(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Frode nell'esercizio del commercio

Articolo 515 - Codice Penale

Chiunque, nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita (517), è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a € 2.065 (518).
Se si tratta di oggetti preziosi, la pena è della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a € 103 (518).

Articolo 515 - Codice Penale

Chiunque, nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita (517), è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a € 2.065 (518).
Se si tratta di oggetti preziosi, la pena è della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a € 103 (518).

Note

Tabella procedurale

Arresto: non consentito.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: consentito il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali. 287290 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale monocratico. 33 ter c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

Integra il reato di tentativo di frode nell’esercizio del commercio l’apposizione su beni destinati alla vendita del marchio contraffatto CE poiché questo garantisce non solo la provenienza del bene dall’Europa ma anche la sussistenza dei requisiti aprioristicamente standardizzati dalla normativa comunitaria che possono essere scelti dall’acquirente in ragione della loro origine e provenienza controllata alla fonte. (In motivazione la Corte ha evidenziato l’irrilevanza dell’accertamento in concreto delle caratteristiche del prodotto destinato alla vendita che potrebbero anche essere superiori a quelle dichiarate rilevando esclusivamente la lesione dell’ordine economico e della regolarità del commercio operata dalla diffusione di beni differenti da quelli dichiarati). Cass. pen. sez. III 29 aprile 2019 n. 17686

In materia alimentare anche dopo la trasformazione in illecito amministrativo delle sanzioni previste dalla legge 13 febbraio 1990 n. 26 sulla tutela della denominazione d’origine «prosciutto di Parma» la consegna di un diverso tipo di prosciutto integra il delitto previsto dagli artt. 515 e 517 bis c.p. in quanto la disposizione codicistica ha come oggetto la tutela del leale esercizio del commercio e conseguentemente l’interesse del consumatore a non ricevere una cosa diversa da quella richiesta così come quello del produttore a non vedere i propri prodotti scambiati surrettiziamente con prodotti diversi. Cass. pen. sez. III 5 febbraio 2004 n. 4351

Non si configura il delitto di frode nell’esercizio del commercio nei riguardi del medico odontoiatra che impianta sul paziente una protesi dentaria di origine e qualità diverse da quelle dichiarate in quanto lo svolgimento della attività medica a differenza delle attività commerciali connaturate dalla causa di scambio di merci o servizi verso un corrispettivo si caratterizza per il fine di cura dei pazienti e di salvaguardia della loro salute. Cass. pen. sez. III 10 agosto 2017 n. 39055

In tema di frode nell’esercizio del commercio sul titolare di un esercizio commerciale grava l’obbligo di impartire ai propri dipendenti precise disposizioni di leale e scrupoloso comportamento commerciale e di vigilare sull’osservanza di tali disposizioni; in difetto si configura il reato di cui all’art. 515 c.p. sia allorquando alla condotta omissiva si accompagni la consapevolezza che da essa possano scaturire gli eventi tipici del reato sia quando si sia agito accettando il rischio che tali eventi si verifichino. Cass. pen. sez. III 17 giugno 2004 n. 27279

In un piccolo esercizio commerciale gestito direttamente dal titolare e da un familiare la responsabilità per la vendita di aliud pro alio del primo deve essere ritenuta anche se l’acquirente non ha identificato compiutamente l’autore materiale della vendita. Cass. pen. sez. III 17 aprile 2003 n. 18298

In tema di frode nell’esercizio del commercio al fine di configurare la responsabilità del titolare dell’esercizio commerciale in caso di consegna effettuata da personale dipendente occorre accertare tenuto conto delle dimensioni e dell’organizzazione dell’esercizio se la consegna dell’aliud pro alio si sia verificata sulla base di direttive inequivoche anche se tacite del preponente e non per iniziativa o negligenza del dipendente atteso che non può farsi esclusivo riferimento al parametro del cui prodest. Cass. pen. sez. III 4 febbraio 2003 n. 5147

