(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Lesione personale

Articolo 582 - Codice Penale

Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da sei mesi (1) a tre anni (583, 585, 587; 1151 c.n.).
Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni e non concorre alcuna delle circostanze aggravanti previste negli artt. 583 e 585, ad eccezione di quelle indicate nel n. 1 e nell’ultima parte dell’articolo 577, il delitto è punibile a querela (120; 336 c.p.p.) della persona offesa (2).

Articolo 582 - Codice Penale

Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da sei mesi (1) a tre anni (583, 585, 587; 1151 c.n.).
Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni e non concorre alcuna delle circostanze aggravanti previste negli artt. 583 e 585, ad eccezione di quelle indicate nel n. 1 e nell’ultima parte dell’articolo 577, il delitto è punibile a querela (120; 336 c.p.p.) della persona offesa (2).

Note

(1) Le parole: «da tre mesi» sono state così sostituite dalle attuali: «da sei mesi» dall’art. 1, comma 3, lett. b), della L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016.
(2) Si veda l’art. 3 del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, nella L. 15 ottobre 2013, n. 119.

Tabella procedurale

Arresto: facoltativo in flagranza. 381 c.p.p.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: consentite le misure coercitive. 280391381 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Giudice di pace (4, lett. a, D.L.vo n. 274/2000) limitatamente alle fattispecie di cui al comma 2 perseguibili a querela di parte, ad esclusione dei fatti commessi contro uno dei soggetti elencati dall’articolo 577, secondo comma, c.p., ovvero contro il convivente; Tribunale monocratico per le aggravanti (4, D.L.vo n. 274/2000). 577 c.p.
Procedibilità: d’ufficio; a querela di parte se ricorrono le condizioni di cui al secondo comma dell’art. 582 c.p. 50 c.p.p.; 336 c.p.p.; 582 c.p.

Massime

In tema di lesioni personali, sussiste l’aggravante dell’indebolimento permanente di un organo qualora, in conseguenza del fatto lesivo, esso risulti menomato nella sua potenzialità funzionale, che sia, pertanto, ridotta rispetto allo stato anteriore, a nulla rilevando il fatto del minore o maggiore grado di menomazione. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto sussistente la circostanza in un caso nel quale la dolenzia causata alla vittima dal movimento dell’arto lesionato, specie durante la flessione, ne menomava la funzione statico-deambulatoria, rendendo più difficoltosi e dolorosi i movimenti). Cass. pen. sez. VI 24 febbraio 2020 n. 7271

Il delitto di lesioni personali, commesso per eseguire il delitto di rapina, è procedibile d’ufficio e non a querela di parte, ricorrendo l’aggravante del nesso teleologico ai sensi del combinato disposto degli artt. 585, 576, primo comma, n. 1 e 61, primo comma, n. 2, cod. pen. Cass. pen. sez. II 23 luglio 2020 n. 22081

In tema di lesioni personali, integra lo sfregio permanente qualsiasi nocumento che, senza determinare la più grave conseguenza della deformazione, importi un’apprezzabile alterazione delle linee del volto che incida, sia pure in misura minima, sulla funzione estetico-fisiognomica dello stesso. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto sussistente l’aggravante di cui all’art. 583, comma secondo, n. 4, cod. pen. riguardo ad un lieve disvellamento del margine orbitario inferiore con alterazione minima delle euritmie del volto). Cass. pen. sez. V 5 ottobre 2020 n. 27564

In tema di circostanze anche la gelosia può integrare l’aggravante prevista dall’art. 61 comma primo n. 1 cod. pen. che giustifica un giudizio di maggiore riprovevolezza dell’azione e di più accentuata pericolosità dell’agente per la futilità della spinta motivazionale che ha determinato a commettere il reato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza che aveva ritenuto tale aggravante in relazione ad un delitto di lesioni commesso con l’investimento della vittima rilevando che la condotta risultava del tutto sproporzionata rispetto alla spinta criminosa individuata nella mancata accettazione della fine di una relazione sentimentale e nell’istinto di conservare un controllo sul “partner”). Cass. pen. sez. V 30 ottobre 2019 n. 44319

Integra l’elemento psicologico del delitto di lesioni volontarie anche il dolo eventuale ossia la mera accettazione del rischio che la manomissione sica della persona altrui possa determinare effetti lesivi. Cass. pen. sez. V 29 settembre 2010 n. 35075

