Art. 56 – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Delitto tentato

Articolo 56 - Codice Penale

Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica (49).
Il colpevole di delitto tentato è punito: con la reclusione da ventiquattro a trenta anni, se dalla legge è stabilita per il delitto la pena di morte (1); con la reclusione non inferiore a dodici anni, se la pena stabilita è l’ergastolo; e, negli altri casi, con la pena stabilita per il delitto, diminuita da un terzo a due terzi.
Se il colpevole volontariamente desiste dall’azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora questi costituiscano per sé un reato diverso.
Se volontariamente impedisce l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un terzo alla metà.

Articolo 56 - Codice Penale

Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica (49).
Il colpevole di delitto tentato è punito: con la reclusione da ventiquattro a trenta anni, se dalla legge è stabilita per il delitto la pena di morte (1); con la reclusione non inferiore a dodici anni, se la pena stabilita è l’ergastolo; e, negli altri casi, con la pena stabilita per il delitto, diminuita da un terzo a due terzi.
Se il colpevole volontariamente desiste dall’azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora questi costituiscano per sé un reato diverso.
Se volontariamente impedisce l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un terzo alla metà.

Note

(1) Si veda la nota 1 sub art. 9.

Tabella procedurale

Massime

Integra il delitto di tentata estorsione la condotta del parcheggiatore abusivo che, a fronte del rifiuto dell’automobilista di corrispondergli un compenso non dovuto per il parcheggio dell’autoveicolo, con violenza o minaccia cerchi di costringerlo a spostare la propria vettura dall’area al fine di realizzare un ingiusto vantaggio patrimoniale dalla successiva occupazione del posto auto da parte di terzi, non riuscendo nel suo intento a causa della condotta oppositiva della vittima. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 16030 del 27 maggio 2020 (Cass. pen. n. 16030/2020)

Non integra il delitto di tentata elusione dell’amministrazione giudiziaria di beni personali, di cui agli artt. 56 cod. pen. e 76, comma 5, d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, la richiesta di liquidazione di una polizza assicurativa sottoposta a sequestro e a successiva confisca di prevenzione, in quanto trattasi di bene insuscettibile di amministrazione giudiziaria, potendo soltanto essere, o meno, riscattata. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2030 del 21 gennaio 2020 (Cass. pen. n. 2030/2020)

In tema di delitto tentato, l’accertamento della idoneità degli atti deve essere compiuto dal giudice di merito secondo il criterio di prognosi postuma, con riferimento alla situazione che si presentava all’imputato al momento del compimento degli atti, in base alle condizioni prevedibili del caso. (Fattispecie in cui è stato ravvisato il tentato omicidio nella condotta di un soggetto che, dopo aver perpetrato un furto in abitazione, dandosi alla fuga a bordo di un veicolo investiva un agente di polizia che gli intimava l’alt, in una strada di ridotte dimensioni della carreggiata e con la presenza di veicoli parcheggiati che impedivano di schivare il veicolo). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 36311 del 21 agosto 2019 (Cass. pen. n. 36311/2019)

In tema di responsabilità del direttore di periodico ex art. 57 cod. pen., nel caso della pubblicazione di una lettera inviata da un lettore o da un opinionista, il direttore è tenuto a esercitare con particolare rigore il controllo finalizzato ad impedire che, con il mezzo della pubblicazione, siano commessi reati, trattandosi di scritti che, diversamente dagli articoli redatti dai giornalisti, non sono filtrati da professionisti tenuti, sotto la propria responsabilità, a verificare le fonti e i contenuti dei propri contributi, nè la colpa per il mancato o l’inadeguato esercizio del dovere di controllo può essere esclusa dalla circostanza che la missiva sia giunta in redazione in ora tarda e nell’imminenza dell’invio alle stampe del giornale, configurandosi in tal caso l’accettazione da parte del direttore del rischio di pubblicare notizie non corrispondenti alla verità. (Fattispecie relativa alla pubblicazione di una missiva apocrifa, recante false accuse di irregolarità nei confronti dei componenti di una commissione di concorso, nella quale il ricorrente si era limitato a contattare l’autore della missiva al recapito telefonico riportato in calce alla stessa e aveva ritenuto verosimili i fatti ivi rappresentati, per il solo fatto che l’interlocutore si era, peraltro falsamente, accreditato come figlio di un suo collega e amico). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 8180 del 25 febbraio 2019 (Cass. pen. n. 8180/2019)

Il dolo diretto, anche nella forma di dolo alternativo, è compatibile con il tentativo. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la contestazione di tentato omicidio pluriaggravato mossa all’indagato, il quale, sorpreso dal proprietario dell’abitazione in cui si era introdotto per commettere un furto, l’aveva colpito al capo e alla spalla con un grosso masso, cagionandone la caduta a terra, con frattura della clavicola e trauma commotivo). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 43250 del 1 ottobre 2018 (Cass. pen. n. 43250/2018)

Nei reati di danno a forma libera, è configurabile la desistenza volontaria solo nella fase del tentativo incompiuto, ossia fino a quando non siano stati posti in essere gli atti da cui origina il processo causale idoneo a produrre l’evento. (Fattispecie in tema di tentato furto in appartamento, in cui le imputate si erano introdotte nell’abitazione dopo aver effranto la serratura della porta d’ingresso, poi fuggendo via senza sottrarre nulla, in relazione alla quale la Corte ha escluso, in applicazione del principio, il rilievo dell’intervento della persona offesa nel decorso causale). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 50079 del 2 novembre 2017 (Cass. pen. n. 50079/2017)

Per la configurabilità del tentativo rilevano non solo gli atti esecutivi veri e propri, ma anche quegli atti che, pur classificabili come preparatori, facciano fondatamente ritenere che l’agente, avendo definitivamente approntato il piano criminoso in ogni dettaglio, abbia iniziato ad attuarlo, che l’azione abbia la significativa probabilità di conseguire l’obiettivo programmato e che il delitto sarà commesso, salvo il verificarsi di eventi non prevedibili indipendenti dalla volontà del reo. (Fattispecie in cui è stato riconosciuto il tentativo di sequestro di persona a scopo di estorsione nella condotta degli imputati che – progettato il rapimento di un ex-complice, reclutati gli uomini e predisposti i mezzi necessari – si erano appostati presso la sua abitazione, a bordo di un’autovettura, muniti di fascette e di una pistola, in attesa che se ne allontanasse, senza riuscire a prelevarlo perché la vittima, invece di usare il ciclomotore che sarebbe stato bloccato con un finto incidente, aveva usato un’autovettura, così cogliendo di sorpresa i componenti del “commando” operativo). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 18981 del 20 aprile 2017 (Cass. pen. n. 18981/2017)

Nei reati di danno a forma libera la desistenza può aver luogo solo nella fase del tentativo incompiuto, non essendo configurabile una volta che siano posti in essere gli atti da cui origina il meccanismo causale capace di produrre l’evento, rispetto ai quali può, al più, operare la diminuente per il cd. recesso attivo, qualora il soggetto tenga una condotta attiva che valga a scongiurare l’evento. (Fattispecie di tentato furto in concorso, nella quale la Corte ha escluso che ricorressero gli estremi della desistenza nei confronti dell’imputato che si era introdotto nell’abitazione della persona offesa con il pretesto di essere un tecnico dell’acquedotto e si era allontanato precipitosamente quando la vittima aveva scoperto la sua vera intenzione, essendo già stati posti in essere atti pienamente idonei a compiere il furto). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 18322 del 11 aprile 2017 (Cass. pen. n. 18322/2017)

Per la configurabilità del tentativo rilevano non solo gli atti esecutivi veri e propri, ma anche quegli atti che, pur classificabili come preparatori, facciano fondatamente ritenere che l’agente, avendo definitivamente approntato il piano criminoso in ogni dettaglio, abbia iniziato ad attuarlo, che l’azione abbia la significativa probabilità di conseguire l’obiettivo programmato e che il delitto sarà commesso, salvo il verificarsi di eventi non prevedibili indipendenti dalla volontà del reo. (Fattispecie in cui è stato riconosciuto il duplice tentativo di rapina nella condotta degli imputati che, acquisita la disponibilità di guanti e cappelli, avevano compiuto una ricerca in automobile di istituti bancari non eccessivamente protetti e, in due occasioni, scesi dalla vettura, si erano portati, nel primo caso, nei pressi della porta di ingresso di una banca e, nell’altro, all’interno, salvo allontanarsi per la percepita presenza della vigilanza). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 52189 del 7 dicembre 2016 (Cass. pen. n. 52189/2016)

