(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

ARTICOLO ABROGATO - Ingiuria

Articolo 594 - Codice Penale

(1) [Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516 (341342).
Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.
La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a € 1.032, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.
Le pene sono aumentate (64) qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone (596599)].

Articolo 594 - Codice Penale

(1) [Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516 (341342).
Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.
La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a € 1.032, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.
Le pene sono aumentate (64) qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone (596599)].

Note

(1) Questo articolo è stato abrogato dall’art. 1, comma 1, lett. c), del D.L.vo 15 gennaio 2016, n. 7. A norma dell’art. 12, comma 2, del medesimo provvedimento, se i procedimenti penali per i reati abrogati dal presente decreto sono stati definiti, prima della sua entrata in vigore, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti. Il giudice dell’esecuzione provvede con l’osservanza delle disposizioni dell’articolo 667, comma 4, del codice di procedura penale.

Tabella procedurale

Massime

Integra il reato di ingiuria qualunque espressione o comportamento idoneo a ledere l’onorabilità della persona offesa o il sentimento del proprio valore che ogni individuo nutre per sé. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto offensiva per il minore l’insinuazione sulla reale paternità in quanto idonea a suscitare nel destinatario un sentimento di frustrazione e ad incidere negativamente sull’autostima). Cass. pen. sez. V 19 settembre 2014 n. 38592

In tema di tutela penale dell’onore la valenza offensiva di una determinata espressione per essere esclusa o comunque scriminata con il riconoscimento di una causa di non punibilità deve essere riferita al contesto nel quale è stata pronunciata. (Nella fattispecie la Corte ha escluso la configurabilità del reato di ingiuria nel caso in cui l’imputato aveva detto ad agenti della polizia di Stato che non erano in grado di fare il loro mestiere e non erano riusciti a rimediare al disagio segnalato poichè tali espressioni andavano inserite in un contesto nel quale il soggetto agente lamentava di non essere tutelato dalle istituzioni). Cass. pen. sez. V 26 agosto 2011 n. 32907

La percossa (nella specie schiaffo) per poter presentare il carattere dell’ingiuria deve essere espressione di una violenza simbolica costituita da leggero contatto fisico e diretta in modo palese a manifestare disprezzo evitando una sia pur minima sofferenza sica. Cass. pen. sez. V 28 marzo 2011 n. 12674

Nel reato di ingiuria la valenza offensiva delle espressioni usate non viene meno in ragione del rapporto di vicinato tra le parti imponendo anzi quest’ultimo pena l’impossibilità di convivenza un maggiore reciproco rispetto necessitato dalla quotidiana relazione tra di esse. Cass. pen. sez. V 7 settembre 2010 n. 32738

Integra gli estremi dell’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico nazionale razziale o religioso (art. 3 D.L. n. 122 del 1993 conv. in legge n. 205 del 1993) l’espressione ‘sporco negro’ in quanto idonea a coinvolgere un giudizio di disvalore sulla razza della persona offesa. Cass. pen. sez. V 11 giugno 2010 n. 22570

Ai fini della configurabilità della circostanza aggravante della «finalità di discriminazione o di odio etnico nazionale razziale o religioso» quale prevista dall’art. 3 comma primo del D.L. 26 aprile 1993 n. 122 conv. con modif. in L. 25 giugno 1993 n. 205 non può considerarsi sufficiente una semplice motivazione interiore dell’azione ma occorre che questa per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto nel quale si colloca si presenti come intenzionalmente diretta e almeno potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno ed a suscitare in altri il suddetto sentimento di odio o comunque a dar luogo in futuro o nell’immediato al concreto pericolo di comportamenti discriminatori dovendosi inoltre escludere che possa automaticamente ricondursi alla nozione di «odio» ogni e qualsiasi sentimento o manifestazione di generica antipatia insofferenza o rifiuto pur se riconducibile a motivazioni attinenti alla razza alla nazionalità all’etnia o alla religione e dovendosi altresì considerare quanto alla «discriminazione» che la relativa nozione non può essere intesa come riferibile a qualsivoglia condotta che sia o possa apparire contrastante con un ideale di assoluta e perfetta integrazione non solo nei diritti ma anche nella pratica dei rapporti quotidiani tra soggetti di diversa razza etnia nazionalità o religione ma deve essere tratta esclusivamente dalla definizione contenuta nell’art. 1 della Convenzione di New York del 7 marzo 1966 resa esecutiva in Italia con la L. n. 654/1975 secondo cui (nel testo italiano) essa «sta ad indicare ogni distinzione esclusione restrizione o preferenza basata sulla razza il colore l’ascendenza o l’origine etnica che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento il godimento o l’esercizio in condizioni di parità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico economico sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica». (Nella specie in applicazione di tali principi la Corte ha annullato con rinvio per difetto di motivazione la sentenza di merito con la quale era stato ritenuta la sussistenza dell’aggravante in questione relativamente al reato di ingiurie addebitato all’imputato per avere questi in occasione di una rissa – per la quale l’aggravante non risultava contestata – rivolto ad alcune straniere di origine colombiana l’espressione «sporche negre cosa fanno queste negre qua»). Cass. pen. sez. V 5 dicembre 2005 n. 44295