L’aggravante dell’uso delle armi è configurabile con riguardo al delitto di lesioni personali tentato poichè l’estensione al tentativo delle circostanze previste per il corrispondente delitto consumato deve essere verificato sulla base di una valutazione di compatibilità logico-giuridica tenuto conto della tipologia dell’aggravante contestata che nella specie connota la pericolosità della condotta a prescinde dal verificarsi dell’evento. Cass. pen. sez. V 7 settembre 2017 n. 40826

In tema di tentativo l’idoneità degli atti non va valutata con riferimento al criterio probabilistico di realizzazione dell’intento delittuoso infatti l’idoneità altro non è che la possibilità che alla condotta consegua lo scopo che l’agente si propone. Pertanto ferire intenzionalmente la vittima con una siringa contenente sangue infetto perché prelevato da soggetto affetto da malattia infettiva e propagabile attraverso contatto ematico costituisce atto idoneo a cagionare il reato di lesioni benché l’eventualità che siffatto evento si realizzi sia molto bassa. Cass. pen. sez. V 28 luglio 2011 n. 30139

Ai fini della configurabilità del delitto di lesioni personali la nozione di malattia non comprende tutte le alterazioni di natura anatomica che possono anche mancare bensì solo quelle da cui deriva una limitazione funzionale o un significativo processo patologico o l’aggravamento di esso ovvero una compromissione delle funzioni dell’organismo anche non definitiva ma comunque significativa. (Fattispecie relativa ad aggressione consistita in una “tirata di capelli” nella quale la Corte ha annullato con rinvio la decisione di merito che si era limitata a dar conto del referto medico che riportava quale conseguenza a carico della vittima “dolore in regione occipitale guaribile in giorni due”). Cass. pen. sez. V 24 luglio 2019 n. 33492 

In tema di lesioni gravissime la valutazione circa la sussistenza dell’aggravante dello sfregio permanente inteso come turbamento irreversibile dell’armonia e dell’euritmia delle linee del viso compete al giudice di merito chiamato ad esprimere un giudizio che non richiede speciali competenze tecniche perché ancorato al punto di vista di un osservatore comune di gusto normale e di media sensibilità e pertanto tale giudizio non risulta sindacabile in sede di legittimità. Cass. pen. sez. V 10 maggio 2017 n. 22685

In tema di lesioni personali integrano la malattia di cui all’art. 582 c.p. gli effetti derivanti dal getto sul viso di gas urticante consistenti non soltanto in una irritazione cutanea prolungata ma anche in fenomeni di nausea e conati di vomito accompagnati da senso di soffocamento in quanto produttivi di alterazioni funzionali dell’organismo. Cass. pen. sez. V 22 novembre 2013 n. 46787

Integra il reato di lesione personale dolosa la condotta del medico che sottoponga con esito infausto il paziente ad un trattamento chirurgico al quale costui abbia espresso il proprio dissenso. (Fattispecie di intervento di chirurgia correttiva della vista con esito infausto per il quale il consenso del paziente era stato carpito prospettandogli una metodologia esecutiva non invasiva). Cass. pen. sez. IV 8 giugno 2010 n. 21799

Ai fini della configurabilità del delitto di lesioni personali (art. 582 c.p.) costituisce malattia la lesione cutanea consistente in un taglio all’avambraccio guaribile in tre giorni in quanto anche una modesta soluzione di continuo dell’epidermide con soffusione ematica non può non comportare una sia pur minima ma comunque apprezzabile compromissione locale della funzione propria dell’epidermide che non è solo quella di carattere estetico-sensoriale ma anche e soprattutto quella di protezione dell’intero organismo in ogni sua parte da contatti potenzialmente nocivi con agenti esterni di qualsivoglia natura. Cass. pen. sez. V 26 aprile 2010 n. 16271

L’ecchimosi consistente in una infiltrazione di sangue nel tessuto sottocutaneo ed il trauma contusivo che determina una sia pur limitata alterazione funzionale dell’organismo sono riconducibili alla nozione di malattia ed integrano pertanto il reato di lesione personale. Cass. pen. sez. VI 22 marzo 2010 n. 10986

Ai fini della configurabilità del delitto di lesioni personali l’ematoma è riconducibile alla nozione di “malattia”. Cass. pen. Sez. V 20 gennaio 2009 n. 2081

