Art. 515 – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Frode nell'esercizio del commercio

Articolo 515 - Codice Penale

Chiunque, nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita (517), è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a € 2.065 (518).
Se si tratta di oggetti preziosi, la pena è della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a € 103 (518).

Articolo 515 - Codice Penale

Chiunque, nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita (517), è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a € 2.065 (518).
Se si tratta di oggetti preziosi, la pena è della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a € 103 (518).

Note

Tabella procedurale

Arresto: non consentito.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: consentito il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali. 287290 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale monocratico. 33 ter c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

In tema di delitti contro l’industria ed il commercio, la mancata consegna da parte di colui che pone in vendita prodotti che recano il marchio CE, nel corso di un controllo, della documentazione che attesta la regolarità dell’apposizione di tale marchio, integrando l’omissione di una condotta richiesta agli operatori economici, costituisce un comportamento significativo, in assenza di elementi contrari, della irregolarità dell’apposizione, non comportando un’inammissibile inversione dell’onere della prova della sussistenza del reato di tentativo di frode nell’esercizio del commercio di cui all’art. 515 cod. pen. (In motivazione, la Corte ha precisato che la disciplina del marchio CE – che attesta che il prodotto rispetta i requisiti previsti dall’UE in materia di sicurezza, salute e tutela dell’ambiente – è prevista dal Regolamento n. 765 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 luglio 2008 e dalla decisione n. 768 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 luglio 2008 da cui emerge, tra l’altro, che i distributori devono poter dimostrare che hanno agito con la dovuta diligenza, verificando la regolarità del suddetto marchio, e devono essere in grado di assistere le autorità nazionali nel reperire la necessaria documentazione dimostrativa). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 50783 del 16 dicembre 2019 (Cass. pen. n. 50783/2019)

Integra il reato di tentativo di frode nell’esercizio del commercio l’apposizione, su beni destinati alla vendita, del marchio contraffatto CE, poiché questo garantisce non solo la provenienza del bene dall’Europa, ma anche la sussistenza dei requisiti aprioristicamente standardizzati dalla normativa comunitaria, che possono essere scelti dall’acquirente in ragione della loro origine e provenienza controllata alla fonte. (In motivazione, la Corte ha evidenziato l’irrilevanza dell’accertamento in concreto delle caratteristiche del prodotto destinato alla vendita, che potrebbero anche essere superiori a quelle dichiarate, rilevando esclusivamente la lesione dell’ordine economico e della regolarità del commercio operata dalla diffusione di beni differenti da quelli dichiarati). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 17686 del 29 aprile 2019 (Cass. pen. n. 17686/2019)

Non si configura il delitto di frode nell’esercizio del commercio nei riguardi del medico odontoiatra che impianta sul paziente una protesi dentaria di origine e qualità diverse da quelle dichiarate, in quanto lo svolgimento della attività medica, a differenza delle attività commerciali, connaturate dalla causa di scambio di merci o servizi verso un corrispettivo, si caratterizza per il fine di cura dei pazienti e di salvaguardia della loro salute. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 39055 del 10 agosto 2017 (Cass. pen. n. 39055/2017)

La disponibilità nelle cucine di un ristorante di alimenti surgelati, non indicati come tali nel menù, perfeziona il tentativo di frode in commercio, indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 30173 del 16 giugno 2017 (Cass. pen. n. 30173/2017)

Il reato di frode in commercio, nel caso di vendita di merce da piazza a piazza, si consuma non nel luogo in cui, ai sensi dell’art. 1510 cod. civ., il venditore si libera della propria obbligazione rimettendo la merce al vettore o spedizioniere, ma in quello in cui avviene la materiale consegna della stessa merce all’acquirente, posto che è solo in tale momento che quest’ultimo, ottenuta la disponibilità della cosa, può verificarne la corrispondenza a quella pattuita o dichiarata, subendo, conseguentemente, gli effetti della non veridica rappresentazione dei requisiti del prodotto. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 28689 del 9 giugno 2017 (Cass. pen. n. 28689/2017)

In tema di frode in commercio, la mancanza o la differenza dei segni distintivi, che assume rilevanza determinante nell’esercizio della attività commerciale, dà luogo a quella diversità che integra il reato di cui all’art. 515 c.p., indipendentemente dalle intrinseche caratteristiche del prodotto e dalle sue qualità. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 1980 del 16 gennaio 2015 (Cass. pen. n. 1980/2015)

Integra il reato di frode nell’esercizio del commercio la consegna di merce (nella specie, occhiali da sole) recante la marcatura CE (indicativa della locuzione “China Export”) apposta con caratteri tali da ingenerare nel consumatore la erronea convinzione che i prodotti rechino, invece, il marchio CE (Comunità Europea), poichè l’apposizione di quest’ultimo ha la funzione di certificare la conformità del prodotto ai requisiti essenziali di sicurezza e qualità previsti per la circolazione dei beni nel mercato europeo. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 45916 del 6 novembre 2014 (Cass. pen. n. 45916/2014)

In tema di tutela degli alimenti, la consegna di un tipo di prosciutto diverso da quello indicato nell’etichetta e protetto da denominazione di origine integra il reato previsto dall’art. 515 e 517 bis cod. pen. che, avendo per oggetto la tutela del leale esercizio del commercio, protegge sia l’interesse del consumatore a non ricevere una cosa differente da quella richiesta, sia quello del produttore a non vedere i propri articoli scambiati surrettiziamente con prodotti diversi. (Fattispecie nella quale la S.C. ha ritenuto la configurabilità del reato nell’ipotesi di confezioni riportanti sull’etichetta le denominazioni “Prosciutto di Parma” e “Prosciutto San Daniele, sebbene le attività di affettamento del prodotto fossero avvenute con modalità diverse da quelle previste nel Disciplinare D.O.P.). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2617 del 21 gennaio 2014 (Cass. pen. n. 2617/2014)

Integra il tentativo di frode in commercio la detenzione, negli stabilimenti vitivinicoli di un’azienda commerciale, di vino preparato con l’aggiunta di zuccheri o materie zuccherine o fermentate diverse da quelle provenienti dall’uva fresca, in mancanza di qualsiasi indicazione in ordine all’aggiunta di tali ingredienti. (In motivazione, la Corte ha escluso che la previsione nel D.L. 7 settembre 1987 n. 370 di sanzioni amministrative per chiunque non osservi, nella preparazione di mosti e vini, i requisiti stabiliti dal Regolamento comunitario n. 822 del 1987 abbia determinato l’abrogazione delle previgenti disposizioni incriminatrici e ha sottolineato che, comunque, la condotta di frode in commercio sanziona la consegna di “aliud pro alio”, a prescindere dalla rilevanza penale, dell’avvenuta sofisticazione del vino). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 46183 del 18 novembre 2013 (Cass. pen. n. 46183/2013)

Integra il reato di frode nell’esercizio del commercio (art. 515 cod. pen.) – e non quello di cui all’art. 474 cod. pen. (introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi) – l’apposizione di una falsa marcatura ‘CÈ su beni posti in commercio che ne siano privi, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 515 cod. pen. fa riferimento al marchio come elemento che serve ad attestare la conformità del prodotto a normative specifiche, ed è posta a tutela degli acquirenti dei beni, siano essi consumatori finali oppure commercianti intermediari nella catena distributiva, mentre la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 474 cod. pen. fa riferimento al marchio come elemento (segno o ‘logò) idoneo a distinguere il singolo prodotto industriale rispetto ad altri. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5068 del 31 gennaio 2013 (Cass. pen. n. 5068/2013)

Integra il tentativo di frode in commercio la detenzione, presso il magazzino di prodotti finiti dell’impresa di produzione, di prodotti alimentari con false indicazioni di provenienza, destinati non al consumatore finale ma ad utilizzatori commerciali intermedi. (In motivazione la Corte, in una fattispecie in cui il prodotto alimentare risultava confezionato in uno stabilimento diverso da quello indicato sulle etichette, ha escluso la sussistenza del rapporto di specialità tra il delitto di cui all’art. 515 c.p. e la fattispecie, sanzionata amministrativamente, di cui all’art. 2, D.L.vo 27 gennaio 1992, n. 109). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 22313 del 6 giugno 2011 (Cass. pen. n. 22313/2011)

