(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Omicidio

Articolo 575 - Codice Penale

(1) Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno (276, 295, 301, 306, 576, 577, 579; 116 att. c.p.p.; 1150 c.n.).

Articolo 575 - Codice Penale

(1) Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno (276, 295, 301, 306, 576, 577, 579; 116 att. c.p.p.; 1150 c.n.).

Note

(1) L’art. 71 del D.L.vo 6 settembre 2011, n. 159, recante codice delle leggi antimafia, prevede che le pene stabilite per i delitti di cui a questo articolo, sono aumentate da un terzo alla metà se il fatto è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione personale durante il periodo previsto di applicazione e sino a tre anni dal momento in cui ne è cessata l’esecuzione. In ogni caso si procede d’ufficio e quando i delitti di cui al comma 1 del predetto art. 71, per i quali è consentito l’arresto in flagranza, sono commessi da persone sottoposte alla misura di prevenzione, la polizia giudiziaria può procedere all’arresto anche fuori dei casi di flagranza. Alla pena è aggiunta una misura di sicurezza detentiva.

Tabella procedurale

Arresto: obbligatorio in flagranza. 380 c.p.p.
Fermo di indiziato di delitto: consentito. 384 c.p.p.
Misure cautelari personali: consentite. 280287 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Corte di assise; nell’ipotesi di delitto tentato, comunque aggravato ex artt. 576, 577 c.p., Tribunale collegiale. 5 c.p.p.; 33 bis c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

Nel caso di lesioni personali seguite dal decesso della vittima dell’azione delittuosa l’eventuale presenza di una grave cardiopatia che abbia concorso nella causazione della morte non elide il nesso di causalità tra la condotta lesiva dell’agente e l’evento. (Fattispecie in tema di omicidio volontario procurato da numerosi colpi di coltello inferti in area vitale del corpo con conseguente fenomeno emorragico in soggetto portatore di una grave cardiopatia). Cass. pen. sez. I 24 novembre 2011 n. 43367

Nel reato di strage il dolo consiste nella coscienza e volontà di porre in essere atti idonei a determinare pericolo per la vita e l’integrità sica della collettività mediante violenza (evento di pericolo) con la possibilità che dal fatto derivi la morte di una o più persone (evento di danno) al fine (dolo specifico) di cagionare la morte di un numero indeterminato di persone e va desunto dalla natura del mezzo usato e da tutte le modalità dell’azione. Ne consegue che al fine di stabilire se l’uccisione di più soggetti integri il delitto di strage ovvero quello d’omicidio volontario plurimo l’indagine deve essere globale con speciale riguardo ai mezzi usati alle modalità esecutive del reato e alle circostanze ambientali che lo caratterizzano. (Nella specie la Corte ha ritenuto corretta la qualificazione di strage dell’omicidio del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta realizzato mediante impiego di un’enorme quantità d’esplosivo in luogo pubblico con effetti distruttivi di straordinaria portata). Cass. pen. sez. I 18 novembre 2008 n. 42990

È configurabile il delitto di omicidio volontario nella condotta di chi prescrivendo a un paziente di attenersi esclusivamente alle sue cure l’abbia indotto ad evitare quelle della medicina ufficiale con la consapevolezza che ciò avrebbe causato con rilevante probabilità la morte o l’avrebbe anticipata nel tempo. Cass. pen. sez. I 15 gennaio 2008 n. 2112

È configurabile il dolo omicidiario nella condotta dell’agente che dopo avere ripetutamente colpito con calci pugni e un corpo contundente parti vitali del corpo della vittima la trasporti sino a una spiaggia per ivi abbandonarla bocconi sulla battigia in condizione di mare mosso che ne determinano l’annegamento. (In motivazione la Corte osserva che lo stretto contatto con il corpo della vittima – dopo che questa aveva perso conoscenza in conseguenza delle gravi lesioni subite costituenti concausa dell’evento letale – nella fase del trasporto e del trascinamento sino alla riva della mare aveva consentito all’imputato di percepire estremi segni di perdurante vitalità della vittima che decedeva per asfissia da annegamento con la conseguenza che anche quest’ultimo atto doveva ritenersi sorretto da dolo omicidiario quanto meno nella forma del dolo eventuale). Cass. pen. sez. I 15 gennaio 2007 n. 631

