Art. 323 – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Abuso d'ufficio

Articolo 323 - Codice Penale

Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale (357) o l’incaricato di pubblico servizio (358) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni (1).
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Articolo 323 - Codice Penale

Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale (357) o l’incaricato di pubblico servizio (358) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni (1).
La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Note

(1) Le parole: «da sei mesi a tre anni» sono state così sostituite dalle attuali: «da uno a quattro anni» dall’art. 1, comma 75, lett. p), della L. 6 novembre 2012, n. 190.

Tabella procedurale

Arresto: facoltativo in flagranza. 381 c.p.p.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: consentita la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio. 289 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale collegiale. 33 bis c.p.p.
Procedibilità: d’ufficio. 50 c.p.p.

Massime

In tema di abuso di ufficio, il rilascio del titolo abilitativo edilizio avvenuto senza il rispetto del piano regolatore generale o degli altri strumenti urbanistici integra la violazione di specifiche regole di condotta previste dalla legge, così come richiesto dalla nuova formulazione dell’art. 323 cod. pen. ad opera dell’art. 16 del d.l. 16 luglio 2020, n. 76, convertito nella legge 11 settembre 2020, n. 120, atteso che l’art.12, comma 1, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 prescrive espressamente che il permesso di costruire, per essere legittimo, deve conformarsi agli strumenti urbanistici ed il successivo art. 13 detta la specifica disciplina urbanistica che il direttore del settore è tenuto ad osservare. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 31873 del 12 novembre 2020 (Cass. pen. n. 31873/2020)

In tema di abuso di ufficio, la nozione di danno ingiusto non ricomprende le sole situazioni giuridiche attive a contenuto patrimoniale ed i corrispondenti diritti soggettivi, ma è riferita anche agli interessi legittimi, in particolare quelli di tipo pretensivo, suscettibili di essere lesi dal diniego o dalla ritardata assunzione di un provvedimento amministrativo, sempre che, sulla base di un giudizio prognostico, il danneggiato avesse concrete opportunità di conseguire il provvedimento a sé favorevole, così da poter lamentare una perdita di “chances”.(Fattispecie in cui il direttore generale di un’azienda ospedaliera conferiva incarico di responsabile del procedimento per l’esecuzione di lavori ingegneristici ad un soggetto esterno, anziché al tecnico di ruolo interno all’azienda il quale vantava un’aspettativa concreta a ricevere tale incarico, in ragione del ristrettissimo numero dei legittimi aspiranti e della circostanza che, in un momento successivo, quella funzione sarebbe stata assegnata proprio a lui). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44598 del 31 ottobre 2019 (Cass. pen. n. 44598/2019)

In tema di abuso d’ufficio, non ricorre il dolo intenzionale nel caso in cui l’agente persegua esclusivamente la finalità di realizzare un interesse pubblico ovvero quando, pur nella consapevolezza di favorire un interesse privato, sia stato mosso esclusivamente dall’obiettivo di perseguire un interesse pubblico, con conseguente degradazione del dolo di procurare a terzi un vantaggio da dolo intenzionale a mero dolo diretto o eventuale e con esclusione, quindi, di ogni finalità di favoritismo privato. (Nella specie, la Corte ha annullato, limitatamente alle questioni civili, la sentenza di merito, che aveva assolto l’imputato per difetto dell’elemento psicologico, poiché non erano stati illustrati i motivi per cui non si sarebbe potuto ugualmente realizzare un contenimento dei costi osservando la procedura di gara dettata in tema di appalti pubblici, anziché quella di affidamento diretto dei lavori concretamente adottata). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 10224 del 8 marzo 2019 (Cass. pen. n. 10224/2019)

In tema di abuso d’ufficio, l’ingiustizia del danno non può essere desunta implicitamente dall’illegittimità della condotta, in quanto il requisito della doppia ingiustizia presuppone l’autonoma valutazione degli elementi costitutivi del reato. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la sentenza impugnata che, ravvisata la violazione di legge nell’illegittimo compimento di un atto, rientrante nella competenza del Consiglio regionale, da parte della Giunta, aveva fatto discendere automaticamente da tale condotta la produzione di un danno ingiusto all’ente regionale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 58412 del 28 dicembre 2018 (Cass. pen. n. 58412/2018)

In tema di abuso d’ufficio, la prova del dolo intenzionale non presuppone l’accertamento dell’accordo collusivo con la persona che si intende favorire, potendo essere desunta anche dalla macroscopica illegittimità dell’atto, sempre che tale valutazione non discenda dal mero comportamento “non iure” dell’agente, ma risulti anche da elementi ulteriori concordemente dimostrativi dell’intento di conseguire un vantaggio patrimoniale o di cagionare un danno ingiusto. (Fattispecie in cui la Cassazione ha confermato la decisione impugnata che ha desunto l’esistenza del dolo intenzionale dal fatto che l’imputato, nella qualità di dipendente comunale cui era stata demandata la verifica della legittimità di opere edili, manteneva una condotta inerte e dilatoria, nonostante la macroscopica illegittimità dell’opera e le insistenti richieste di procedere a verifica). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 52882 del 23 novembre 2018 (Cass. pen. n. 52882/2018)

In tema di abuso d’ufficio, la prassi amministrativa di disapplicare un regolamento comunale non abilita di per sé il pubblico ufficiale ad invocare la condizione soggettiva d’ignoranza inevitabile della legge penale che vale ad escludere l’elemento soggettivo del reato, in quanto non può attribuirsi valenza scriminate ad un comportamento contra legem alla cui formazione egli stesso abbia contribuito. (In motivazione la Corte ha precisato che grava su chi è professionalmente inserito in un settore collegato alla materia disciplinata dalla norma integratrice del precetto penale, un dovere di diligenza “rafforzato” di rispettare la legge ed i regolamenti che regolano l’attività). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 22523 del 21 maggio 2018 (Cass. pen. n. 22523/2018)

