Art. 516 – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine

Articolo 516 - Codice Penale

Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 1.032 (440, 442, 444, 518).

Articolo 516 - Codice Penale

Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 1.032 (440, 442, 444, 518).

Note

Tabella procedurale

Arresto: non consentito.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: consentito il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali ed imprenditoriali. 287290 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale monocratico. 33 ter c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

In tema di produzione e vendita di sostanze alimentari, il reato di cui all’art. 5, comma 1, lett. g), legge 30 aprile 1962, n. 283, è configurabile non solo qualora colposamente vengano aggiunti agli alimenti additivi chimici non autorizzati, ma anche nel caso in cui tali additivi siano presenti negli ingredienti utilizzati in modo lecito. (In motivazione, la Corte ha precisato che la natura di reato di pericolo presunto della fattispecie in questione comporta che assuma rilevanza la mera presenza nell’alimento della sostanza non autorizzata). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 12532 del 20 aprile 2020 (Cass. pen. n. 12532/2020)

Il delitto di cui all’art. 516 cod. pen. è un reato di pericolo che punisce la semplice immissione sul mercato di sostanze alimentari non genuine come genuine e, in quanto relativo ad una fase preliminare alla relazione commerciale vera e propria tra due soggetti, rappresenta una forma di tutela anticipata e sussidiaria rispetto a quello di frode in commercio previsto dall’art. 515 cod. pen. che invece sussiste, nella forma consumata o tentata, nell’ipotesi di materiale consegna della merce all’acquirente o di atti univocamente diretti a tale fine. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 50745 del 30 novembre 2016 (Cass. pen. n. 50745/2016)

Configura il reato di cui all’art. 516 c.p., vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, la vendita di un alimento prodotto senza il rispetto di tutte le modalità di produzione prescritte dal disciplinare, come nel caso di violazione delle modalità di alimentazione degli animali destinati alla produzione del latte con il quale viene preparato un formaggio individuato dal regolamento sul riconoscimento delle denominazioni. (Fattispecie relativa alla violazione del D.P.R. 9 febbraio 1990 contenente il disciplinare di produzione della denominazione di origine del formaggio parmigiano reggiano ). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 9643 del 21 marzo 2006 (Cass. pen. n. 9643/2006)

Configura il reato di cui all’art. 516 c.p., vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, la vendita come carne fresca di puro suino contenente anche carne bovina, atteso che per sostanza alimentare non genuina deve intendersi anche quella che non contiene le sostanze ed i quantitativi previsti. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 38671 del 1 ottobre 2004 (Cass. pen. n. 38671/2004)

In materia di sostanze alimentari il concetto di genuinità non è soltanto quello naturale, ma anche quello formale fissato dal legislatore con la indicazione delle caratteristiche e dei requisiti essenziali per qualificare un determinato tipo di prodotto alimentare. Pertanto deve ritenersi non genuino il formaggio «grana padano » confezionato con latte termizzato in quanto tale procedura, non è contemplata dalle disposizioni che regolano il riconoscimento della denominazione di origine con riferimento ai metodi di lavorazione ed alle caratteristiche merceologiche e, inoltre, priva il prodotto dei microrganismi la cui presenza nel processo di maturazione consente, tra l’altro, di distinguere il formaggio in questione. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 23276 del 19 maggio 2004 (Cass. pen. n. 23276/2004)

In tema di reati alimentari, la detenzione a scopo di vendita di sostanze alimentari «comunque nocive» costituisce un reato di pericolo che deve essere però concreto ed attuale, sicché perché una sostanza alimentare possa qualificarsi nociva, non è sufficiente la mera probabilità, legata ad un differimento più o meno a lungo della immissione al consumo, che la stessa assuma successiva attitudine a cagionare danni o porre a rischio la salute umana. (Nella specie la Corte ha ritenuto che la mancanza della tossina nel campione fosse decisiva per escludere la pericolosità della dell’alimento, anche in presenza della possibilità di produzione successiva dell’agente patogeno collegata all’eventualità di incaute manipolazioni del prodotto a temperatura inadeguata). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 976 del 20 gennaio 2004 (Cass. pen. n. 976/2004)