In tema di delitti omicidiari deve individuarsi il dolo diretto nella condotta dell’agente che sforzandosi di superare un’alta rete metallica protettiva lanci un sasso di rilevante massa (circa tre chilogrammi) in corrispondenza della corsia di scorrimento delle macchine su un’autostrada notoriamente molto trafficata in determinate ore del giorno da un punto di un cavalcavia da cui non sia possibile vedere le auto che transitano in basso. Cass. pen. sez. I 11 febbraio 2005 n. 5436

In tema di delitti omicidiali deve qualificarsi come diretta e non come eventuale la particolare manifestazione di volontà dolosa definita “dolo alternativo” che sussiste allorquando l’agente al momento della realizzazione dell’elemento oggettivo del reato si rappresenta e vuole indifferentemente e alternativamente che si verifichi l’uno o l’altro degli eventi causalmente ricollegabili alla sua condotta cosciente e volontaria sicché attesa la sostanziale equivalenza dell’uno o dell’altro evento egli risponde per quello effettivamente realizzato. Cass. pen. sez. I 10 aprile 2003 n. 16976

In tema di omicidio tentato in assenza di esplicite ammissioni da parte dell’imputato ai fini dell’accertamento della sussistenza dell’”animus necandi” assume valore determinante l’idoneità dell’azione che va apprezzata in concreto con una prognosi formulata “ex post” ma con riferimento alla situazione che si presentava “ex ante” all’imputato al momento del compimento degli atti in base alle condizioni umanamente prevedibili del caso. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che i giudici di merito avessero correttamente desunto la sussistenza del dolo di tentato omicidio dalla pericolosità dell’arma usata – un coltello da cucina con una lama di 17 cm. – dal distretto corporeo attinto dalla gravità delle lesioni inferte alla vittima e dal comportamento immediatamente successivo dell’indagato che nell’effettuare un movimento teso a colpire la vittima alla gola aveva pronunciato la frase: “Ti sgozzo”). Cass. pen. sez. I 18 marzo 2019 n. 11928

Il dolo nel delitto di omicidio deve essere desunto dalla concreta circostanza dell’azione e dalla oggettiva idoneità della stessa a cagionare la morte e ciò in riguardo ai mezzi adoperati e alla modalità dell’aggressione a nulla rilevando la mancata reiterazione dei colpi. Cass. pen. sez. I 1 luglio 2009 n. 26715

In tema di prova del mandato a commettere omicidio la «causale» pur potendo costituire elemento di conferma del coinvolgimento nel delitto del soggetto interessato all’eliminazione sica della vittima allorché converge per la sua specificità ed esclusività in una direzione univoca tuttavia poiché conserva di per sè un margine di ambiguità in tanto può fungere da fatto catalizzatore e rafforzativo della valenza probatoria degli elementi positivi di prova della responsabilità dal quale poter inferire logicamente sulla base di regole di esperienza consolidate e affidabili l’esistenza del fatto incerto (cioè la possibilità di ascrivere il crimine al mandante) in quanto all’esito dell’apprezzamento analitico di ciascuno di essi e nel quadro di una valutazione globale di insieme gli indizi anche in virtdella chiave di lettura offerta dal movente si presentino chiari precisi e convergenti per la loro univoca significazione. Cass. pen. Sezioni Unite 24 novembre 2003 n. 45276

Il concorso di persone nell’omicidio seguito a una rapina a mano armata in danno del titolare di una gioielleria è ai sensi dell’art. 110 c.p. pieno e non anomalo (art. 116 c.p.) atteso che l’evento omicidiario verificatosi non può considerarsi eccezionale e imprevedibile in un ordinario possibile suo sviluppo alla luce di una verificata regolarità causale dovuta all’uso delle armi per fronteggiare evenienze peggiorative o per garantirsi la via di fuga. Cass. pen. sez. I 21 giugno 2001 n. 25239