In tema di abuso d’ufficio, la violazione di legge cui fa riferimento l’art. 323 cod. pen. riguarda non solo la condotta del pubblico ufficiale in contrasto con le norme che regolano l’esercizio del potere, ma anche quelle che siano dirette alla realizzazione di un interesse collidente con quello per quale il potere è conferito, ponendo in essere un vero e proprio sviamento della funzione. (Fattispecie in cui il sindaco di un Comune aveva disposto la revoca dell’incarico dirigenziale ricoperto da un dipendente candidatosi in una lista contrapposta, apparentemente giustificato tale scelta con esigenze di contenimento della spesa senza che, tuttavia, fosse stata previamente deliberata una diversa organizzazione degli uffici). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 19519 del 4 maggio 2018 (Cass. pen. n. 19519/2018)

Ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo del delitto di abuso d’ufficio, è necessario che la condotta sia realizzata “nello svolgimento delle funzioni o del servizio”, con esclusione, pertanto, degli atti compiuti con difetto assoluto di attribuzione, ai sensi dell’art. 21-septies legge n. 241 del 1990, rientrando, invece, nell’alveo della norma incriminatrice le condotte che integrano la c.d. “carenza di potere in concreto”. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto immune da censure la sentenza di merito che ha ravvisato il reato nella condotta di un consigliere comunale con delega ai servizi cimiteriali che, in violazione di ogni norma in tema di appalti, aveva dato incarico ad una ditta di costruire dieci loculi, pagandoli in proprio, ottenendone così la disponibilità e promettendone cinque ad una famiglia del posto). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 52053 del 15 novembre 2017 (Cass. pen. n. 52053/2017)

Sussiste concorso materiale, e non assorbimento, tra il reato di falso in atto pubblico e quello di abuso d’ufficio nel caso in cui la condotta di abuso non si esaurisce nella falsificazione, e la falsità in atti è strumentale alla realizzazione del reato di cui all’art. 323 cod. pen., di cui costituisce una parte della più ampia condotta. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 45992 del 6 ottobre 2017 (Cass. pen. n. 45992/2017)

L’utilizzo di denaro pubblico per finalità diverse da quelle previste integra il reato di abuso d’ufficio qualora l’atto di destinazione avvenga in violazione delle regole contabili, sebbene sia funzionale alla realizzazione, oltre che di indebiti interessi privati, anche di interessi pubblici obiettivamente esistenti e per i quali sia ammissibile un ordinativo di pagamento o l’adozione di un impegno di spesa da parte dell’ente; mentre, integra il più grave delitto di peculato l’atto di disposizione del denaro compiuto – in difetto di qualunque motivazione o documentazione, ovvero in presenza di una motivazione meramente “di copertura” formale – per finalità esclusivamente private ed estranee a quelle istituzionali dell’ente. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato con rinvio la sentenza che, in merito all’utilizzo da parte del Presidente di una Regione del fondo per “spese di rappresentanza”, non aveva distinto le erogazioni disposte per finalità istituzionali, ma riconducibili ad altri capitoli di spesa, da quelle aventi finalità meramente private e ricollegabili alla campagna elettorale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 41768 del 13 settembre 2017 (Cass. pen. n. 41768/2017)

Nel reato di abuso d’ufficio, la prova del dolo intenzionale che qualifica la fattispecie non richiede l’accertamento dell’accordo collusivo con la persona che si intende favorire, ben potendo essere desunta anche da altri elementi quali, ad esempio, la macroscopica illegittimità dell’atto. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 31594 del 27 giugno 2017 (Cass. pen. n. 31594/2017)

Il dolo intenzionale è escluso tutte le volte in cui l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria della condotta, diretta invece a perseguire in via primaria, l’obiettivo di un interesse pubblico di preminente rilievo (nel caso di specie è stato escluso l’abuso di ufficio per la condotta del Sindaco che, durante la seduta del Consiglio Comunale, aveva chiesto l’intervento della forza pubblica, senza interrompere l’incontro, per allontanare un membro del Consiglio Comunale che persisteva nella lettura di un documento politico di critica). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 27794 del 5 giugno 2017 (Cass. pen. n. 27794/2017)

Ai fini della configurabilità del reato di abuso d’ufficio, non costituisce violazione di legge (nella specie l’art. 10, D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163), l’atto di nomina di un “project manager” da parte del sindaco, quale commissario delegato alla realizzazione di un impianto di termodistruzione in relazione allo stato di emergenza rifiuti decretato per la Campania, in quanto, tale figura, benchè non prevista dalla legge, non determina la duplicazione delle funzioni attribuite al responsabile unico del procedimento (RUP) né uno svuotamento dei suoi poteri, limitandosi a svolgere una funzione di supporto, espressamente prevista dall’art. 8, comma quarto, d.P.R. 21 dicembre 1999, n 554, vigente all’epoca dei fatti, all’attività di tale ufficio. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8395 del 21 febbraio 2017 (Cass. pen. n. 8395/2017)

Costituisce violazione di legge, idonea ad integrare, sotto il profilo obiettivo, il reato di abuso d’ufficio, quanto meno tentato, l’adozione, da parte di un magistrato inquirente, di un provvedimento con il quale venga disposta l’acquisizione di tabulati di conversazioni telefoniche di parlamentari per il quale, alla luce dei dati esistenti in quel momento agli atti d’indagine, sarebbe stata necessaria l’autorizzazione preventiva della camera di appartenenza. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 49538 del 22 novembre 2016(Cass. pen. n. 49538/2016)

In tema di abuso d’ufficio, la prova del dolo intenzionale, che qualifica la fattispecie criminosa, può essere desunta anche da una serie di indici fattuali, tra i quali assumono rilievo l’evidenza, reiterazione e gravità delle violazioni, la competenza dell’agente, i rapporti fra agente e soggetto favorito, l’intento di sanare le illegittimità con successive violazioni di legge. (Fattispecie di omessa adozione, da parte di un Sindaco, di provvedimento di vigilanza con riguardo alla realizzazione di illecito edilizio e paesaggistico nel comune amministrato, nella quale la Corte ha ritenuto corretto il giudizio di colpevolezza fondato sulla provata conoscenza, da parte dell’imputato, della natura dell’intervento edilizio e del vincolo gravante sull’immobile). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 35577 del 6 aprile 2016 (Cass. pen. n. 35577/2016)

