stampa la valutazione della portata diffamatoria di un articolo deve essere effettuata prendendone in esame l’intero contenuto sia sotto il profilo letterale sia sotto il profilo delle modalità complessive con le quali la notizia viene data potendo assumere significato decisivo tra l’altro anche l’esame del titolo. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto che l’omesso esame dell’intero contenuto narrativo della pubblicazione da parte del giudice di merito si è tradotto in un vizio della motivazione con riflessi sulla ritenuta esimente del diritto di cronaca). Cass. pen. sez. V 18 maggio 2000 n. 5738

In materia di diffamazione a mezzo stampa se può dunque affermarsi in via di principio che la aperta inverosimiglianza dei fatti espressi in forma satirica esclude la loro capacità di offendere la reputazione e dunque che la satira è incompatibile col metro della verità essa non si sottrae invece al limite della continenza poiché comunque rappresenta una forma di critica caratterizzata da particolari mezzi espressivi. Ne consegue che come ogni altra critica la satira non sfugge al limite della correttezza onde non può essere invocata la scriminante ex art. 51 c.p. per le attribuzioni di condotte illecite o moralmente disonorevoli gli accostamenti volgari o ripugnanti la deformazione dell’immagine in modo da suscitare disprezzo o dileggio. Pertanto pur dovendosi valutare meno rigorosamente le espressioni della satira sotto il profilo della continenza non di meno la satira stessa al pari di qualsiasi altra manifestazione del pensiero non può infrangere il rispetto dei valori fondamentali esponendo la persona al disprezzo e al ludibrio della sua immagine pubblica. Cass. pen. sez. V 23 febbraio 2000 n. 2128

In tema di diffamazione a mezzo stampa e con riferimento all’ipotesi della pubblicazione di una intervista i criteri che delimitano l’esercizio del diritto di cronaca (la verità del fatto narrato la pertinenza all’interesse che esso assume per l’opinione pubblica la correttezza delle modalità con cui il fatto viene riferito) vanno rapportati alle espressioni verbali provenienti dalla persona intervistata costituenti il “fatto” in se. Il limite della verità si atteggia pertanto in maniera del tutto peculiare siccome riferito non al contenuto dell’intervista cioè alla rispondenza del fatto riferito dall’intervistato alla realtà fenomenica ma al fatto che l’intervista sia stata realmente operata e concetti o parole riportati dal giornalista siano perfettamente rispondenti al profferito dalla persona intervistata. Quando poi il “fatto-intervista” pubblicato consista in valutazioni o giudizi esternati da personaggi pubblici su atteggiamenti di altri personaggi pubblici nell’ambito di un dibattito che – proprio per l’intrinseco contenuto e per la notorietà dei protagonisti – interessa l’opinione pubblica il giornalista è tenuto al rigoroso rispetto delle opinioni manifestate dall’intervistato anche in termini critici al fine di far emergere l’obiettività del dibattito e fornire al pubblico un quadro più genuino possibile atto ad orientare il giudizio anche sul personaggio intervistato. Quest’ultimo qualora le sue parole integrino una lesione alla reputazione del personaggio intervistato non può non assumerne la responsabilità anche se poi intenda far valere la scriminante del diritto di critica (ove ne sussistano i presupposti) ben distinto da quello di cronaca invocato dal giornalista. Cass. pen. sez. V 23 febbraio 2000 n. 2144

Il reato di diffamazione è costituito dall’offesa alla reputazione di una persona determinata e non può essere quindi ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la configurabilità del reato in relazione a delle generiche affermazioni offensive pronunciate nel corso di una trasmissione radiofonica caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni riferiti ad asserite caratteristiche degli abitanti di una zona del territorio nazionale). Cass. pen. sez. V 9 giugno 2016 n. 24065

Il reato di diffamazione non consistente nell’attribuzione di un fatto determinato commesso a mezzo di trasmissione televisiva diffusa in diretta su tutto il territorio nazionale si consuma al momento della percezione del contenuto offensivo dell’altrui reputazione da parte di soggetti diversi dall’agente e dalla persona offesa per cui la competenza territoriale appartiene al giudice del territorio in cui si è verificata la percezione del messaggio offensivo contenuto nella trasmissione televisiva. (In motivazione la S.C. ha precisato che la possibile concorrenza di più giudici derivante dalla cognizione dell’informazione offensiva da parte di più persone può essere risolta mediante l’applicazione delle regole suppletive previste dall’art. 9 cod. proc. pen.). Cass. pen. sez. V 29 luglio 2016 n. 33287