Integra il tentativo del reato di frode nell’esercizio del commercio il confezionamento di un prodotto (nella specie barattoli di conserve di pomodoro) privo dei dati identificativi relativi ad anno e lotto di produzione richiesti dalla legge. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 1061 del 18 gennaio 2011 (Cass. pen. n. 1061/2011)

Il tentativo di frode nell’esercizio del commercio non richiede, ai fini della sua configurabilità, l’effettiva messa in vendita del prodotto, essendo sufficiente l’accertamento della destinazione alla vendita del prodotto diverso per origine, provenienza, qualità o quantità da quelle dichiarate o pattuite. (Fattispecie in tema di sequestro probatorio di alcune confezioni di gel stimolante per il piacere femminile che, previo deconfezionamento, presentavano l’originaria data di scadenza cancellata, sostituita con una posteriore). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 41758 del 25 novembre 2010 (Cass. pen. n. 41758/2010)

Il reato di frode nell’esercizio del commercio non richiede, ai fini della sua configurabilità, che il prodotto sia socialmente pericoloso, essendo sufficiente la mendace commercializzazione dello stesso come diverso da quello reale. (Fattispecie relativa a sequestro preventivo di notevoli quantitativi di ordinario vino da tavola recante l’apparente denominazione “IGT Toscano”). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 39714 del 10 novembre 2010 (Cass. pen. n. 39714/2010)

Integra il reato di tentativo di frode in commercio il detenere, anche presso un esercizio commerciale di distribuzione e vendita all’ingrosso, prodotti privi di marcatura “CE” o con marcatura “CE” contraffatta. (In motivazione la Corte ha precisato che la presenza della marcatura è finalizzata ad attestare la conformità del prodotto a standard minimi di qualità). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 27704 del 16 luglio 2010 (Cass. pen. n. 27704/2010)

Il delitto di frode nell’esercizio del commercio è configurabile anche se il prodotto consegnato non sia alterato o nocivo alla salute del consumatore, in quanto il reato è integrato dalla semplice messa in vendita di un bene difforme da quello dichiarato. (Fattispecie nella quale nel menù affisso in un pubblico esercizio erano indicati alimenti per la preparazione – nella specie burro, prosciutto e mozzarella – diversi da quelli rinvenuti dalla P.G., ovvero margarina, spalla cotta e preparato alimentare filante). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 37602 del 25 settembre 2009 (Cass. pen. n. 37602/2009)

Integra il reato di frode nell’esercizio del commercio la messa in vendita di prodotti scaduti o prossimi alla scadenza con apposizione di una data di scadenza diversa da quella originaria, in quanto la divergenza qualitativa idonea a configurare l’illecito penale può riguardare non soltanto il pregio o l’utilizzabilità del prodotto, ma anche il suo grado di conservazione. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 26109 del 23 giugno 2009 (Cass. pen. n. 26109/2009)

Il delitto di frode nell’esercizio del commercio è configurabile anche nel caso in cui l’acquirente non effettui alcun controllo sulla merce offerta in vendita, essendo irrilevanti sia l’atteggiamento, fraudolento o meno, del venditore, che la possibilità per l’acquirente di accorgersi della diversità della merce consegnatagli rispetto a quella richiesta. (Fattispecie relativa a sequestro preventivo di abbigliamento ed accessori, in parte recanti loghi riconducibili a marchi griffati e registrati ed in parte privi di marchio CE o con marchio CE contraffatto, indicativo della locuzione “China – Export”, aventi prezzo vile e riportanti una composizione merceologica non corrispondente a quanto dichiarato nelle etichette dei singoli capi. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 23819 del 9 giugno 2009 (Cass. pen. n. 23819/2009)

In tema di reati contro l’industria ed il commercio, è configurabile il concorso materiale tra il reato di frode nell’esercizio del commercio e quello di vendita di prodotti industriali con segni mendaci, in quanto gli stessi hanno una diversa obiettività giuridica costituita, per il primo, dalla consegna di aliud pro alio con conseguente violazione del leale esercizio dell’attività commerciale e, per il secondo, dalla sola vendita o messa in circolazione del prodotto, indipendentemente dalla consegna, con conseguente violazione dell’ordine economico che deve essere garantito contro gli inganni tesi al consumatore. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 43192 del 19 novembre 2008 (Cass. pen. n. 43192/2008)

Il reato di frode nell’esercizio del commercio può concorrere con gli illeciti amministrativi di cui alla normativa in materia di pubblicità ingannevole di cui al D.L.vo n. 206 del 2005 (che ha sostituito il previgente D.L.vo n. 74 del 1992 ) atteso che quest’ultima opera su un piano e risponde ad una ratio diversi rispetto a quelli della fattispecie penale, sia per il più ampio campo di applicazione sia perché l’intervento sanzionatorio è previsto indipendentemente dal verificarsi della materiale consegna dell’aliud pro alio necessaria per la sussistenza del reato. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 27105 del 4 luglio 2008 (Cass. pen. n. 27105/2008)

In tema di frode nell’esercizio del commercio, è configurabile il reato di cui all’art. 515 c.p. anche nel caso di vendita di una sola bottiglia di prodotto distillato recante sull’etichetta una gradazione alcolica superiore rispetto a quella accertata, essendo estensibile lo scarto di gradazione all’intero lotto di bottiglie in ragione della produzione seriale, tale da escludere l’alterazione del contenuto di una sola bottiglia. (Fattispecie di vendita di sambuca con gradazione alcolica di 36º, difforme da quella dichiarata sull’etichetta pari a 38º). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 19992 del 19 maggio 2008 (Cass. pen. n. 19992/2008)

Persone offese del reato di frode nell’esercizio del commercio, che ha natura plurioffensiva, sono il produttore della merce surrettiziamente scambiata e l’acquirente-consumatore dello stessa, ai quali deve essere riconosciuta la legittimazione all’opposizione alla richiesta di archiviazione. (Nel caso di specie, la S.C. ha escluso la qualifica di persona offesa in capo al legale rappresentante di un’impresa concorrente). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5588 del 5 febbraio 2008 (Cass. pen. n. 5588/2008)

Tra la previsione di cui all’art. 2 del D.L.vo n. 109 del 1992 n. 109, recante disposizioni in tema di etichettatura e presentazione dei prodotti alimentari tali da attribuire al prodotto proprietà che lo stesso non possegga, e l’art. 515 c.p., che tutela il corretto svolgimento dell’attività commerciale, continua a non sussistere, anche successivamente alle modifiche normative introdotte dal D.L.vo n. 181 del 2003, alcun rapporto di specialità stante il diverso ambito di operatività delle due disposizioni. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2019 del 15 gennaio 2008 (Cass. pen. n. 2019/2008)

In tema di frode nell’esercizio del commercio, compete al giudice di merito l’accertamento della esistenza degli elementi costitutivi del reato con riferimento alla valutazione delle differenze qualitative del prodotto commercializzato rispetto a quelle che lo stesso prodotto deve avere in relazione alle sostanze che lo compongono. (Fattispecie relativa a ritenuta esclusione di identità tra cosiddetto scarto da decanter di pomodoro, proveniente dalla centrifugazione degli scarti dei pelati, e concentrato di pomodoro, consistente, invece, nel frutto della prima trasformazione del pomodoro fresco). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 44969 del 4 dicembre 2007 (Cass. pen. n. 44969/2007)

Integra il reato di frode in commercio la vendita a società sportive di prodotti a base di creatina presentandoli come regolarmente commerciabili dal punto di vista dei controlli per effetto della sola notifica dell’etichetta al Ministero della Salute, mentre poi i depliant illustrativi consigliano, per un più efficace uso della sostanza per gli sportivi, un dosaggio superiore ai limiti consentiti pari a a tre grammi giornalieri di creatina, uso che richiede l’autorizzazione ministeriale. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 22055 del 23 giugno 2006 (Cass. pen. n. 22055/2006)