Il delitto di cui all’art. 516 c.p., vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, rappresenta una forma di tutela avanzata rispetto al reato di frode in commercio di cui all’art. 515 c.p., in quanto relativo ad una fase preliminare ed autonoma rispetto alla relazione commerciale vera e propria, che si consuma con la messa in commercio delle cose non genuine, configurando un reato di pericolo. (In applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto configurato il reato de quo nella detenzione presso un esercizio commerciale di prodotti alimentari di sostanze non genuine, se accompagnata da comportamenti rivelatori del fine di vendere e di commerciare). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 19625 del 28 aprile 2003 (Cass. pen. n. 19625/2003)

L’art. 517 c.p., nel prevedere come condotta penalmente rilevante, accanto a quella del porre in vendita, anche quella del porre «altrimenti in circolazione» opere dell’ingegno o prodotti industriali con segni mendaci, si differenzia dal precedente art. 516 c.p., nella parte in cui questo prevede come condotta alternativa a quella del porre in vendita quella del mettere «altrimenti in commercio» le sostanze alimentari cui esso si riferisce, nel senso che con la prima delle suddette espressioni deve intendersi qualsiasi attività diretta a far uscire, a qualsiasi titolo, la res dalla sfera giuridica e di custodia del mero detentore, ivi comprese, quindi, anche le operazioni di immagazzinamento in vista della successiva distribuzione e circolazione della merce destinata alla vendita, rimanendo escluse soltanto ipotesi marginali di mera detenzione non ricollegabile alla distribuzione o all’immagazzinamento, per la cui individuazione deve riconoscersi particolare funzione selettiva all’elemento psicologico. (Nella specie, in applicazione di tali principi, è stato ritenuto che rientrasse nelle previsioni di cui all’art. 517 c.p. la condotta costituita dalla detenzione in magazzino, in vista della successiva distribuzione per il commercio, di prodotti di profumeria recanti denominazioni e segni distintivi suscettibili di creare confusione con altri prodotti similari, di larga diffusione). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 9979 del 5 marzo 2003 (Cass. pen. n. 9979/2003)

La messa in vendita di prodotti scaduti di validità integra il delitto di cui all’art. 516 c.p. (vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine) solo qualora sia concretamente dimostrato che la singola merce abbia perso le sue qualità specifiche, atteso che il superamento della data di scadenza dei prodotti alimentari non comporta necessariamente la perdita di genuinità degli stessi. Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 28 del 9 marzo 2000 (Cass. pen. n. 28/2000)

Il delitto di cui all’art. 516 c.p. si consuma nel momento in cui la sostanza è messa in vendita o altrimenti in commercio, senza che sia richiesta la vendita effettiva. Tale commercializzazione coincide con il momento in cui la merce esce dalla disponibilità del produttore per entrare nel mercato. Ciò significa che anche per tale delitto è configurabile il tentativo, che si realizza quando ancora la merce non è uscita dalla disponibilità del produttore, ma questi abbia compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco alla commercializzazione effettiva del prodotto. (Nella specie la Corte ha configurato il tentativo nel trasferimento del prodotto dallo stabilimento di produzione ad un deposito separato).

Per sostanza alimentare si intende qualsiasi materia, solida, liquida o gassosa, destinata alla alimentazione, cioè al nutrimento corporale. Perciò, senza violare il principio di cui all’art. 1 c.p., e senza ricorrere ad alcuna interpretazione estensiva o analogica, deve affermarsi che il reato di cui all’art. 516 c.p. ha per oggetto materiale non solo le sostanze alimentari solide, ma anche quelle liquide, come le bevande. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 8662 del 25 luglio 1998 (Cass. pen. n. 8662/1998)

Il delitto di vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, di cui all’art. 516 c.p., rappresenta una forma di tutela avanzata rispetto al reato di frode in commercio, di cui all’art. 515 c.p., in quanto relativo ad una fase preliminare e comunque autonoma riguardo alla relazione commerciale vera e propria tra due soggetti, e presenta un ambito più vasto rispetto al delitto previsto dall’art. 515, poiché si consuma con la messa in commercio delle cose non genuine, configurando un reato di pericolo. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 7843 del 3 luglio 1998 (Cass. pen. n. 7843/1998)