In tema di diffamazione a mezzo di giornale televisivo l’immediatezza della notizia non legittima il sacrificio dell’accuratezza del controllo in ordine alla verità della notizia e all’affidabilità della fonte in quanto il sacrificio della reputazione è giuridicamente accettabile se giustificato dall’esigenza di esercitare un diritto di pari livello costituzionale ontologicamente configgente come la libertà di manifestazione del pensiero; non è invece accettabile se giustificato dall’esigenza di diffusione e di ascolto o meri scopi di concorrenza ampliando l’area di lettori od utenti trattandosi di esigenze preordinate a soddisfare scelte imprenditoriali di carattere commerciale che non sono prevalenti sui diritti della persona ex art. 2 e 3 Cost. e sono estranee all’area di tutela dell’art. 21 Cost. posto a fondamento dell’esimente del diritto di cronaca. Ne deriva che la notizia può e deve essere ritardata in favore del controllo della verità anche a costo della diminuzione di lettori ed utenti in conformità con l’interesse pubblico alla informazione considerato che i cittadini non hanno interesse a conoscere notizie veloci ma non corrispondenti al vero. Cass. pen. sez. V 22 novembre 2011 n. 43264

In tema di diffamazione a mezzo “mass media” – fermo restando che la libertà di stampa espressione del diritto di manifestazione del pensiero sancito dall’art. 21 Cost. comporta la compressione dei beni giuridici della riservatezza dell’onore e della reputazione peraltro anch’essi aventi dignità costituzionale ex art. 2 e 3 Cost. – il riferimento a distanza di tempo in sede di c.d. talk show televisivo dello sviluppo di indagini di polizia giudiziaria consentito in chiave storica dell’evento nonché di critica all’operato degli inquirenti comporta che l’obbligo deontologico del giornalista deve parametrarsi a criteri di rigore ancora maggiori dell’ordinario nel senso che ove permanga o si riattualizzi l’interesse pubblico alla relativa propalazione – che in tal caso deve essere bilanciato con il diritto all’oblio – ed esigenze di ricostruzione storica o artistica lo richiedano la notizia deve essere accompagnata dalla doverosa avvertenza che le tesi investigative rimaste a livello di mera ipotesi di lavoro non hanno trovato alcuna conferma o addirittura sono state decisamente smentite dal successivo sviluppo istruttorio in quanto incombe sul giornalista il dovere giuridico di rendere una informazione completa e di effettuare all’uopo tutti i controlli necessari per verificare gli esiti di una data indagine. Cass. pen. sez. V 24 novembre 2009 n. 45051

L’intervista televisiva «in diretta» presuppone che siano comunicate notizie provenienti da una fonte «non filtrata» con la conseguenza che in tal caso non si può esigere dal giornalista l’esecuzione di un sia pur rapido controllo prima della diffusione della notizia ed in particolare un’attività di verifica sulla fondatezza della notizia comunicata e diffusa in quanto essa viene diffusa nello stesso momento in cui il giornalista la apprende dall’intervistato. Ne deriva che l’obbligo di controllo di veridicità che grava sul giornalista in ordine all’intervista «in differita» non è applicabile al giornalista che effettui l’intervista «in diretta» trattandosi di condotta inesigibile posto che non si può controllare ciò che ancora non si conosce; tuttavia il giornalista in tal caso deve osservare la diligenza in eligendo nel senso che nella scelta del soggetto da intervistare deve adottare sia pure nei limiti del diritto-dovere di informare la cautela preordinata ad evitare di dare la parola a soggetti che prevedibilmente ne approfittino per commettere reati fermo restando l’obbligo di intervenire se possibile nel corso dell’intervista (chiarendo chiedendo precisazioni ecc.) ove si renda conto che il dichiarante ecceda i limiti della continenza o sconfini in settori privi di rilevanza sociale. Cass. pen. sez. V 23 gennaio 2008 n. 3597