La circostanza aggravante della “finalità di discriminazione o di odio etnico nazionale razziale o religioso è integrato quando – anche in base alla Convenzione di New York del 7 marzo 1966 resa esecutiva in Italia con la legge n. 654 del 1975 – l’azione si manifesti come consapevole esteriorizzazione immediatamente percepibile nel contesto in cui è maturata avuto anche riguardo al comune sentire di un sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza l’origine etnica o il colore e cioè di un sentimento immediatamente percepibile come connaturato alla esclusione di condizioni di parità. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto corretta l’esclusione dell’aggravante nei confronti dell’imputato – il quale aveva proferito l’espressione ‘italiano di m …” – affermando che il riferimento all’italiano nel comune sentire non possa essere correlato ad una situazione di inferiorità suscettibile di essere discriminata e dare quindi luogo ad un pregiudizio corrente di inferiorità bensì riguardi la persona singola verso la quale si abbia disistima). Cass. pen. sez. V 25 marzo 2010 n. 11590

L’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico nazionale razziale o religioso (art. 3 D.L. n. 122 del 1993 conv. in legge n. 205 del 1993) è configurabile quando essa si rapporti nell’accezione corrente ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza; mentre non ha rilievo la mozione soggettiva dell’agente né è necessario che la condotta incriminata sia destinata o quanto meno potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno ed a suscitare il riprovevole sentimento o comunque il pericolo di comportamenti discriminatori o di atti emulatori giacché ciò varrebbe ad escludere l’aggravante in questione in tutti i casi in cui l’azione lesiva si svolga in assenza di terze persone. (Nella specie la S.C. ha censurato la decisione con cui il giudice di merito attribuendo ‘una valenza impropria ai motivi dell’agire ha escluso l’aggravante in questione nei confronti di imputati per i reati di ingiurie minacce e lesioni personali aggravati dalla finalità di odio razziale i quali avevano aggredito fisicamente e verbalmente all’interno di un autobus e successivamente di un bar una studentessa di colore e alludendo alla stessa avevano detto: ‘adesso gli dai una gomma negra come lei). Cass. pen. sez. V 28 dicembre 2009 n. 49694

In tema di tutela dell’onore ancorché in generale al fine di accertare se sia stato leso il bene protetto dall’art. 594 c.p. sia necessario fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alla personalità dell’offeso e dell’offensore ed al contesto nel quale la frase ingiuriosa sia stata pronunciata esistono tuttavia limiti invalicabili posti dall’art. 2 Cost. a tutela della dignità umana di guisa che alcune modalità espressive sono oggettivamente (e dunque per l’intrinseca carica di disprezzo e dileggio che esse manifestano e/o per la riconoscibile volontà di umiliare il destinatario) da considerarsi offensive e quindi inaccettabili in qualsiasi contesto pronunciate tranne che siano riconoscibilmente utilizzate « ioci causa» (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha ritenuto integrato il delitto di cui all’art. 594 c.p. nelle espressioni usate da un legale nei confronti di un collega al quale si era rivolto in occasione di un’udienza civile dicendogli ‘vai a ..: Dio li fa e poi li accoppia riferendosi anche al cliente dell’avvocato avversario). Cass. pen. sez. V 14 marzo 2008 n. 11632

Integra gli estremi dell’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico nazionale razziale o religioso (art.3 D.L. n. 122 del 1993 conv. in legge n. 205 del 1993) l’espressione ingiuriosa «va via di qua sporca negra» rivolta a persona di pelle scura in quanto essa si rapporta nell’accezione corrente ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza né a tal riguardo ha rilievo la mozione soggettiva dell’agente considerato che l’accertamento sulla idoneità potenziale dell’azione a conseguire lo scopo discriminatorio deve essere parametrato non già all’idoneità occasionale del fatto a conseguire ulteriore disvalore ma al dato culturale che lo connota. Cass. pen. sez. V 17 marzo 2006 n. 9381