Per la configurabilità del tentativo rilevano non solo gli atti esecutivi veri e propri, ma anche quegli atti che, pur classificabili come preparatori, facciano fondatamente ritenere che l’agente, avendo definitivamente approntato il piano criminoso in ogni dettaglio, abbia iniziato ad attuarlo, che l’azione abbia la significativa probabilità di conseguire l’obiettivo programmato e che il delitto sarà commesso, salvo il verificarsi di eventi non prevedibili indipendenti dalla volontà del reo. (Fattispecie relativa alla presenza in ora notturna, all’ingresso del parcheggio di un supermercato, di tre persone, una delle quali – alla vista degli agenti – aveva gettato in terra un berretto modificato in passamontagna mediante due fori per gli occhi, mentre gli altri due avevano guanti in lattice e un coltello a serramanico. In applicazione del principio di cui in massima, la S. C. – valorizzando altresì la presenza in zona dell’auto degli indagati anche il giorno precedente, rilevata dal sistema satellitare installato a bordo – ha ritenuto sussistente il concorso nel tentativo di rapina). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 40912 del 12 ottobre 2015 (Cass. pen. n. 36726/2015)

In tema di tentativo, l’idoneità degli atti non va valutata con riferimento ad un criterio probabilistico di realizzazione dell’intento delittuoso, bensì in relazione alla possibilità che alla condotta consegua lo scopo che l’agente si propone, configurandosi invece un reato impossibile per inidoneità degli atti, ai sensi dell’art. 49 cod. pen., in presenza di un’inefficienza strutturale e strumentale del mezzo usato che sia assoluta e indipendente da cause estranee ed estrinseche, di modo che l’azione, valutata “ex ante” e in relazione alla sua realizzazione secondo quanto originariamente voluto dall’agente, risulti del tutto priva della capacità di attuare il proposito criminoso. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 36726 del 10 settembre 2015 (Cass. pen. n. 36726/2015)

Nei reati di danno a forma libera la desistenza può aver luogo solo nella fase del tentativo incompiuto e non è configurabile una volta che siano posti in essere gli atti da cui origina il meccanismo causale capace di produrre l’evento, rispetto ai quali può, al più, operare la diminuente per il cd. recesso attivo, qualora il soggetto tenga una condotta attiva che valga a scongiurare l’evento. (Fattispecie in tema di estorsione in concorso, nella quale la Corte ha escluso che ricorressero gli estremi della desistenza nei confronti di ambedue gli imputati, essendo già stata da loro formulata la richiesta estorsiva). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 24551 del 10 giugno 2015 (Cass. pen. n. 24551/2015)

L’idoneità degli atti, richiesta per la configurabilità del reato tentato, deve essere valutata con giudizio “ex ante”, tenendo conto delle circostanze in cui opera l’agente e delle modalità dell’azione, mentre la desistenza volontaria presuppone la costanza della possibilità di consumazione del delitto, per cui, qualora tale possibilità non vi sia più, ricorre, sussistendone i presupposti, l’ipotesi del tentativo. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabile il tentativo di estorsione essendo irrilevante la mancanza di ulteriori attività intimidatorie o minacciose successive alla presentazione della denuncia). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 44148 del 23 ottobre 2014 (Cass. pen. n. 44148/2014)

L’autonomia del delitto tentato comporta che gli effetti giuridici sfavorevoli previsti con specifico richiamo di determinate norme incriminatrici vanno riferiti alle sole ipotesi di reato consumato e ciò in quanto le norme sfavorevoli sono di stretta interpretazione e, in difetto di espressa previsione, non possono trovare applicazione anche per le corrispondenti ipotesi di delitto tentato. (Fattispecie, nella quale la Corte ha ritenuto che tra i reati di cui agli artt. 628, 629 e 630 cod. pen., per i quali non opera, ai sensi dell’art. 649, comma terzo, prima parte, cod. pen., la causa di non punibilità prevista da detta disposizione, non rientra l’ipotesi dell’estorsione tentata). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 5504 del 4 febbraio 2014 (Cass. pen. n. 5504/2014)

La determinazione della pena nel caso di delitto tentato può essere indifferentemente effettuata con il cosiddetto metodo diretto o sintetico, cioè senza operare la diminuzione sulla pena fissata per la corrispondente ipotesi di delitto consumato, oppure con il calcolo bifasico, mediante scissione dei due momenti indicati, ferma la necessità del contenimento della riduzione della pena edittale prevista per il reato consumato da uno a due terzi e l’obbligo di motivazione per dare conto della scelta operata. (Nella specie, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza emessa in sede di appello che non aveva motivato in ordine alla specifica questione relativa alla mancata diminuzione di pena per il tentativo proposta dalla difesa dell’imputato). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3526 del 23 gennaio 2014 (Cass. pen. n. 3526/2014)

È configurabile il tentativo e non la desistenza volontaria nel caso in cui la condotta delittuosa si sia arrestata prima del verificarsi dell’evento non per volontaria iniziativa dell’agente ma per fattori esterni che impediscano comunque la prosecuzione dell’azione o la rendano vana. (In applicazione del principio la Corte ha ritenuto configurabile il tentativo di rapina in un caso in cui l’imputato, dopo essere entrato in un esercizio commerciale con il volto travisato e con un grosso coltello da cucina in mano, intimando ai gestori di consegnargli quanto incassato, si era allontanato avendo verificato che nel registratore di cassa non vi era denaro). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 51514 del 20 dicembre 2013 (Cass. pen. n. 51514/2013)

In tema di delitto tentato, il giudizio di idoneità degli atti consiste in una prognosi compiuta “ex post” con riferimento alla situazione che si presentava all’imputato al momento dell’azione, in base alle condizioni meramente prevedibili nel caso particolare, che non può essere condizionata dagli effetti realmente raggiunti. (Fattispecie in cui è stato ravvisato il tentato omicidio in ragione della profondità della penetrazione inferta dalla lama del coltello all’addome della vittima, tale da determinare eviscerazione con fuoriuscita alimentare). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 32851 del 29 luglio 2013 (Cass. pen. n. 32851/2013)

Ai fini della sussistenza del delitto tentato, occorre che, sulla base di una valutazione ex ante, gli atti compiuti, anche se meramente preparatori o solo parziali, siano idonei ed univoci, ossia diretti in modo non equivoco a causare l’evento lesivo ovvero a realizzare la fattispecie prevista dalla norma incriminatrice, rivelando così l’intenzione dell’agente di commettere lo specifico delitto. (Nella specie la Corte ha ritenuto il tentativo di incendio nella condotta di un soggetto sorpreso mentre era sul punto di attivare, con un accendino, l’innesco da lui preparato onde appiccare un incendio alla vegetazione circostante). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 16612 del 12 aprile 2013 (Cass. pen. n. 16612/2013)

In virtù dell’autonomia del delitto tentato, gli effetti giuridici sfavorevoli previsti con specifico richiamo di determinate norme incriminatrici vanno riferiti alle sole ipotesi di reato consumato, poiché le norme sfavorevoli sono di stretta interpretazione, ed in difetto di espressa previsione non trovano applicazione anche per le corrispondenti ipotesi di delitto tentato. (In applicazione del principio, la S. C. ha ritenuto che tra i reati di cui agli artt. 628, 629 e 630 c.p., per i quali, ai sensi dell’art. 649, comma terzo, prima parte, c.p., la causa di non punibilità prevista da detta disposizione non opera, non rientrano le corrispondenti ipotesi tentate). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 24643 del 21 giugno 2012 (Cass. pen. n. 24643/2012)

Hanno rilievo, nell’ambito della fattispecie di tentativo, non solo gli atti esecutivi veri e propri, ma anche quegli atti che, pur classificabili come preparatori, per le circostanze concrete facciano fondatamente ritenere che l’azione abbia la rilevante probabilità di conseguire l’obbiettivo programmato e che l’agente si trovi ormai ad un punto di non ritorno nella realizzazione del delitto, e che esso sarà commesso a meno che non risultino percepibili incognite che pongano in dubbio tale eventualità, dovendosi, a tal fine, escludere solo quegli eventi imprevedibili non dipendenti dalla volontà del soggetto agente. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 36536 del 11 ottobre 2011 (Cass. pen. n. 36536/2011)

Ai fini della punibilità del tentativo rileva l’idoneità causale degli atti compiuti al conseguimento dell’obiettivo delittuoso nonché l’univocità della loro destinazione, da apprezzarsi con valutazione “ex ante” in rapporto alle circostanze di fatto ed alle modalità della condotta, al di là del tradizionale e generico “discrimen” tra atti preparatori ed atti esecutivi. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabile il tentato omicidio, in ragione non solo della partecipazione dell’imputato a riunioni preparatorie e alla disponibilità di armi ma anche e soprattutto per il passaggio, unitamente ai suoi complici, alla fase attuativa del piano criminoso, mediante l’effettuazione di veri e propri appostamenti, finalizzati al compimento dell’omicidio, poi non realizzato per la rilevata presenza in zona di pattuglie dei carabinieri). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 36422 del 7 ottobre 2011 (Cass. pen. n. 36422/2011)