Il soggetto che volontariamente partecipi ad una trasmissione televisiva comportante anche la divulgazione di fatti attinenti alla sua sfera personale deve per ciò stesso accettare di poter essere oggetto di legittima critica in ordine tanto allo stile quanto alle finalità dell’esibizione. (Nella specie in applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto che costituisse legittimo esercizio del diritto di critica tale da escludere quindi la punibilità del fatto a titolo di diffamazione l’avere un giornalista riferendosi ad un’intervista televisiva rilasciata da persone divenuta nota alle cronache giudiziarie per controverse accuse formulate nei confronti di personaggi di rilievo nella vita delle istituzioni definito detta intervista come «sospirosa esibizione» di una novella Mata Hari criticando altresì il fatto che la stessa persona per ritenute finalità di captatio benevolentiae avesse ricordato la tragica scomparsa dei propri gli). Cass. pen. sez. V,11 agosto 2005 sez. V,11 agosto 2005 n. 30879

In tema di diffamazione a mezzo della stampa deve ritenersi che la critica contenuta nella specie in un articolo di giornale al protagonista di una trasmissione televisiva comporta necessariamente l’espressione di giudizi di natura estetica relativi cioè allo stile dell’esibizione al buon gusto e all’efficacia del programma. Ne deriva che chiunque decida di esporsi alla televisione (o comunque «sulla piazza mediatica») con modalità tali da offrire alla fruizione del pubblico episodi di vita privata implicitamente accetta che la critica colpisca anche quei fatti della sfera personale che egli ha deciso di rendere noti (la Corte ha ritenuto che la definizione «sospirosa esibizione» non travalichi il limite del diritto di cronaca atteso che l’esibizione televisiva era esattamente connotata da toni intenzionalmente melodrammatici). Cass. pen. sez. V 11 agosto 2005 n. 30879

Non sussiste l’esimente del diritto di critica qualora nel corso di un dibattito televisivo di natura politica si attribuisca all’avversario un fatto oggettivamente falso penalmente rilevante e pertanto lesivo della sua reputazione. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto immune da censure l’affermazione – da parte del giudice di merito – di responsabilità nei confronti dell’imputato che aveva attribuito all’avversario politico nel corso di una trasmissione televisiva reati di natura corruttiva e concussoria). Cass. pen. sez. V 5 aprile 2005 n. 12807

In tema di diffamazione commessa a mezzo di trasmissioni radiofoniche e televisive la competenza territoriale deve essere stabilita applicando l’art. 30 quinto comma della L. 6 agosto 1990 n. 223 e cioè con riferimento al luogo di residenza della parte lesa chiunque sia il soggetto chiamato a rispondere della diffamazione. Ed invero la citata disposizione nello stabilire tale competenza menziona i «reati di diffamazione commessi attraverso trasmissioni consistenti nell’attribuzione di un fatto determinato» indipendentemente dalla persona che li abbia commessi. L’espressione ulteriore contenuta nella norma e cioè «si applicano ai soggetti di cui al primo comma le sanzioni previste dall’art. 13 della L. 8 febbraio 1948 n. 47» riguarda il trattamento sanzionatorio non già il comportamento che costituisce il reato sanzionato diversamente a seconda della qualifica della persona che lo abbia attuato. Ne segue che quando nel quinto comma della suddetta legge n. 223 del 1990 si menzionano ai fini della determinazione della competenza sulla base del luogo di residenza della persona offesa i reati di cui al quarto comma questi comprendono anche la diffamazione consistente nell’attribuzione di un fatto determinato che sia stata commessa da persona non rientrante tra quelle indicate nel comma primo; persona che atteso il richiamo contenuto nello stesso quinto comma all’art. 21 della L. n. 47 del 1948 dovrà essere quindi giudicata dal tribunale nel cui circondario risiede la persona offesa. Cass. pen. sez. I 22 febbraio 2000 n. 269

In tema di diffamazione è legittimo il sequestro preventivo di un “blog” che integra un “mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa per cui non trova applicazione la normativa di rango costituzionale e di livello ordinario che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico che rimane riservata invece alle testate giornalistiche telematiche. (Fattispecie relativa a un “blog” pubblicato su un sito gestito da un soggetto non iscritto nel Registro degli operatori di comunicazione in relazione alla quale la Corte ha ritenuto da un lato legittimo il sequestro dall’altro insussistenti i presupposti del reato di pubblicazione di stampa clandestina contestato insieme a varie ipotesi di diffamazione). Cass. pen. sez. V 20 giugno 2019 n. 27675