In tema di tutela penale dell’onore al fine di accertare se l’espressione utilizzata sia idonea a ledere il bene protetto dalla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 594 c.p. occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alle personalità dell’offeso e dell’offensore nonché al contesto nel quale detta espressione sia stata pronunciata ed alla coscienza sociale; ne deriva alla luce dei suddetti criteri che è priva di rilevanza offensiva l’espressione «siete venuti a rompere le scatole» proferita nel contesto di un vivace scambio verbale tra professoresse. Cass. pen. sez. V 27 ottobre 2005 n. 39454

In tema di tutela penale dell’onore al fine di accertare se sia stato leso il bene protetto dall’art. 594 c.p. occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alla personalità dell’offeso e dell’offensore ed al contesto nel quale la frase ingiuriosa sia stata pronunciata. Pertanto alla luce di detti criteri ed avuto riguardo alla coscienza sociale l’espressione «non rompermi le scatole» non possiede alcuna carica offensiva. (In applicazione di tale principio la S.C. ha ritenuto priva di rilevanza offensiva l’espressione «non rompermi le scatole» pronunciata in occasione di un banale diverbio tra giovani automobilisti). Cass. pen. sez. VII 22 novembre 2001 n. 41752

È integrata l’esimente del diritto di critica qualora con lettera si revochi l’incarico al professionista (nella specie avvocato) attribuendogli l’incapacità del proprio studio di seguire con la dovuta diligenza e la necessaria professionalità le pratiche affidategli considerato che tali espressioni rientrano nel diritto dell’assistito di spiegare le ragioni del venir meno del rapporto fiduciario e che tale critica ancorché aspra non comporta uno sconfinamento dai limiti della continenza. Cass. pen. sez. V 3 aprile 2008 n. 14056

In tema di ingiuria al fine dell’operatività della causa di non punibilità della provocazione (art. 599 comma secondo c.p. ) l’illegittimità intrinseca che deve connotare il «fatto ingiusto » altrui non può essere individuata sulla base dei criteri che presiedono al riconoscimento della illegittimità di un atto amministrativo ma trova la sua realizzazione solo in comportamenti i quali ictu oculi non possano neppure astrattamente trovare giustificazione alcuna in una qualche disposizione normativa ovvero nelle regole comunemente accettate della civile convivenza. Cass. pen. sez. V 31 marzo 2008 n. 13570

Non può escludersi la sussistenza della scriminante dell’esercizio di critica politica nel caso in cui un cittadino nel corso di una pubblica assemblea avente ad oggetto temi dibattuti di interesse amministrativo locale si sia rivolto al sindaco (al quale nel medesimo contesto era stato rivolto l’invito a dimettersi) con le espressioni ingiuriose «buffone» e «ridicolo» quando non risulti con assoluta certezza che l’autore del fatto abbia inteso riferirsi alla persona in sè e non al suo comportamento come uomo pubblico che dispone direttamente degl’interessi della comunità di cui fa parte. Cass. pen. sez. V 28 gennaio 2008 n. 4129

Non può ritenersi scriminata dall’esercizio del diritto di critica politica l’ingiuria riconoscibile nella qualificazione di «persona compromessa e invischiata» attribuita nel corso di una seduta della giunta di una comunità montana da un componente di tale organo al segretario generale quando l’autore del fatto richiesto nel medesimo contesto di indicare le ragioni del suddetto giudizio (espresso tra l’altro nei confronti di soggetto investito di funzioni amministrative prive di particolari connotazioni di natura politica) abbia rifiutato di farlo. Cass. pen. sez. V 21 gennaio 2008 n. 3126

In tema di ingiuria costituisce legittima espressione del diritto di critica tale da escludere la punibilità del fatto il rivolgere da parte di un insegnante ad un collega in occasione di un consiglio di classe l’addebito di non aver fatto progredire l’alunno «handicappato» che gli era stato affidato ma di averlo anzi fatto regredire. Cass. pen. sez. V 26 novembre 2007 n. 43856