In tema omicidio volontario in mancanza di circostanze che evidenzino ictu oculi l’animus necandi la valutazione dell’esistenza del dolo omicidiario può essere raggiunta attraverso un procedimento logico d’induzione da altri fatti certi quali i mezzi usati la direzione e l’intensità dei colpi la distanza del bersaglio la parte del corpo attinta le situazioni di tempo e di luogo che favoriscano l’azione cruenta. (Nel caso di specie la Suprema Corte ha ritenuto corretta la configurabilità del dolo omicidiario nella forma del dolo alternativo anziché l’ipotesi dell’omicidio preterintenzionale con riferimento all’omicidio realizzato con violenti calci alla schiena e al torace ed il pestaggio di parti vitali del corpo della vittima inerte a terra a causa del suo stato di ubriachezza). Cass. pen. sez. I 16 luglio 2007 n. 28175

Ai fini del riconoscimento della provocazione in un delitto omicidiario per stabilire l’adeguatezza psicologica della condotta all’afflizione determinata nell’agente dall’altrui comportamento il giudice di merito non può limitare l’esame alla condotta ultima della persona oggetto dell’azione delittuosa ma deve considerare tutta la serie di atti contrari a norme giuridiche o a regole di primaria convivenza che si siano succeduti nel tempo ad accertare se questi siano stati idonei sul piano causale a potenziare «per accumulo» la carica afflittiva di ingiusta lesione dei diritti dell’offeso e ad assumere rilevanza nel rapporto causale offesa-reazione. Cass. pen. sez. I 15 ottobre 2004 n. 40550

La sussistenza del dolo nel delitto di tentato omicidio può desumersi in mancanza di attendibile confessione dalle peculiarità intrinseche dell’azione criminosa aventi valore sintomatico in base alle comuni regole di esperienza quali a titolo esemplicativo il comportamento antecedente e susseguente al reato la natura del mezzo usato le parti del corpo della vittima attinte la reiterazione dei colpi. Cass. pen. sez. I 1 agosto 2011 n. 30466

Ricorre la fattispecie di tentato omicidio e non quella di lesioni personali se il tipo di arma impiegata e specificamente l’idoneità offensiva della stessa la sede corporea della vittima raggiunta dal colpo di arma e la profondità della ferita inferta inducano a ritenere la sussistenza in capo al soggetto agente del cosiddetto “animus necandi”. Cass. pen. sez. I 20 ottobre 2010 n. 37516

Nel delitto di tentato omicidio pur avendo valenza concorrente i due proli dell’intenzione dell’agente e dell’idoneità degli atti quest’ultimo prevale rispetto a un’intenzione del soggetto agente solo in parte denunciata concorrendo alla configurazione del tentativo soprattutto criteri di natura oggettiva come la natura del mezzo usato la parte del corpo attinta e la gravità delle lesioni inferte. Cass. pen. sez. I 1 luglio 2010 n. 24808

Il tentativo di omicidio si caratterizza per l’oggettiva idoneità e destinazione univoca dell’azione a realizzare il più grave evento denunciata solo in parte dall’intenzione dell’agente concorrendovi anche e in misura prevalente elementi di carattere oggettivo quali la natura del mezzo usato la parte del corpo della vittima presa di mira la gravità della lesione inferta. Cass. pen. sez. I 11 settembre 2009 n. 35174

Integra il tentativo di omicidio la condotta degli affiliati ad una associazione camorristica che allo scopo di eliminare il capo di un clan rivale deliberano di ucciderlo e predispongono anche ricorrendo ad associazioni collaterali o alleate l’organizzazione necessaria per l’esecuzione del delitto in quanto gli atti preparatori possono integrare gli estremi del tentativo quando sono idonei e diretti in modo non equivoco a commettere un delitto in tal modo applicando il criterio di adeguatezza causale nel senso di verifica della attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione del bene protetto dalla norma incriminatrice. (Fattispecie nella quale risultava individuato un gruppo incaricato di localizzare la vittima designata con il compito di segnalarne la posizione agli esecutori materiali equipaggiati con motociclette ed armati affinché questi potessero raggiungerla immediatamente e una volta eliminatala allontanarsi subito dopo con altri mezzi predisposti da un diverso gruppo operativo). Cass. pen. sez. III 3 giugno 2004 n. 25040