In tema di frode nell’esercizio del commercio, non può essere attribuita rilevanza, al fine di escludere la configurabilità del reato di cui all’art. 515 c.p.p., al fatto che l’acquirente non abbia ricevuto un danno economico in conseguenza della consegna dell’aliud pro alio atteso che, stante la tutela dell’interesse al leale esercizio dell’attività commerciale, è irrilevante la circostanza che la cosa diversa possa risultare di maggiore valore rispetto a quella richiesta dall’acquirente. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 16055 del 11 maggio 2006 (Cass. pen. n. 16055/2006)

Il reato di frode in commercio può essere commesso non solo quando si consegna una cosa diversa da quella pattuita (aliud pro alio), ma anche quando, pur essendoci identità di specie, si consegna una cosa qualitativamente diversa da quella pattuita e tale divergenza qualitativa deve riguardare caratteristiche non essenziali del prodotto, relative alla sua utilizzabilità, al suo pregio qualitativo o al grado di conservazione. (Nel caso di specie la Suprema Corte ha confermato la sentenza di proscioglimento dei giudici di merito i quali avevano valutato l’insussistenza del reato nella vendita di capi di abbigliamento provenienti dal cosiddetto «mercato parallelo», ossia dalla stessa ditta produttrice del mercato primario, atteso che le divergenze tra i prodotti erano del tutto marginali e mancava la prova che l’imputato avesse venduto i capi di abbigliamento affermandone falsamente la provenienza dal mercato primario). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 44274 del 5 dicembre 2005 (Cass. pen. n. 44274/2005)

Configura il delitto di frode in commercio la vendita di confezioni di olio di oliva «lampante» recanti la dicitura «vergine» in quanto all’acquirente è stato consegnato un prodotto avente una qualità diversa da quella dichiarata. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 36954 del 12 ottobre 2005 (Cass. pen. n. 36954/2005)

In base al dettato dell’art. 6 c.p., il reato si considera commesso nel territorio dello Stato quando l’azione od omissione che lo costituisce è ivi avvenuta, in tutto od in parte, ovvero si è verificato nel territorio italiano l’evento che è conseguenza dell’azione od omissione; pertanto, la condotta del reato di frode in commercio che abbia avuto inizio in Italia, con la consegna della merce da parte dell’imputato al vettore per la spedizione agli acquirenti, in territorio estero, radica la giurisdizione del giudice italiano. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 13151 del 12 aprile 2005 (Cass. pen. n. 13151/2005)

Integra il reato di tentativo di frode in commercio detenere, presso l’esercizio commerciale di produzione e di vendita all’ingrosso, quantitativi di olio di oliva con composizione e valori difformi da quelli prescritti dal regolamento comunitario, in quanto la fattispecie di cui all’art. 515 c.p. è posta a tutela sia dei consumatori che degli stessi commercianti, come si desume dalle condotte tipizzate. (Fattispecie in cui si è ritenuto che il deposito dell’olio nel magazzino rappresenta un atto idoneo, diretto in modo non equivoco alla frode in commercio, in quanto è prodromico alla immissione nel circolo distributivo di un prodotto che presenta caratteristiche diverse da quelle indicate e normativamente previste). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 36056 del 8 settembre 2004 (Cass. pen. n. 36056/2004)

È configurabile il reato di frode nell’esercizio del commercio qualora venga consegnata all’acquirente mozzarella qualificata come di «bufala campana d.o.p.», la quale sia stata prodotta, anche se solo in parte, con latte bufalino surgelato anziché fresco, dovendosi ritenere obbligatorio, per il detto tipo di alimento, l’impiego esclusivo del latte fresco, come è dato desumere dal disposto di cui all’art. 3 del relativo disciplinare di produzione approvato con D.P.C.M. 10 maggio 1993, nella parte in cui stabilisce che «il latte dev’essere consegnato al caseificio entro la sedicesima ora dalla mungitura». Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 34936 del 25 agosto 2004 (Cass. pen. n. 34936/2004)

In tema di frode nell’esercizio del commercio, sul titolare di un esercizio commerciale grava l’obbligo di impartire ai propri dipendenti precise disposizioni di leale e scrupoloso comportamento commerciale e di vigilare sull’osservanza di tali disposizioni; in difetto si configura il reato di cui all’art. 515 c.p. sia allorquando alla condotta omissiva si accompagni la consapevolezza che da essa possano scaturire gli eventi tipici del reato, sia quando si sia agito accettando il rischio che tali eventi si verifichino. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 27279 del 17 giugno 2004 (Cass. pen. n. 27279/2004)

La detenzione di alimenti congelati o surgelati in un esercizio commerciale e l’omessa indicazione nella lista delle vivande di tale precondizione dell’alimento integra il reato di tentativo di frode in commercio, ed in proposito non è necessario che si instauri un rapporto concreto con un cliente, atteso che in tale ipotesi ricorrerebbe l’ipotesi del delitto consumato. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 14806 del 26 marzo 2004 (Cass. pen. n. 14806/2004)

In materia alimentare l’obbligo di avviso delle operazioni di analisi sui campioni prelevati è richiesto soltanto allorché si tratti di sostanze deteriorabili, atteso che per quelle non deteriorabili è consentita la richiesta di revisione delle stesse. (Fattispecie relativa a campioni di olio di olive confezionato). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 37949 del 7 ottobre 2003 (Cass. pen. n. 37949/2003)

In tema di acque minerali, la difformità tra valori dichiarati e risultanti dall’etichetta e valori riscontrati in relazione ad alcuni componenti dell’acqua non è sufficiente ad integrare automaticamente gli estremi del reato di cui all’art. 515 c.p., in quanto occorre valutare in concreto, da un lato, con specifico riferimento ai singoli componenti trovati difformi ed alla misura di tale difformità, se la variazione riscontrata non possa ricondursi alla naturale costante mutazione di composizione cui sono soggette tutte le acque minerali (espressamente riconosciuta dal legislatore) e, dall’altro, se la presenza dei componenti in questione in misura inferiore o non superiore ad una data quantità costituisca una qualità essenziale del prodotto dichiarata o pattuita con il cliente, di talché la sua mancanza concreti un difetto delle qualità essenziali promesse, ed integri il reato di cui all’art. 515 c.p. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 33303 del 6 agosto 2003 (Cass. pen. n. 33303/2003)

Integra il delitto di frode nell’esercizio del commercio la pratica di massaggi presso centri estetici senza l’utilizzo delle specifiche creme, aventi determinate caratteristiche e un particolare marchio, il cui uso era pubblicizzato, bensì con prodotti di provenienza e qualità diversa, in quanto il reato di cui all’art. 515 c.p. si configura anche quando la consegna della cosa diversa da quella promessa o pattuita si accompagni ad una diversa prestazione che non abbia carattere essenziale. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 21732 del 16 maggio 2003 (Cass. pen. n. 21732/2003)

In un piccolo esercizio commerciale, gestito direttamente dal titolare e da un familiare, la responsabilità per la vendita di aliud pro alio del primo deve essere ritenuta anche se l’acquirente non ha identificato compiutamente l’autore materiale della vendita. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 18298 del 17 aprile 2003 (Cass. pen. n. 18298/2003)

Il reato di frode in commercio, nel caso di vendita di merce da piazza a piazza, si consuma non nel luogo in cui il venditore si libera della propria obbligazione, ai sensi dell’art. 1510 c.c., con la consegna della merce al vettore o spedizioniere, ma in quello in cui avviene la materiale consegna della stessa merce all’acquirente. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 8383 del 19 febbraio 2003 (Cass. pen. n. 8383/2003)

Non costituisce frode in commercio, ma può eventualmente costituire truffa, la vendita di protesi pilifere che, una volta poste in opera, abbiano dato risultati inferiori alle aspettative, non trattandosi di esecuzione sleale del contratto mediante consegna di cosa diversa da quella pattuita. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 5438 del 5 febbraio 2003 (Cass. pen. n. 5438/2003)

In tema di frode nell’esercizio del commercio, al fine di configurare la responsabilità del titolare dell’esercizio commerciale in caso di consegna effettuata da personale dipendente, occorre accertare, tenuto conto delle dimensioni e dell’organizzazione dell’esercizio, se la consegna dell’aliud pro alio si sia verificata sulla base di direttive inequivoche, anche se tacite, del preponente, e non per iniziativa o negligenza del dipendente, atteso che non può farsi esclusivo riferimento al parametro del cui prodest.

