(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Omissione di referto

Articolo 365 - Codice Penale

Chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d’ufficio (334 c.p.p.), omette o ritarda di riferirne all’Autorità indicata nell’art. 361, è punito con la multa fino ad € 516.
Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale (384).

Articolo 365 - Codice Penale

Chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d’ufficio (334 c.p.p.), omette o ritarda di riferirne all’Autorità indicata nell’art. 361, è punito con la multa fino ad € 516.
Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale (384).

Note

Tabella procedurale

Arresto: non consentito.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: non consentite.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale monocratico. 33 ter c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

La pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici è applicabile anche se non sia stata contestata la circostanza aggravante dell’abuso di pubblica funzione di cui all’art. 61, n. 9, cod. pen., trattandosi di pena accessoria conseguente “ope legis” a tutti i reati commessi in violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione. (Fattispecie relativa al reato di omissione di referto necessariamente implicante la violazione del dovere d’ufficio da parte dell’agente). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44620 del 14 dicembre 2020 (Cass. pen. n. 35785/2020)

In tema di omissione di referto, l’esercente una professione sanitaria che accerti l’aggravamento delle lesioni personali conseguenti ad un incidente stradale, tali da integrare il reato procedibile d’ufficio ai sensi dell’art.590-bis cod.pen., ha l’obbligo di informarne l’autorità giudiziaria, a nulla rilevando che, sulla base di una precedente diagnosi, effettuata da un medico diverso, fosse stata indicata una prognosi meno grave, rispetto alla quale il reato sarebbe stato procedibile a querela. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 30456 del 2 novembre 2020 (Cass. pen. n. 30456/2020)

In tema di omissione di referto, riveste la qualifica di esercente una professione sanitaria lo psicologo o psicoterapeuta ancorché operi nello svolgimento di un rapporto professionale di natura privatistica, con la conseguenza che, avuta notizia, nell’ambito dell’assistenza prestata, di fatti che possono presentare la caratteristiche di un delitto, egli è tenuto a riferirne all’autorità giudiziaria, salvo il caso in cui la segnalazione esponga la persona assistita a procedimento penale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44620 del 31 ottobre 2019 (Cass. pen. n. 44620/2019)

Nel reato di omissione di referto, l’obbligo di riferire si configura per la semplice possibilità che il fatto presenti i caratteri di un delitto perseguibile di ufficio, secondo un giudizio riferito al momento della prestazione sanitaria in relazione al caso concreto, a differenza di quanto ricorre per la fattispecie di omessa denuncia, dove rileva la sussistenza di elementi capaci di indurre una persona ragionevole a ravvisare l’apprezzabile probabilità dell’avvenuta commissione di un reato, posto che, nell’illecito previsto dall’art. 365 c.p., la comunicazione fornisce, per vicende riguardanti la persona, elementi tecnici di giudizio a pochissima distanza dalla commissione del fatto, insostituibili ai fini di un efficace svolgimento delle indagini e del rispetto dell’obbligo di esercitare l’azione penale; ne consegue che il sanitario è esentato dall’obbligo di referto solo quando abbia la certezza tecnica dell’insussistenza del reato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la condanna di due medici i quali, in relazione al decesso di un minore, pur avendo riconosciuto l’errore diagnostico di un collega, avevano omesso il referto, ritenendo, sulla base di valutazioni probabilistiche ed approssimative, che l’evento letale fosse comunque inevitabile). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 51780 del 27 dicembre 2013 (Cass. pen. n. 51780/2013)

L’esonero del sanitario dall’obbligo di referto di cui al secondo comma dell’art. 365 c.p. è previsto solo per il caso in cui i fatti che si dovrebbero descrivere nel referto convergono nell’indicare il paziente quale autore del reato esponendolo a procedimento penale. (Fattispecie nella quale la Corte non ha ritenuto che il sanitario potesse esimersi dall’obbligo di referto nel caso di ricovero di un paziente per tossicosi acuta da assunzione di droga, in quanto l’ipotesi che l’assistito fosse egli stesso un trafficante non poteva essere direttamente collegata al referto ma solo all’esito di ulteriori indagini che dal referto potevano prendere solo spunto). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 18052 del 4 maggio 2001 (Cass. pen. n. 18052/2001)

