(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Illecita concorrenza con minaccia o violenza

Articolo 513 bis - Codice Penale

(1) Chiunque nell’esercizio di un’attività commerciale, industriale o comunque produttiva, compie atti di concorrenza (25952601 c.c.) con violenza o minaccia, è punito con la reclusione da due a sei anni.
La pena è aumentata se gli atti di concorrenza riguardano un’attività finanziata in tutto o in parte ed in qualsiasi modo dallo Stato o da altri enti pubblici.

Articolo 513 bis - Codice Penale

(1) Chiunque nell’esercizio di un’attività commerciale, industriale o comunque produttiva, compie atti di concorrenza (25952601 c.c.) con violenza o minaccia, è punito con la reclusione da due a sei anni.
La pena è aumentata se gli atti di concorrenza riguardano un’attività finanziata in tutto o in parte ed in qualsiasi modo dallo Stato o da altri enti pubblici.

Note

(1) L’art. 71 del D.L.vo 6 settembre 2011, n. 159, recante codice delle leggi antimafia, prevede che le pene stabilite per i delitti di cui a questo articolo, sono aumentate da un terzo alla metà se il fatto è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione personale durante il periodo previsto di applicazione e sino a tre anni dal momento in cui ne è cessata l’esecuzione. In ogni caso si procede d’ufficio e quando i delitti di cui al comma 1 del predetto art. 71, per i quali è consentito l’arresto in flagranza, sono commessi da persone sottoposte alla misura di prevenzione, la polizia giudiziaria può procedere all’arresto anche fuori dei casi di flagranza. Alla pena è aggiunta una misura di sicurezza detentiva.

Tabella procedurale

Arresto: facoltativo in flagranza. 381 c.p.p.
Fermo di indiziato di delitto: primo comma, non consentito; secondo comma, consentito. 384 c.p.p.
Misure cautelari personali: consentite. 280287 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale collegiale. 33 bis c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

Ai fini dell’integrazione del reato di concorrenza illecita ex art. 513-bis cod. pen. non è necessario che i comportamenti ivi contemplati siano diretti nei confronti dell’imprenditore concorrente non essendo tale caratteristica espressamente richiesta dalla norma a fronte di condotte che ben possono coinvolgere anche persone diverse da quello. Cass. pen. sez. VI 10 settembre 2019 n. 37520

Ai fini della configurazione del delitto previsto dall’art. 513-bis cod. pen. sono da qualificare atti di concorrenza illecita tutti quei comportamenti coercitivi connotati da violenza o minaccia esplicati nell’esercizio di attività commerciali industriali o produttive che integrano atti di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 cod. civ. ivi compresi i comportamenti indicati al numero 3) della citata norma consistenti in qualunque condotta posta in essere con mezzi non conformi ai principi di correttezza professionale ed idonea a danneggiare l’altrui azienda. Cass. pen. sez. VI 6 novembre 2018 n. 50094

Ai fini della configurazione del delitto previsto dall’art. 513-bis cod. pen. sono da qualificare atti di concorrenza illecita tutti quei comportamenti coercitivi connotati da violenza o minaccia esplicati nell’esercizio di attività commerciali industriali o produttive che integrano atti di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 cod. civ. ivi compresi i comportamenti diversi da quelli indicati ai numeri 1) e 2) specificamente volti ad alterare l’ordinario e libero rapportarsi degli operatori in un’economia di mercato. Cass. pen. sez. VI 6 novembre 2018 n. 50084

Integra il delitto di cui all’art. 513-bis cod. pen. qualunque comportamento violento o minatorio posto in essere nell’esercizio di attività imprenditoriale al fine di acquisire una posizione dominante non correlata alla capacità operativa dell’impresa tra cui anche gli atti impeditivi dello svolgimento dell’altrui libera concorrenza. (In motivazione la Corte ha precisato che la nozione di atti di concorrenza illecita deve essere interpretata tenendo conto non soltanto delle condotte tipizzate dall’art. 2598 n.1 e 2 cod. civ. ma anche di ogni altra condotta contraria “ai principi della correttezza professionale e idonea a danneggiare l’altrui azienda” di cui al n. 3 dello stesso art. 2598). Cass. pen. sez. VI 13 agosto 2018 n. 38551

L’art. 513 bis c.p. punisce soltanto quelle condotte illecite tipicamente concorrenziali (quali il boicottaggio lo storno dei dipendenti il rifiuto di contrattare etc.) attuate per con atti di coartazione che inibiscono la normale dinamica imprenditoriale non rientrando invece nella fattispecie astratta gli atti intimidatori che siano finalizzati a contrastare o ostacolare l’altrui libera concorrenza. (Fattispecie nella quale è stata qualificata come minaccia la condotta del titolare di una ditta di trasporti che aveva intimato al responsabile di una impresa concorrente di non avvalersi della collaborazione di un ex socio). Cass. pen. sez. III 9 aprile 2013 n. 16195