Configura l’ipotesi di reato di cui all’art. 515 c.p., frode nell’esercizio del commercio, la consegna ad un acquirente di un formaggio diverso per marca da quello richiesto, atteso che la volgarizzazione del marchio, implicante l’attribuzione della unica denominazione a tutti i formaggi similari, anche se prodotti da altre ditte, può dirsi avvenuta solo allorché la società predominante produca un solo tipo di prodotto. (Fattispecie relativa a consegna di formaggio diverso da quello “Auricchio” richiesto, nella quale la Corte ha precisato come la società in questione producesse più tipi del provolone in questione, dolce, piccante, semipiccante, così che dovevasi escludere che nell’uso corrente con la denominazione “provolone Auricchio” si indicasse un solo e specifico tipo di formaggio). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 5147 del 4 febbraio 2003 (Cass. pen. n. 5147/2003)

In tema di frode in commercio, non raggiunge la soglia del tentativo punibile la condotta del soggetto costituita dalla sola accertata detenzione, nello stabilimento di produzione, in vista della futura commercializzazione, di prodotti alimentari destinati ad essere confezionati con l’indicazione di una data di scadenza che sarebbe necessariamente risultata posteriore al termine massimo consentito dalle disposizioni in vigore. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 510 del 10 gennaio 2003 (Cass. pen. n. 510/2003)

La mera detenzione da parte di un ristoratore di prodotti congelati o surgelati non indicati come tali nella lista delle vivande non integra il reato di tentata frode in commercio, di cui agli artt. 56 e 515 c.p., atteso che a tale fine si rende necessario un inizio di pattuizione con un cliente determinato, come l’effettiva consegna del menù non riportante tale condizione per alcuni degli alimenti. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 37569 del 8 novembre 2002 (Cass. pen. n. 37569/2002)

La detenzione di prodotti congelati nei frigoriferi di un esercizio commerciale e la omessa indicazione nel menù di tale precondizione dell’alimento integra il reato di tentativo di frode in commercio, atteso che la predisposizione di una lista delle vivande senza l’indicazione che alcuni ingredienti erano congelati o surgelati dimostra la univocità e idoneità dell’azione posta in essere ai fini della configurabilità del reato in questione. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 19395 del 20 maggio 2002 (Cass. pen. n. 19395/2002)

La preparazione, in territorio italiano, di un prodotto destinato al mercato estero avente caratteristiche diverse da quelle dichiarate è qualificabile come tentativo punibile di frode nell’esercizio del commercio (artt. 56 e 515 c.p.) ed è perseguibile, per il principio di territorialità di cui all’art. 6 c.p., davanti al giudice italiano (nella specie, trattatasi di condotta costituita dall’imbottigliamento, in uno stabilimento sito in territorio italiano, di olio destinato al mercato britannico, descritto nelle etichette già applicate sulle bottiglie come proveniente esclusivamente dalla spremitura di olive di produzione italiana, mentre una parte di esso era in realtà ricavato dalla spremitura di olive di diversa provenienza). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 16386 del 6 maggio 2002 (Cass. pen. n. 16386/2002)

La detenzione all’interno di un ristorante di alimenti surgelati destinati alla somministrazione alla clientela, senza che sulla lista delle vivande messa a disposizione degli avventori sia indicata detta qualità, configura l’ipotesi di reato di cui agli artt. 56 e 515 c.p., atteso che tale comportamento è univocamente rilevatore della volontà dell’esercente di consegnare ai clienti una cosa diversa da quella pattuita. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 10145 del 12 marzo 2002 (Cass. pen. n. 10145/2002)

Non è configurabile il reato di tentata frode in commercio, di cui agli artt. 56 e 515 c.p., allorché in un esercizio commerciale si rinvengano prodotti alimentari congelati, atteso che, in assenza di ulteriori elementi circostanziali, non è individuabile nella mera detenzione una condotta idonea e non equivocamente diretta alla conclusione di una intesa contrattuale. (Fattispecie nella quale in un laboratorio di pasticceria erano state rinvenute alcuni chili di briosches in un congelatore). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 35743 del 3 ottobre 2001 (Cass. pen. n. 35743/2001)

Integra il reato di frode in commercio la condotta dell’esercente che alla richiesta di prosciutto di Parma – la cui denominazione di origine è riservata dall’art. 1 della legge n. 26 del 1990 esclusivamente a prodotti che abbiano determinate caratteristiche e prerogative, sia merceologiche che formali – consegni prosciutto crudo non di Parma. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 23008 del 7 giugno 2001 (Cass. pen. n. 23008/2001)

Tra la previsione di cui all’art. 2 del D.L.vo 27 gennaio 1992 n. 109, recante disposizioni in tema di etichettatura e presentazione dei prodotti alimentari tali da non attribuire al prodotto proprietà che lo stesso non possegga, e l’art. 515 c.p., che tutela il corretto svolgimento dell’attività commerciale, non sussiste alcun rapporto di specialità stante il diverso ambito di operatività delle due disposizioni. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 16062 del 20 aprile 2001 (Cass. pen. n. 16062/2001)

Integra il tentativo di frode in commercio, perché idonea e diretta in modo non equivoco alla vendita della merce ai potenziali acquirenti, la condotta dell’esercente che esponga sui banchi o comunque offra al pubblico prodotti alimentari scaduti sulle cui confezioni sia stata alterata o sostituita l’originale indicazione del termine minimo di conservazione. (Nell’affermare tale principio la Corte ha altresì precisato che il tentativo non è viceversa configurabile, per l’assenza del requisito dell’univocità degli atti, ove i prodotti con etichetta alterata o sostituita siano semplicemente detenuti all’interno dell’esercizio o in un deposito senza essere esposti o in qualche modo offerti al pubblico). Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 28 del 9 marzo 2000 (Cass. pen. n. 28/2000)

Il tentativo di frode in commercio può esser integrato anche indipendentemente da ogni concreto rapporto con l’acquirente, essendo invece decisive, al fine suddetto, solo l’idoneità e la non equivocità degli atti nella direzione di una consegna. (In conseguenza la Corte ha ritenuto integrato il tentativo nella detenzione nel centro imballaggio di merce già confezionata). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 14161 del 13 dicembre 1999 (Cass. pen. n. 14161/1999)

La detenzione in un ristorante di cibi surgelati o congelati, senza che di tale stato di conservazione sia fatta menzione nella lista delle vivande destinata ai clienti, non corredata da altri elementi circostanziali, non integra gli estremi del tentativo di frode nell’esercizio del commercio (articoli 56 e 515 c.p.) attesoché occorre che siano individuati e specificati gli atti diretti in modo non equivoco a consegnare o servire concretamente ai clienti cose diverse da quelle dichiarate nelle liste dei cibi. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 12204 del 26 ottobre 1999 (Cass. pen. n. 12204/1999)

Nell’ambito dell’attività di ristorazione, per la quale siano impiegati prodotti surgelati, è configurabile il tentativo di frode in commercio non solo quando venga omessa l’indicazione di tale tipo di alimenti nella lista delle pietanze ma anche quando la loro indicazione sia fatta con caratteri molto piccoli, posti all’estremo margine inferiore della lista e in senso verticale, in modo da sfuggire all’attenzione della clientela. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 12107 del 22 ottobre 1999 (Cass. pen. n. 12107/1999)

I reati di cui agli artt. 515 c.p. e 5 legge 30 aprile 1962, n. 283 si pongono in relazione di specialità reciproca e possono pertanto concorrere. Infatti il delitto viene commesso da chi pone in vendita sostanze alimentari non genuine come genuine, ovvero di qualità o quantità diverse da quella dichiarata o pattuita. La contravvenzione è commessa da chi impiega nella preparazione del prodotto sostanze private in parte dei propri elementi naturali o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale. Inoltre nel delitto è determinante la consegna all’acquirente o la messa in commercio, mentre nella contravvenzione si ha riguardo al fatto intrinseco della preparazione o della distribuzione per il consumo. Infatti il delitto ha come oggetto la tutela giuridica della correttezza del commercio, la contravvenzione la tutela della salute. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 8507 del 5 luglio 1999 (Cass. pen. n. 8507/1999)