Ricorre il delitto di lesioni e non già quello meno grave di percosse sia in caso di contusione escoriata che di cervicoalgia rientrando entrambe nella nozione di «malattia » in quanto l’una consiste nella lesione sia pure superficiale del tessuto cutaneo e quindi nella patologica alterazione dell’organismo e l’altra comporta una pur limitata alterazione funzionale del rachide cervicale non esaurendosi in una semplice sensazione di dolore. Cass. pen. sez. II 11 aprile 2008 n. 15420

L’ecchimosi – infiltrazione di sangue nel tessuto sottocutaneo – costituisce malattia e configura pertanto una lesione personale. Cass. pen. sez. IV 20 gennaio 2006 n. 2433

La diversa obiettività giuridica del reato di maltrattamenti in famiglia e di quello di lesioni personali volontarie esclude l’assorbimento del secondo nel primo rendendoli concorrenti tra loro. Cass. pen. sez. VI 23 giugno 2004 n. 28367

In tema di attività medico-chirurgica allo stato attuale della legislazione (non avendo ancora trovato attuazione la delega di cui all’art. 3 della legge 28 marzo 2001 n. 145 con la quale è stata ratificata la Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997 sui diritti dell’uomo e sulla biomedica) deve ritenersi che il medico sia sempre legittimato ad effettuare il trattamento terapeutico giudicato necessario per la salvaguardia della salute del paziente affidato alle sue cure anche in mancanza di esplicito consenso dovendosi invece ritenere insuperabile l’espresso libero e consapevole rifiuto eventualmente manifestato dal medesimo paziente. In tale ultima ipotesi qualora il medico effettui ugualmente il trattamento rifiutato potrà profilarsi a suo carico il reato di violenza privata ma non mai – ove il trattamento comporti lesioni chirurgiche ed il paziente venga successivamente a morte – il diverso e più grave reato di omicidio preterintenzionale non potendosi ritenere che le lesioni chirurgiche strumentali all’intervento terapeutico possano rientrare nelle previsioni di cui all’art. 582 c.p. Cass. pen. sez. I 11 luglio 2002 n. 26446 

È da escludere la configurabilità dell’omicidio preterintenzionale (in luogo dell’omicidio colposo) a carico del medico-chirurgo il quale pur in assenza di oggettive ragioni di urgenza e travalicando i limiti del previo consenso prestato dal paziente effettui un intervento chirurgico demolitorio da lui erroneamente ritenuto necessario e dalla cui maldestra esecuzione derivi la morte del paziente medesimo. Non può dirsi infatti in detta ipotesi che fosse presente nell’agente l’elemento soggettivo del delitto di lesioni volontarie per la cui sussistenza (trattandosi di fatto commesso nell’esercizio di attività medico chirurgica) occorre che il sanitario agisca essendo conscio che il suo intervento produrrà una non necessaria menomazione dell’integrità sica o psichica del paziente. Cass. pen. sez. IV 12 luglio 2001 n. 28132

Il delitto di lesioni volontarie derivanti da esercizio di attività medico-chirurgica è da escludere non solo quando il paziente abbia espresso un valido consenso contenuto entro i limiti segnati dall’art. 5 c.c. ma anche quando il detto consenso non sia necessario come può verificarsi in presenza di ragioni di urgenza terapeutica o in altre ipotesi previste dalla legge le quali possono rendere configurabili cause di giustificazione diverse dal consenso dell’avente diritto quali lo stato di necessità o l’adempimento di un dovere. Cass. pen. sez. IV 12 luglio 2001 n. 28132

La remissione tacita extraprocessuale della querela può configurarsi solamente quando il querelante abbia compiuto fatti incompatibili con la volontà di chiedere l’accertamento della responsabilità penale del colpevole in ordine a fatti penalmente rilevanti che hanno formato oggetto dell’istanza di punizione. Tali fatti devono essere univoci sì da potersi desumere con chiarezza la indicata incompatibilità. Il carattere della univocità non è riscontrabile in relazione a querela presentata da un coniuge nei confronti dell’altro per i reati di lesioni personali e ingiurie nella rinuncia «ai reciproci addebiti» nel corso della causa civile per separazione dei coniugi in quanto la rinuncia stessa è diretta soltanto a non insistere nell’accertamento della colpa ai fini del giudizio civile. Cass. pen. sez. VI 19 gennaio 2000 n. 689