In tema di omissione di referto riferibile a lesioni conseguenti ad infortunio sul lavoro, non compete al sanitario alcun potere di delibazione della configurabilità di estremi di reato, dovendo la sua valutazione limitarsi al solo esame delle modalità del fatto portato a sua conoscenza. Ove non risulti, in base ad elementi certi ed obiettivi (che quindi non necessitano di alcuna verifica in sede di indagine) che il fatto si sia verificato indipendentemente da condotte commissive od omissive di chi aveva l’obbligo giuridico di impedire l’evento, il sanitario è tenuto all’obbligo del referto. Pertanto, se non sia possibile escludere, in astratto, l’esistenza di nesso causale tra l’infortunio e la violazione di norme antinfortunistiche, l’omessa segnalazione alla competente autorità da parte del sanitario di ipotesi di reato perseguibili d’ufficio, integra gli estremi del delitto di cui all’art. 365 c.p. (Nella fattispecie la Corte ha annullato con rinvio la sentenza del pretore, che aveva escluso la responsabilità del sanitario sulla base delle sole dichiarazioni dell’infortunato, il quale aveva descritto quanto occorsogli come fatto meramente accidentale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1473 del 4 febbraio 1999 (Cass. pen. n. 1473/1999)

In tema di elemento psicologico del reato di omissione di referto, la valutazione da parte dell’esercente la professione sanitaria della perseguibilità di ufficio del delitto ravvisabile nel caso a lui sottoposto non deve essere fatta in astratto, ma in concreto, ossia con l’adozione di ogni criterio di giudizio che tenga conto delle peculiarità della situazione effettiva, dovendosi riconoscere al sanitario un margine di discrezionalità nell’apprezzamento della natura dell’infortunio in relazione al tipo di lesione riscontrata, alla descrizione dei fatti fornita dal paziente o dai suoi eventuali accompagnatori e agli altri possibili elementi di riscontro. (Fattispecie di lesioni da infortunio sul lavoro nella quale la Suprema Corte ha escluso il dolo in capo al medico in ordine al contestato reato di cui all’art. 365 c.p., avuto riguardo alla totale assenza di indicazioni da parte del paziente circa la dinamica dell’infortunio, ed essendo stata anzi fornita dal medesimo una versione del fatto tale da escludere qualunque violazione delle norme a tutela della prevenzione degli infortuni sul lavoro). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7034 del 11 giugno 1998 (Cass. pen. n. 7034/1998)

Nel caso di lesioni gravi o gravissime riportate dal lavoratore subordinato nel corso della prestazione lavorativa, la possibilità di violazione di norme antinfortunistiche è in re ipsa e comporta di conseguenza l’obbligo di referto di cui all’art. 365 c.p. per il sanitario che intervenga a prestare la propria assistenza, senza che lo stesso debba accertare se e quale violazione si sia in concreto verificata. Quanto all’elemento soggettivo del reato, esso potrà escludersi solo quando l’agente abbia la certezza piena della inesistenza di qualunque possibilità di violazione di norme antinfortunistiche. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5949 del 20 maggio 1998 (Cass. pen. n. 5949/1998)

In tema di omissione di referto, il convincimento del medico che all’onere di referto abbiano già adempiuto i sanitari intervenuti subito dopo la causazione delle lesioni si configura come erronea rappresentazione di un elemento di fatto idoneo ad escludere il dolo del delitto, inteso come rappresentazione ed intenzione dell’evento di pericolo proprio della fattispecie legale di cui all’art. 365 c.p., cioè la mancata immediata informazione dell’autorità giudiziaria. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5829 del 15 maggio 1998 (Cass. pen. n. 5829/1998)

Il delitto di omissione di referto è reato di pericolo e non di danno e, per stabilire se il caso in merito al quale il sanitario ha prestato la sua opera possa presentare i caratteri di un reato perseguibile di ufficio, è necessario far ricorso ad un criterio di valutazione che tenga conto della peculiarità in concreto del caso, in ordine alla possibilità che esso dia luogo alle condizioni richieste ex lege per la punibilità del delitto. Quanto al profilo soggettivo, il reato è punito a titolo di dolo, consistente nella conoscenza degli elementi del fatto per il quale si è prestata dal sanitario la propria opera o assistenza, che valgano a disegnare, ancorché possibilisticamente, la figura di un delitto perseguibile d’ufficio, e quindi l’obbligo del referto è nella conseguente coscienza e volontà da parte del sanitario di omettere o ritardare di riferirne all’autorità di cui all’art. 361 c.p. (Fattispecie in materia di lesioni subite in ambiente di lavoro con violazione delle norme antinfortunistiche. La Corte ha escluso che il sanitario potesse non rendersi conto che si trattava di un delitto procedibile d’ufficio). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3447 del 19 marzo 1998 (Cass. pen. n. 3447/1998)