Il requisito della non equivocità degli atti, nella fattispecie tentata, deve essere valutato in termini oggettivi, nel senso che gli atti considerati, esaminati nella loro oggettività e nel contesto in cui si inseriscono, devono possedere l’attitudine a denotare il proposito criminoso perseguito. (Fattispecie in cui è stato esclusa, in riferimento al reato di tentato omicidio, la non equivocità dell’appostamento degli imputati lungo il presunto percorso che la vittima avrebbe dovuto seguire per rincasare in assenza di alcun accertamento circa la vicinanza del punto prescelto all’abitazione della stessa e all’abitualità del tragitto). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 25065 del 22 giugno 2011 (Cass. pen. n. 25065/2011)

Ai fini dell’integrazione del tentativo di reati a sfondo sessuale sono necessarie, sul piano soggettivo, l’intenzione dell’agente di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali e, sul piano oggettivo, l’idoneità della condotta a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale, anche, eventualmente, ma non necessariamente, attraverso contatti fisici, sia pure di tipo superficiale e/o fugace, non indirizzati verso zone c.d. erogene. (Fattispecie di tentativo di atti sessuali con minorenne, avendo il soggetto agente mostrato alla persona offesa infraquattordicenne immagini pedopornografiche ed abbracciato la stessa rivolgendole domande sul suo abbigliamento intimo). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 21840 del 1 giugno 2011 (Cass. pen. n. 21840/2011)

Integra la fattispecie criminosa di violenza sessuale nella forma consumata, e non tentata, la condotta che si estrinsechi in toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime della vittima, o, comunque, su zone erogene suscettibili di eccitare la concupiscenza sessuale, anche in modo non completo e/o di breve durata, essendo a tal fine irrilevante che il soggetto attivo consegua la soddisfazione erotica. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 12506 del 28 marzo 2011 (Cass. pen. n. 12506/2011)

Integra il tentativo di frode nell’esercizio del commercio l’esposizione sul banco di vendita di prodotti con segni mendaci, indipendentemente dal contatto con la clientela. (Nella specie il trancio di carne esposto sul banco presentava una data successiva a quella di scadenza originaria, individuata dall’etichetta stampigliata sul vassoio da cui l’alimento era stato prelevato, previo sconfezionamento). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 9276 del 9 marzo 2011 (Cass. pen. n. 9276/2011)

Ai fini della determinazione della pena massima per il delitto tentato – per il quale l’art. 56, comma secondo, c.p. stabilisce soltanto la sanzione minima di dodici anni di reclusione qualora per il reato consumato sia prevista la pena dell’ergastolo – si ha riguardo al principio generale, per cui in ogni caso di determinazione della sola pena minima, la pena massima irrogabile è quella stabilita dall’art. 23 c.p., e cioè nel caso di reclusione, quella di ventiquattro anni. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4892 del 10 febbraio 2011 (Cass. pen. n. 4892/2011)

Ai fini della sussistenza degli estremi della desistenza volontaria di cui all’art. 56, comma terzo, c.p., nella specie con riguardo al reato di tentata estorsione, non è sufficiente, quando l’azione intimidatoria non si realizza in modo continuativo ma attraverso il succedersi di contatti verbali distanziati nel tempo, la pura e semplice condotta di inattività dell’agente nei periodi intermedi, richiedendosi che essa si sia protratta per un tempo sufficiente a dimostrare che vi sia stato un vero e proprio abbandono del progetto estorsivo. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32742 del 7 settembre 2010 (Cass. pen. n. 32742/2010)

Sussiste il tentativo quando la condotta tipica univocamente diretta alla realizzazione dell’evento sia ostacolata da un fatto esterno, che si verifica, come nella specie in tema di truffa, quando vi sia l’allertamento delle forze di polizia da parte della persona offesa a seguire le trattative e ad intervenire per impedire che il delitto si perfezioni o che la realizzazione del profitto si consolidi con l’acquisizione o la possibilità d’uso autonomo del bene oggetto dell’atto di disposizione patrimoniale. Cassazione penale, Sez. Feriale, sentenza n. 32522 del 30 agosto 2010 (Cass. pen. n. 32522/2010)

Il tentativo è configurabile anche quando non sia compiuto almeno un frammento della condotta tipica, sempre che gli atti posti in essere siano idonei e inequivocamente diretti alla commissione del delitto. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 17988 del 12 maggio 2010 (Cass. pen. n. 17988/2010)

In tema di truffa, integra recesso attivo, e non desistenza, l’adoperarsi fattivamente dell’autore degli artifici e raggiri affinchè il destinatario degli stessi non cada in errore. (Nella fattispecie, relativa al reato commesso da un dipendente ai danni dell’ente pubblico attraverso la falsa attestazione dell’orario lavorativo sul foglio presenze, la Corte ha ritenuto che la successiva correzione inoltrata dal soggetto all’ente medesimo circa la durata effettiva dell’attività prestata integrasse recesso attivo e non desistenza, posto che l’azione doveva considerarsi ormai posta in essere). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 2772 del 21 gennaio 2010 (Cass. pen. n. 2772/2010)

L’accertamento dell’idoneità e della direzione non equivoca degli atti del tentativo deve essere svolto sulla base di un giudizio “ex ante” che tenga conto delle intrinseche connotazioni dell’atto stesso, e, quindi, della concreta situazione ambientale in cui l’atto è stato posto in essere, nonché della connotazione storica del fatto, delle sue effettive implicazioni con riferimento alla posizione dell’agente e del destinatario della condotta e del suo significato alla luce delle consuetudini locali. (Fattispecie in tema di tentata estorsione aggravata “ex” art. 7 L. 10 luglio 1991 n. 252). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 34242 del 4 settembre 2009 (Cass. pen. n. 34242/2009)

L’esimente della desistenza volontaria nel tentativo non richiede un’autentica resipiscenza, potendo essere giustificata da motivi di qualsiasi natura, anche utilitaristici, ma necessita di una deliberazione assunta in piena libertà, indipendentemente da fattori esterni suscettibili di influire sulla determinazione dell’agente. (Nel caso di specie, gli autori di un progetto omicidiario avevano deciso di non portarlo a termine esclusivamente per la situazione di rischio che si era determinata in quanto la madre della vittima designata aveva saputo che quest’ultima si era allontanata con una persona da cui si sarebbe potuto facilmente risalire ai complici. La Corte ha ritenuto che la conoscenza, da parte degli autori dell’iniziativa criminosa, dell’intervento di un fatto concreto, tale da rendere probabile la loro individuazione, costituisse un forte condizionamento esterno idoneo a incidere sulla scelta se proseguire o meno l’azione in corso). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 11865 del 18 marzo 2009 (Cass. pen. n. 11865/2009)

Il dolo alternativo, che si ha quando il soggetto agente si rappresenta e vuole indifferentemente due eventi, è compatibile con il tentativo. (Fattispecie relativa ad esplosione di colpi di pistola contro due persone dall’interno dell’abitacolo di un’autovettura). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 11521 del 16 marzo 2009 (Cass. pen. n. 11521/2009)

La desistenza volontaria dall’azione prevista dall’art. 56, comma terzo, c.p., presuppone la costanza della possibilità di consumazione del delitto. Ne consegue che, qualora tale possibilità non vi sia più, o per la non realizzabilità fisico-materiale della consumazione stessa oppure, sul piano soggettivo, anche soltanto per una non realizzabilità erroneamente ritenuta dal soggetto agente, ricorre, sussistendone i requisiti, l’ipotesi del delitto tentato. (Nella specie è stata esclusa la configurabilità di una desistenza volontaria, sul rilievo che tutti gli elementi acquisiti al processo, comprese le dichiarazioni dell’imputato, lasciavano fondatamente ritenere che quest’ultimo non avesse volontariamente abbandonato l’azione, ma vi fosse stato costretto da una serie di circostanze, tra le quali l’imprevista reazione della vittima e il venir meno della convinzione di poter condurre a termine il disegno omicida). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9015 del 27 febbraio 2009 (Cass. pen. n. 9015/2009)

Nel delitto tentato gli atti diretti in modo non equivoco a commettere un reato possono essere esclusivamente gli atti esecutivi, ossia gli atti tipici, corrispondenti, anche solo in minima parte, alla descrizione legale di una fattispecie delittuosa a forma libera o vincolata, in quanto la univocità degli atti indica non un parametro probatorio, ma un criterio di essenza e una caratteristica oggettiva della condotta ; ne consegue che non sono punibili, a titolo di tentativo, i meri atti preparatori. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha escluso la sussistenza del tentativo punibile di omicidio in un caso in cui, essendo stato effettuato un sopralluogo presso l’abitazione della vittima designata ed essendo stato compiuto il furto di un’autovettura destinata ad essere utilizzata per il delitto, era stato rinvenuto un fucile a pompa con relativo munizionamento all’interno della predetta autovettura, parcheggiata nei pressi dell’abitazione di uno degli imputati ). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 40058 del 28 ottobre 2008 (Cass. pen. n. 40058/2008)