Persone offese del reato di frode nell’esercizio del commercio che ha natura plurioffensiva sono il produttore della merce surrettiziamente scambiata e l’acquirente consumatore dello stessa ai quali deve essere riconosciuta la legittimazione all’opposizione alla richiesta di archiviazione. (Nel caso di specie la S.C. ha escluso la qualifica di persona offesa in capo al legale rappresentante di un’impresa concorrente). Cass. pen. sez. I 5 febbraio 2008 n. 5588

In tema di tutela degli alimenti la consegna di un tipo di prosciutto diverso da quello indicato nell’etichetta e protetto da denominazione di origine integra il reato previsto dall’ art. 515 e 517 bis cod. pen. che avendo per oggetto la tutela del leale esercizio del commercio protegge sia l’interesse del consumatore a non ricevere una cosa differente da quella richiesta sia quello del produttore a non vedere i propri articoli scambiati surrettiziamente con prodotti diversi. (Fattispecie nella quale la S.C. ha ritenuto la configurabilità del reato nell’ipotesi di confezioni riportanti sull’etichetta le denominazioni “Prosciutto di Parma” e “Prosciutto San Daniele sebbene le attività di affettamento del prodotto fossero avvenute con modalità diverse da quelle previste nel Disciplinare D.O.P.). Cass. pen. sez. III 21 gennaio 2014 n. 2617

Integra il tentativo di frode in commercio la detenzione negli stabilimenti vitivinicoli di un’azienda commerciale di vino preparato con l’aggiunta di zuccheri o materie zuccherine o fermentate diverse da quelle provenienti dall’uva fresca in mancanza di qualsiasi indicazione in ordine all’aggiunta di tali ingredienti. (In motivazione la Corte ha escluso che la previsione nel D.L. 7 settembre 1987 n. 370 di sanzioni amministrative per chiunque non osservi nella preparazione di mosti e vini i requisiti stabiliti dal Regolamento comunitario n. 822 del 1987 abbia determinato l’abrogazione delle previgenti disposizioni incriminatrici e ha sottolineato che comunque la condotta di frode in commercio sanziona la consegna di “aliud pro alio” a prescindere dalla rilevanza penale dell’avvenuta sofisticazione del vino). Cass. pen. sez. III 18 novembre 2013 n. 46183

Il reato di frode nell’esercizio del commercio non richiede ai fini della sua configurabilità che il prodotto sia socialmente pericoloso essendo sufficiente la mendace commercializzazione dello stesso come diverso da quello reale. (Fattispecie relativa a sequestro preventivo di notevoli quantitativi di ordinario vino da tavola recante l’apparente denominazione “IGT Toscano”). Cass. pen. sez. III 10 novembre 2010 n. 39714

In tema di frode nell’esercizio del commercio è configurabile il reato di cui all’art. 515 c.p. anche nel caso di vendita di una sola bottiglia di prodotto distillato recante sull’etichetta una gradazione alcolica superiore rispetto a quella accertata essendo estensibile lo scarto di gradazione all’intero lotto di bottiglie in ragione della produzione seriale tale da escludere l’alterazione del contenuto di una sola bottiglia. (Fattispecie di vendita di sambuca con gradazione alcolica di 36º difforme da quella dichiarata sull’etichetta pari a 38º ). Cass. pen. sez. III 19 maggio 2008 n. 19992

Integra il reato di frode in commercio la vendita a società sportive di prodotti a base di creatina presentandoli come regolarmente commerciabili dal punto di vista dei controlli per effetto della sola notifica dell’etichetta al Ministero della Salute mentre poi i depliant illustrativi consigliano per un più efficace uso della sostanza per gli sportivi un dosaggio superiore ai limiti consentiti pari a a tre grammi giornalieri di creatina uso che richiede l’autorizzazione ministeriale. Cass. pen. sez. III 23 giugno 2006 n. 22055