Il delitto di frode in commercio concorre con la contravvenzione alle norme sulla produzione di pasta alimentare di grano duro, poiché la norma del codice penale è posta a tutela della buona fede degli acquirenti mentre le disposizioni della L. 4 luglio 1967, n. 580 sono dirette alla tutela della salute pubblica. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 11640 del 11 novembre 1998 (Cass. pen. n. 11640/1998)

La detenzione di cibi congelati o surgelati accompagnata dalla mancata segnalazione nel menù di tale stato di conservazione degli alimenti ipotizza il reato di cui agli artt. 56 e 515 c.p., a condizione che vi sia stato un inizio di pattuizione con il cliente. Tale situazione si determina anche quando la proposta contrattuale dell’esercente sia stata portata all’attenzione dell’avventore con la effettiva consegna del menù dichiarante merce diversa da quella che, in caso di accettazione, sarebbe stata servita. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2038 del 3 agosto 1998 (Cass. pen. n. 2038/1998)

La fattispecie di vendita di sostanze alimentari non genuine, di cui all’art. 516 c.p., risulta essere sussidiaria rispetto a quella dell’art. 515 c.p. — frode nell’esercizio del commercio — e copre l’area della mera immissione sul mercato, cioè una attività preparatoria alla frode in commercio. Se avviene la materiale consegna della merce all’acquirente, o atti univocamente diretti a tale fine, il reato ipotizzabile è quello previsto dall’art. 515 c.p., rispettivamente nella forma consumata o tentata. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 6667 del 5 giugno 1998 (Cass. pen. n. 6667/1998)

Non integra l’ipotesi del tentativo di frode in commercio la semplice detenzione da parte di un ristoratore, non corredata da altri elementi circostanziali, di prodotti alimentari congelati o surgelati, poiché difetta il requisito della univocità degli atti mancando un inizio di contrattazione con un acquirente determinato. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 4291 del 9 aprile 1998 (Cass. pen. n. 4291/1998)

L’art. 22, primo comma, della legge 15 febbraio 1963, n. 281 (disciplina della preparazione e del commercio dei mangimi), in seguito alla depenalizzazione operata dall’art. 32, primo comma, della legge n. 689/1981, punisce con sanzione amministrativa “chiunque vende, pone in vendita o mette altrimenti in commercio o prepara per conto terzi o, comunque, per la distribuzione per il consumo, prodotti disciplinati dalla (stessa) legge non rispondenti alle prescrizioni stabilite, o risultanti all’analisi non conformi alle dichiarazioni, indicazioni e denominazioni … salvo che il fatto non costituisca più grave reato”. L’elemento materiale del reato di frode nell’esercizio del commercio (art. 515 c.p.) consiste nel consegnare all’acquirente una cosa mobile non conforme a quella convenuta e l’interesse tutelato è quello del leale esercizio e dell’onesto svolgimento del commercio. Le due norme si pongono, dunque, in una relazione di concorso reale (non apparente) per la diversa obiettività giuridica e per il diverso interesse protetto: garanzia della qualità dei prodotti venduti, nel primo caso; tutela della correttezza e lealtà commerciale, nel secondo. I beni giuridici tutelati, pertanto, non soltanto non sono identici, ma neppure omogenei e non può trovare applicazione il principio di specialità fissato dall’art. 9, primo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689 in ipotesi di concorso tra le disposizioni penali e quelle amministrative previste da leggi dello Stato. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 1686 del 11 febbraio 1998 (Cass. pen. n. 1686/1998)

La sola offerta di un prodotto alimentare con il termine minimo di consumazione scaduto, senza essere accompagnata da alcun comportamento idoneo a trarre in inganno l’acquirente, integra soltanto l’illecito amministrativo di cui all’art. 18 del D.L.vo n. 109/1992 e non il delitto tentato o consumato di frode in commercio di cui all’art. 515 c.p., sia perché difetta l’elemento costitutivo della consegna di una cosa diversa da quella dichiarata sia perché il termine minimo di consumazione ha una funzione di garanzia e non comporta necessariamente il venir meno delle caratteristiche nutrizionali e di freschezza dell’alimento. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 3968 del 5 febbraio 1998 (Cass. pen. n. 3968/1998)

Una produzione di vino superiore a quella fissata dal disciplinare di produzione non è utilizzabile ai fini della denominazione di origine controllata (D.O.C.) indipendentemente dalle cause che hanno determinato l’eccedenza. Può perciò essere legittimamente contestata la violazione dell’art. 515 c.p., fatta salva la verifica della sussistenza dell’elemento psicologico. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5127 del 31 maggio 1997 (Cass. pen. n. 5127/1997)

Il carattere plurioffensivo della frode in commercio sussiste anche quando la cosa richiesta dal cliente dell’esercizio commerciale non sia tutelata da un marchio o da altra speciale protezione, giacché la norma di cui all’art. 515 c.p. tutela oggettivamente il leale esercizio del commercio e, quindi, sia l’interesse del consumatore a non ricevere una cosa diversa da quella richiesta, sia l’interesse del produttore a non vedere i suoi prodotti scambiati surrettiziamente con prodotti diversi. (Nella specie, relativa a ritenuta sussistenza del reato per consegna di formaggio «Seland» in luogo di formaggio «Emmental», la S.C. ha ritenuto che il richiesto accertamento della volgarizzazione del marchio Emmental era stato legittimamente denegato, dal momento che non avrebbe influito neppure sulla legittimazione della parte civile, costituitasi in rappresentanza dei produttori svizzeri di «Emmental»).

Per integrare la fattispecie penale di frode commerciale di cui all’art. 515 c.p. non occorre che la cosa sostituita sia contrassegnata da un marchio (emblema o denominazione) o sia altrimenti tutelata da legge speciale; non occorre, cioè, oltre alla divergenza tra cosa consegnata e cosa pattuita, che quest’ultima sia tutelata per la sua provenienza, origine o qualità tipica. Pertanto la protezione o la denominazione tipica del formaggio richiesto rileva solo ai fini del reato di cui all’art. 9 legge 10 aprile 1954, n. 125 (che punisce chiunque produce, pone in vendita o comunque offre al consumo, quali formaggi con denominazioni di origine o tipiche riconosciute, formaggi che non hanno i requisiti prescritti per l’uso di tali denominazioni), ma non ha alcun rilievo ai fini del reato di frode commerciale c.d. qualitativa. (Nella specie, accertato che il cliente aveva chiesto formaggio «Emmental» e che l’esercente gli consegnò invece il ben diverso formaggio «Seland», la S.C. ha ritenuto realizzata la consegna di aliud pro alio che configura la materialità del reato contestato, considerando irrilevante l’assunto dell’imputato, che cioè l’«Emmental svizzero» sia diventato formaggio a denominazione generica, e sia ormai priva di tutela specifica, per effetto del regolamento CEE n. 2081/92 (c.d. volgarizzazione del marchio), giacché resta il fatto che il «Seland» consegnato era diverso per qualità dal formaggio richiesto, come accertato in modo incensurabile dai giudici di merito: l’Emmental (svizzero, francese o tedesco che sia) o groviera è tipico formaggio a pasta dura, mentre il Seland è formaggio a pasta tenera. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 4375 del 12 maggio 1997 (Cass. pen. n. 4375/1997)

In tema di tentativo di frode in commercio, l’offerta al pubblico, quando sia concretamente configurabile come proposta contrattuale, è condotta idonea diretta in modo non equivoco alla conclusione del contratto finale, e quindi alla consumazione della frode commerciale di cui all’art. 515 c.p., se di questa ricorrono gli elementi oggettivi e soggettivi. (Nella specie, relativa ad annullamento con rinvio di sentenza con la quale il giudice di merito aveva escluso nella messa in vendita di pane grattugiato non regolamentare presso la panetteria dell’imputato, la configurabilità del tentativo perché mancava un principio di trattativa o di negoziazione, la Suprema Corte ha osservato che l’errore giuridico fondamentale che inficia simile argomentazione consiste nel ritenere che la semplice messa in vendita della merce in un esercizio commerciale sia per se stessa estranea alla fase della trattativa contrattuale e quindi ancora esterna alla fattispecie penale del tentativo di frode in commercio). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 548 del 26 aprile 1997 (Cass. pen. n. 548/1997)