La funzione esclusivamente informativa del termine minimo di consumazione dei prodotti alimentari esclude che gli stessi, consumati oltre detto termine, siano privi dei requisiti nutrizionali caratteristici. Ne consegue che non può rinvenirsi nella scadenza del termine minimo di consumazione una non genuinità naturale, consistente nell’artificiosa alterazione dei prodotti nella loro essenza e nella loro composizione normale mediante commistione di sostanze estranee o sottrazione di principi nutritivi caratteristici, e neppure una non genuinità formale, che ricorre qualora i prodotti contengano sostanze diverse da quelle che la legge prescrive per la loro composizione. Pertanto, la sola offerta di un prodotto con il termine minimo di consumazione scaduto non integra il reato di vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine di cui all’art. 516 c.p., ma configura soltanto l’illecito amministrativo di cui all’art. 18 del D.L.vo n. 109/1992. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 3968 del 5 febbraio 1998 (Cass. pen. n. 3968/1998)

Poiché l’art. 516 c.p. contempla e punisce la semplice messa in commercio di sostanze alimentari adulterate, mutate nelle loro componenti naturali ed artificiosamente modificate o alterate nella loro essenza primaria ovvero commiste a sostanze estranee e depauperate degli elementi nutritivi propri e caratteristici, integra tale delitto la commistione di lardo suino nella salsiccia di equino in quanto comporta alterazione di questa mediante l’introduzione di una sostanza estranea con poteri, principi nutritivi ed organolettici e caratteristiche materiali e fisico chimiche profondamente diversi dalla carne equina. Per la configurazione del reato, peraltro, si deve prescindere da usanze o tecniche invalse, da esigenze di maggiore gradimento ed appetibilità ed anche da un eventuale maggiore arricchimento del prodotto ottenuto, trattandosi di concetti del tutto estranei a quello di genuinità. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 6852 del 6 luglio 1996 (Cass. pen. n. 6852/1996)

Il formaggio fresco a pasta filata, ottenuto da latte vaccino o da latte misto e comunemente denominato «mozzarella», non è annoverato, al contrario della «mozzarella di bufala», tra i formaggi a denominazione di origine ed a denominazione tipica, mancando del riconoscimento previsto dalla L. 10 aprile 1954, n. 125; può contenere pertanto sostanze grasse in percentuale minima non predeterminata, con l’onere tuttavia per il produttore di indicare nell’etichetta, per informazione del consumatore, la quantità di materia grassa contenuta (e la conseguente qualità del formaggio) quando questa sia inferiore al venti per cento o compresa tra il venti ed il trentacinque per cento (art. 53, commi 1 e 2, L. 19 febbraio 1992, n. 142, che ha abrogato l’art. 1, R.D.L. 17 maggio 1938, n. 1177, il quale prevedeva per il formaggio «mozzarella» una percentuale di grassi non inferiore al quarantaquattro per cento). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 12492 del 28 dicembre 1995 (Cass. pen. n. 12492/1995)

Nell’ipotesi di esposizione per la vendita di salsicce confezionate con carne mista, mentre il cartellino indicava la composizione con carne di solo suino, non è configurabile il delitto tentato di frode in commercio, di cui agli artt. 56 e 515 c.p., poiché gli atti idonei diretti in modo non equivoco devono concernere un inizio di contrattazione con un acquirente determinato, né il reato di cui all’art. 13, L. 30 aprile 1962, n. 283, perché attiene ad un bene giuridico diverso (la pubblicità ingannevole) ed il cartellino non assolve a detta funzione. L’ipotesi criminosa sopra indicata appare qualificabile come delitto ex art. 516 c.p. (vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine), poiché la genuinità è intesa in senso naturale e formale-giuridico e, nella fattispecie, il prodotto non è genuino perché sono stati sottratti i principi nutritivi caratteristici e si è violata la previsione normativa che stabilisce una presunzione di confezionamento come carne suina. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 11258 del 10 novembre 1994 (Cass. pen. n. 11258/1994)