Costituisce tentativo di omicidio plurimo il lancio “a pioggia” dall’alto di una cavalcavia sulla sottostante sede autostradale in ora notturna di sassi pietre cocci e simili in quanto tale azione seppure non diretta a colpire singoli autoveicoli è idonea – per la non facile avvistabile presenza degli oggetti sulla carreggiata data anche l’ora notturna e per la consistente velocità tenuta generalmente dai conducenti in autostrada – a creare il concreto pericolo di incidenti stradali anche mortali al cui verificarsi quindi sotto il profilo soggettivo deve ritenersi diretta la volontà dell’agente. Cass. pen. sez. I 30 aprile 2003 n. 19897

È configurabile il reato di tentato omicidio qualora un soggetto affetto da Aids emetta volontariamente dal cavo orale saliva mista a sangue con la quale raggiunga allo scopo di infettarlo parti sensibili (quali nella specie le mucose della bocca e la congiuntiva dell’occhio) del corpo di un’altra persona. Cass. pen. sez. I 8 settembre 2000 n. 9541

Nell’ipotesi di omicidio tentato la prova del dolo – ove manchino esplicite ammissioni da parte dell’imputato – ha natura essenzialmente indiretta dovendo essere desunta da elementi esterni e in particolare da quei dati della condotta che per la loro non equivoca potenzialità offensiva sono i più idonei ad esprimere il fine perseguito dall’agente. Ciò che ha valore determinante per l’accertamento della sussistenza dell’animus necandi è l’idoneità dell’azione la quale va apprezzata in concreto senza essere condizionata dagli effetti realmente raggiunti perché altrimenti l’azione per non aver conseguito l’evento sarebbe sempre inidonea nel delitto tentato: il giudizio di idoneità è una prognosi formulata ex post con riferimento alla situazione così come presentatasi al colpevole al momento dell’azione in base alle condizioni umanamente prevedibili del caso particolare. Cass. pen. sez. I 15 marzo 2000 n. 3185

In tema di reati di danno a forma libera come l’omicidio la desistenza volontaria che presuppone un tentativo incompiuto non è configurabile una volta che siano posti in essere gli atti da cui origina il meccanismo causale capace di produrre l’evento rispetto ai quali può operare se il soggetto agente tiene una condotta attiva che valga a scongiurare l’evento la diminuente per il cosiddetto recesso attivo. Cass. pen. sez. I 20 novembre 2007 n. 42749

In tema di omicidio l’aggravante di aver agito con crudeltà non può ravvisarsi nella mera reiterazione di colpi inferti con una spranga di ferro alla vittima se tale azione non eccede i limiti della normalità causale rispetto all’evento e non trasmoda in una manifestazione di efferatezza. Cass. pen. sez. I 10 gennaio 2014 n. 725

La sussistenza della premeditazione nell’omicidio può essere ricavata dalla preparazione del delitto desunta dal precedente pedinamento della vittima e dalla partecipazione al delitto di due persone il cui concorso ha necessariamente richiesto un’opera di preventivo convincimento in quanto durante lo svolgimento di tale attività preparatoria sviluppatasi nel tempo l’imputato aveva la possibilità di recedere dal suo proposito criminoso. Cass. pen. sez. I 21 giugno 2001 n. 25221

Integra il delitto di omicidio volontario e non quello previsto dall’art. 586 c.p. il fatto di sparare con una micidiale arma da guerra (nella specie un fucile mitragliatore kalashnikov) un numero elevato di colpi all’indirizzo di un furgone blindato cagionando in tal modo la morte del conducente dovendosi prevedere in una azione simile come certa o altamente probabile l’eventualità che qualcuno dei colpi raggiunga gli occupanti della cabina dell’automezzo. (Nella specie la Corte ha qualificato il dolo come diretto e non eventuale in quanto caratterizzato dalla rappresentazione del fatto quanto meno come altamente probabile sì che l’autore non si era solo limitato ad accettare il rischio dell’evento ma aveva accettato anche l’evento in sé). Cass. pen. sez. I 11 agosto 2010 n. 31695