In tema di diffamazione l’amministratore di un sito internet non è responsabile ai sensi dell’art. 57 cod.pen. in quanto tale norma è applicabile alle sole testate giornalistiche telematiche e non anche ai diversi mezzi informatici di manifestazione del pensiero (forum blog newsletter newsgroup mailing list facebook) . (In motivazione la Corte ha precisato che il mero ruolo di amministratore di un forum di discussione non determina il concorso nel reato conseguente ai messaggi ad altri materialmente riferibili in assenza di elementi che denotino la compartecipazione dell’amministrazione all’attività diffamatoria) Cass. pen. sez. V 16 aprile 2018 n. 16751

La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 comma terzo cod. pen. sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere “col mezzo della stampa” non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la sussistenza anche dell’aggravante di cui all’art. 13 della legge n. 47 del 1948). Cass. pen. sez. V 1 febbraio 2017 n. 4873

In tema di diffamazione tramite intervista televisiva diffusa successivamente su rete internet sussiste la responsabilità penale del giornalista che non manifesti distacco dalle affermazioni dell’intervistato che risultino prive di verosimiglianza e tali da indurre discredito sulla persona offesa. (Nella specie in cui l’intervistato aveva dichiarato che per ottenere un mutuo quale vittima di estorsione aveva dovuto versare denaro al rappresentante di un’associazione proprio a tutela delle vittime di estorsione ed usura la Corte ha disatteso l’argomento difensivo secondo cui si trattava di intervista “in diretta” con impossibilità di intervenire precisando peraltro che tale responsabilità non sarebbe stata esclusa neppure in quest’ultimo caso in quanto il giornalista sarebbe stato comunque tenuto ad intervenire con richieste di chiarimenti e precisazioni dopo essersi reso conto della offensività delle dichiarazioni). Cass. pen. sez. V 10 ottobre 2016 n. 42755

La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 comma terzo c.p. poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone. Cass. pen. sez. I 8 giugno 2015 n. 24431

Per procedere al sequestro preventivo di un sito “internet” in cui siano stati pubblicati messaggi e commenti a carattere diffamatorio è necessaria una potenzialità offensiva del sito in sé non individuabile nello sviluppo di un “blog” di libera informazione che rappresenta una modalità fisiologica ed ordinaria dell’utilizzo del sito. (Nella fattispecie terze persone avevano utilizzato il “blog” gestito dall’indagato per diffondere “post” offensivi nei confronti di politici locali). Cass. pen. sez. V 12 marzo 2014 n. 11895

Integra il reato di diffamazione aggravato ai sensi dell’art. 595 comma terzo c.p. (offese recate con la stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità) la diffusione delle espressioni offensive mediante il particolare e formidabile mezzo di pubblicità della posta elettronica con lo strumento del “forward” a pluralità di destinatari. Cass. pen. sez. V 21 luglio 2011 n. 29221

La competenza per territorio per il reato di diffamazione commesso mediante la diffusione di notizie lesive dell’altrui reputazione allocate in un sito “web” va determinata in forza del criterio del luogo di domicilio dell’imputato in applicazione della regola suppletiva stabilita dall’art. 9 comma secondo c.p.p. Cass. pen. sez. I 26 gennaio 2011 n. 2739

Non sussiste la responsabilità del gestore di un punto internet (cosiddetto “internet point”) a titolo di diffamazione per non avere impedito l’evento (art. 40 comma secondo e 595 c.p.) qualora l’utente invii una e-mail avente contenuto diffamatorio in quanto il gestore non solo non ha alcun potere di controllo e quindi alcuna conoscenza sul contenuto della posta elettronica inviata ma gli è addirittura impedito di prenderne contezza – ex art. 617 quater c.p. che vieta l’intercettazione fraudolenta di sistemi informatici e telematici mentre ha l’obbligo di identificare gli utenti che facciano uso del terminale ai soli fini della prova dell’utilizzazione e non per impedire l’eventuale reato. Cass. pen. Sez. V 11 febbraio 2009 n. 6046