In tema di reati di danno a forma libera la desistenza può aver luogo solo nella fase del tentativo incompiuto e non è configurabile una volta che siano posti in essere gli atti da cui origina il meccanismo causale capace di produrre l’evento, rispetto ai quali può, al più, operare la diminuente per il c.d. recesso attivo, qualora il soggetto tenga una condotta attiva che valga a scongiurare l’evento. Ne consegue che, nel caso di esecuzione monosoggettiva del reato, in tanto può sussistere la desistenza, in quanto l’agente abbandoni l’azione criminosa prima che questa sia completamente realizzata. (Fattispecie in tema di omicidio ). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 39293 del 21 ottobre 2008 (Cass. pen. n. 39293/2008)

Ai fini dell’individuazione delle fattispecie di reato escluse dall’applicabilità dell’indulto per la presenza della circostanza aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 7 D.L. n. 152 del 1991, convertito in L. n. 203 del 1991, il riferimento normativo contenuto nella L. n. 241 del 2006, che richiama i «reati per cui ricorre la circostanza aggravante in parola» è comprensivo sia dei delitti consumati, che di quelli tentati. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 21396 del 31 maggio 2007 (Cass. pen. n. 21396/2007)

In tema di tentativo, ai fini del riconoscimento dell’univocità degli atti, può assumere rilievo, in determinate fattispecie concorsuali (senza per questo assurgere a generale massima di esperienza), l’avvenuta, concreta assunzione, da parte di tutti concorrenti, del ruolo a ciascuno assegnato per la realizzazione del progettato delitto. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che correttamente fosse stato configurato il tentativo di rapina in un caso in cui i concorrenti, in numero di quattro, erano giunti, già muniti di pistole, nei pressi di un ufficio postale, dopodiché tre di essi si erano disposti su altrettante autovetture, una delle quali rubata, predisposte per la fuga mentre il quarto si era diretto a piedi verso il predetto ufficio). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 18747 del 15 maggio 2007 (Cass. pen. n. 18747/2007)

In tema di tentativo, il requisito dell’univocità degli atti va accertato ricostruendo, sulla base delle prove disponibili, la direzione teleologica della volontà dell’agente quale emerge dalle modalità di estrinsecazione concreta della sua azione, allo scopo di accertare quale sia stato il risultato da lui avuto di mira, sì da pervenire con il massimo grado di precisione possibile alla individuazione dello specifico bene giuridico aggredito e concretamente posto in pericolo. (Nella fattispecie, la Corte ha ritento che divellere dal muro la grata di protezione di una finestra al fine di introdursi nell’abitazione costituisce atto di per sé capace di produrre l’evento del delitto di furto in abitazione). Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 7702 del 23 febbraio 2007 (Cass. pen. n. 7702/2007)

La disciplina del reato tentato coinvolge tutti gli aspetti della tipicità compresi quelli inerenti alle circostanze: ne consegue che è configurabile, in materia di delitti concernenti gli stupefacenti, l’aggravante di cui all’art. 80 D.P.R. 309 del 1990 allorché vi sia prova che, se l’operazione illecita di traffico di droga fosse riuscita, essa avrebbe riguardato un quantitativo ingente di sostanza. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2631 del 25 gennaio 2007 (Cass. pen. n. 2631/2007)

Anche nel delitto tentato, la maggiore o minore gravità del fatto va valutata in relazione al delitto consumato che l’agente mirava a realizzare. (Fattispecie in tema di tentata violenza sessuale, nella quale è stata esclusa la circostanza attenuante di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis c.p., sul rilievo dell’intensità del dolo e dell’oggettiva gravità della condotta tenuta). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 34128 del 12 ottobre 2006 (Cass. pen. n. 34128/2006)

La desistenza è un’esimente che esclude «ab extrinseco» ed «ex post» l’antigiuridicità del fatto, sicchè la sua applicabilità presuppone che l’azione sia penalmente rilevante e sia quindi pervenuta alla fase del tentativo punibile. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 24711 del 18 luglio 2006 (Cass. pen. n. 24711/2006)

L’estensione al tentativo delle circostanze previste per il corrispondente delitto consumato comporta un problema di semplice compatibilità logico-giuridica, che va verificata in concreto tenuto conto della tipologia dell’aggravante contestata. Così, mentre in alcuni casi è ontologicamente necessario che si sia realizzato l’evento che ne costituisce l’oggetto ovvero che si siano perfezionati i relativi presupposti costitutivi nel frammento di condotta posta in essere dall’agente, in altri non occorre che ciò si verifichi. (In applicazione di tali principi, la Corte ha escluso la configurabilità dell’aggravante della violenza sulle cose, in relazione al delitto di tentata violazione di domicilio, poiché l’imputato aveva commesso il fatto colpendo con calci e pugni la porta d’ingresso di una abitazione, senza peraltro danneggiarla). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 16313 del 12 maggio 2006

In tema di elemento soggettivo del reato, il dolo eventuale non è configurabile nel caso di delitto tentato, poiché, quando l’evento voluto non sia comunque realizzato — e quindi manchi la possibilità del collegamento ad un atteggiamento volitivo diverso dall’intenzionalità diretta —, la valutazione del dolo deve avere luogo esclusivamente sulla base dell’effettivo volere dell’autore e, cioè, della volontà univocamente orientata alla consumazione del reato, senza possibilità di fruizione di gradate accettazioni del rischio, consentite soltanto in caso di evento materialmente verificatosi. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5849 del 15 febbraio 2006 (Cass. pen. n. 5849/2006)

Non sussistono gli estremi della desistenza volontaria, di cui all’art. 56, comma terzo, c.p., allorché la rinuncia a portare a termine il furto di un’autovettura sia determinato dalla resistenza opposta dal bloccasterzo, in quanto, in tal caso, la desistenza non è volontaria ma è determinata da fattori esterni. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 17688 del 11 maggio 2005 (Cass. pen. n. 17688/2005)

Nel reato di danno a forma libera (nella specie, omicidio) il tentativo si perfeziona con l’attivazione del meccanismo causale capace di produrre salvo l’intervento di fattori esterni — l’evento (cosiddetto tentativo compiuto); sicchè, una volta posta in essere tale condotta, non è più configurabile la desistenza volontaria a norma dell’art. 56, comma terzo, c.p. — che non esime l’agente da pena, ma prende in considerazione solo gli atti già compiuti, se ed in quanto costituiscano diverso reato — mentre non sono esclusi i più limitati effetti della diminuzione di pena prevista dal comma successivo della citata norma qualora sia tenuta una condotta attiva che valga a scongiurare l’evento. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 25917 del 9 giugno 2004 (Cass. pen. n. 25917/2004)

Anche in un’attività preparatoria può ravvisarsi l’ipotesi del tentativo, qualora sia idonea e diretta in modo non equivoco alla consumazione del delitto; in ogni caso, l’idoneità degli atti deve essere valutata con giudizio ex ante tenendo conto delle circostanze in cui opera l’agente e delle modalità dell’azione, in modo da determinare la reale adeguatezza causale e l’attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione del bene protetto dalla norma incriminatrice, indipendentemente dall’insuccesso determinato da fattori estranei, come quelli dipendenti dalle cautele adottate dalla vittima. (Nella specie, è stato ritenuto configurabile il tentativo di omicidio nella condotta degli affiliati ad una associazione camorristica che, allo scopo di eliminare il capo di un clan rivale, avevano predisposto la necessaria organizzazione per l’esecuzione dell’omicidio, individuando un gruppo incaricato di localizzare la vittima designata e di segnalarne la posizione agli esecutori materiali, azione non portata a termine per la mancata individuazione della vittima). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 23706 del 21 maggio 2004 (Cass. pen. n. 23706/2004)