Non rileva ai fini dell’integrazione della fattispecie criminosa di illecita concorrenza mediante violenza o minaccia la reciprocità delle aggressioni. Cass. pen. sez. VI 27 gennaio 2011 n. 3018

Al fine della configurabilità del delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia che è reato di pericolo è del tutto irrilevante la mancanza di un concreto effetto della condotta sul piano dei rapporti commerciali bastando a integrarlo il solo compimento con modalità violente o minacciose di atti di concorrenza. Cass. pen. sez. I 11 marzo 2010 n. 9750

Il reato di cui all’art. 513 bis c.p. (illecita concorrenza con violenza o minaccia) non è riferibile anche a colui che nell’esercizio di una attività imprenditoriale compie atti intimidatori al fine di contrastare o scoraggiare l’altrui libera concorrenza atteso che la disposizione in questione introdotta dall’art. 8 della L. n. 646 del 1982 (cosiddetta legge antimafia) reprime la concorrenza illecita che si concretizza in forme di intimidazione tipiche della criminalità organizzata che tende a controllare con metodi violenti o mafiosi le attività commerciali industriali e più genericamente produttive. Cass. pen. sez. III 21 dicembre 2005 n. 46756

Integra il reato di illecita concorrenza previsto dall’art. 513 bis c.p. la formazione di un accordo collusivo mirante alla fraudolenta predisposizione di offerte attraverso le quali realizzare un atto di imposizione esterna nella scelta della ditta aggiudicatrice di un appalto reso possibile da un intervento intimidatorio dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra” giacché si è in presenza di un comportamento che arreca pregiudizio alla libertà di concorrenza. Cass. pen. sez. I 9 febbraio 2005 n. 4836

Il reato di illecita concorrenza con minacce o violenza (art. 513 bis c.p.) ha natura di reato proprio in quanto la norma incriminatrice richiede che il soggetto attivo eserciti un’attività commerciale industriale o comunque produttiva anche se tale requisito non deve essere inteso in senso meramente formale essendo sufficiente per la sua configurabilità lo svolgimento di fatto della predetta attività. (In applicazione di tale principio la Corte ha rigettato il ricorso fondato sull’assunto che il delitto non fosse configurabile a carico dell’imputato atteso che questi non esercitava formalmente alcuna impresa commerciale). Cass. pen. sez. II 3 luglio 2001 n. 26918

La fraudolenta aggiudicazione di una gara d’appalto a favore di un’impresa contigua ad un’associazione criminosa resa possibile in virtù del clima di intimidazione creato dalla criminalità organizzata di stampo mafioso integra il reato previsto dall’art. 513 bis c.p. (illecita concorrenza con minaccia o violenza) il quale mira a reprimere con la sanzione penale tutti quei comportamenti che attraverso l’uso strumentale della violenza o della minaccia incidano su quella fondamentale legge di mercato che vuole la concorrenza non solo libera ma anche lecitamente attuata. Cass. pen. sez. II 9 febbraio 1998 n. 131

Il reato di illecita concorrenza con minaccia o violenza di cui all’art. 513 bis c.p. non deve necessariamente realizzarsi in ambienti di criminalità organizzata né l’autore deve appartenere a un’organizzazione criminale né sono necessari atti di concorrenza nel senso tecnico giuridico di cui all’art. 2595 c.c. Infatti l’art. 513 bis citato si riferisce a quei comportamenti che per essere attuati con minaccia o violenza configurano una concorrenza illecita e si concretizzano in forme di intimidazione tipiche della criminalità organizzata che tendono a controllare le attività commerciali industriali o produttive o comunque a condizionare. Il riferimento alle condotte tipiche della criminalità organizzata non intende affatto dimensionare l’ambito di applicabilità della norma (restringendolo alle sole operazioni di criminalità organizzata) ma solo caratterizzare i comportamenti punibili con il ricorso a un significativo parallelismo. Cass. pen. sez. III 24 marzo 1995 n. 450

Il delitto previsto dall’art. 513 bis c.p. punisce soltanto le condotte illecite tipicamente concorrenziali (quali il boicottaggio lo storno dei dipendenti il rifiuto di contrattare etc.) realizzate con atti di coartazione che inibiscono la normale dinamica imprenditoriale ma non anche le condotte intimidatorie finalizzate ad ostacolare o coartare l’altrui libera concorrenza e però poste in essere al di fuori dell’attività concorrenziale ferma restando l’eventuale riconducibilità di queste ad altre fattispecie di reato. Cass. pen. sez. II 4 luglio 2014 n. 29009