Ai fini della configurabilità del delitto di abuso d’ufficio, deve escludersi che possa costituire violazione di norme di legge o di regolamento l’inosservanza delle disposizioni inserite in un bando di concorso, trattandosi di atto amministrativo e quindi di fonte normativa non riconducibile a quelle tassativamente indicate nell’art. 323 c.p. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la pronuncia di non luogo a procedere nei confronti del dirigente di un Comune che, a seguito dello svolgimento di un concorso per due posti di funzionario dell’ente, e dopo che uno di questi era stato lasciato libero dal vincitore per motivi di mobilità interna, aveva disposto lo “scorrimento” della graduatoria degli idonei, in violazione delle disposizioni contenute nel bando, le quali prescrivevano di utilizzare la graduatoria una sola volta, per l’assunzione dei vincitori). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 27823 del 1 luglio 2015 (Cass. pen. n. 27823/2015)

L’integrazione del reato di abuso d’ufficio richiede una duplice distinta valutazione di ingiustizia, sia della condotta (che deve essere connotata da violazione di norme di legge o di regolamento), sia dell’evento di vantaggio patrimoniale (che deve risultare non spettante in base al diritto oggettivo); non è peraltro necessario, ai fini predetti, che l’ingiustizia del vantaggio patrimoniale derivi da una violazione di norme diversa ed autonoma da quella che ha caratterizzato l’illegittimità della condotta, qualora – all’esito della predetta distinta valutazione – l’accrescimento della sfera patrimoniale del privato debba considerarsi “contra ius”. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che correttamente la sentenza impugnata avesse giudicato riconducibile alla fattispecie di8 cui all’art. 323 cod. pen. il conferimento da parte del presidente di una provincia – in violazione delle vigenti norme regolamentari – di un incarico dirigenziale, ad un soggetto privo dei requisiti richiesti, nell’ambito della struttura amministrativa dell’ente territoriale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11394 del 18 marzo 2015 (Cass. pen. n. 11394/2015)

In tema di concorso di persone nel reato, l’addetto all’ufficio urbanistica comunale, incaricato di svolgere l’istruttoria delle pratiche di condono edilizio, che rappresenti falsamente al responsabile del procedimento la sussistenza delle condizioni per il rilascio del provvedimento sanante, concorre nel delitto di cui all’art. 323 cod. pen. che è integrato anche da attività materiali o comportamenti che costituiscono comunque manifestazioni dell’attività amministrativa, indipendentemente dalla titolarità, in capo all’autore, di poteri autoritativi, deliberativi o certificativi. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 7384 del 19 febbraio 2015 (Cass. pen. n. 7384/2015)

Non si verifica l’assorbimento o la consunzione del delitto di abuso di ufficio di cui all’art. 323 cod. pen. in quello di cui all’art. 582 cod. pen., neanche quando la condotta del pubblico agente si esaurisce nella mera produzione delle lesioni personali e ricorre tra i due illeciti il nesso teleologico di cui all’art. 61 n. 2 cod. pen., configurandosi invece un rapporto di concorso formale tra i reati, i quali offendono beni giuridici distinti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4584 del 30 gennaio 2015 (Cass. pen. n. 4584/2015)

Ai fini della configurabilità del concorso del privato nel delitto di abuso d’ufficio, l’esistenza di una collusione tra il privato ed il pubblico ufficiale non può essere dedotta dalla mera coincidenza tra la richiesta dell’uno e il provvedimento adottato dall’altro, essendo invece necessario che il contesto fattuale, i rapporti personali tra i predetti soggetti, ovvero altri dati di contorno, dimostrino che la domanda del privato sia stata preceduta, accompagnata o seguita dall’accordo con il pubblico ufficiale, se non da pressioni dirette a sollecitarlo o persuaderlo al compimento dell’atto illegittimo. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37880 del 16 settembre 2014 (Cass. pen. n. 37880/2014)

In tema di abuso d’ufficio, il requisito della violazione di legge può consistere anche nella inosservanza dell’art. 97 della Costituzione, la cui parte immediatamente precettiva impone ad ogni pubblico funzionario, nell’esercizio delle sue funzioni, di non usare il potere che la legge gli conferisce per compiere deliberati favoritismi e procurare ingiusti vantaggi, ovvero per realizzare intenzionali vessazioni o discriminazioni e procurare ingiusti danni. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la decisione impugnata, la quale aveva affermato la responsabilità dell’imputato che, dopo aver concorso nel determinare l’adozione della delibera di trasferimento di un dipendente comunale ad altro servizio, in ragione del fatto che quest’ultimo, con la propria precedente attività, si era mostrato non funzionale agli interessi economico-politici della maggioranza politica dell’ente e del gruppo di potere che la sosteneva, aveva successivamente disatteso, assunta la qualità di Sindaco, i provvedimenti dichiarativi dell’illegittimità del trasferimento). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37373 del 9 settembre 2014 (Cass. pen. n. 37373/2014)

In tema di abuso di ufficio, la mera “raccomandazione” o “segnalazione”, non costituisce una forma di concorso morale nel reato in assenza di ulteriori comportamenti positivi o coattivi che abbiano efficacia determinante sulla condotta del soggetto qualificato, atteso che la “raccomandazione” non ha di per sè un’efficacia causale sul comportamento del soggetto attivo, il quale è libero di aderire o meno alla segnalazione secondo il suo personale apprezzamento. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32035 del 21 luglio 2014 (Cass. pen. n. 32035/2014)

Commette il delitto di abuso d’ufficio il pubblico ufficiale che procuri illegittimamente assunzioni ad un pubblico impiego, essendo configurabile il profitto o il vantaggio ingiusto di natura patrimoniale nella attribuzione della posizione impiegatizia e nell’acquisizione del relativo “status”. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 15158 del 2 aprile 2014 (Cass. pen. n. 15158/2014)