Anche in tema di ingiuria l’esimente del diritto di critica può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi che di per sé sarebbero ingiuriosi tesi a stigmatizzare un comportamento realmente tenuto dal personaggio pubblico ma non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta scorretta utilizzata come fondamento per la esposizione a critica del personaggio stesso. Cass. pen. sez. V 20 maggio 2004 n. 24087

In tema di ingiuria l’applicazione della causa di non punibilità fondata sul carattere reciproco delle offese (art. 599 primo comma c.p.) è interamente rimessa alla valutazione discrezionale del giudice non necessita di sollecitazione da parte dell’interessato e può intervenire ad opera del giudice di appello anche nel caso in cui l’omesso riconoscimento nel giudizio di primo grado non abbia costituito oggetto di specifica doglianza nei motivi di gravame. Cass. pen. sez. V 22 luglio 2003 n. 30839

In tema di ingiuria l’espressione «trombone politico» che pur presenta una sua valenza offensiva se rivolta ad un consigliere comunale nel corso di un dibattito politico costituisce esercizio del diritto di critica scriminato ai sensi dell’art. 51 c.p. trattandosi di locuzione sia pure pungente che si riferisce alla sfera pubblica e non alla vita privata del destinatario e in ogni caso non è volgare o triviale. Cass. pen. sez. V 19 maggio 2003 n. 22031

In tema di reciprocità delle offese può beneficiare della speciale causa di non punibilità prevista dall’art. 599 primo comma c.p. anche colui che abbia ingiuriato per primo in quanto considerandosi ciascuna offesa come pena dell’altra il primo offensore con l’ingiuria ricevuta ha già subito una pena e tale reciprocità spiega la rinuncia dello Stato alla potestà punitiva. Cass. pen. sez. V 16 ottobre 2002 n. 34616

La speciale causa di non punibilità della «ritorsione» prevista dall’art. 599 comma 1 c.p. per il reato di ingiuria non trova applicazione per quello concorrente di molestie con il mezzo del telefono commesso nel medesimo contesto stante la non corrispondenza delle condotte punibili e dei beni giuridici protetti dalle rispettive norme incriminatrici. Cass. pen. sez. I 24 aprile 2001 n. 16729

L’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione con qualsiasi mezzo realizzata è diretta all’offeso mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore. (In applicazione del principio la Corte ha ritenuto immune da censure la decisione di merito che aveva qualificato come diffamatorie le espressioni profferite dal ricorrente ad alta voce in assenza della persona offesa che tuttavia le aveva udite perché impegnata in una conversazione telefonica con uno dei soggetti presenti nella stanza in cui le parole offensive erano state pronunciate). Cass. pen. sez. V 8 marzo 2019 n. 10313

Un’unica condotta è in grado di integrare sia il reato di molestia o disturbo alle persone che il delitto di ingiuria perchè tra le due previsioni non sussiste alcun rapporto di specialità attesa la diversità dei beni giuridici tutelati dalle rispettive norme incriminatrici. (Fattispecie relativa all’invio insistente di messaggi SMS a mezzo telefono con contenuto ingiurioso). Cass. pen. sez. I 29 maggio 2007 n. 21158

Integra gli estremi del reato di ingiuria (art. 594 c.p.) e non di molestia (art. 660 c.p.) l’invio in rapida sequenza in ora diurna di due messaggi sms di contenuto ingiurioso poiché le modalità della forma di comunicazione (scritta e non vocale) e l’ora prescelte non sono idonee a ledere la privata tranquillità ma l’onore personale. Cass. pen. sez. I 17 maggio 2005 n. 18449

In tema di oltraggio la circostanza che all’abrogazione del delitto non abbia fatto seguito l’introduzione di nuove o diverse figure di reato non esclude la possibilità che la condotta già tipica del delitto abrogato possa integrare altra fattispecie criminosa tuttora prevista e punita dalla legge penale. Ne consegue che deve ritenersi sussistente il reato di ingiuria aggravata dalla qualità di pubblico ufficiale (o di incaricato di pubblico servizio) ogniqualvolta il giudice di merito abbia verificato la coincidenza delle condotte previste dai due reati ritenendo che l’offesa al prestigio del pubblico ufficiale sia esattamente corrispondente – in fatto – all’offesa al decoro prevista per il vigente reato di ingiuria. Cass. pen. sez. V 3 dicembre 2001 n. 43466