In tema di frode nell’esercizio del commercio non può essere attribuita rilevanza al fine di escludere la configurabilità del reato di cui all’art. 515 c.p.p. al fatto che l’acquirente non abbia ricevuto un danno economico in conseguenza della consegna dell’aliud pro alio atteso che stante la tutela dell’interesse al leale esercizio dell’attività commerciale è irrilevante la circostanza che la cosa diversa possa risultare di maggiore valore rispetto a quella richiesta dall’acquirente. Cass. pen. sez. III 11 maggio 2006 n. 16055

Il reato di frode in commercio può essere commesso non solo quando si consegna una cosa diversa da quella pattuita (aliud pro alio) ma anche quando pur essendoci identità di specie si consegna una cosa qualitativamente diversa da quella pattuita e tale divergenza qualitativa deve riguardare caratteristiche non essenziali del prodotto relative alla sua utilizzabilità al suo pregio qualitativo o al grado di conservazione. (Nel caso di specie la Suprema Corte ha confermato la sentenza di proscioglimento dei giudici di merito i quali avevano valutato l’insussistenza del reato nella vendita di capi di abbigliamento provenienti dal cosiddetto «mercato parallelo» ossia dalla stessa ditta produttrice del mercato primario atteso che le divergenze tra i prodotti erano del tutto marginali e mancava la prova che l’imputato avesse venduto i capi di abbigliamento affermandone falsamente la provenienza dal mercato primario). Cass. pen. sez. III 5 dicembre 2005 n. 44274

Configura il delitto di frode in commercio la vendita di confezioni di olio di oliva «lampante» recanti la dicitura «vergine» in quanto all’acquirente è stato consegnato un prodotto avente una qualità diversa da quella dichiarata. Cass. pen. sez. III 12 ottobre 2005 n. 36954

È configurabile il reato di frode nell’esercizio del commercio qualora venga consegnata all’acquirente mozzarella qualificata come di «bufala campana d.o.p.» la quale sia stata prodotta anche se solo in parte con latte bufalino surgelato anziché fresco dovendosi ritenere obbligatorio per il detto tipo di alimento l’impiego esclusivo del latte fresco come è dato desumere dal disposto di cui all’art. 3 del relativo disciplinare di produzione approvato con D.P.C.M. 10 maggio 1993 nella parte in cui stabilisce che «il latte dev’essere consegnato al caseificio entro la sedicesima ora dalla mungitura». Cass. pen. sez. III 25 agosto 2004 n. 34936

In tema di acque minerali la difformità tra valori dichiarati e risultanti dall’etichetta e valori riscontrati in relazione ad alcuni componenti dell’acqua non è sufficiente ad integrare automaticamente gli estremi del reato di cui all’art. 515 c.p. in quanto occorre valutare in concreto da un lato con specifico riferimento ai singoli componenti trovati difformi ed alla misura di tale difformità se la variazione riscontrata non possa ricondursi alla naturale costante mutazione di composizione cui sono soggette tutte le acque minerali (espressamente riconosciuta dal legislatore) e dall’altro se la presenza dei componenti in questione in misura inferiore o non superiore ad una data quantità costituisca una qualità essenziale del prodotto dichiarata o pattuita con il cliente di talché la sua mancanza concreti un difetto delle qualità essenziali promesse ed integri il reato di cui all’art. 515 c.p. Cass. pen. sez. III 6 agosto 2003 n. 33303

Integra il delitto di frode nell’esercizio del commercio la pratica di massaggi presso centri estetici senza l’utilizzo delle specifiche creme aventi determinate caratteristiche e un particolare marchio il cui uso era pubblicizzato bensì con prodotti di provenienza e qualità diversa in quanto il reato di cui all’art. 515 c.p. si configura anche quando la consegna della cosa diversa da quella promessa o pattuita si accompagni ad una diversa prestazione che non abbia carattere essenziale. Cass. pen. sez. III 16 maggio 2003 n. 21732