In tema di abuso d’ufficio, il requisito del vantaggio patrimoniale va riferito al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale e sussiste non solo quando la condotta procuri beni materiali o altro, ma anche quando la stessa arrechi un accrescimento della situazione giuridica soggettiva a favore di colui nel cui interesse l’atto è stato posto in essere. (Fattispecie in cui il vantaggio è stato configurato nell’esonero dal pagamento dell’Ici, in favore di proprietari di terreni, che, nelle more dell’approvazione della convenzione urbanistica per rendere esecutivo il piano di lottizzazione, erano stati assoggettati al più favorevole regime impositivo previsto per i suoli agricoli). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 10810 del 6 marzo 2014 (Cass. pen. n. 10810/2014)

In tema di abuso d’ufficio, la prova del dolo intenzionale che qualifica la fattispecie non richiede l’accertamento dell’accordo collusivo con la persona che si intende favorire, ben potendo essere desunta anche da altri elementi quali, ad esempio, la macroscopica illegittimità dell’atto. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 48475 del 4 dicembre 2013 (Cass. pen. n. 48475/2013)

L’art. 323 c.p. ha introdotto nell’ordinamento, in via diretta e generale, un dovere di astensione per i pubblici agenti che si trovino in una situazione di conflitto di interessi, con la conseguenza che l’inosservanza del dovere di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto integra il reato anche se manchi, per il procedimento ove l’agente è chiamato ad operare, una specifica disciplina dell’astensione, o ve ne sia una che riguardi un numero più ridotto di ipotesi o che sia priva di carattere cogente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 14457 del 27 marzo 2013 (Cass. pen. n. 14457/2013)

In tema di abuso d’ufficio, il dolo intenzionale che non è escluso dalla finalità pubblica perseguita dall’agente, non sussiste quando il soddisfacimento degli interessi pubblici prevalga sugli interessi privati, mentre è integrato qualora il fine pubblico rappresenti una mera occasione o un pretesto per occultare la commissione della condotta illecita. (Fattispecie nella quale la S.C. ha reputato corretta la reiezione del ricorso della parte civile da parte della Corte d’Appello per mancata specificazione della prevalente intenzione del pubblico ufficiale di favorire se stesso o di recare indebiti vantaggi a terzi). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 13735 del 22 marzo 2013 (Cass. pen. n. 13735/2013)

In tema di abuso di ufficio, il requisito della violazione di legge o di regolamento può consistere anche nella inosservanza del principio di imparzialità previsto dall’art. 111 comma secondo della Costituzione, espressione del più generale principio previsto dall’art. 97 della Costituzione che impone ad ogni pubblico funzionario, e quindi anche al giudice, nell’esercizio delle sue funzioni, una vera e propria regola di comportamento quale quella di non usare il potere che la legge gli conferisce per compiere deliberati trattamenti di favore. (Fattispecie in tema di assegnazione di procedimenti fallimentari in violazione delle disposizioni tabellari, dei criteri di distribuzione automatica degli affari e delle prassi interne ad un ufficio giudiziario; nel formulare il principio indicato, la Corte ha affermato che le norme tabellari, come anche le prassi interne di ripartizione degli affari, costituiscono strumenti di trasparenza nell’assegnazione degli affari contenziosi inscindibilmente connessi al principio di imparzialità).

In tema di abuso d’ufficio, il requisito del vantaggio patrimoniale va riferito al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale e sussiste non solo quando l’abuso sia volto a procurare beni materiali o altro, ma anche quando sia volto a creare un accrescimento della situazione giuridica soggettiva a favore di colui nel cui interesse l’atto è stato posto in essere. (Fattispecie in cui il vantaggio è stato configurato nell’aver garantito ai soggetti interessati ad una procedura fallimentare, tramite la nomina di un giudice delegato di comodo, spazi di gestione della procedura consoni all’interesse della debitrice fallita). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12370 del 15 marzo 2013 (Cass. pen. n. 12370/2013)

In tema di abuso di ufficio, i “regolamenti” la cui violazione integra la condotta delittuosa sono quelli adottati secondo il modello previsto dalla legge 23 agosto 1988, n. 400 e quelli che trovino fondamento in ogni altra disposizione di legge che attribuisca ad un organo il potere di adottare atti amministrativi a carattere generale. (Nella specie la Corte ha ritenuto integrare la condotta di abuso d’ufficio la violazione delle prescrizioni dettate dal comandante del porto di Barletta attinenti alla sicurezza portuale, in quanto espressione del potere riconosciutogli dall’art. 81 del codice della navigazione e dall’art. 59 del relativo regolamento). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 43476 del 8 novembre 2012 (Cass. pen. n. 43476/2012)

Per l’oggettiva configurabilità del reato di abuso di ufficio è necessario che l’ingiusto vantaggio patrimoniale sia conseguenza diretta della condotta abusiva. (Nella specie, la Corte ha escluso la configurabilità del reato a carico di un assessore comunale al bilancio cui era stato contestato di aver occultato il disavanzo di un comune per impedire la declaratoria del dissesto, con conseguente vantaggio patrimoniale consistito nel permanere nella funzione ricoperta, non prevedendo l’art. 248, comma quinto, TUEL alcuna automatica decadenza a seguito del dissesto, ma solo una possibile declaratoria di incompatibilità, conseguente, però, ad eventuale giudizio contabile). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 27604 del 11 luglio 2012 (Cass. pen. n. 27604/2012)

La fattispecie di abuso d’ufficio può essere integrata anche in riferimento ad un atto interno al procedimento amministrativo, non rilevando la circostanza che il provvedimento definitivo sia emesso da altro pubblico ufficiale. (Fattispecie relativa all’illegittimo rilascio di un permesso di costruire per la realizzazione di un impianto di trasformazione inerti, la cui istruttoria era stata illecitamente svolta dal responsabile del procedimento, mentre il relativo provvedimento era stato emesso dal responsabile dell’ufficio tecnico comunale). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 43669 del 25 novembre 2011 (Cass. pen. n. 43669/2011)