La diffamazione che è reato di evento si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa e dunque nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state immesse sul web nel momento in cui il collegamento viene attivato. Cass. pen. sez. V 25 luglio 2006 n. 25875 (ud. 21 giugno 2006). Conformi: Cass. pen. sez. V 17 aprile 2008 n. 16262

Il reato di diffamazione è configurabile anche quando la condotta dell’agente consista nella immissione di scritti o immagini lesivi dell’altrui reputazione nel sistema “internet” sussistendo anzi in tal caso anche la circostanza aggravante di cui all’art. 595 comma terzo c.p. In detta ipotesi qualora l’immissione sia avvenuta all’estero trova applicazione ai fini della perseguibilità del reato in Italia la regola dettata dall’art. 6 comma secondo c.p. dovendosi intendere come “evento” del reato la percezione del messaggio diffamatorio nel territorio nazionale da parte di una indistinta generalità di soggetti abilitati ad accedere al sistema “internet” nulla rilevando che tra costoro vi sia o possa esservi lo stesso soggetto diffamato. Cass. pen. sez. V 27 dicembre 2000 n. 4741

La parola “mafioso” assume carattere offensivo e infamante e laddove comunicata a più persone per definire il comportamento di taluno in assenza di qualsiasi elemento che ne suffraghi la veridicità integra il delitto di diffamazione sostanziandosi nella mera aggressione verbale del soggetto criticato. (Fattispecie relativa al commento critico pubblicato su “facebook” dall’ex-sindaco di un comune siciliano del comportamento tenuto dal sindaco in carica nella designazione dei candidati per le elezioni locali comportamento definito dal ricorrente come “imposizione o agire mafioso”). Cass. pen. sez. V 24 settembre 2019 n. 39047

E’ configurabile il concorso tra il delitto di trattamento illecito di dati personali e quello di diffamazione poiché la clausola di riserva di cui all’art. 167 comma 1 d.lgs 30 giugno 2003 n. 196 (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”) presuppone l’identità dei beni giuridici tutelati dai diversi reati identità che non ricorre nel caso di specie poiché il delitto di diffamazione tutela la reputazione attinente all’aspetto esteriore della tutela dell’individuo e al suo diritto di godere di un certo riconoscimento sociale mentre il delitto di trattamento illecito di dati personali è posto a tutela della riservatezza che ha riguardo all’aspetto interiore dell’individuo e al suo diritto a preservare la propria sfera personale da ingerenze indebite e ricorrendo altresì tra le due fattispecie un rapporto di eterogeneità strutturale sotto il profilo dell’oggetto materiale (che nel delitto di cui all’art. 167 d.lgs. n. 196 del 2003 può essere costituito dai soli dati sensibili) e del dolo (configurato nel solo delitto di trattamento illecito come dolo specifico orientato al profitto dell’agente o al danno del soggetto passivo) che esclude la configurazione di un rapporto di specialità ai sensi dell’art. 15 cod. pen. Cass. pen. sez. V 10 luglio 2019 n. 30455

La cronaca giudiziaria è lecita quando sia esercitata correttamente limitandosi a diffondere la notizia di un provvedimento giudiziario in sé ovvero a riferire o a commentare l’attività investigativa o giurisdizionale; quando invece le informazioni desumibili da un provvedimento giudiziario sono utilizzate per ricostruzioni o ipotesi giornalistiche tendenti ad affiancare o a sostituire gli organi investigativi nella ricostruzione di vicende penalmente rilevanti e autonomamente offensive il giornalista deve assumersi direttamente l’onere di verificare le notizie e di dimostrarne la pubblica rilevanza non potendo reinterpretare i fatti nel contesto di un’autonoma e indimostrata ricostruzione giornalistica. Cass. pen. sez. V 5 dicembre 2018 n. 54496

Esula dai limiti del corretto esercizio di critica politica e dà luogo alla configurabilità del delitto di diffamazione con l’aggravante della finalità di discriminazione razziale l’espressione “rassegni le dimissioni e se ne ritorni nella giungla dalla quale è uscita” pubblicamente rivolta ad un esponente politico di provenienza africana a commento di talune non condivise proposte di legge dal medesimo avanzate. Cass. pen. sez. V 19 febbraio 2018 n. 7859  