Ai fini della sussistenza del delitto tentato, occorre che, sulla base di una valutazione ex ante, gli atti compiuti, anche se meramente preparatori o solo parziali, siano idonei ed univoci, ossia diretti in modo non equivoco a causare l’evento lesivo ovvero a realizzare la fattispecie prevista dalla norma incriminatrice, rivelando così l’intenzione dell’agente di commettere lo specifico delitto. L’idoneità degli atti non è peraltro sinonimo della loro sufficienza causale, bensì esprime l’esigenza che l’atto abbia l’oggettiva attitudine ad inserirsi, quale condizione necessaria, nella sequenza causale ed operativa che conduce alla consumazione del delitto. Ne consegue che, nell’ipotesi di tentata truffa ai danni della pubblica amministrazione, è irrilevante la circostanza che gli artifici e raggiri siano posti in essere all’interno di una fase procedimentale non conclusa, ad esempio perchè ancora mancante degli atti di controllo necessari a completare lo specifico procedimento, mentre è sufficiente che l’azione, dotata dei caratteri propri dell’artificio o raggiro – ossia astrattamente capace di indurre in errore la pubblica amministrazione – sia oggettivamente idonea ad attivare l’iter procedimentale volto a conseguire il vantaggio patrimoniale indebito. (Nel caso di specie, è stata ritenuta un idoneo tentativo di truffa la semplice presentazione dei fogli di viaggio e delle ricevute delle spese per i pasti da parte del personale dipendente della Polizia di Stato, volta ad ottenere il rimborso delle spese di trasferta, alla quale non aveva fatto seguito la relazione favorevole del capo pattuglia). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 40343 del 23 ottobre 2003 (Cass. pen. n. 40343/2003)

In tema di delitto tentato, i requisiti della univocità e idoneità degli atti non possono essere verificati prendendo in esame l’intenzione eventualmente formulata dall’agente, poichè gli stessi, che attengono alla dimensione materiale del reato, devono essere obiettivamente desumibili dalla condotta posta in essere e dalle relative modalità. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 36283 del 22 settembre 2003 (Cass. pen. n. 36283/2003)

La desistenza volontaria, disciplinata dal comma terzo dell’art. 56 c.p., si verifica quando la determinazione dell’agente di interrompere l’azione non subisce l’incidenza di fattori esterni, idonei ad interferire con la scelta adottata. (Fattispecie nella quale la ricorrenza dell’esimente è stata esclusa, a fronte dell’allegata interruzione delle pressioni estorsive già esercitate sulla vittima, avuto riguardo alla cognizione degli agenti di essere stati denunciati ed alla scoperta, da parte di uno tra essi, della presenza di una microspia a bordo della sua autovettura). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 35764 del 18 settembre 2003 (Cass. pen. n. 35764/2003)

Il delitto tentato costituisce figura autonoma di reato, qualificato da una propria oggettività giuridica e da una propria struttura, delineate dalla combinazione della norma incriminatrice specifica e dalla disposizione contenuta nell’art. 56 c.p., che rende punibili, con una pena autonoma, fatti non altrimenti sanzionabili, perché arrestatisi al di qua della consumazione. Da tale autonomia dell’illecito e della sanzione consegue che, in presenza di delitto tentato, la determinazione della pena può effettuarsi con il cosiddetto metodo diretto o sintetico, cioè senza operare la diminuzione sulla pena fissata per la corrispondente ipotesi di delitto consumato, oppure con il calcolo «bifasico», cioè mediante scissione dei due momenti indicati, fermo restando che nessuno dei due sistemi può sottrarsi al rispetto dei vincoli normativi relativi al contenimento della riduzione da uno a due terzi, la cui inosservanza comporta violazione di legge. (In applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto corretta la determinazione della pena effettuata dal giudice di merito in una fattispecie relativa a concorso ex art. 81, comma secondo, c.p., di furto aggravato e tentativo di indebita utilizzazione di carta di credito, con riferimento alla quale si era lamentato che, nell’indicazione della pena complessiva, non figurasse la specificazione della base di calcolo per il reato consumato di cui all’art. 12 D.L. 3 maggio 1991 n. 143, sulla quale si sarebbero dovuti applicare la riduzione della pena prevista per il tentativo e, successivamente, l’aumento per la continuazione). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 37562 del 17 ottobre 2001 (Cass. pen. n. 37562/2001)

In tema di desistenza volontaria del delitto, ai sensi dell’articolo 56, terzo comma, c.p., la volontarietà della desistenza non deve essere intesa come spontaneità, per cui la desistenza non è esclusa dalla valutazione degli svantaggi che deriverebbero dal proseguimento dell’azione criminosa, sempre che la decisione di interromperla non risulti necessaria. Ed invero, la ragione della previsione normativa della disciplina particolare della desistenza volontaria non risiede nella resipiscenza dell’agente, bensì nella sua ridotta capacità criminosa. La Corte ha ritenuto configurabile la desistenza volontaria nella condotta di due rapinatori di una banca che, una volta appresa la circostanza che la chiave della cassaforte era detenuta dal solo direttore il quale non era presente nei locali, si erano allontanati interrompendo l’azione criminosa). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1955 del 21 febbraio 2000 (Cass. pen. n. 1955/2000)

In tema di elemento psicologico del reato, il dolo alternativo sussiste se l’agente si rappresenta e vuole indifferentemente l’uno o l’altro degli eventi causalmente ricollegabili alla sua condotta cosciente e volontaria, sicché già al momento della realizzazione dell’elemento oggettivo del reato egli deve prevederli entrambi. Si ha, invece, dolo eventuale allorquando l’agente, ponendo in essere una condotta diretta ad altri scopi, si rappresenti la concreta possibilità del verificarsi di una diversa conseguenza della propria condotta e, ciononostante, agisca accettando il rischio di cagionarla. Ne consegue che il dolo eventuale non è configurabile nel caso di delitto tentato, in quanto è ontologicamente incompatibile con la direzione univoca degli atti compiuti nel tentativo, che presuppone il dolo diretto. Al contrario, vi è compatibilità tra tentativo penalmente punibile e dolo alternativo, poiché la sostanziale equivalenza dell’uno e dell’altro evento, che l’agente si rappresenta indifferentemente, entrambi come eziologicamente collegabili alla sua condotta e alla sua cosciente volontà comporta che questa forma di dolo è diretta, atteso che ciascuno degli eventi è ugualmente voluto dal reo. (Fattispecie relativa ad esplosione di colpo di fucile contro auto in allontanamento, in procedimento per tentato omicidio, in cui la Corte ha annullato con rinvio non risultando definito il danneggiamento dell’auto e morte dei fuggitivi, si siano prospettati come eventi indifferentemente voluti ovvero il secondo come mera possibile conseguenza del primo). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 385 del 14 gennaio 2000 (Cass. pen. n. 385/2000)

In tema di concorso di persone nel reato, qualora uno dei concorrenti desista dall’azione e gli altri, a loro volta, non compiano alcuna ulteriore attività diretta alla realizzazione dell’evento, deve ritenersi configurabile anche nei loro confronti l’esimente di cui al terzo comma dell’art. 56 c.p.

La desistenza volontaria, prevista dal terzo comma dell’art. 56 c.p., è configurata dal legislatore come un’esimente che esclude ab extrinseco ed ex post l’antigiuridicità del fatto, sicché la sua applicazione presuppone che l’azione sia penalmente rilevante perché pervenuta nella fase del tentativo punibile. (In applicazione di tale principio la Corte ha annullato la sentenza di secondo grado che aveva negato l’applicazione dell’esimente de qua in quanto l’azione aveva già concretato il delitto nella forma del tentativo). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 10795 del 16 ottobre 1998 (Cass. pen. n. 10795/1998)

In materia di delitto tentato l’idoneità di un atto criminoso, ai fini della sussistenza della ipotesi di cui all’art. 56 c.p., consiste nella sua capacità causale e, cioè, nella sua suscettibilità a produrre l’evento che rende consumato il delitto voluto; l’azione è inidonea solamente se, in assoluto e con valutazione ex ante, difetti intrinsecamente di qualsiasi efficacia causale, e senza tener conto delle circostanze impreviste (nella fattispecie: arrivo dei carabinieri) che abbiano impedito il verificarsi dell’evento. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 9365 del 13 agosto 1998 (Cass. pen. n. 9365/1998)

L’azione posta in essere con accettazione del rischio dell’evento può implicare, per l’autore, un maggiore o minore grado di adesione della volontà, a seconda che egli consideri maggiore o minore la probabilità di verificazione dell’evento. Se questo venga ritenuto certo o altamente probabile, l’autore non si limita ad accettare il rischio, ma accetta l’evento stesso che vuole; se l’evento, oltre che accettato è perseguito, il dolo si colloca in un più elevato livello di gravità. In relazione a tali diversi gradi di intensità, il dolo va qualificato come «eventuale» nel caso di accettazione del rischio, e come «diretto» negli altri casi, con l’ulteriore precisazione che, se l’evento è perseguito come scopo finale, si ha il dolo «intenzionale». (Nel caso di specie si è ritenuta la sussistenza del dolo diretto del reato di tentato omicidio nell’azione del soggetto che, subito dopo la consumazione di una rapina, aveva esploso un colpo di pistola a bruciapelo, all’altezza del torace, contro persona che tentava di disarmarlo, senza conseguenze mortali, non potendosi comunque ritenere che, in relazione alle modalità della condotta e al mezzo usato, l’autore non si fosse rappresentato l’evento morte). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6880 del 9 giugno 1998 (Cass. pen. n. 6880/1998)