Non ricorre la causa di giustificazione non codificata dell’esercizio di attività sportiva allorché un calciatore colpisca l’avversario fratturandogli il setto nasale nel momento in cui l’arbitro assegni un calcio di punizione in quanto in tale fase non essendo ammesso il gioco attivo di squadra ancorché singoli giocatori possano trovarsi in movimento per organizzare il « tiro» il gioco deve ritenersi fermo e pertanto l’azione antidoverosa non può risultare funzionale all’attività agonistica in atto ma si palesa come una mera aggressione del tutto indipendente dalla dinamica del gioco. Cass. pen. sez. V 10 marzo 2008 n. 10734

In tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva che implichi l’uso della forza sica e il contrasto anche duro tra avversari l’area del rischio consentito è delimitata dal rispetto delle regole tecniche del gioco la violazione delle quali peraltro va valutata in concreto con riferimento all’elemento psicologico dell’agente il cui comportamento può essere – pur nel travalicamento di quelle regole – la colposa involontaria evoluzione dell’azione sica legittimamente esplicata o al contrario la consapevole e dolosa intenzione di ledere l’avversario approfittando della circostanza del gioco. Cass. pen. sez. V 23 maggio 2005 n. 19473

L’esercizio di attività sportiva costituisce una causa di giustificazione non codificata in base alla quale per il soddisfacimento dell’interesse generale della collettività a che venga svolta attività sportiva per il potenziamento fisico della popolazione come tale tutelato dallo Stato è consentita l’assunzione del rischio della lesione di un interesse individuale relativo alla integrità sica. Tale esimente presuppone in ogni caso che non sia travalicato il dovere di lealtà sportiva nel senso che devono essere rispettate le norme che disciplinano ciascuna attività e che l’atleta non deve esporre l’avversario ad un rischio superiore a quello consentito in quella determinata pratica ed accettato dal partecipante medio. In particolare l’esercizio di attività sportiva nella forma di un incontro di esibizione-allenamento è caratterizzata da una minore carica agonistica rispetto alle competizioni vere e proprie e richiede pertanto da parte dei contendenti particolare cautela e prudenza per evitare il pregiudizio fisico dell’avversario e quindi un maggior controllo dell’ardore agonistico della forza e velocità dei colpi sempre in relazione alla capacità di esperienza dell’avversario e ai mezzi di protezione in concreto utilizzati. (Fattispecie relativa a lesioni personali colpose cagionate da un «calcio circolare» con cui un atleta colpiva l’avversario durante un incontro di allenamento di karate nella quale la Suprema Corte ha rinviato al giudice di merito per l’accertamento della ricorrenza di tali condizioni). Cass. pen. sez. IV 25 febbraio 2000 n. 2765

Premesso che l’esercizio di attività sportiva entro i limiti di quello che può essere definito «rischio consentito» si configura come causa di giustificazione non codificata rispetto ai fatti lesivi dell’integrità personale cui esso abbia dato luogo deve escludersi che detta causa di giustificazione possa operare quando si violino volontariamente le regole del gioco venendo così meno ai doveri di lealtà verso l’avversario (nel qual caso si risponderà a titolo di colpa ove il mancato rispetto delle regole del gioco sia determinato soltanto dall’ansia del risultato) ovvero quando la gara rappresenti soltanto l’occasione della condotta volta a cagionare l’evento lesivo come pure quando tale condotta non sia immediatamente rivolta all’azione di gioco ma sia piuttosto diretta ad intimorire l’antagonista oppure a «punirlo» per un precedente fallo da lui commesso (ipotesi tutte queste nelle quali si risponderà invece a titolo di dolo). (Nella specie in applicazione di tali principi la S.C. ha ritenuto che correttamente fosse stato configurato il reato di lesioni personali volontarie a carico di un giocatore di pallacanestro il quale in fase di c.d. «gioco fermo» – aspettandosi la rimessa in campo della palla – aveva colpito volontariamente con un pugno alla mascella un giocatore della squadra avversaria). Cass. pen. sez. V 21 febbraio 2000 n. 1951

È configurabile il concorso formale tra il reato di violenza privata e quello di lesioni personali volontarie non sussistendo tra le due fattispecie un rapporto di specialità ex art. 15 cod. pen. (In motivazione la Corte ha altresì richiamato l’art. 581 comma secondo cod. pen. che esclude il concorso nel solo caso in cui la condotta violenta sia sussumibile nella fattispecie di percosse e non ove ricorrano più gravi fattispecie come quella di lesioni personali). Cass. pen. sez. V 5 marzo 2019 n. 9727

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