Il delitto di abuso d’ufficio è configurabile non solo quando la condotta si ponga in contrasto con il significato letterale, o logico-sistematico di una norma di legge o di regolamento, ma anche quando la stessa contraddica lo specifico fine perseguito dalla norma attributiva del potere esercitato, per realizzare uno scopo personale od egoistico, o comunque estraneo alla P.A., concretandosi in uno “sviamento” produttivo di una lesione dell’interesse tutelato dalla norma incriminatrice. (Fattispecie in cui un carabiniere aveva imposto a delle cittadine extracomunitarie l’obbligo di esibizione dei documenti di soggiorno, ingiungendo loro di attendere l’arrivo di una pattuglia dei carabinieri esclusivamente per finalità ritorsive e vessatorie). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35597 del 30 settembre 2011 (Cass. pen. n. 35597/2011)

In tema di elemento soggettivo del delitto di abuso d’ufficio, il dolo intenzionale riguarda soltanto l’evento del reato, mentre gli altri elementi della fattispecie sono oggetto di dolo generico. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 34116 del 15 settembre 2011 (Cass. pen. n. 34116/2011)

In tema di abuso d’ufficio, il requisito della violazione di norme di legge può essere integrato anche solo dall’inosservanza del principio costituzionale di imparzialità della P.A., per la parte in cui esprime il divieto di ingiustificate preferenze o di favoritismi che impone al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio una precisa regola di comportamento di immediata applicazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 27453 del 13 luglio 2011 (Cass. pen. n. 27453/2011)

Il dolo intenzionale del delitto di abuso d’uffucio non è escluso dalla mera compresenza di una finalità pubblicistica nella condotta del pubblico ufficiale, essendo necessario, per ritenere insussistente l’elemento soggettivo, che il perseguimento del pubblico interesse costituisca il fine primario dell’agente. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 18895 del 13 maggio 2011 (Cass. pen. n. 18895/2011)

Integra il delitto di abuso d’atti d’ufficio la condotta del dipendente di Poste Italiane s.p.a. addetto ad una struttura di accettazione della corrispondenza, funzione da cui deriva la sua qualifica di incaricato di pubblico servizio, il quale invii indebitamente alla rete di distribuzione pubblica la stessa corrispondenza priva della richiesta affrancatura. (Fattispecie in cui l’agente aveva fatto recapitare a varie persone corrispondenza del sindacato cui apparteneva priva della necessaria affrancatura). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37775 del 22 ottobre 2010 (Cass. pen. n. 37775/2010)

Integra il delitto di abuso d’atti d’ufficio la condotta degli organi comunali che predispongono una gara d’appalto per il noleggio di strumenti per la rilevazione della velocità dei veicoli (cosiddetto “autovelox”), determinandone il valore con riferimento ad una percentuale degli incassi previsti per le future infrazioni piuttosto che al costo, agevolmente individuabile, per l’installazione, la manutenzione e ogni altro servizio accessorio relativo all’utilizzo delle suddette apparecchiature. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10620 del 17 marzo 2010 (Cass. pen. n. 10620/2010)

Integra il delitto di abuso d’ufficio la condotta del sindaco che ometta intenzionalmente di attivare le specifiche procedure di garanzia atte a porre rimedio alla mancata esecuzione dolosa da parte dei funzionari comunali, competenti per legge in materia di violazioni edilizie, di un’ordinanza di demolizione di un immobile.

Il delitto di abuso d’atti d’ufficio può essere integrato anche attraverso una condotta meramente omissiva, rimanendo in tal caso assorbito il concorrente reato di omissione d’atti d’ufficio in forza della clausola di consunzione contenuta nell’art. 323, comma primo, c.p. (Fattispecie in cui è stata ritenuto configurabile il reato di abuso d’atti d’ufficio in relazione alla condotta del sindaco e di alcuni funzionari comunali che avevano deliberatamente omesso di dare esecuzione all’ordinanza di demolizione di un immobile al fine di procurare un indebito vantaggio ai proprietari). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10009 del 11 marzo 2010 (Cass. pen. n. 10009/2010)

Integra la condotta del reato di abuso d’ufficio il rilascio da parte degli organi comunali di una licenza per autonoleggio senza la previa adozione a tal fine di un bando di concorso pubblico, come previsto dall’art. 8 L. 15 gennaio 1992, n.21, il quale non si pone in contrasto con il principio di libero accesso al mercato in materia di trasporti affermato dalla disciplina comunitaria, atteso che il contingentamento delle autorizzazioni previsto dalla norma citata non determina alcuna discriminazione tra vettori nazionali e vettori stranieri. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44516 del 19 novembre 2009 (Cass. pen. n. 44516/2009)

La condotta del pubblico ufficiale che si esaurisca in una falsificazione integra il solo reato di falso (nella specie, ideologico in certificati) e non anche il reato di abuso d’ufficio, da considerare assorbito nel primo, a nulla rilevando la diversità dei beni giuridici tutelati dalle due norme incriminatrici. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 42577 del 6 novembre 2009 (Cass. pen. n. 42577/2009)

I regolamenti comunali adottati ai sensi del D.L.vo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), per disciplinare l’ordinamento degli uffici e la dotazione organica, devono essere annoverati tra le fonti regolamentari la cui violazione può integrare il reato di abuso d’ufficio. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 26175 del 23 giugno 2009 (Cass. pen. n. 26175/2009)

Integra il delitto di abuso d’ufficio la condotta del Sindaco che, per mero spirito di ritorsione, revochi l’incarico di un dirigente di un settore comunale. (Nell’affermare tale principio, la Corte ha chiarito che, anche dopo la privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti, non è mutata la natura pubblicistica della funzione svolta e dei poteri esercitati dai dirigenti amministrativi e, con essa, la qualifica di pubblico ufficiale rilevante ai fini dell’art. 357 c.p.). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 19135 del 7 maggio 2009 (Cass. pen. n. 19135/2009)

Integra il delitto di abuso d’ufficio l’indebito uso del bene che non comporti la perdita dello stesso e la conseguente lesione patrimoniale a danno dell’avente diritto. (Nella fattispecie, relativa al prelievo di somme dal fondo detenuti da parte del funzionario preposto, allo scopo di usarle come anticipo per il pagamento di una missione fuori sede per conto dell’Ufficio, la Corte ha qualificato il fatto come abuso d’ufficio e non peculato, posto che l’imputato, pur avendo tratto un indebito vantaggio dall’utilizzo della somma, non aveva inteso appropriarsene, ma adoperarla in un ambito di finalità latamente pubblica). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 14978 del 7 aprile 2009 (Cass. pen. n. 14978/2009)