È possibile il concorso tra i reati di cui agli artt. 515 c.p. e 5 legge 30 aprile 1962, n. 283, poiché le due norme hanno diversa obiettività giuridica. (Fattispecie relativa a ritenuto concorso tra il reato di frode nell’esercizio del commercio e quello di vendita di sostanze alimentari «trattate in modo da variarne la composizione naturale», di cui all’art. 5 lett. a, citata legge n. 283 del 1962). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 7074 del 17 luglio 1996 (Cass. pen. n. 7074/1996)

L’elemento materiale del delitto di cui all’art. 515 c.p. (frode nell’esercizio del commercio) consiste nel consegnare all’acquirente cosa mobile non conforme a quella convenuta ed il termine «consegna» fa riferimento ad un’attività contrattuale (pattuizione-dichiarazione) tra venditore ed acquirente, sicché nel sistema di vendita al pubblico adottato dai supermercati il prodotto non solo è offerto al pubblico, ma è anche messo a sua completa disposizione e l’esposizione in vendita coincide con la possibile consegna all’acquirente. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 3953 del 12 aprile 1995 (Cass. pen. n. 3953/1995)

Quando, nello svolgimento di un’attività commerciale avente ad oggetto la vendita al minuto di prodotti surgelati destinati all’alimentazione umana, si effettui la sostituzione dell’etichetta originaria indicante la data di scadenza già superata, del prodotto con altra recante data diversa e successiva, si realizza il delitto di truffa e non quello di frode in commercio solo se tale condotta abbia apportato contributo causale all’acquisto. (Fattispecie nelle quali è stata ritenuta la sussistenza del delitto di cui all’art. 515 c.p. dal momento in cui i giudici di merito avevano escluso che l’acquirente fosse stato tratto in inganno dalle diverse date di scadenza apposte sulle confezioni). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10739 del 18 ottobre 1994 (Cass. pen. n. 10739/1994)

L’offerta in vendita di un prodotto ittico in avanzato stato di scongelamento senza indicazione della sua origine di prodotto congelato, considerato il sicuro naturale completarsi dello scongelamento, integra condotta idonea e diretta in modo non equivoco alla consegna alla potenziale clientela di un prodotto diverso da quello legittimamente atteso e pertanto, a livello di tentativo, il reato di frode in commercio: con siffatta attività viene, infatti, a realizzarsi la dissimulazione (ad un certo punto integrale) dell’origine congelata del prodotto, con conseguente inganno degli acquirenti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10108 del 24 settembre 1994 (Cass. pen. n. 10108/1994)

Il bene giuridico tutelato dal reato di frode nell’esercizio del commercio (art. 515 c.p.) va individuato nel leale esercizio di tale attività, e la condotta tipica punita consiste nella consegna di una cosa diversa per origine, provenienza, qualità o quantità da quella oggetto del contratto, indipendentemente dal fatto che l’agente abbia usato particolari accorgimenti per ingannare il compratore o dalla circostanza che quest’ultimo potesse facilmente, applicando normale attenzione e diligenza, rendersi conto della difformità tra merce richiesta e consegnata. Ne deriva che la consegna di merce priva degli essenziali requisiti di freschezza, che attengano alla sua qualità, non vale ad escludere il reato anche se la confezione in cui la stessa è contenuta rechi indicazioni dalle quali sia dato desumere l’intervenuta scadenza del periodo entro il quale essa va consumata. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2291 del 30 luglio 1994 (Cass. pen. n. 2291/1994)

La denominazione di origine «Emmental» spetta soltanto al formaggio fabbricato in Svizzera, in forza del D.P.R. 18 novembre 1953, n. 1099 che ha reso esecutiva in Italia la convenzione internazionale di Stresa del 1 giugno 1951. Da ciò consegue che l’indicazione «Emmental» da parte dell’acquirente postula il riferimento all’«Emmental» svizzero e comporta la consegna di formaggio «Emmental» avente detta origine. Talché, se a tale richiesta il venditore consegna «Emmental» di diversa provenienza senza ottenere il consenso del cliente, egli commette il delitto di frode in commercio (art. 515 c.p.), sotto il profilo della dazione di aliud pro alio. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 870 del 26 gennaio 1994 (Cass. pen. n. 870/1994)

Il congelamento, di prodotti alimentari freschi con strumenti tecnologicamente inidonei, che ne provochi l’alterazione qualitativa, al solo fine di conservare le scorte ed il successivo scongelamento dei detti prodotti per le confezioni gastronomiche e per la vendita, costituisce ad un tempo violazione della disciplina delle sostanze alimentari a tutela della genuinità dei prodotti e della salute dei consumatori, e violazione dell’art. 515 c.p., posto a garanzia della lealtà e della moralità commerciale che devono presiedere alla commercializzazione dei beni. La mera detenzione di alimenti di siffatta specie, per contro, non integra il tentativo di frode in commercio, facendo difetto l’idoneità e l’univocità degli atti. (Fattispecie relativa ad esercizio per la vendita di prodotti gastronomici). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 663 del 25 gennaio 1993 (Cass. pen. n. 663/1993)

Agli effetti del reato tentato non è consentito distinguere fra atti preparatori ed atti esecutivi, mentre ciò che conta, oltre all’idoneità, è la non equivocità degli atti. Ne consegue che bene è ritenuto responsabile del reato di tentativo di vendita di carne scongelata come fresca (art. 515 c.p. in relazione all’art. 4 legge n. 3 del 1977) colui il quale detenga la merce in un deposito di carne destinato alla vendita, a disposizione, quindi, degli acquirenti, ed ammetta che la carne abbia appunto la suddetta destinazione, trattandosi di elementi che dimostrano la univocità del comportamento dell’imputato. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7446 del 26 giugno 1992 (Cass. pen. n. 7446/1992)

La lesione dell’onesto svolgimento del commercio, oggetto della tutela penale predisposta dall’art. 515 c.p., è da ritenersi sussistente, per diversità di qualità e nonostante l’identità della specie, nel caso di consegna di disco flessibile contenente programmi applicativi che non sia affatto utilizzabile a causa dell’incompatibilità tecnica con il «computer» contestualmente venduto. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7563 del 30 maggio 1990 (Cass. pen. n. 7563/1990)

Il tentativo di frode commerciale (artt. 56 e 515 c.p.) è ammissibile solo in presenza di una contrattazione idoneamente e inequivocabilmente predisposta alla consegna di merce diversa a chi in concreto intenda acquistarla, non essendo sufficiente ad integrare tale ipotesi criminosa la semplice esposizione della merce per l’eventuale vendita. La disciplina di cui all’art. 13 della L. 30 aprile 1962, n. 283, al contrario, sanziona penalmente la mera offerta in vendita di sostanze alimentari con denominazioni improprie o comunque ingannevoli, in quanto si propone di evitare che in tal modo venga sorpresa la buona fede del consumatore o che l’acquirente possa essere indotto in errore circa la natura, la sostanza o le proprietà nutritive delle sostanze alimentari stesse. (Nella fattispecie è stata ritenuta illecita, perché ingannevole, la scritta carne «suina», esposta in una macelleria, con la quale si reclamizzavano salsicce sfuse offerte in vendita come confezionate con carne suina, mentre risultavano confezionate con carne mista di suino e bovino). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7239 del 24 maggio 1990 (Cass. pen. n. 7239/1990)

La detenzione per la vendita di prodotti surgelati non indicati come tali nella lista delle vivande configura un tentativo di frode in commercio, essendo l’attività del detentore finalizzata all’offerta al cliente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1829 del 10 febbraio 1990 (Cass. pen. n. 1829/1990)