Si ha concorrenza sleale rilevante secondo la previsione dell’art. 513 bis c.p. sia quando la violenza o la minaccia sono esercitate in maniera diretta contro l’imprenditore concorrente sia quando il fine del controllo o del condizionamento delle attività commerciali industriali o produttive sia perseguito indirizzando la violenza o la minaccia su soggetti terzi comunque legati come clienti o collaboratori da rapporti economici o professionali con l’imprenditore concorrente. Cass. pen. sez. I 24 maggio 2005 n. 19713

Il delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia concorre e non è assorbito nel reato di estorsione trattandosi di fattispecie preordinate alla tutela di beni giuridici diversi: la disposizione di cui all’art. 513 bis cod. pen. ha come scopo la tutela dell’ordine economico e quindi del normale svolgimento delle attività produttive a esso inerenti mentre il reato di estorsione tende a salvaguardare prevalentemente il patrimonio dei singoli. Cass. pen. sez. II 6 febbraio 2014 n. 5793

La norma incriminatrice dei fatti di illecita concorrenza mediante violenza o minaccia non è speciale rispetto a quella incriminatrice dell’associazione per delinquere di tipo mafioso sicché i due reati attesa l’episodicità del primo e la struttura associativa del secondo possono concorrere. Cass. pen. sez. II 29 marzo 2011 n. 12785

Il delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia previsto dall’art. 513 bis c.p. e avente natura di reato complesso non può essere assorbito nel delitto di estorsione trattandosi di norme con diversa collocazione sistematica e preordinate alla tutela di beni giuridici diversi sicché ove ricorrano gli elementi costitutivi di entrambi i delitti si ha il concorso formale degli stessi. Cass. pen. sez. I 23 giugno 2010 n. 24172

La condotta di chi altera la concorrenza ricorrendo a mezzi fraudolenti non integra il delitto di cui all’art. 513 bis c.p. il quale punisce esclusivamente l’alterazione realizzata mediante minaccia o violenza ma nemmeno quello di cui all’ art. 513 dello stesso codice qualora l’azione non sia posta in essere anche al fine specifico di turbare o impedire un’industria o un commercio e cioè di attentare alla libertà di iniziativa economica. Cass. pen. sez. II 1 giugno 2010 n. 20647

Non è configurabile un rapporto di specialità tra la fattispecie di cui all’art. 513 bis c.p. (reato di illecita concorrenza con violenza o minaccia) ed il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso stante l’episodicità della prima ipotesi incriminatrice e la natura associativa della seconda: ne consegue la possibilità di un loro concorso. Cass. pen. sez. I 9 agosto 1997 n. 7856

La natura di reato complesso del delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia previsto dall’art. 513 bis c.p. consente l’assorbimento in esso di altri reati concorrenti come la violenza o la minaccia. Tuttavia non può essere consentito l’assorbimento di tale reato in quello di tentata estorsione in base al criterio di specialità previsto dall’art. 15 c.p. Le due norme oltre ad avere una collocazione sistematica diversa sono dirette alla tutela di beni giuridici diversi. Infatti la disposizione di cui all’art. 513 bis c.p. collocata tra i reati contro l’industria ed il commercio presupponendo una condotta dell’agente tesa a scoraggiare mediante violenza o minaccia l’altrui concorrenza ha come scopo la tutela dell’ordine economico e quindi del normale svolgimento delle attività produttive ad esso inerenti mentre la norma di cui all’art. 629 c.p. tende a salvaguardare prevalentemente il patrimonio dei singoli trattandosi di reato contro il patrimonio. Ne consegue che quando si realizzano contemporaneamente gli elementi costitutivi di entrambi i reati è pienamente configurabile il concorso formale degli stessi non ricorrendo il concorso apparente di norme previsto dall’art. 15 c.p. Cass. pen. sez. I 29 febbraio 1996 n. 2224

Il reato di illecita concorrenza con violenza o minaccia previsto dall’art. 513 bis c.p. può concorrere con il delitto di associazione per delinquere. (Nella specie il principio è stato affermato con riferimento a soci di una società operante nei trasporti funebri che con vari atti di intimidazione e sottrazione di beni in danno di imprese concorrenti avevano imposto il loro monopolio in tale attività in due agglomerati urbani). Cass. pen. sez. I 1 marzo 1993 n. 331

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