In tema di abuso d’ufficio, l’erronea interpretazione di una norma amministrativa può essere sintomatica dell’illecita volontà vietata dalla norma penale soltanto quando si discosti in termini del tutto irragionevoli dal senso giuridico comune, tanto da apparire arbitraria, ravvisandosi, in caso contrario, la sussistenza di un errore su norma extrapenale. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10636 del 10 marzo 2009 (Cass. pen. n. 10636/2009)

Integra la violazione di legge, rilevante ai fini della configurabilità del reato di abuso d’ufficio, l’inosservanza da parte del giudice del principio di imparzialità. (Fattispecie in cui è stato configurato il reato di cui all’art. 323 c.p. in relazione alla condotta di un giudice di pace, che, all’esito di una causa civile, aveva comunicato alla parte vittoriosa il contenuto della sentenza non ancora depositata e pubblicata) Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9862 del 4 marzo 2009 (Cass. pen. n. 9862/2009)

Integra l’elemento oggettivo del delitto di abuso d’ufficio la violazione delle norme di legge inerente al vizio di incompetenza cosiddetta “relativa”, prevista dall’art. 21 octies L. n. 241 del 1990, che determina l’illegittimità del provvedimento adottato e non la sua nullità, che si verifica nell’ipotesi di difetto assoluto di attribuzione. (Fattispecie relativa all’approvazione, da parte della giunta comunale, di un atto riservato al consiglio ai sensi dell’art. 42 T.U. enti locali, e all’adozione, da parte di un assessore comunale, di un provvedimento di competenza del dirigente a norma dell’art. 6 L. n. 127 del 1997). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7105 del 29 gennaio 2009 (Cass. pen. n. 7105/2009)

È configurabile il reato d’abuso d’ufficio per violazione di legge nella condotta del dirigente scolastico che qualifichi come ingiustificata l’assenza dal servizio di un insegnante, dovuta invece ad un precedente provvedimento di sospensione dal servizio. (Nell’affermare tale principio, la Corte ha stabilito che tale abuso costituisce una diretta violazione di legge per l’assenza dei presupposti di fatto che consentono l’azione della P.A. ). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37172 del 30 settembre 2008 (Cass. pen. n. 37172/2008)

Integra il delitto di abuso d’ufficio la condotta del medico specialista di una struttura sanitaria pubblica che, immediatamente dopo aver effettuato una visita ambulatoriale, inviti il paziente a recarsi nel suo laboratorio privato per un approfondimento diagnostico invece che indirizzarlo ad uno dei contigui presidi ospedalieri, perché tale condotta viola il dovere di astensione e realizza un ingiusto vantaggio patrimoniale in favore del medico che non cessa di esercitare l’attività di pubblico rilievo nella fase del cosiddetto dopo-visita. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 27936 del 8 luglio 2008 (Cass. pen. n. 27936/2008)

In tema di abuso di ufficio, non integra la fattispecie criminosa, per difetto di ricorrenza di un dovere di astensione, la condotta del direttore di un pubblico ente di ricerca che vada a comporre la commissione giudicatrice di un concorso per l’assunzione di personale presso l’ente stesso, al quale partecipino, come candidati, soggetti già ivi impiegati con qualifiche inferiori a quella relativa al posto messo a concorso. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 25525 del 20 giugno 2008 (Cass. pen. n. 25525/2008)

In tema di abuso d’ufficio, il requisito della violazione di norme di legge può essere integrato dall’inosservanza del principio costituzionale di imparzialità della P.A., per la parte in cui riguarda l’attività dei pubblici funzionari, poiché esprime il divieto di ingiustificate preferenze o di favoritismi. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto ravvisabile il delitto di abuso d’ufficio in un caso in cui il funzionario della Motorizzazione civile aveva provveduto sistematicamente al preferenziale disbrigo delle pratiche avviate da una specifica agenzia, a discapito delle altre agenzie di pratiche automobilistiche ). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 25162 del 19 giugno 2008 (Cass. pen. n. 25162/2008)

In tema di abuso d’ufficio, ai fini della configurabilità dell’elemento soggettivo è richiesto il dolo intenzionale, ossia la rappresentazione e la volizione dell’evento come conseguenza diretta e immediata della condotta dell’agente e obiettivo primario da costui perseguito. Ne discende che se l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria della condotta omissiva dell’agente, rimanendo incompleta la prova della sua deliberata intenzionalità, il fatto illecito deve essere diversamente qualificato ai sensi dell’art. 328, comma primo, c.p. (Fattispecie in cui una dirigente scolastica aveva omesso di inoltrare al competente ministero il ricorso gerarchico avverso una sanzione disciplinare da lei stessa irrogata nei confronti di una insegnante). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10390 del 6 marzo 2008 (Cass. pen. n. 10390/2008)

In tema di abuso d’ufficio, deve escludersi l’elemento soggettivo, caratterizzato dal dolo intenzionale, nella condotta del notaio che omette di esercitare il potere di vigilanza e di controllo sull’attività del presentatore, al quale abbia interamente delegato la gestione degli adempimenti inerenti al servizio dei protesti delle cambiali e degli assegni bancari. (Nel caso di specie, la Corte ha escluso l’intenzionalità del dolo poichè gli effetti negativi della condotta infedele del presentatore erano stati conosciuti solo a seguito della segnalazione inviata da un istituto di credito). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 41237 del 8 novembre 2007 (Cass. pen. n. 41237/2007)

In materia di abuso d’ufficio, integra il requisito della violazione di legge il mutamento di destinazione di una dipendente comunale dallo svolgimento delle mansioni di coordinatrice economa a quelle di prevenzione ed accertamento delle violazioni in materia di sosta, deliberato dal Sindaco in violazione dell’art. 56 D.L.vo n. 29 del 1993 sui dipendenti delle pubbliche amministrazioni e dell’art. 7 C.C.N.L. dei dipendenti degli enti locali recepito nel D.P.R. n. 593 del 1993. (Nella motivazione, la Corte ha precisato che tali norme, pur consentendo che un dipendente possa essere adibito a svolgere compiti di qualifica immediatamente inferiore, richiedono, tuttavia, l’occasionalità della destinazione e la possibilità che ciò avvenga con criteri di rotazione). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 40891 del 7 novembre 2007 (Cass. pen. n. 40891/2007)