Ai fini della ravvisabilità del tentativo, i requisiti della idoneità e della univocità degli atti devono potersi rilevare obiettivamente dalla condotta degli agenti e dalle modalità degli atti da loro posti in essere, senza che, a tal fine, possa farsi riferimento alle intenzioni, dagli stessi eventualmente formulate. Ne consegue che al giudice non è consentito di conferire idoneità e univocità di direzione ad atti che, di per sè stessi, non sono né idonei né univoci, attraverso il riferimento ai propositi interni degli agenti, dei quali non si abbia conoscenza attraverso dati obiettivamente rilevabili, ma che siano conosciuti soltanto attraverso le ammissioni degli imputati. Diversamente operando, si finirebbe inevitabilmente per conferire rilievo penale ad atti di volizione interna che possono essere valutati soltanto ai fini dell’esistenza dell’elemento psicologico, ma non anche ai fini della ravvisabilità dell’elemento materiale del reato. (Nella specie, relativa a tentata rapina, gli imputati si sono limitati ad ispezionare la villa dall’esterno senza porre in essere alcuna altra attività concreta diretta ad introdurvisi). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2587 del 27 febbraio 1998 (Cass. pen. n. 2587/1998)

In tema di tentativo, nell’ipotesi di reato plurisoggettivo il concorrente che intenda essere scriminato per desistenza dall’azione ai sensi del terzo comma dell’art. 56 c.p. deve attivarsi al fine di evitare la realizzazione concorsuale della condotta criminosa o quanto meno instaurare un processo causale che elimini le conseguenze del suo apporto, rendendolo estraneo ed irrilevante rispetto al reato commesso dagli altri. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 1296 del 4 febbraio 1998 (Cass. pen. n. 1296/1998)

Nel vigente ordinamento penale l’ammissibilità del tentativo punibile è esclusa soltanto con riguardo a tre categorie di reati: a) i reati contravvenzionali, riferendosi l’art. 56 c.p. solo ai “delitti”; b) i reati c.d. a consumazione anticipata, nei quali, consistendo la condotta tipica nel compiere atti o usare mezzi diretti all’offesa del bene giuridico, ciò che costituisce il minimum per l’esistenza del tentativo dà già luogo a consumazione; c) i reati colposi, mancando in essi l’intenzione (senza la quale il tentativo non può esistere), di realizzare l’evento previsto dalla norma incriminatrice. Ne consegue che è giuridicamente configurabile il tentativo anche per i delitti c.d. “unisussistenti”, cioé quelli che unico actu perficiuntur, con la sola avvertenza che non può trattarsi di tentativo “incompiuto”, postulando questo l’interruzione dell’attività esecutiva volta alla realizzazione dell’evento, ma deve necessariamente trattarsi di tentativo “compiuto” in cui, nonostante l’esaurimento di detta attività, l’evento non si verifica. È compito del giudice di merito riscontrare la sussistenza o meno, in concreto, di tale ipotesi. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la S.C., risolvendo un conflitto di competenza, ha ritenuto, con riguardo al delitto di indebita utilizzazione di carta di credito o di pagamento da parte di chi non ne sia titolare, previsto dall’art. 12, prima parte, del D.L. 3 maggio 1991 n. 143, convertito, con modificazioni, in L. 5 luglio 1991 n. 197, che correttamente fosse stato qualificato, da uno dei due giudici in conflitto, come reato consumato e non come tentativo il fatto attribuito all’imputato, consistente nell’aver questi consegnato all’addetto alla riscossione del pedaggio autostradale una tessera “viacard” di cui non era titolare, costituendo già tale condotta una “utilizzazione” indebita del documento). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6532 del 23 gennaio 1998 (Cass. pen. n. 6532/1998)

La desistenza volontaria — disciplinata dall’art. 56, comma terzo, c.p. — è una esimente di carattere speciale che trova fondamento nella considerazione utilitaristica di politica criminale secondo cui è opportuno mandare impunito il colpevole di un reato tentato per incentivare l’abbandono di iniziative criminose, ovvero, nell’ambito della prevenzione speciale, sulla considerazione che l’agente, il quale volontariamente desiste, dimostra di possedere una ridotta volontà criminale. Di conseguenza, pur se non è necessario che si identifichi con la spontaneità, la desistenza deve essere deliberata in una situazione di libertà interiore indipendente da fattori esterni che influiscano sulla volontà dell’agente menomandone la libera determinazione. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5037 del 29 maggio 1997 (Cass. pen. n. 5037/1997)

Agli effetti dell’applicazione di misura cautelare per tentativo di delitto punito con la pena dell’ergastolo, si ha riguardo non alla pena minima di dodici anni di reclusione prevista dall’art. 56, comma secondo, c.p., ma a quella massima di ventiquattro anni di reclusione, desumibile dall’art. 23, comma primo, stesso codice. (Fattispecie relativa a pretesa decorrenza del termine di durata massima della custodia cautelare per tentato omicidio pluriaggravato, in relazione al quale la Suprema Corte ha escluso la rilevanza delle aggravanti non ad effetto speciale, né comportanti una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato, ma ha ritenuto doversi far riferimento non alla pena edittale minima per il tentativo di delitto punito con l’ergastolo, bensì alla pena edittale massima, da individuare a norma dell’art. 23, comma primo, c.p.). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5531 del 4 dicembre 1996 (Cass. pen. n. 5531/1996)

Il delitto tentato è incompatibile con il dolo eventuale, nel quale la rappresentazione dell’agente investe il reato solo come possibile conseguenza di una condotta diretta ad altro. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 832 del 27 gennaio 1996 (Cass. pen. n. 832/1996)

L’idoneità degli atti, richiesta per la punibilità del tentativo, deve essere valutata con giudizio ex ante e in concreto, tenendo conto di tutte le modalità e circostanze effettive della singola fattispecie, in modo da determinarne la reale adeguatezza causale e l’attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto in rapporto alla lesione del bene protetto. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9273 del 30 agosto 1995 (Cass. pen. n. 9273/1995)

Gli elementi caratterizzanti il delitto tentato, e cioè l’idoneità e l’univocità dell’azione, sono riscontrabili anche negli atti cosiddetti preparatori, cioè anteriori all’inizio dell’esecuzione, quando questi siano potenzialmente idonei a produrre l’evento e contemporaneamente rivelino in modo non equivoco l’intenzione di commettere il delitto. (Fattispecie — in cui è stato ritenuto configurabile il tentativo di truffa — relativa al possesso, da parte di alcune guardie giurate, nel corso del servizio notturno di vigilanza, di chiavi atte ad aprire i congegni ad orologeria predisposti per il controllo periodico, sì da far apparire, con la loro manomissione, che tali controlli fossero effettuati nelle ore stabilite). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 295 del 26 luglio 1995 (Cass. pen. n. 295/1995)

In tema di delitto tentato la desistenza volontaria ha natura di esimente; pertanto la riconducibilità alla volontà dell’agente e non a fattori esterni del mancato compimento dell’azione o del mancato avverarsi dell’evento, qualora non risulti chiaramente agli atti, va dimostrata da chi la invoca. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7937 del 18 luglio 1995 (Cass. pen. n. 7937/1995)

In tema di tentativo gli atti devono essere ritenuti idonei ogniqualvolta gli stessi — con un giudizio effettuato ex ante — siano adeguati in concreto al raggiungimento dello scopo, tenuto conto del contesto delle circostanze in cui opera l’agente. (Nella fattispecie era stata formulata a carico dell’imputato l’accusa di tentato omicidio e la Suprema Corte ha ritenuto corrette le motivazioni dei giudici di merito i quali avevano desunto la volontà omicidiaria dell’imputato — oltre che dalle circostanze di tempo e di luogo dell’azione — in particolare dalla reiterazione dell’azione stessa consistita nell’aver stretto con le mani in modo prolungato il collo della vittima fino a determinare la perdita dei sensi per ben due volte, adoperando guanti per non lasciare tracce). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 7317 del 27 giugno 1995 (Cass. pen. n. 7317/1995)

Nel delitto tentato il dolo deve essere diretto, in quanto soltanto da tale specie di elemento psicologico, non realizzandosi alcun evento, è possibile dedurre l’inequivoca direzione degli atti concretizzati dall’agente verso l’evento non realizzatosi per cause indipendenti dal suo comportamento, così come espressamente voluto dal legislatore con l’espressione «diretti in modo non equivoco a commettere un delitto» usata nel primo comma dell’art. 56 c.p. per qualificare gli atti, già di per sè idonei, posti in essere dall’agente del delitto tentato. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1639 del 28 aprile 1995 (Cass. pen. n. 1639/1995)