Riveste carattere ingiurioso l’espressione “maniaco” rivolta ad un soggetto condannato per violenza sessuale in quanto anche i condannati per gravi reati hanno diritto al rispetto dell’onore e della reputazione che siccome beni personali cedono solo davanti ad altri valori parimenti rilevanti come il diritto all’informazione di cronaca ovvero di difesa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza impugnata che aveva affermato la sussistenza del fatto di ingiuria in riferimento a vicenda nella quale l’epiteto offensivo era stato pronunciato dall’ex coniuge davanti ad una scuola mentre la persona offesa stava intrattenendosi con altri genitori). Cass. pen. sez. V 13 ottobre 2014 n. 42825

In tema di tutela penale dell’onore riveste carattere ingiurioso l’espressione “disonesto” rivolta ad un professionista esercente una pubblica funzione (nella specie un medico di base nello svolgimento della sua attività) in quanto la stessa facendo riferimento alla adozione di scelte ed iniziative in violazione di regole comuni si presta ad essere recepita come indicativa di comportamenti illeciti. Cass. pen. sez. V 10 luglio 2014 n. 30518

Integra il delitto di ingiuria l’utilizzo di espressioni lesive dell’autorevolezza nell’espletamento del ruolo genitoriale. (Fattispecie relativa ad un rimprovero di scarsa attenzione nell’esercizio delle responsabilità genitoriali rivolto attraverso l’utilizzo di frasi che facevano riferimento allo stato di tossicodipendenza del glio della persona offesa e al conseguente sequestro dell’autovettura di sua proprietà). Cass. pen. sez. V 23 giugno 2010 n. 23979

Integra il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) – e non quello di diffamazione (art. 595 c.p.) la condotta di colui che collochi un cartello contenente la dicitura ‘siete dei ladri’ sulla porta del garage di proprietà della persona offesa trattandosi – per il tenore dello scritto e le modalità della sua collocazione – di una forma di comunicazione direttamente rivolta a quest’ultima. Cass. pen. sez. V 24 maggio 2010 n. 19544

Non integra il reato di ingiuria l’espressione “pedofilo” usata in senso scherzoso (in quanto riferita nel caso di specie all’atteggiamento mantenuto dal destinatario nei confronti di altra persona più giovane ma comunque adulta) e pronunciata nel corso di un programma televisivo (cd. “reality show”) caratterizzato dalla sollecitazione del contrasto verbale tra i partecipanti dovendosi aver riguardo al contesto spazio-temporale nel quale è stata pronunciata. Cass. pen. sez. V 23 settembre 2009 n. 37105

Integra il delitto di ingiuria l’affissione sotto l’abitazione della persona offesa di manifesti contenenti il testo di una sentenza di condanna nei confronti di quest’ultima in quanto l’attribuzione ad un soggetto di un fatto di rilevanza penale costituisce attività idonea a lederne l’onore ed a tal fine nessuna efficacia scriminante riveste il fatto che lo scritto offensivo sia costituito da una sentenza posto che ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 594 c.p. non è riconosciuta efficacia scriminante alla verità del fatto offensivo e che d’altro canto anche l’efficacia esimente riconosciuta ex art. 596 c.p. alla sopravvenienza della sentenza di condanna della persona offesa in ordine al fatto offensivo attribuitole è subordinata alla constatazione demandata al giudice di merito che i modi usati non rendano per sé stessi applicabili le disposizioni di cui all’art. 594 c.p. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione del giudice di merito che ha ritenuto integrato il delitto di cui all’art. 594 c.p. considerati i modi della condotta concretatasi nella affissione della sentenza avvenuta nello stesso ambiente pubblico o aperto al pubblico nel quale si era verificato l’episodio incriminato per giunta in danno di chi aveva beneficiato della non menzione ). Cass. pen. sez. V 29 luglio 2008 n. 31613

Non integra la fattispecie del delitto di ingiuria la condotta del superiore gerarchico che invii due lettere ad un dipendente con le quali contesti la violazione degli obblighi di diligenza e l’assenza di professionalità e di competenza nell’esercizio del proprio ruolo qualora tali contestazioni non censurino la persona in sé e per sé considerata ma la condotta professionale del dipendente di cui si accertino gravi inadempienze che si risolvano nella mancanza della professionalità e della competenza necessarie allo svolgimento del proprio ruolo. Cass. pen. sez. V 29 luglio 2008 n. 31624