La condotta del soggetto che pur consapevole di essere affetto da Aids abbia contagiato il coniuge intrattenendo rapporti sessuali senza alcuna precauzione e senza informarlo dei rischi cui poteva andare incontro sino a determinarne la morte integra il reato di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento e non quello di omicidio volontario. Cass. pen. sez. I 3 agosto 2001 n. 30425

Il reato di resistenza a pubblico ufficiale resta assorbito nella contestazione della circostanza aggravante di cui all’art. 61 n. 10 c.p. per il concorrente reato di tentato omicidio in danno dello stesso pubblico ufficiale in quanto il fatto di resistenza è compreso nell’essere la condotta aggravata commessa contro un pubblico ufciale nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni. Cass. pen. sez. I 14 gennaio 2011 n. 713

Sussiste ipotesi di concorso formale ex art. 81 comma primo c.p. fra il reato di resistenza a pubblico ufficiale e quello di tentato omicidio stante la diversità dei beni giuridici tutelati da tali norme e le differenze qualitative e quantitative dell’esercitata violenza contro il pubblico ufficiale. Il primo di detti reati infatti assorbe soltanto quel minimo di violenza che si sostanzia nelle percosse e non già quegli atti che esorbitando da detto limite minimo e pur finalizzati alla resistenza attentino alla vita o all’incolumità del pubblico ufficiale. Cass. pen. sez. I 2 marzo 2004 n. 9607

In tema di delitti contro la persona il criterio distintivo tra la fattispecie di interruzione colposa della gravidanza e quella di omicidio colposo si individua nell’inizio del travaglio e dunque nel raggiungimento dell’autonomia del feto. (In motivazione la Corte richiamando le sentenze Corte Cost. n. 229 del 2015 e Corte Edu Perrillo c. Italia del 27 agosto 2015 ha precisato che deve ritenersi legittima l’inclusione dell’uccisione del feto nell’ambito dell’omicidio in considerazione dell’intervenuto ampliamento della tutela della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela che dal nascituro e al concepito si è estesa fino all’embrione e che altresì tale inclusione non comporta una non consentita analogia in “malam partem” bensì una mera interpretazione estensiva legittima anche in relazione alle norme penali incriminatrici). Cass. pen. sez. IV 20 giugno 2019 n. 27539

Sia nella fattispecie dell’omicidio volontario che in quella dell’infanticidio costituisce presupposto necessario che il feto sia vivo fino al realizzarsi della condotta che ne cagiona la morte pur non richiedendosi che esso sia altresì vitale ovvero immune da anomalie anatomiche e patologie funzionali potenzialmente idonee a causarne la morte in tempi brevi perché costituisce omicidio anche solo anticipare di una frazione minima di tempo l’evento letale. Cass. pen. sez. I 2 dicembre 2004 n. 46945

Non è configurabile il reato aggravato dall’evento di cui all’art. 572 comma 2 c.p. quando la morte del familiare che sia stato fino a quel momento sottoposto a maltrattamenti anziché essere conseguenza non voluta della condotta abituale di maltrattamenti sia cagionata intenzionalmente. In tali circostanze non è neppure configurabile il nesso teleologico tra il reato di maltrattamenti e quello di omicidio volontario rappresentando quest’ultimo un salto qualitativo rispetto ai comportamenti di prevaricazione e violenza in ambito familiare posti in essere fino a quel momento nei confronti della vittima. Cass. pen. sez. I 8 aprile 2003 n. 16578

La responsabilità civile della P.A. per reato commesso dal dipendente presuppone un rapporto di occasionalità necessaria tra il fatto dannoso e le mansioni esercitate che ricorre quando l’illecito è stato compiuto sfruttando comunque i compiti svolti anche se il soggetto ha agito oltre i limiti delle sue incombenze e persino se ha violato gli obblighi a lui imposti. (In applicazione di tale principio è stata riconosciuta la responsabilità civile del Ministero della Difesa per l’omicidio volontario commesso sulla terraferma in danno di un cittadino straniero da un marinaio imbarcato su una nave italiana in missione all’estero il quale si trovava in “franchigia” posto che anche durante la libera uscita il militare è considerato in servizio e resta soggetto a tutti i propri doveri). Cass. pen.,sez. I 26 maggio 2011 n. 21195

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