Non integra, sotto il profilo soggettivo, il reato di abuso d’ufficio la condotta del Sindaco il quale, per far fronte alle esigenze abitative di famiglie colpite da provvedimenti di sfratto, requisisca case di abitazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 38259 del 16 ottobre 2007 (Cass. pen. n. 38259/2007)

In tema di abuso d’ufficio, è idonea ad integrare la violazione di legge, rilevante ai fini della sussistenza del reato, l’inosservanza da parte dell’amministratore pubblico del dovere di compiere una adeguata istruttoria diretta ad accertare la ricorrenza delle condizioni richieste per il rilascio di un’autorizzazione, incidendo la stessa direttamente sulla fase decisoria in cui i diversi interessi, pubblici e privati, devono essere ponderati. (Fattispecie relativa al rilascio di un’autorizzazione edilizia per la realizzazione di lavori di manutenzione, in assenza dell’attività istruttoria prevista dall’art. 3 L. 7 agosto 1990, n. 241, e sulla base di una documentazione insufficiente, attestante l’esistenza di immobili in realtà inesistenti). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37531 del 11 ottobre 2007 (Cass. pen. n. 37531/2007)

In tema di abuso d’ufficio, va esclusa la carenza dell’elemento soggettivo allorquando una prassi diffusa si sia inserita in un contesto giuridico amministrativo, se non contrario, sicuramente incerto in ordine alla possibilità di realizzare l’attività contestata, dovendo il pubblico dipendente, o comunque la persona addetta ad un pubblico servizio, astenersi dal porre in essere comportamenti di incerta rilevanza ed acquisire dai competenti organi amministrativi le necessarie informazioni ed assicurazioni circa la legittimità dell’attività svolta, in modo da adempiere a quell’onere informativo che potrebbe rendere scusabile l’errore sulla legge penale. (Fattispecie relativa allo svolgimento, da parte di ostetriche in servizio presso un’azienda ospedaliera, di attività libero-professionale intramuraria, consistita nel prestare assistenza privata e remunerata al travaglio e al parto di puerpere ricoverate presso un ospedale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35813 del 28 settembre 2007 (Cass. pen. n. 35813/2007)

In tema di reato di abuso d’atti d’ufficio di cui all’art. 323, comma secondo, c.p., nel testo previgente alle modifiche apportate dalla L. n. 234 del 1997, deve ritenersi finalizzata al conseguimento di un ingiusto vantaggio patrimoniale la condotta di un assistente medico dipendente di un Centro trasfusionale che, nello svolgimento delle sue funzioni presso la medesima struttura pubblica, dopo aver proceduto al prelievo, alla raccolta e alla conservazione di sangue umano, dirotta i pazienti verso una clinica privata e si fa retribuire per ogni autotrasfusione eseguita presso quest’ultima. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 30979 del 30 luglio 2007 (Cass. pen. n. 30979/2007)

Integra il reato di abuso di ufficio la condotta del segretario di seggio elettorale che, esercitando legittimamente funzioni vicarie del presidente, nel provvedere alla sostituzione di scrutatore assente, designi all’incarico un congiunto (nella specie, la sorella), allo scopo di procurargli un ingiusto vantaggio, in violazione della disposizione contenuta nell’art. 41, comma secondo, D.P.R. 30 marzo 1957 n. 361 (testo unico per le elezioni comunali), la quale prevede che siano chiamati, in sostituzione dello scrutatore assente, alternativamente l’anziano e il più giovane tra gli elettori presenti muniti di certificato elettorale e di valido documento di identità, a nulla rilevando la circostanza della competenza funzionale alla sostituzione in capo al presidente di seggio, momentaneamente assente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 17980 del 10 maggio 2007 (Cass. pen. n. 17980/2007)

La violazione degli strumenti urbanistici, pur non potendosi questi configurare come norme di legge o di regolamento, integra, nei congrui casi, il reato di abuso di ufficio, in quanto rappresenta solo il presupposto di fatto della violazione della normativa legale in materia urbanistica, alla quale deve farsi riferimento quale dato strutturale della fattispecie delittuosa prevista dall’art. 323 c.p. (Fattispecie nella quale il capo dell’ufficio tecnico di un Comune aveva dato, in spregio degli strumenti urbanistici, parere favorevole al progetto, presentato dal segretario dello stesso Comune, di ricostruzione di un fabbricato demolito nel centro storico). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11620 del 20 marzo 2007 (Cass. pen. n. 11620/2007)

Ai fini dell’astratta configurabilità del reato di cui all’art. 323 c.p. con riferimento ad un concorso per l’assegnazione di un incarico, non rileva la natura pubblica o privata della procedura di selezione dei candidati, bensì che la stessa sia diretta al conferimento di un pubblico ufficio. (Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto configurabile il reato di cui all’art. 323 c.p. nella violazione di legge concernente la procedura per l’assegnazione di un incarico direttivo all’interno di una Asl). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 41365 del 18 dicembre 2006 (Cass. pen. n. 41365/2006)

La mancanza dell’autorizzazione per il pubblico dipendente da parte dell’ente di appartenenza a svolgere un’ulteriore attività, anche se remunerata, per conto di un privato, ha rilievo esclusivamente disciplinare: tale mancanza determina per contro la configurabilità del reato di abuso di ufficio laddove essa autorizzazione sia diretta a consentire l’utilizzo delle strutture pubbliche dell’amministrazione anche sotto il profilo della «spendita del nome» e a quantificare il costo dell’utilizzo medesimo da calcolare sulla percentuale del compenso da versare all’ente pubblico.