Configura l’ipotesi di reato di cui all’art. 515 c.p. frode nell’esercizio del commercio la consegna ad un acquirente di un formaggio diverso per marca da quello richiesto atteso che la volgarizzazione del marchio implicante l’attribuzione della unica denominazione a tutti i formaggi similari anche se prodotti da altre ditte può dirsi avvenuta solo allorché la società predominante produca un solo tipo di prodotto. (Fattispecie relativa a consegna di formaggio diverso da quello “Auricchio” richiesto nella quale la Corte ha precisato come la società in questione producesse più tipi del provolone in questione dolce piccante semi piccante così che dovevasi escludere che nell’uso corrente con la denominazione “provolone Auricchio” si indicasse un solo e specifico tipo di formaggio). Cass. pen. sez. III 4 febbraio 2003 n. 5147

La detenzione all’interno di un ristorante di alimenti surgelati destinati alla somministrazione alla clientela senza che sulla lista delle vivande messa a disposizione degli avventori sia indicata detta qualità configura l’ipotesi di reato di cui agli artt. 56 e 515 c.p. atteso che tale comportamento è univocamente rilevatore della volontà dell’esercente di consegnare ai clienti una cosa diversa da quella pattuita. Cass. pen. sez. III 12 marzo 2002 n. 10145

Integra il reato di frode in commercio la condotta dell’esercente che alla richiesta di prosciutto di Parma – la cui denominazione di origine è riservata dall’art. 1 della legge n. 26 del 1990 esclusivamente a prodotti che abbiano determinate caratteristiche e prerogative sia merceologiche che formali – consegni prosciutto crudo non di Parma. Cass. pen. sez. III 7 giugno 2001 n. 23008

In tema di delitti contro l’industria ed il commercio l’esposizione per la vendita al pubblico di giocattoli con un marchio CE acronimo di China Export differente da quello CE (Comunità Europea) per la sola impercettibile diversa distanza tra le due lettere integra il tentativo del reato di frode nell’esercizio del commercio di cui all’art. 515 cod. pen. in quanto la marcatura europea non solo consente la libera circolazione del prodotto nel mercato comunitario ma attestando la conformità del bene agli standard europei costituisce anche una garanzia della qualità e della sicurezza di ciò che si acquista. Cass. pen. sez. III 3 ottobre 2018 n. 43622

Integra il reato di frode nell’esercizio del commercio la consegna di merce (nella specie occhiali da sole) recante la marcatura CE (indicativa della locuzione “China Export”) apposta con caratteri tali da ingenerare nel consumatore la erronea convinzione che i prodotti rechino invece il marchio CE (Comunità Europea) poichè l’apposizione di quest’ultimo ha la funzione di certificare la conformità del prodotto ai requisiti essenziali di sicurezza e qualità previsti per la circolazione dei beni nel mercato europeo. Cass. pen. sez. III 6 novembre 2014 n. 45916

La disponibilità nelle cucine di un ristorante di alimenti surgelati non indicati come tali nel men perfeziona il tentativo di frode in commercio indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore. Cass. pen. sez. III 16 giugno 2017 n. 30173

La detenzione di alimenti congelati o surgelati in un esercizio commerciale e l’omessa indicazione nella lista delle vivande di tale precondizione dell’alimento integra il reato di tentativo di frode in commercio ed in proposito non è necessario che si instauri un rapporto concreto con un cliente atteso che in tale ipotesi ricorrerebbe l’ipotesi del delitto consumato. Cass. pen. sez. III 26 marzo 2004 n. 14806

In tema di frode nell’esercizio del commercio compete al giudice di merito l’accertamento della esistenza degli elementi costitutivi del reato con riferimento alla valutazione delle differenze qualitative del prodotto commercializzato rispetto a quelle che lo stesso prodotto deve avere in relazione alle sostanze che lo compongono. (Fattispecie relativa a ritenuta esclusione di identità tra cosiddetto scarto da decanter di pomodoro proveniente dalla centrifugazione degli scarti dei pelati e concentrato di pomodoro consistente invece nel frutto della prima trasformazione del pomodoro fresco). Cass. pen. sez. III 4 dicembre 2007 n. 44969

In materia alimentare l’obbligo di avviso delle operazioni di analisi sui campioni prelevati è richiesto soltanto allorché si tratti di sostanze deteriorabili atteso che per quelle non deteriorabili è consentita la richiesta di revisione delle stesse. (Fattispecie relativa a campioni di olio di olive confezionato). Cass. pen. sez. III 7 ottobre 2003 n. 37949