Integra il reato di ingiuria l’invio a soggetti diversi della persona offesa di una mail contenente espressioni offensive con la consapevolezza che essa sarebbe stata comunicata al soggetto offeso. Cass. pen. sez. V 21 aprile 2008 n. 16425

Non integra gli estremi del reato di ingiuria la condotta di colui che in qualità di condomino rivolga all’amministratore nel corso di un’assemblea condominiale la seguente espressione: «Lei è un bugiardo dice il falso e mente» considerato che al fine di apprezzare la lesività di detta espressione è necessario contestualizzarla e cioè rapportarle al contesto spazio-temporale nel quale è stata pronunciata avuto riguardo allo standard di sensibilità sociale del tempo. (Fattispecie nella quale la Corte ha osservato che se l’espressione con la quale si attribuisca la patente di bugiardo e mentitore può in astratto assumere rilievo denigratorio e lesivo di una persona essa perde gran parte della sua valenza offensiva ove venga inserita nel particolare contesto in cui è stata proferita e cioè in un’assemblea condominiale – pertanto in un ambito non di rado caratterizzato da vivace vis polemica o da atteggiamenti sopra le righe – da un condomino nell’ambito di un’accesa critica all’operato dell’amministratore organo esecutivo obbligato a rendere conto all’assemblea). Cass. pen. sez. V 6 marzo 2008 n. 10420

Non integra il delitto di ingiuria la condotta di colui che comunica – nella specie a mezzo fax raccomandata r.r. e telegramma – al proprio avvocato la volontà di recedere dal rapporto fiduciario attribuendogli la responsabilità di un grave e reiterato inadempimento professionale e di indebita percezione del corrispettivo contrattuale considerato che si tratta di addebiti inerenti lo svolgimento del rapporto contrattuale che quand’anche non rispondenti al vero esulano perciò stesso dall’ingiuria la quale per contro si può ravvisare nell’attribuzione di fatti connotati da disvalore extracontrattuale e cioè di comportamenti di per sé riprovevoli assunti a pretesto di recesso giacché solo in tal caso il mandante agisce uti civis e al fine di essere esentato da responsabilità penale deve eccepire la verità del fatto attribuito al professionista. Cass. pen. sez. V 20 luglio 2007 n. 29413

Costituisce ingiuria l’espressione «lei si crede un padreterno» rivolta ad un pubblico ufficiale con riferimento a comportamenti da lui posti in essere in tale sua qualità atteso che detta espressione vale ad attribuire al pubblico ufficiale tenuto come tale al costante rispetto delle norme che regolano l’adempimento delle sue funzioni una condotta prevaricatrice e pertanto riprovevole. Cass. pen. sez. V 29 gennaio 2007 n. 3233

Non integra il delitto di ingiuria (art. 594 comma secondo c.p.) la condotta di colui che pronuncia a mezzo telefono espressioni offensive nei confronti di una terza persona senza dare all’interlocutore l’incarico di riferirle al destinatario. Cass. pen. sez. V 31 ottobre 2006 n. 36095

Integra il reato di ingiuria l’apostrofare la persona offesa con riferimento alla sua nazionalità di origine attraverso la sostantivizzazione dell’aggettivo che tale origine indica (nella specie: «marocchino») soprattutto laddove lo scherno che l’espressione denota si unisce all’intento della discriminazione razziale. Cass. pen. sez. V 20 maggio 2005 n. 19378

In tema di delitti contro l’onore non integra il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) l’espressione «sei un ladro di strade» pronunciata nel contesto di una controversia sorta per l’uso di una strada e volta a sottolineare lo ius excludendi derivante dalla ritenuta titolarità dell’immobile rivendicato in quanto nel valutare la portata offensiva di un’espressione il giudice deve fare riferimento al contesto verbale e ambientale in cui essa è inserita con la conseguenza che nella specie la detta espressione pur essendo non cortese non si configura come oggettivamente insultante attenendo ad un contenzioso in atto tra due soggetti. Cass. pen. sez. V 16 aprile 2004 n. 17664

Integra il reato di ingiuria di cui all’art. 594 c.p. in quanto fatto oggettivamente idoneo a ledere l’onere e il prestigio del dipendente il comportamento del superiore gerarchico (nel caso di specie il primario di un ospedale pubblico) che in particolare alla presenza di altre persone spinga con violenza contro un muro il suo subordinato accompagnando il gesto con l’ingiunzione verbale a lasciare il proprio posto di lavoro. Cass. pen. sez. fer. 8 ottobre 2001 n. 36297

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