In presenza di un delitto tentato, la determinazione della pena può effettuarsi con il cosiddetto metodo diretto o sintetico, ossia senza operare la diminuzione sulla pena fissata per la corrispondente ipotesi di delitto consumato, oppure con il calcolo «bifasico», ossia scindendo i due momenti enunciati. Entrambi i sistemi, peraltro, non si sottraggono ai vincoli normativi relativi al contenimento della riduzione da uno a due terzi. L’inosservanza di tali limiti comporta violazione di legge. (Fattispecie nella quale i giudici di merito avevano ridotto di un sesto la pena base, fissata in relazione al delitto consumato). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 5480 del 31 maggio 1993 (Cass. pen. n. 5480/1993)

Il dolo alternativo è compatibile con il delitto tentato, giacché in tale forma di dolo l’agente si rappresenta e vuole indifferentemente l’uno o l’altro dei due eventi casualmente ricollegabili alla sua condotta e alla sua cosciente volontà. Invero, poiché l’art. 43 c.p. afferma che il delitto è doloso allorché l’evento è preveduto e voluto dall’agente come conseguenza della propria azione od omissione, nell’ambito della condotta dolosa rientra non solo l’evento direttamente perseguito, ma anche quello che, senza costituire l’unico obiettivo della condotta, venga dall’agente posto in correlazione causale con la propria azione. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5342 del 26 maggio 1993 (Cass. pen. n. 5342/1993)

Il dolo eventuale è incompatibile con la direzione non equivoca degli atti compiuti e pertanto perché possa aversi tentativo possibile è necessario dimostrare la sussistenza del dolo diretto, od intenzionale, in relazione all’elemento della direzione non equivoca verso un dato evento preso in considerazione dalla norma incriminatrice specifica. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9887 del 16 ottobre 1992 (Cass. pen. n. 9887/1992)

In tema di ipotesi attenuata prevista dall’art. 56, terzo comma, c.p., si ha recesso volontario dall’azione delittuosa quando la prevalenza dei motivi di desistenza su quelli di persistenza nella condotta criminosa si sia verificata al di fuori di cause estranee alla volontà dell’agente che abbiano reso irrealizzabile la prosecuzione dell’attività diretta alla attuazione del fine antigiuridico, e cioè quando l’interruzione sia stata volontaria (anche se non spontanea) e non imposta da fattori esterni. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8148 del 22 luglio 1992 (Cass. pen. n. 8148/1992)

La desistenza volontaria si differenzia dal recesso attivo in quanto la prima interviene quando s’interrompe l’attività esecutiva, mentre il secondo è ravvisabile quando l’attività esecutiva è compiutamente esaurita e manca solo che l’evento si realizzi. (Fattispecie relativa a ritenuta desistenza volontaria e non recesso attivo del tentativo di estorsione come ritenuto dal giudice d’appello, poiché l’evento si sarebbe potuto realizzare solo se l’agente si fosse presentato per ricevere la somma minacciosamente richiesta in momento anteriore a quello fissato per la materiale consegna). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 8031 del 16 luglio 1992 (Cass. pen. n. 8031/1992)

Al fine di una corretta applicazione dell’art. 56 c.p., occorre ricostruire, sulla base delle prove disponibili, la direzione teleologica della volontà dell’agente quale emerge dalle modalità di estrinsecazione concreta della sua azione, allo scopo di accertare quale sia stato il risultato da lui avuto di mira, sì da pervenire con il massimo grado di precisione possibile alla individuazione dello specifico bene giuridico aggredito e concretamente posto in pericolo. Tutti gli ipotizzabili eventi ulteriori suscettibili di essere posti in relazione causale con la detta condotta, ma non voluti dall’agente come conseguenza della propria azione o omissione, sono pertanto destinati a collocarsi al di fuori della sfera di applicazione della norma che punisce il tentativo, acquistando essi rilievo nel solo caso di effettiva lesione del bene protetto. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha escluso che possa validamente configurarsi il tentativo di omicidio sotto il profilo del cosiddetto «dolo eventuale»). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 7938 del 10 luglio 1992 (Cass. pen. n. 7938/1992)

Il dolo eventuale non è compatibile con il tentativo. Invero quando l’evento voluto non sia comunque realizzato – e quindi manchi la possibilità del collegamento ad un atteggiamento volitivo diverso dall’intenzionalità diretta – la valutazione del dolo deve aver luogo esclusivamente sulla base dell’effettivo volere dell’autore, e cioè della volontà univocamente orientata alla consumazione del reato, senza possibilità di fruizione di gradate accettazioni del rischio, consentita soltanto nel caso di evento materialmente verificatosi. Ciò trova riscontro nella lettera della legge che stabilisce l’estremo dell’inequivoca direzione degli atti idonei, certamente concernente l’oggettività del comportamento materiale, e cioè il dato estrinseco dell’azione, manifestante ex se l’intenzione dell’agente, ma che va anche correlato ad un preciso atteggiamento interno (la direzione degli atti idonei), necessariamente consistente nella certa volontà di conseguire un prefisso risultato delittuoso, verso cui appunto l’azione è indirizzata secondo inequivoca finalizzazione. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6921 del 11 giugno 1992 (Cass. pen. n. 6921/1992)

La desistenza postula che l’agente abbandoni l’azione criminosa prima che questa sia portata a compimento e, cioè, prima che egli realizzi compiutamente l’azione tipica della fattispecie incriminatrice, se trattasi di reati cosiddetti a forma vincolata, o che egli impedisca, avendone ancora il dominio, che l’azione sia completamente realizzata quando il delitto è causalmente orientato o a forma libera. Tale criterio, valido nell’ipotesi di esecuzione monosoggettiva del delitto, non vale peraltro allorché l’imputato che abbandona l’azione criminosa concorra con altri alla commissione del delitto; in tal caso, infatti, il semplice abbandono o l’interruzione dell’azione criminosa, non basta perché si abbia desistenza, occorrendo un quid pluris. Detto quid pluris, tuttavia, non consiste nella necessità che il partecipe interrompa l’azione collettiva – come pur ritenuto da una concezione che sfocia in una interpretazione riduttiva del dettato normativo, in contrasto con la lettera dello stesso e la ratio dell’istituto (che tende a stimolare ed a favorire l’abbandono o il recesso dall’azione criminosa, da chiunque o comunque intrapresa) – dovendosi invece ritenere che il concorrente, per beneficiare della causa di non punibilità prevista dall’art. 56, comma terzo, c.p., oltre ad abbandonare l’azione criminosa, debba altresì annullare il contributo dato alla realizzazione collettiva, in modo che esso non possa essere più efficace per la prosecuzione del reato, ed eliminare le conseguenze della sua azione che fino a quel momento si sono prodotte. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 7513 del 12 luglio 1991 (Cass. pen. n. 7513/1991)

Il delitto tentato è una fattispecie di reato autonomo che la legge (art. 56 c.p.) ha disciplinato autonomamente, definendola come condotta (compiuta o non) univocamente diretta alla realizzazione dell’evento. Ne consegue che l’elemento soggettivo può assumere soltanto qualificazione di dolo diretto. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3493 del 27 marzo 1991 (Cass. pen. n. 3493/1991)

L’elemento soggettivo si atteggia in maniera profondamente diversa a secondo che si tratti di delitto consumato o di delitto tentato e mentre, nel primo, l’evento prevedibile verificatosi, di cui si accetta il rischio, va posto a carico dell’autore del fatto anche se non voluto (dolo eventuale), nella ipotesi di delitto tentato la univocità della condotta, richiesta dalla norma dell’art. 56 c.p., implica che all’agente può essere attribuito solo l’evento che debba considerarsi essere stato previsto e voluto (dolo alternativo). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 344 del 15 gennaio 1991 (Cass. pen. n. 344/1991)