Anche la semplice offerta in vendita come fresco di pesce surgelato, qualora la situazione prospettata sia idonea a trarre in inganno la clientela che ha la legittima aspettativa di vedersi venduto pesce fresco, è sufficiente ad integrare gli estremi del tentativo di frode in commercio, indipendentemente quindi da ogni concreto rapporto con il cliente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 17201 del 7 dicembre 1989 (Cass. pen. n. 17201/1989)

La mancanza o la differenza di segni distintivi, di rilevanza determinante nell’attività commerciale, dà luogo a quella diversità che integra il reato di frode nell’esercizio del commercio di cui all’art. 515 c.p., indipendentemente dalle intrinseche caratteristiche del prodotto e dalle sue qualità. Al segno distintivo si ricollega nell’attività commerciale uno specifico valore che incide anche sul prezzo e, quando la circostanza che il bene acquistato sia connotato dal segno distintivo ha per l’acquirente carattere determinante, non può rilevare il fatto che il bene consegnato, pur essendo privo di tale segno, abbia identiche caratteristiche. Per quanto riguarda in particolare i formaggi a denominazioni di origine e tipiche, esiste un’articolata disciplina che garantisce anche con controlli il consumatore e che legittima la marcatura o l’apposizione di altro specifico contrassegno, sicché anche la sola mancanza di questi segni distintivi deve ritenersi elemento determinante di diversità. (Fattispecie relativa a ritenuta sussistenza del reato di cui all’art. 515 c.p. per formaggio «grana vernengo», privo dell’apposita marcatura, venduto in luogo di quello pattuito e dichiarato, che era il «parmigiano reggiano»). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 15555 del 11 novembre 1989 (Cass. pen. n. 15555/1989)

Ai fini dell’esclusione del delitto di frode nell’esercizio del commercio, di cui all’art. 515 c.p.p., non rileva che alla consegna della cosa (una caldaia per impianto di riscaldamento) diversa da quella pattuita si accompagni la relativa installazione, qualora si tratti di prestazione accessoria. (Nella specie, relativa a rigetto di ricorso, l’imputato aveva dedotto, contrariamente a quanto emerso in dibattimento, la sussistenza di un contratto di appalto). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10258 del 12 luglio 1989 (Cass. pen. n. 10258/1989)

In tema di reato di frode nell’esercizio del commercio, la volgarizzazione di un marchio può dirsi verificata quando l’espressione che lo costituisce assume, nel linguaggio della generalità, un significato ampio, non più idoneo a distinguere il singolo prodotto ma l’intero genere di beni cui esso appartiene. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7553 del 19 maggio 1989 (Cass. pen. n. 7553/1989)

L’uso generalizzato di un marchio nel linguaggio comune per indicare tutto il genere dei prodotti analoghi a quello, per il quale lo stesso marchio è stato registrato, può certamente incidere sull’elemento soggettivo del reato, inducendo il venditore in errore sulla reale volontà dell’acquirente, nel senso che essa sia indirizzata al genere e non alla specie. Perché tale situazione si realizzi, però, è necessario che sia stata acquisita la prova in ordine alla sussistenza di tale errore. (Nella specie, relativa a ritenuta sussistenza del reato di frode nell’esercizio del commercio, non soltanto difettava tale prova, ma lo stesso imputato aveva ammesso di aver consegnato l’aliud pro alio non perché si fosse ingannato sulla reale intenzione dell’acquirente, ma perché non disponeva del prodotto richiesto).

La popolarità raggiunta dal marchio di un prodotto non fa venir meno il diritto del titolare all’uso esclusivo del marchio medesimo, salvo che dal suo comportamento possa desumersi con certezza un’acquiescenza all’uso da parte di terzi, ovvero la rinunzia a valersi in via esclusiva del marchio Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3547 del 9 marzo 1989 (Cass. pen. n. 3547/1989)

Il reato di frode nell’esercizio del commercio ex art. 515 c.p. può essere commesso da chiunque agisca nell’esercizio di un’attività commerciale, non essendo essenziale la qualità di commerciante. (Nella fattispecie è stato ritenuto responsabile il collaboratore della titolare del negozio di alimentari). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12499 del 15 dicembre 1988 (Cass. pen. n. 12499/1988)

Ai fini della configurabilità del delitto di frode in commercio, previsto dall’art. 515 c.p., è sufficiente anche il compimento di un solo atto di «commercio» inteso nel senso obiettivo di atto di vendita comunque configurato a prescindere dalla qualità di commerciante del venditore e dalle modalità concrete della consegna, la quale può considerarsi materialmente attuata soltanto nel momento in cui l’acquirente entra effettivamente nel possesso esclusivo della merce e non nel momento della semplice messa a disposizione della stessa da parte del venditore, potendosi in quest’ultimo caso realizzare l’ipotesi del delitto tentato. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5477 del 12 giugno 1986 (Cass. pen. n. 5477/1986)

Con la norma di cui all’art. 515 c.p., (frode nell’esercizio del commercio) il legislatore mira soprattutto a tutelare l’interesse dello Stato nel leale esercizio del commercio. Pertanto, l’atteggiamento psicologico del compratore non assume rilevanza rispetto alla consegna di cosa diversa da quella dichiarata e la punibilità del venditore non è esclusa dal fatto che l’acquirente sapeva preventivamente che gli sarebbero stati consegnati prodotti per qualità diversi da quelli richiesti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4827 del 4 giugno 1986 (Cass. pen. n. 4827/1986)

In tema di frode nell’esercizio del commercio, di cui all’art. 515 c.p., soltanto l’identità essenziale fra la cosa mobile dichiarata e quella consegnata esclude la frode e quindi il reato. Pertanto, nell’ipotesi della diversità qualitativa, il giudizio sull’essenzialità, che compete al giudice di merito, deve essere formulato con riferimento alla natura ed alla proporzione degli elementi che compongono il prodotto e, in genere, a tutte quelle caratteristiche che consentono di distinguerlo da altri similari. (Fattispecie relativa a ritenuta esclusione di identità essenziale di prodotto etichettato e posto in vendita come «smacchiatore alla trielina» la cui composizione conteneva questa sostanza in misura inferiore all’1% e in stato di impurezza, e quindi atto ad ingannare il consumatore). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4826 del 4 giugno 1986 (Cass. pen. n. 4826/1986)

Si configura il reato di frode in commercio nel fatto di colui che smerci ad alcuni rivenditori quantitativi di zucchero semolato, confezionati meccanicamente in pacchetti di cartone, con contenuto netto risultante inferiore al peso dichiarato per percentuali eccedenti le previste tolleranze (del 2%), allorché risulti per l’entità del fenomeno e per il numero delle forniture che la difformità tra peso dichiarato e peso netto non possa imputarsi a fatto accidentale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2886 del 12 aprile 1986 (Cass. pen. n. 2886/1986)

In tema di frode commerciale, la circostanza che un cartello esposto al pubblico sia stato predisposto dall’associazione commercianti non esclude il dolo dell’esercente, che deve controllare se tutte le diciture portate nel cartello siano corrispondenti al prodotto che pone in vendita. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6207 del 20 giugno 1985 (Cass. pen. n. 6207/1985)

In tema di frode in commercio, qualora la merce consegnata all’acquirente sia diversa da quella pattuita per più ragioni (nella specie qualità e provenienza) si realizza un unico reato e non più reati concorrenti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4350 del 7 maggio 1985 (Cass. pen. n. 4350/1985)

Sussiste il delitto di frode in commercio, qualora vengano consegnati all’acquirente, senza preventiva informazione, agrumi non maturi, la cui buccia presenti un colore arancione, ottenuto a mezzo di trattamento chimico (cosiddetto «deverdizzazione»). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4333 del 7 maggio 1985 (Cass. pen. n. 8675/1983)

Il delitto di frode in commercio si consuma soltanto con la consegna materiale della merce all’acquirente, e tale criterio non subisce modificazioni nel caso di vendite da piazza a piazza. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5166 del 30 maggio 1984 (Cass. pen. n. 8675/1983)