In tema di omissione di referto, il dolo consiste nella conoscenza da parte del sanitario di tutti gli elementi del fatto per il quale egli ha prestato la propria opera, dai quali può desumersi in termini di possibilità la configurabilità di un delitto perseguibile d’ufficio, e dalla coscienza e volontà di omettere o ritardare di riferirne all’autorità giudiziaria o ad altra autorità indicata nell’art. 361 c.p. Ne consegue che il reato non è realizzato allorché il sanitario, nonostante una rappresentazione oggettivamente erronea della non perseguibilità d’ufficio del fatto esaminato, abbia comunque valutato compiutamente le risultanze di cui egli poteva concretamente disporre, alla luce delle quali sia confortata la ritenuta insussistenza possibilistica di un delitto perseguibile d’ufficio. (Fattispecie nella quale è stato escluso il dolo del delitto di omissione di referto in capo a un medico che aveva visitato un paziente che aveva riportato lesioni personali giudicate guaribili in oltre quaranta giorni a seguito di caduta da una scala nell’ambito del proprio lavoro, essendosi giudicato che le circostanze del fatto erano tali da rendere configurabile solo in termini del tutto ipotetici il reato di cui all’art. 590, comma terzo, c.p., perseguibile d’ufficio). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 68 del 8 gennaio 1998 (Cass. pen. n. 68/1998)

Per integrare il dolo del delitto di omissione di referto (art. 365 c.p.) occorre, oltre la coscienza e volontà di omettere o ritardare il referto, che il soggetto si renda conto che trattasi di fatti che possono presentare i caratteri di un delitto perseguibile d’ufficio, sicché il dolo medesimo non sussiste qualora erroneamente l’agente abbia la certezza dell’inesistenza di un delitto di quella specie. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11534 del 15 dicembre 1997 (Cass. pen. n. 11534/1997)

In tema di obbligo di referto il mancato rispetto degli specifici requisiti di cui all’art. 334 comma 3 c.p.p. non comporta la sussistenza del reato previsto dall’art. 365 c.p. (omissione di referto) qualora non vi sia sostanziale incompletezza o reticenza della denuncia. Deve, invero, escludersi che la norma processuale integri, al di là dei termini per l’adempimento, la norma sostanziale la quale ha un autonomo valore costitutivo e non meramente sanzionatorio. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4400 del 30 aprile 1996 (Cass. pen. n. 4400/1996)

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 307 c.p. (assistenza ai partecipi di cospirazione o di banda armata), nella nozione di «rifugio» rientra anche un luogo di cura nel quale, in assenza di immediata urgenza di trattamenti sanitari, taluno dei soggetti menzionati nel primo comma del citato art. 307 venga accolto e, successivamente agli interventi anzidetti, trattenuto fino a completa guarigione, in condizioni di clandestinità, nulla rilevando, in contrario, per quanto attiene la posizione del sanitario, l’esonero di quest’ultimo, ai sensi dell’art. 365, secondo comma, c.p., dall’obbligo del referto, giacché tale esonero, previsto solo con riguardo alla prestazione dell’attività strettamente sanitaria, non può implicare la irrilevanza penale, sotto qualsivoglia altro profilo diverso da quello del reato di omissione di referto, dell’intera condotta, nel cui ambito la detta prestazione si sia collocata. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 11344 del 11 dicembre 1993 (Cass. pen. n. 11344/1993)

La disposizione specifica dell’art. 95 L. 22 dicembre 1975, n. 685, in ordine all’anonimato, confermato dal successivo art. 96, di cui può beneficiare colui che fa uso personale non terapeutico di sostanze stupefacenti costituisce un particolare aspetto del dovere deontologico del sanitario del segreto professionale che ha trovato esplicita considerazione nel secondo comma dell’art. 365 c.p. Tale disposizione (infatti) stabilisce un’espressa deroga dell’obbligo del referto imposto dal primo comma quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 10621 del 12 ottobre 1987 (Cass. pen. n. 10621/1987)

Per il sanitario sorge l’obbligo del referto ai sensi dell’art. 365 c.p. quando egli abbia prestato la sua assistenza in casi che possano in concreto presentare i caratteri di delitto perseguibile di ufficio secondo la valutazione del sanitario medesimo. L’esclusione a posteriori di detta perseguibilità in base all’accertamento definitivo delle conseguenze fisiche o psichiche derivate al soggetto passivo non ha riflessi penalistici sulla responsabilità dell’omittente perché il reato di cui all’art. 365 c.p. è reato di pericolo. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 1836 del 20 dicembre 1968 (Cass. pen. n. 1836/1968)

Office Advice Logo

Office Advice © 2020 – Tutti i diritti riservati