Il delitto di frode nell’esercizio del commercio è configurabile anche nel caso in cui l’acquirente non effettui alcun controllo sulla merce offerta in vendita essendo irrilevanti sia l’atteggiamento fraudolento o meno del venditore che la possibilità per l’acquirente di accorgersi della diversità della merce consegnatagli rispetto a quella richiesta. (Fattispecie relativa a sequestro preventivo di abbigliamento ed accessori in parte recanti loghi riconducibili a marchi griffati e registrati ed in parte privi di marchio CE o con marchio CE contraffatto indicativo della locuzione “China – Export” aventi prezzo vile e riportanti una composizione merceologica non corrispondente a quanto dichiarato nelle etichette dei singoli capi. Cass. pen. sez. III 9 giugno 2009 n. 23819

In base al dettato dell’art. 6 c.p. il reato si considera commesso nel territorio dello Stato quando l’azione od omissione che lo costituisce è ivi avvenuta in tutto od in parte ovvero si è verificato nel territorio italiano l’evento che è conseguenza dell’azione od omissione; pertanto la condotta del reato di frode in commercio che abbia avuto inizio in Italia con la consegna della merce da parte dell’imputato al vettore per la spedizione agli acquirenti in territorio estero radica la giurisdizione del giudice italiano. Cass. pen. sez. III 12 aprile 2005 n. 13151

Il reato di frode in commercio nel caso di vendita di merce da piazza a piazza si consuma non nel luogo in cui il venditore si libera della propria obbligazione ai sensi dell’art. 1510 c.c. con la consegna della merce al vettore o spedizioniere ma in quello in cui avviene la materiale consegna della stessa merce all’acquirente. Cass. pen. sez. I 19 febbraio 2003 n. 8383

La preparazione in territorio italiano di un prodotto destinato al mercato estero avente caratteristiche diverse da quelle dichiarate è qualificabile come tentativo punibile di frode nell’esercizio del commercio (artt. 56 e 515 c.p.) ed è perseguibile per il principio di territorialità di cui all’art. 6 c.p. davanti al giudice italiano. (Nella specie trattatasi di condotta costituita dall’imbottigliamento in uno stabilimento sito in territorio italiano di olio destinato al mercato britannico descritto nelle etichette già applicate sulle bottiglie come proveniente esclusivamente dalla spremitura di olive di produzione italiana mentre una parte di esso era in realtà ricavato dalla spremitura di olive di diversa provenienza). Cass. pen. sez. III 6 maggio 2002 n. 16386

Il reato di frode in commercio nel caso di vendita di merce da piazza a piazza si consuma non nel luogo in cui ai sensi dell’art. 1510 cod. civ. il venditore si libera della propria obbligazione rimettendo la merce al vettore o spedizioniere ma in quello in cui avviene la materiale consegna della stessa merce all’acquirente posto che è solo in tale momento che quest’ultimo ottenuta la disponibilità della cosa può verificarne la corrispondenza a quella pattuita o dichiarata subendo conseguentemente gli effetti della non veridica rappresentazione dei requisiti del prodotto. Cass. pen. sez. III 9 giugno 2017 n. 28689

Integra il tentativo di frode in commercio la detenzione presso il magazzino di prodotti finiti dell’impresa di produzione di prodotti alimentari con false indicazioni di provenienza destinati non al consumatore finale ma ad utilizzatori commerciali intermedi. (In motivazione la Corte in una fattispecie in cui il prodotto alimentare risultava confezionato in uno stabilimento diverso da quello indicato sulle etichette ha escluso la sussistenza del rapporto di specialità tra il delitto di cui all’art. 515 c.p. e la fattispecie sanzionata amministrativamente di cui all’art. 2 D.L.vo 27 gennaio 1992 n. 109). Cass. pen. sez. III 6 giugno 2011 n. 22313