Il delitto di cui all’art. 516 c.p. e la contravvenzione prevista dall’art. 5, lettera a) della L. 30 aprile 1962, n. 283 hanno differente oggettività giuridica: il primo ha la finalità di garantire l’ordine economico esposto a pericolo da colui che, intenzionalmente, produca o ponga in vendita sostanze alimentari dichiarate genuine pur non essendo tali; la seconda ha, invece, per scopo il superiore interesse della salvaguardia della pubblica salute e, pertanto, è diretta a colpire tutti i comportamenti di produttori e commercianti che, sia pure non dolosamente, producano o distribuiscano prodotti che abbiano carenza degli elementi nutritivi prescritti dalle leggi vigenti. Di conseguenza, mentre per tale contravvenzione è sufficiente che risulti dimostrata la coscienza e volontarietà della condotta posta in essere, per il delitto di cui all’art. 516 c.p. deve essere raggiunta la prova della sussistenza del dolo. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9963 del 2 marzo 1990 (Cass. pen. n. 9963/1990)

Il concetto di genuinità non è soltanto quello naturale, ma anche quello formale fissato dal legislatore con la indicazione delle caratteristiche e dei requisiti essenziali per qualificare un determinato tipo di prodotto alimentare. Pertanto, debbono considerarsi non genuini sia i prodotti che abbiano subito una artificiosa alterazione nella loro essenza e nella composizione mediante commistione di sostanze estranee e sottrazione dei principi nutritivi caratteristici, sia i prodotti che contengano sostanze diverse da quelle che la legge prescrive per la loro composizione. (Fattispecie relativa a ritenuta non genuinità di olio di soia cui erano stati aggiunti coloranti E 420 ed E 453 non consentiti). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9505 del 18 settembre 1986 (Cass. pen. n. 9505/1986)

Il reato contravvenzionale, di cui all’art. 5, lett. a) della L. n. 283 del 1962, è assorbito in quello delittuoso di cui all’art. 516 c.p., sul presupposto che le operazioni di messa in commercio delle sostanze alimentari non genuine siano dall’agente compiute dolosamente. Tuttavia, l’assorbimento è escluso allorché manchi del tutto la prova dell’addebitabilità della condotta in questione a titolo doloso, nel qual caso unica azione punibile è quella di chi colposamente non conosceva di non essere in regola con le disposizioni legislative da osservare. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9077 del 12 ottobre 1985 (Cass. pen. n. 9077/1985)

Non è ipotizzabile il concorso formale tra il reato di cui all’art. 516 c.p., che punisce la vendita di cose non genuine come genuine, e la contravvenzione relativa alla preparazione e vendita di sostanze adulterate, di cui all’art. 5, L. 30 aprile 1962, n. 283. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1850 del 23 febbraio 1985 (Cass. pen. n. 1850/1985)

Vietando e sanzionando l’attività di chi pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine, il legislatore ha voluto reprimere ogni operazione che sia comunque diretta allo scambio ed allo smercio di cibi e bevande non genuini; e poiché il porre in vendita e l’immettere in commercio presuppongono necessariamente la detenzione per vendere, è di ragione che anche quest’ultima attività, se è accompagnata da comportamenti rivelatori del fine di vendere e di commerciare (quali l’esposizione dei cibi in pubblici esercizi e l’offerta di vendita di essi enunciata in listini ed avvisi), basta di per sé sola ad integrare l’elemento materiale del delitto previsto nell’art. 516 c.p. Il reato di cui all’art. 516 c.p. si consuma nel momento stesso in cui l’attività di commercio prende inizio ed avvio (quello dell’immagazzinaggio, ad esempio) piuttosto che nel momento della trattativa con avventori ed acquirenti. La maggiore o minore durata della detenzione, e la maggiore o minore imminenza della vendita, sono irrilevanti ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 516 c.p., oggettivamente integrato dalla relazione di fatto tra esercente e sostanza non genuina e soggettivamente completato dall’intenzione di esitarla come genuina. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5353 del 23 aprile 1980 (Cass. pen. n. 5353/1980)

La produzione e la vendita di pane contenente umidità superiore al limite massimo consentito integra il reato di cui all’art. 516 cod. pen. (vendita di sostanze alimentari non genuine). Infatti, si ha la non genuinità del prodotto anche quando, per difetto di manipolazione o di cottura, o comunque per l’uso eccessivo o indiscriminato dei componenti idrici della manipolazione, il prodotto stesso risulti privo dei necessari requisiti di commestibilità. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 181 del 29 gennaio 1974 (Cass. pen. n. 181/1974)

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