L’art. 13 della L. 30 aprile 1962, n. 283 vieta esplicitamente l’uso di nomi impropri nella vendita o propaganda di sostanze alimentari e tende alla difesa della generalità dei possibili acquirenti e particolarmente di coloro che hanno minore attitudine a rendersi conto, da sé medesimi, delle manovre ingannevoli degli altri, e ciò a prescindere dal fatto che avvenga o no l’atto di commercio. Con l’art. 515 c.p., invece, il legislatore ha inteso proteggere il consumatore dalle frodi commesse nei suoi confronti nell’atto dell’esercizio del commercio. Avendo, pertanto, i due reati diversa obiettività giuridica è ipotizzabile il concorso ai sensi dell’art. 81 cod. penale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8675 del 20 ottobre 1983 (Cass. pen. n. 8675/1983)

Nel reato di frode in commercio il soggetto che riceve un danno dalla frode è il consumatore: pertanto la competenza per territorio è quella dell’autorità giudiziaria del luogo in cui è avvenuta la vendita al dettaglio, e non quella del luogo di produzione della merce. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4897 del 26 maggio 1983 (Cass. pen. n. 4897/1983)

In tema di frode in commercio, la responsabilità dei singoli preposti è configurabile nelle aziende di notevoli dimensioni, purché vi sia una suddivisione di attribuzioni con assegnazione di compiti esclusivamente personali a determinati soggetti. E’ però necessario che la ripartizione delle funzioni risulti in modo non equivoco da norme interne e risponda ad esigenze effettive, concrete e costanti dell’azienda. Nelle aziende di notevoli dimensioni i titolari (amministratori o legali rappresentanti), in mancanza dell’assegnazione di specifici compiti a determinati soggetti, sono responsabili del reato di frode in commercio, essendo tenuti ad osservare e far osservare tutte le disposizioni imperative concernenti gli aspetti dell’attività aziendale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1833 del 1 marzo 1983 (Cass. pen. n. 1833/1983)

Il delitto di frode in commercio concorre con la contravvenzione alle norme sulla produzione di pasta alimentare di grano duro, poiché la norma del codice penale è posta a tutela della buona fede degli acquirenti mentre le disposizioni della L. 4 luglio 1967, n. 580 sono dirette alla tutela della salute pubblica. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 824 del 29 gennaio 1983 (Cass. pen. n. 824/1983)

Sussiste il reato di frode in commercio nell’ipotesi in cui venga consegnato un prodotto diverso per qualità da quello pattuito: a tal fine è irrilevante che il prodotto medesimo sia conforme alla normativa vigente in materia, qualora esso sia difforme dalle pattuizioni intervenute tra le parti. (Nella specie trattavasi di calcestruzzo, nella cui composizione era stato sostituito parte del cemento con additivi chimici). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10872 del 15 novembre 1982 (Cass. pen. n. 10872/1982)

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 515 c.p. non ha alcuna rilevanza l’accettazione da parte dell’acquirente del prodotto che abbia caratteristiche organolettiche diverse da quello richiesto, anche se a questo uguale come sapore o colore. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3361 del 20 marzo 1982 (Cass. pen. n. 3361/1982)

Il bene giuridico tutelato dall’art. 515 c.p. (frode nell’esercizio del commercio) è la pubblica funzione dello Stato di assicurare l’onesto svolgimento del commercio e non gli interessi patrimoniali dei singoli acquirenti; da ciò consegue che, per il perfezionamento del reato, non necessita l’identificazione dei soggetti passivi e che la tolleranza o il consenso degli stessi non discrimina, trattandosi di diritto indisponibile. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8266 del 22 settembre 1981 (Cass. pen. n. 8266/1981)

Qualora nell’atto di compravendita sia contenuto un esplicito riferimento a specifiche qualità della cosa oggetto della contrattazione, la consegna di una cosa che non abbia quei requisiti richiesti in modo specifico realizza l’ipotesi criminosa della frode nell’esercizio del commercio. È da escludere, pertanto, la configurabilità del reato previsto dall’art. 515 c.p. nel caso di vendita di un autoveicolo, che abbia subito un incidente e sia stato poi riparato, a persona che, all’atto dell’acquisto, abbia richiesto semplicemente un’autovettura usata. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5736 del 26 giugno 1979 (Cass. pen. n. 5736/1979)

Risponde del delitto di frode in commercio colui che, nell’esercizio di attività commerciale di deposito di prodotti petroliferi, con il sistema della doppia fatturazione fa ritenere ai clienti di consegnare loro olio combustibile fluido o semifluido, prodotto più pregiato e più caro di prezzo del più vile e meno costoso olio combustibile denso che consegna al suo posto. (Nel caso del giudizio di merito è stato dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui all’art. 15 L. 2 luglio 1957, n. 474 relativo al trasporto di oli combustibili con documenti alterati). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 10913 del 17 settembre 1978 (Cass. pen. n. 10913/1978)

Nel reato di frode in commercio non esclude l’antigiuridicità del fatto la circostanza che il compratore sia consapevole che potrà essergli data una cosa diversa da quella richiesta come, nel caso del fictus emptor. Ciò trova una conferma nella ratio legis, giacché la norma ha per oggetto principale la tutela del leale esercizio del commercio e della scrupolosa esecuzione dei contratti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 971 del 31 gennaio 1978 (Cass. pen. n. 971/1978)

La frode in commercio, concretandosi nella consegna di cosa diversa da quella dichiarata o pattuita, presuppone un vinculum iuris liberamente costituitosi, cioè un negozio giuridico concluso tra le parti senza concorso di artifici o raggiri; mentre nel reato di truffa contrattuale la sussistenza di detti artifici o raggiri costituisce uno degli elementi costitutivi e caratterizzanti del reato previsto dall’art. 640 c.p. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 6289 del 22 maggio 1976 (Cass. pen. n. 6289/1976)

Poiché la sostituzione dello zucchero con la saccarina altera la genuinità del prodotto, privandolo di uno degli elementi nutritivi più caratteristici ed importanti, la messa in vendita o la consegna di bevande edulcorate con saccarina, invece che con zucchero, si traduce nella messa in vendita o nella consegna di aliud pro alio e realizza il reato di cui agli artt. 515 c.p. e 5 lett. a) L. 30 aprile 1962, n. 283. Mentre l’interesse tutelato con la disposizione di cui all’art. 515 c.p., che punisce la frode nell’esercizio del commercio, consiste nella regolarità dei rapporti commerciali, le disposizioni delle leggi speciali in tema di frodi alimentari, fra cui rientra l’art. 5 della L. 30 aprile 1962, n. 283, mirano a garantire la genuinità dei prodotti nell’interesse dell’igiene collettiva e della sanità pubblica. Pertanto, considerata la diversa obiettività giuridica dei due reati è configurabile il concorso con le conseguenze sul piano sanzionatorio. (Nella specie erano state vendute gassose edulcorate con saccarina invece che con zucchero). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6195 del 20 maggio 1976 (Cass. pen. n. 6195/1976)

L’elemento psicologico del delitto di frode in commercio consiste nel solo dolo generico, ossia nella coscienza e volontà di consegnare cosa diversa da quella pattuita. I moventi dell’azione criminosa sono, invece, estranei ed irrilevanti ai fini della configurabilità di tale delitto, che sussiste, pertanto, anche se l’agente non si proponga come scopo l’inganno o il danno dell’acquirente. Con la norma di cui all’art. 515 c.p. si tutela principalmente l’interesse dello Stato al leale esercizio del commercio; l’interesse privato del compratore è preso in considerazione, invece, solo in via secondaria ed accessoria. Ne consegue che il reato di frode in commercio è configurabile anche quando la cosa consegnata in luogo di quella pattuita sia equivalente nelle caratteristiche sostanziali o meno costose. Nel contratto che si conclude tra compratore e venditore spetta a quest’ultimo (specie se sfornito del prodotto richiesto) risolvere il dubbio sull’effettiva portata della volontà dell’acquirente e sulla disponibilità ad accettare prodotti diversi da quelli domandati. Se il venditore non formula controfferte e non domanda chiarimenti, deve intendersi che egli accetta la richiesta nei termini letterali in cui questa è formulata e il contratto deve essere eseguito in conformità. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6436 del 13 giugno 1975 (Cass. pen. n. 6436/1975)

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