Art. 493 – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Falsità commesse da pubblici impiegati incaricati di un servizio pubblico

Articolo 493 - Codice Penale

Le disposizioni degli articoli precedenti sulle falsità commesse da pubblici ufficiali si applicano altresì agli impiegati dello Stato, o di un altro ente pubblico, incaricati di un pubblico servizio (358) relativamente agli atti che essi redigono nell’esercizio delle loro attribuzioni.

Articolo 493 - Codice Penale

Le disposizioni degli articoli precedenti sulle falsità commesse da pubblici ufficiali si applicano altresì agli impiegati dello Stato, o di un altro ente pubblico, incaricati di un pubblico servizio (358) relativamente agli atti che essi redigono nell’esercizio delle loro attribuzioni.

Note

Tabella procedurale

Massime

Il delitto di falso in atto pubblico è configurabile nei confronti dell’incaricato di pubblico servizio, in virtù della estensione prevista dall’art. 493 cod. pen., solo se tale soggetto sia legato da un rapporto di pubblico impiego con lo Stato o con altro ente pubblico. (In applicazione del principio, la Corte ha riqualificato il reato contestato al dipendente di una società di diritto privato, concessionaria di Poste Italiane s.p.a., a norma dell’art. 485 cod. pen. con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 12739 del 22 aprile 2020 (Cass. pen. n. 12739/2020)

In caso di applicazione della pena militare accessoria della rimozione, ai sensi degli artt. 20 e 33 cod. pen. mil. pace, a militare rivestito di un grado o appartenente ad una classe superiore all’ultima che abbia riportato condanna per taluno dei delitti previsti dagli artt. 476 e 493 cod. pen., non si configura un’ipotesi di violazione del principio del “ne bis in idem” qualora al predetto sia stata irrogata altresì la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio, atteso che la suddetta pena non comporta di per sé la cessazione dal servizio, che può essere disposta soltanto dall’autorità amministrativa all’esito del procedimento disciplinare incardinato sul fondamento dell’adozione della rimozione medesima. (In motivazione, la Corte ha aggiunto che, ad ogni modo, nessuna duplicazione sanzionatoria potrebbe mai ravvisarsi tra la rimozione e la sospensione dal servizio, in quanto disposte all’esito di procedimenti complementari, diretti al soddisfacimento di finalità giuridiche e sociali differenti e sottoposte a regole applicative distinte, in specie con riguardo alla valutazione della gravità del fatto, che costituisce oggetto di apprezzamento in concreto nell’ambito del procedimento disciplinare, mentre, nel procedimento penale, la rimozione consegue “ex lege” alla condanna). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2969 del 24 gennaio 2020 (Cass. pen. n. 2969/2020)

Integra un’ipotesi di falsità in atto pubblico, e non in certificati amministrativi, la condotta di falsificazione del certificato di proprietà di un veicolo, atteso che tale documento, attestando la proprietà del veicolo stesso e registrando le eventuali iscrizioni pregiudizievoli ed i cambi di proprietario o possessore, è dotato di una propria, distinta ed autonoma efficacia giuridica, non limitata alla riproduzione degli effetti di atti preesistenti. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 25042 del 19 maggio 2017 (Cass. pen. n. 25042/2017)

Il reato di falso in atti pubblici commesso da pubblici impiegati incaricati di pubblico servizio (art. 493 c.p.), in quanto basato sul presupposto che trattisi di atti redatti nell’esercizio delle attribuzioni proprie dei soggetti responsabili, non può essere configurato con riguardo alle firme apposte sui fogli di presenza da dipendenti di un’azienda municipalizzata in quanto costoro — a prescindere dalla mancanza, in essi, della necessaria qualificazione soggettiva — con l’apposizione di dette firme non redigono comunque atti connessi alle loro mansioni, ma assolvono soltanto all’onere loro imposto di provare l’adempimento del sinallagma contrattuale. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3901 del 31 gennaio 2001 (Cass. pen. n. 3901/2001)

In tema di falso, è al di fuori del paradigma dell’art. 479 c.p. l’ipotesi di falsificazione, da parte di pubblici ufficiali o – per l’estensione di cui all’art. 493 c.p. – di impiegati incaricati di un pubblico servizio, del contenuto di atti che, in quanto non siano esternazione delle competenze funzionali dei soggetti che li hanno formati, non possono considerarsi emessi «nell’esercizio delle loro attribuzioni», come esplicitamente richiesto dalla norma incriminatrice. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 12254 del 6 settembre 1990 (Cass. pen. n. 12254/1990)

La disposizione dell’art. 493 c.p. non dilata l’area degli atti pubblici (sono tali solo quelli formati nell’esercizio di una pubblica funzione) ma equipara quelli redatti da pubblici impiegati incaricati di un pubblico servizio agli atti pubblici, estendendo ai primi la tutela penale predisposta per i secondi. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 6436 del 11 luglio 1983 (Cass. pen. n. 6436/1983)

Ai fini dell’art. 493 c.p., i dipendenti del comune addetti al servizio della nettezza urbana rivestono la qualità di pubblici impiegati incaricati di un servizio pubblico; alle attestazioni di presenza da essi redatte sui moduli predisposti dal comune si applicano, pertanto, le disposizioni sulle falsità commesse da pubblici ufficiali. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4284 del 11 maggio 1983 (Cass. pen. n. 4284/1983)

Agli effetti dell’art. 493 c.p., il portalettere riveste la qualità di pubblico impiegato incaricato di un pubblico servizio.

Con la raccolta della firma di ricevuta del destinatario sull’apposito modulo, il portalettere attesta univocamente, seppure implicitamente, di aver consegnato personalmente al medesimo la raccomandata. Pertanto, in caso di mancata consegna il portalettere che apponga sul registro la firma apocrifa del destinatario fa apparire, contrariamente al vero, come avvenuta la consegna e commette quindi falsità ideologica ai sensi degli artt. 477, 476, 493 c.p., a nulla rilevando la mancanza della sua firma sul registro. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 8603 del 5 ottobre 1982 (Cass. pen. n. 8603/1982)

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