Integra il tentativo del reato di frode nell’esercizio del commercio il confezionamento di un prodotto (nella specie barattoli di conserve di pomodoro) privo dei dati identificativi relativi ad anno e lotto di produzione richiesti dalla legge. Cass. pen. sez. III 18 gennaio 2011 n. 1061

Il tentativo di frode nell’esercizio del commercio non richiede ai fini della sua configurabilità l’effettiva messa in vendita del prodotto essendo sufficiente l’accertamento della destinazione alla vendita del prodotto diverso per origine provenienza qualità o quantità da quelle dichiarate o pattuite. (Fattispecie in tema di sequestro probatorio di alcune confezioni di gel stimolante per il piacere femminile che previo deconfezionamento presentavano l’originaria data di scadenza cancellata sostituita con una posteriore). Cass. pen. sez. III 25 novembre 2010 n. 41758

Integra il reato di tentativo di frode in commercio il detenere anche presso un esercizio commerciale di distribuzione e vendita all’ingrosso prodotti privi di marcatura “CE” o con marcatura “CE” contraffatta. (In motivazione la Corte ha precisato che la presenza della marcatura è finalizzata ad attestare la conformità del prodotto a standard minimi di qualità). Cass. pen. sez. III 16 luglio 2010 n. 27704

Integra il reato di frode nell’esercizio del commercio la messa in vendita di prodotti scaduti o prossimi alla scadenza con apposizione di una data di scadenza diversa da quella originaria in quanto la divergenza qualitativa idonea a configurare l’illecito penale può riguardare non soltanto il pregio o l’utilizzabilità del prodotto ma anche il suo grado di conservazione. Cass. pen. sez. III 23 giugno 2009 n. 26109

Integra il reato di tentativo di frode in commercio detenere presso l’esercizio commerciale di produzione e di vendita all’ingrosso quantitativi di olio di oliva con composizione e valori difformi da quelli prescritti dal regolamento comunitario in quanto la fattispecie di cui all’art. 515 c.p. è posta a tutela sia dei consumatori che degli stessi commercianti come si desume dalle condotte tipizzate. (Fattispecie in cui si è ritenuto che il deposito dell’olio nel magazzino rappresenta un atto idoneo diretto in modo non equivoco alla frode in commercio in quanto è prodromico alla immissione nel circolo distributivo di un prodotto che presenta caratteristiche diverse da quelle indicate e normativamente previste). Cass. pen. sez. III 8 settembre 2004 n. 36056

In tema di frode in commercio non raggiunge la soglia del tentativo punibile la condotta del soggetto costituita dalla sola accertata detenzione nello stabilimento di produzione in vista della futura commercializzazione di prodotti alimentari destinati ad essere confezionati con l’indicazione di una data di scadenza che sarebbe necessariamente risultata posteriore al termine massimo consentito dalle disposizioni in vigore. Cass. pen. sez. III 10 gennaio 2003 n. 510

La detenzione di prodotti congelati nei frigoriferi di un esercizio commerciale e la omessa indicazione nel mendi tale precondizione dell’alimento integra il reato di tentativo di frode in commercio atteso che la predisposizione di una lista delle vivande senza l’indicazione che alcuni ingredienti erano congelati o surgelati dimostra la univocità e idoneità dell’azione posta in essere ai fini della configurabilità del reato in questione. Cass. pen. sez. III 20 maggio 2002 n. 19395

Non è configurabile il reato di tentata frode in commercio di cui agli artt. 56 e 515 c.p. allorché in un esercizio commerciale si rinvengano prodotti alimentari congelati atteso che in assenza di ulteriori elementi circostanziali non è individuabile nella mera detenzione una condotta idonea e non equivocamente diretta alla conclusione di una intesa contrattuale. (Fattispecie nella quale in un laboratorio di pasticceria erano state rinvenute alcuni chili di briosches in un congelatore). Cass. pen. sez. III 3 ottobre 2001 n. 35743