Sussiste il reato di diffamazione nel caso in cui un “blogger” nel dare la notizia della morte di un esponente apicale di un sodalizio mafioso adopera espressioni tese ad umiliare e a ricoprire di disprezzo la persona del defunto in quanto esula dai limiti del diritto di critica l’accostamento di quest’ultimo a cose o concetti ritenuti ripugnanti osceni o disgustosi considerata la centralità che i diritti della persona hanno nell’ordinamento costituzionale. (Nella specie la Corte ha annullato con rinvio la sentenza del tribunale che aveva ritenuto non costituire reato l’accostamento del criminale defunto ad “un gran bel pezzo di merda”). Cass. pen. sez. V 3 novembre 2017 n. 50187

Costituisce legittima espressione del diritto di critica tale da escludere la punibilità del fatto l’uso da parte del preside di istituto dell’espressione “futili e superficiali” in risposta alle considerazioni contenute nella lettera di un insegnante inviata in precedenza agli stessi destinatari. Cass. pen. sez. V 17 gennaio 2017 n. 2200

Non integra il reato di diffamazione il mero riferirsi ad una persona indicandola con il termine “omosessuale” trattandosi di espressione che a differenza di altri appellativi che veicolano il medesimo concetto con chiaro intento denigratorio si limita ad attribuire una qualità personale attinente alle preferenze sessuali ed è in tal senso entrata nell’uso comune. (In motivazione la S.C. ha precisato che il termine di per sé neutro non può ritenersi effettivamente lesivo della reputazione nemmeno se valutato in un contesto evocativo dell’intenzione offensiva del soggetto attivo circostanza eventualmente idonea a ricondurre la sua condotta ad una lesione dell’identità personale della persona offesa integrante esclusivamente un illecito civile). Cass. pen. sez. V 29 novembre 2016 n. 50659

In tema di diffamazione la comunicazione contenente i nominativi dei condomini morosi affissa al portone condominiale integra il reato di cui all’art. 595 c.p. non sussistendo alcun interesse da parte dei terzi alla conoscenza di tali fatti ancorché veri. Cass. pen. sez. fer. 26 settembre 2014 n. 39986

Nel reato di diffamazione in cui sia persona offesa un ente commerciale il concetto di reputazione deve ritenersi comprensivo anche del profilo connesso all’attività economica svolta dall’ente ed alla considerazione che esso ottiene nel contesto sociale sicché la condotta lesiva può attenere anche al buon nome commerciale del soggetto giuridico. (Fattispecie in cui la Suprema Corte ha ritenuto attinente al concetto di reputazione la divulgazione a mezzo stampa della falsa notizia che presso l’esercizio commerciale era stato accoltellato un buttafuori ad opera di un cliente). Cass. pen. sez. V 8 novembre 2012 n. 43184

In tema di diffamazione a mezzo stampa non sussiste l’esimente del diritto di critica nella forma satirica qualora essa ancorché a sfondo scherzoso e ironico sia fondata su dati storicamente falsi; tale esimente può infatti ritenersi sussistente quando l’autore presenti in un contesto di leale inverosimiglianza di sincera non veridicità finalizzata alla critica e alla dissacrazione delle persone di alto rilievo una situazione e un personaggio trasparentemente inesistenti senza proporsi alcuna funzione informativa e non quando si diano informazioni che ancorché presentate in veste ironica e scherzosa si rivelino false e pertanto tali da non escludere la rilevanza penale. Cass. pen. sez. V 1 febbraio 2011 n. 3676

Non è applicabile l’aggravante di cui all’art. 595 comma quarto c.p. (offesa recata ad un corpo giudiziario) nel caso in cui il soggetto attivo invii a diverse autorità un esposto-denuncia contenente espressioni offensive nei confronti di un magistrato in quanto quand’anche l’offesa recata alla reputazione di un singolo magistrato a causa dell’adempimento delle sue funzioni possa riflettersi sull’intero ordine giudiziario non vi è coincidenza tra la nozione di ‘corpo giudiziario’ e quella ben più ampia di ordine giudiziario richiamata dall’art. 290 c.p. con riguardo al reato di vilipendio della Repubblica delle istituzioni costituzionali e delle forze armate; inoltre non potendosi attribuire al singolo magistrato la veste di soggetto legittimato ad esprimere l’istanza punitiva anche a nome dell’intero ordine giudiziario mancherebbe comunque la necessaria condizione di procedibilità della querela che il detto ordine a mezzo di soggetto idoneo ad assumerne la rappresentanza avrebbe dovuto proporre. Cass. pen. sez. V 26 aprile 2010 n. 16284