In tema di computabilità fra delitto tentato e dolo eventuale è erroneo il richiamo al principio dell’equiparazione, sul piano dell’imputazione alla volontà dell’agente, di tutte le possibili finalità che la condotta può realizzare, senza operare differenza fra il fine principale e quelli collaterali e subordinati e senza escludere quelli la cui realizzazione è soltanto un rischio, cioè una conseguenza non voluta. Infatti, la teoria dell’equiparazione, sul piano finalistico, di tutti i possibili risultati della condotta dell’agente, indipendentemente da ogni valutazione circa il grado di univocità degli atti in cui la condotta si è estrinsecata in relazione al fine perseguito dall’agente, quale desumibile dal complesso delle prove, finisce con il risolversi nella punizione della volontà delittuosa in quanto tale, e non in quanto giunta a concreta realizzazione. La norma di cui all’art. 56 c.p. impone all’interprete di ricostruire sulla base delle prove disponibili, la direzione teleologica della volontà dell’agente, quale emerge dalle modalità di estrinsecazione della condotta dello stesso, allo scopo d’accertare quale sia stato il risultato dal medesimo avuto di mira e rendere in tal modo possibile l’individuazione dello specifico bene giuridico aggredito e concretamente posto in pericolo. Tutti gli altri eventi, oltre quello in tal modo definito sulla base dell’univocità degli atti posti in essere dall’agente, ancorché in probabile o, peggio, meramente possibile relazione causale con la condotta, ma non voluti dall’agente come conseguenza della propria azione o omissione sono destinati a trovare collocazione al di fuori della sfera applicativa della norma che punisce il tentativo e ad acquistare giuridico rilievo nella sola ipotesi che il bene giuridico protetto subisca effettiva lesione, non anche quando sia semplicemente esposto a pericolo. In conseguenza il dolo eventuale deve considerarsi incompatibile con il delitto tentato. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 12665 del 22 settembre 1990 (Cass. pen. n. 12665/1990)

L’art. 56 c.p. costituisce norma di confine di una concezione del diritto penale che ripudia la punizione della volontà delittuosa in quanto tale, se non estrinsecata in comportamenti lesivi. Detta norma impone all’interprete di ricostruire, sulla base delle prove disponibili, quale fosse la direzione teleologica della volontà dell’agente, come emerge dalle modalità di estrinsecazione concreta, allo scopo di accertare quale fosse il risultato avuto di mira. Tutti gli altri eventi, in probabile o meramente possibile relazione causale con la detta condotta, ma non voluti dall’agente come conseguenza della propria azione od omissione, sono destinati a collocarsi al di fuori della sfera di applicazione della norma che punisce il tentativo, per acquistare rilievo solo nel caso in cui si verifichi un’effettiva lesione del bene giuridico tutelato ed il soggetto agente si sia rappresentato, accettando il rischio relativo, tale conseguenza della propria condotta. Ne deriva che il dolo eventuale deve ritenersi incompatibile con il delitto tentato. (Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 12664 del 22 settembre 1990 (Cass. pen. n. 12664/1990)

Il delitto tentato non può prescindere dal dolo diretto, onde esso non è punibile a titolo di dolo eventuale. Infatti se può affermarsi che il requisito dell’idoneità degli atti è compatibile con il dolo eventuale, non può ravvisarsi tale compatibilità anche in riferimento al requisito della inequivocità degli atti, essendo questo requisito del tutto inconciliabile con lo stato di dubbio. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9844 del 7 luglio 1990 (Cass. pen. n. 9844/1990)

La figura tipica del tentativo non consente l’applicazione della forma particolare di dolo denominata eventuale ed individuata nella previsione e nell’accettazione del rischio dell’evento, che peraltro non è oggetto della volontà diretta dell’agente, finalizzata ad altro. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9841 del 7 luglio 1990 (Cass. pen. n. 9841/1990)

Il dolo eventuale è compatibile con il delitto tentato. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5401 del 12 aprile 1990 (Cass. pen. n. 5401/1990)

Il dolo eventuale non è configurabile nel delitto tentato. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5379 del 12 aprile 1990 (Cass. pen. n. 5379/1990)

Il tentativo è reato autonomo rispetto a quello consumato, ma è pur sempre ad esso collegato strutturalmente e ideologicamente, sicché vanno applicate le aggravanti che trovano ragione attraverso la valutazione dell’idoneità degli atti e dei mezzi, valutazione che permette di individuare, unitamente al proposito criminoso, le modalità dell’azione per realizzarlo. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 3692 del 16 marzo 1990 (Cass. pen. n. 3692/1990)

La desistenza volontaria ha natura di esimente e quindi l’imputato ha l’onere di provare (o almeno di allegare) le circostanze di fatto in base alle quali essa viene ad essere integrata. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 16155 del 21 novembre 1989 (Cass. pen. n. 16155/1989)

Per spiegare la sua efficacia e condurre all’impunità, la desistenza dall’azione non richiede necessariamente una spinta psicologica spontanea di autentico pentimento, ma deve presentare il carattere della volontarietà libera ed autonoma, suggerita da motivi di diversa natura e non imposta dall’intervento di fattori estranei all’agente, che rendono irrealizzabile la prosecuzione dell’attività diretta all’attuazione del fine antigiuridico. (Nella specie, si è ritenuta insussistente la desistenza nell’abbandono di un tentativo di evasione dovuto a fattori estranei alla volontà dei detenuti, come il tempo di notte, la friabilità del muro, la rudimentalità degli attrezzi usati, l’inumidirsi delle malte cementanti e l’imprevista presenza di tubi nel tratto scavato). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 14024 del 24 ottobre 1989 (Cass. pen. n. 14024/1989)

La norma dell’art. 56 c.p. non fa esclusivo riferimento alla figura tipica del reato, ma anche a quella del reato circostanziato, per cui l’estensione al tentativo delle circostanze previste per il corrispondente reato consumato comporta un problema di semplice compatibilità logico-giuridica che non tocca il principio della legalità. Infatti, ai fini della configurazione del tentativo di delitto aggravato, oltre al criterio dell’idoneità e dell’univocità degli atti e dei mezzi che possono indicare un proposito criminoso riferibile a un delitto aggravato, acquistano rilevanza e sono compatibili — e, dunque, estensibili al tentativo — tutte le circostanze, aggravanti o attenuanti, che attengono ai fini dell’azione criminosa. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 4098 del 20 marzo 1989 (Cass. pen. n. 4098/1989)

Ai fini della configurabilità di un tentativo punibile, la univocità degli atti deve essere considerata come una caratteristica oggettiva, della condotta, nel senso che gli atti posti in essere devono in sé stessi possedere, riguardati nel contesto in cui sono inseriti, l’attitudine a denotare il proposito criminoso perseguito, anche qualora sia stata conseguita aliunde la prova del fine verso cui tende l’agente. (Fattispecie relativa a ritenuta insussistenza del delitto di tentata rapina). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5252 del 30 aprile 1988 (Cass. pen. n. 5252/1988)

La possibilità che nel delitto tentato siano applicabili circostanze non compiutamente realizzate trova limite e condizione nella certezza che l’iter consumativo del reato avrebbe realizzato gli elementi integrativi delle circostanze. Nel caso di tentate lesioni tale certezza non sussiste con riferimento all’aggravante di cui all’art. 583, secondo comma n. 4, c.p., in quanto il giudice, in mancanza del dato di valutazione costituito dalle caratteristiche delle lesioni, non può supporre che queste avrebbero potuto assumere le dimensioni dello sfregio. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5717 del 18 gennaio 1988 (Cass. pen. n. 5717/1988)

La norma di cui all’art. 56 c.p. prende in esame l’evento solo ai fini della volontaria desistenza o dell’attivo ravvedimento. Ne consegue che ai fini del tentativo in un reato si deve prendere in considerazione non l’evento, bensì la condotta attraverso la valutazione dei mezzi usati, della direzione non equivoca, dell’elemento intenzionale, essendo andati a vuoto i mezzi impiegati, la vittima designata sia rimasta illesa e cioè in assenza di un evento lesivo. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 11562 del 12 novembre 1987 (Cass. pen. n. 11562/1987)

Nel tentativo (delitto tentato) l’idoneità degli atti va considerata in concreto, con riferimento, cioè, all’evento che effettivamente l’agente si riprometteva di raggiungere, così come l’univocità va desunta dal modo con cui gli atti sono stati compiuti, dal comportamento dell’agente, dalla sua confessione, sicché possa escludersi ogni dubbio che l’autore, superate le fasi dell’ideazione e della preparazione, abbia dato inizio alla fase esecutiva senza, tuttavia, riuscire a portarla a compimento per causa estranea alla sua volontà. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 10574 del 9 ottobre 1987 (Cass. pen. n. 10574/1987)

Se in linea di massima non è ipotizzabile il tentativo nel reato omissivo, poichè fino all’ultimo resta incerto se il comportamento omissivo si verifichi oppure no, è ammissibile la configurabilità del reato tentato allorchè quella incertezza sia, in fatto, da escludere. (Applicazione in tema di astensione dagli incanti). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6199 del 20 giugno 1985 (Cass. pen. n. 6199/1985)

Nei reati contro il patrimonio le norme relative all’entità del danno quale circostanza aggravante o attenuante sono applicabili anche ai reati tentati ogni qualvolta sia possibile, attraverso le modalità del fatto, stabilire con certezza il valore delle cose che presumibilmente il colpevole avrebbe sottratto se si fosse realizzato l’evento. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 3768 del 28 aprile 1984 (Cass. pen. n. 3768/1978)

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