Integra il tentativo di frode in commercio perché idonea e diretta in modo non equivoco alla vendita della merce ai potenziali acquirenti la condotta dell’esercente che esponga sui banchi o comunque offra al pubblico prodotti alimentari scaduti sulle cui confezioni sia stata alterata o sostituita l’originale indicazione del termine minimo di conservazione. (Nell’affermare tale principio la Corte ha altresì precisato che il tentativo non è viceversa configurabile per l’assenza del requisito dell’univocità degli atti ove i prodotti con etichetta alterata o sostituita siano semplicemente detenuti all’interno dell’esercizio o in un deposito senza essere esposti o in qualche modo offerti al pubblico). Cass. pen. Sezioni Unite 21 dicembre 2000 n. 28

Integra il reato di frode nell’esercizio del commercio (art. 515 cod. pen.) – e non quello di cui all’art. 474 cod. pen. (introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi) – l’apposizione di una falsa marcatura ‘CÈ su beni posti in commercio che ne siano privi considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 515 cod. pen. fa riferimento al marchio come elemento che serve ad attestare la conformità del prodotto a normative specifiche ed è posta a tutela degli acquirenti dei beni siano essi consumatori finali oppure commercianti intermediari nella catena distributiva mentre la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 474 cod. pen. fa riferimento al marchio come elemento (segno o ‘log idoneo a distinguere il singolo prodotto industriale rispetto ad altri. Cass. pen. sez. V 31 gennaio 2013 n. 5068

In tema di reati contro l’industria ed il commercio è configurabile il concorso materiale tra il reato di frode nell’esercizio del commercio e quello di vendita di prodotti industriali con segni mendaci in quanto gli stessi hanno una diversa obiettività giuridica costituita per il primo dalla consegna di aliud pro alio con conseguente violazione del leale esercizio dell’attività commerciale e per il secondo dalla sola vendita o messa in circolazione del prodotto indipendentemente dalla consegna con conseguente violazione dell’ordine economico che deve essere garantito contro gli inganni tesi al consumatore. Cass. pen. sez. III 19 novembre 2008 n. 43192

Il reato di frode nell’esercizio del commercio può concorrere con gli illeciti amministrativi di cui alla normativa in materia di pubblicità ingannevole di cui al D.L.vo n. 206 del 2005 (che ha sostituito il previgente D.L.vo n. 74 del 1992 ) atteso che quest’ultima opera su un piano e risponde ad una ratio diversi rispetto a quelli della fattispecie penale sia per il più ampio campo di applicazione sia perché l’intervento sanzionatorio è previsto indipendentemente dal vericarsi della materiale consegna dell’aliud pro alio necessaria per la sussistenza del reato. Cass. pen. sez. III 4 luglio 2008 n. 27105.

Tra la previsione di cui all’art. 2 del D.L.vo n. 109 del 1992 n. 109 recante disposizioni in tema di etichettatura e presentazione dei prodotti alimentari tali da attribuire al prodotto proprietà che lo stesso non possegga e l’art. 515 c.p. che tutela il corretto svolgimento dell’attività commerciale continua a non sussistere anche successivamente alle modiche normative introdotte dal D.L.vo n. 181 del 2003 alcun rapporto di specialità stante il diverso ambito di operatività delle due disposizioni. Cass. pen. sez. III 15 gennaio 2008 n. 2019

Non costituisce frode in commercio ma può eventualmente costituire truffa la vendita di protesi pilifere che una volta poste in opera abbiano dato risultati inferiori alle aspettative non trattandosi di esecuzione sleale del contratto mediante consegna di cosa diversa da quella pattuita. Cass. pen. sez. III 5 febbraio 2003 n. 5438

Tra la previsione di cui all’art. 2 del D.L.vo 27 gennaio 1992 n. 109 recante disposizioni in tema di etichettatura e presentazione dei prodotti alimentari tali da non attribuire al prodotto proprietà che lo stesso non possegga e l’art. 515 c.p. che tutela il corretto svolgimento dell’attività commerciale non sussiste alcun rapporto di specialità stante il diverso ambito di operatività delle due disposizioni. Cass. pen. sez. III 20 aprile 2001 n. 16062

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