In tema di diffamazione a mezzo stampa ricorre la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca qualora eventi storicamente veri siano stati rappresentati in forma giuridicamente non corretta. (Fattispecie relativa ad articolo di stampa che indicava il querelante come accusato di fatti di usura laddove lo stesso era stato rinviato a giudizio per il delitto di estorsione). Cass. pen. sez. V 17 febbraio 2010 n. 6410

In tema di diffamazione a mezzo stampa i limiti della critica alle istituzioni giudiziarie sono preordinati a garantirne la difesa da attacchi sprovvisti di fondamento e non suscettibili di smentita in virtù del dovere di riservatezza che impedisce ai magistrati presi di mira di reagire agli attacchi loro rivolti; tali limiti non sussistono qualora la critica concerna indagini non in corso ma inchieste giudiziarie aventi innegabile effetto politico (inchiesta «Mani pulite») e il dibattito polemico sia scaturito da una riflessione pubblica innestata dalla stessa persona offesa che si sia risolta ad intervenire liberamente sulla scena pubblica esternando le proprie considerazioni attraverso un’intervista a un quotidiano a tiratura nazionale oggetto di replica da parte dell’articolo di stampa incriminato; d’altro canto l’art. 21 Cost. analogamente all’art. 10 Cedu non protegge unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti essendo al contrario principalmente rivolto a garantire la libertà proprio delle opinioni che «urtano scuotono o inquietano» con la conseguenza che di esse non può predicarsi un controllo se non nei limiti della continenza espositiva che una volta riscontrata integra l’esimente del diritto di critica. Cass. pen. sez. V 2 luglio 2007 n. 25138

Non integra gli estremi del delitto di diffamazione (art. 595 c.p.) l’inoltro di un esposto – contenente notizie di una serie di abusi edilizi – alla competente autorità al solo fine di richiederne l’intervento ancorché i successivi accertamenti non ne confermino la fondatezza. Cass. pen. sez. V 24 maggio 2006 n. 18090

In materia di diffamazione la Corte di cassazione può conoscere e valutare la frase che si assume lesiva della altrui reputazione perché è compito del giudice di legittimità procedere in primo luogo a considerare la sussistenza o meno della materialità della condotta contestata e quindi della portata offensiva delle frasi ritenute diffamatorie dovendo in caso di esclusione di questa pronunciare sentenza di assoluzione dell’imputato. (Fattispecie nella quale il giornalista in un articolo dedicato alle presunte malefatte di una Giunta regionale aveva riportato la notizia del conferimento di un incarico da parte di tale Giunta ad un professionista il quale poi aveva sporto querela; la Corte ha escluso che nell’articolo fossero dedicati riferimenti offensivi alla figura del querelante). Cass. pen. sez. V 12 gennaio 2006 n. 832

In tema di diffamazione l’applicazione della scriminante del diritto di critica pur nell’ambito della polemica tra avversari di contrapposti schieramenti od orientamenti di per sè improntata ad un maggior grado di virulenza presuppone che la critica sia espressa con argomentazioni opinioni valutazioni apprezzamenti che non degenerino in attacchi personali o in manifestazioni gratuitamente lesive dell’altrui reputazione strumentalmente estese anche a terreni estranei allo specifico della contesa politica e non ricorrano all’uso di espressioni linguistiche oggettivamente offensive ed estranee al metodo e allo stile di una civile contrapposizione di idee oltre che non necessarie per la rappresentazione delle posizioni sostenute e non funzionali al pubblico interesse. Nè il travalicamento di tali limiti può ritenersi lecito in ragione della recente comparsa dei protagonisti sulla scena politica essendo semmai vero che proprio tale novità e l’estrazione di tali soggetti dalla cosiddetta società civile dovrebbero garantirne un più intenso radicamento ai canoni ordinari della critica e della dialettica ed un maggior rispetto delle convenzioni comportamentali praticate nei contesti di provenienza. Cass. pen. sez. I 24 giugno 2005 n. 23805

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