Ai fini dell’integrazione del reato di abuso d’ufficio (art.323 c.p.) è necessario che sussista la cosiddetta doppia ingiustizia, nel senso che ingiusta deve essere la condotta, in quanto connotata da violazione di legge, ed ingiusto deve essere l’evento di vantaggio patrimoniale, in quanto non spettante in base al diritto oggettivo regolante la materia. Ne consegue che occorre una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi far discendere l’ingiustizia del vantaggio conseguito dalla illegittimità del mezzo utilizzato e quindi dalla accertata esistenza dell’illegittimità della condotta. (Nella fattispecie, relativa all’attività di ricerca svolta da un medico per conto di una società privata attraverso l’uso delle strutture ospedaliere ma senza la previa autorizzazione dell’azienda sanitaria, la Corte ha ritenuto che il comportamento illegittimo del medico, in quanto posto in essere in contrasto con la norma regolamentare, abbia prodotto un ingiusto vantaggio, ma solo nei limiti della percentuale del compenso che il soggetto avrebbe dovuto versare all’ente ospedaliero). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35381 del 23 ottobre 2006 (Cass. pen. n. 35381/2006)

Configura il delitto di abuso di ufficio la condotta del direttore generale di una ASL che attribuisca in suo favore l’incremento stipendiale previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 502 del 1995, sostituendosi alla Regione nella valutazione dei relativi presupposti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 14043 del 20 aprile 2006 (Cass. pen. n. 14043/2006)

La violazione da parte del pubblico ufficiale delle norme collettive contrattuali applicabili ai rapporti di pubblico impiego non realizza uno dei presupposti necessari per la configurabilità del reato di abuso di ufficio. (Nella specie, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza con la quale i giudici di merito avevano condannato per abuso d’ufficio un pubblico ufficiale per non aver applicato l’art. 28 del C.C.N.L.) Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 13511 del 13 aprile 2006 (Cass. pen. n. 13511/2006)

Non è idonea a rendere configurabile la violazione di legge rilevante ai fini dell’integrazione del delitto di abuso d’ufficio la sola inosservanza di norme di principio o di quelle genericamente strumentali alla regolarità dell’azione amministrativa. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte, in un caso in cui all’imputato erano stati contestati i reati di falso e di abuso d’ufficio per avere alterato la copia di una circolare al fine di danneggiare un dipendente, ha escluso che, una volta ritenuta l’insussistenza del primo di detti reati, potesse affermarsi la sussistenza del secondo, con riferimento alla dedotta violazione, in particolare, dell’art. 97 Cost.). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12769 del 11 aprile 2006 (Cass. pen. n. 12769/2006)

In tema di abuso d’ufficio, anche precedentemente alla modifica dell’art. 323 c.p. in base alla L. n. 324 del 1997, ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo del reato è richiesto che l’abuso si realizzi attraverso l’esercizio da parte del pubblico ufficiale di un potere per scopi diversi da quelli imposti dalla natura della funzione ad esso attribuita. Ne consegue che quando il pubblico ufficiale agisca del tutto al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni il reato in questione non è configurabile. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 7600 del 2 marzo 2006 (Cass. pen. n. 7600/2006)

In tema di reato di abuso d’ufficio la condotta dell’agente rileva penalmente solo se l’ingiusto vantaggio patrimoniale è conseguito attraverso la violazione di legge o di regolamento, con esclusione degli atti che hanno natura meramente interpretativa o attuativa di normative preesistenti e che comunque sono privi della forza normativa propria della legge o del regolamento. (Nel caso di specie la Corte ha escluso che potesse integrare il reato di cui all’art. 323 c.p. la sola violazione di norme contenute nell’art. 9 D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, regolamento attuativo del testo unico delle disposizioni sulla disciplina dell’immigrazione, e nella circolare del 17 settembre 1997, n. 8, in materia di permessi brevi per turismo ed affari). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44952 del 7 dicembre 2005 (Cass. pen. n. 44952/2005)

Il reato di abuso d’ufficio ha natura necessariamente plurioffensiva quando è commesso arrecando ad altri un danno ingiusto, nel senso, cioè, che devono essere lesi sia gli interessi costituzionalmente tutelati del buon andamento e dell’imparzialità della P.A. (art. 97 Cost.), sia quelli di un extraneus o anche di un dipendente dell’amministrazione stessa, purché sia toccato nella sua personale condizione giuridica derivante dal rapporto di impiego. (Nella specie la Corte ha escluso la sussistenza del reato in quanto l’effetto dannoso si era prodotto esclusivamente sulla pubblica amministrazione).

In tema di abuso di ufficio, il vantaggio patrimoniale considerato tra gli elementi essenziali della fattispecie di cui all’art. 323 c.p., deve determinare di per sé un beneficio economicamente apprezzabile, nel senso che deve avere un connotato di intrinseca patrimonialità oppure deve derivare dalla creazione di una condizione più favorevole sotto il profilo economico, non potendosi considerare sufficiente il determinarsi di una situazione solo indirettamente o potenzialmente valutabile economicamente. (Fattispecie in cui era stata contestata ad un magistrato l’ingerenza sull’esito dei procedimenti penali e disciplinari a suo carico). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 39259 del 25 ottobre 2005 (Cass. pen. n. 39259/2005)

È ravvisabile il reato di abuso d’ufficio nel comportamento del Direttore del circolo didattico, che abbia negato il rilascio a un insegnante del permesso previsto dall’art. 33 della L. 5 febbraio 1992, n. 104 a favore dei genitori di minori portatori di handicap, ponendo in dubbio la permanenza della patologia, ancor prima di ricevere un parere in merito da parte della Unità sanitaria locale. (Nell’affermare tale principio, la Corte ha chiarito che, poggiando la tutela delle persone handicappate su esigenze di celerità e di urgenza, l’imputato avrebbe dovuto concedere il permesso richiesto, riservandosi eventualmente di negarlo, una volta appurato il regresso della patologia). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 36597 del 10 ottobre 2005 (Cass. pen. n. 36597/2005)

È ravvisabile il delitto di abuso d’ufficio nel comportamento di un ispettore di polizia che impartisca ai cittadini, con i quali intrattiene rapporti per ragioni del suo ufficio, consigli sulla nomina del difensore di fiducia, avviandoli presso uno studio di un avvocato. (Nell’affermare tale principio, la Corte ha chiarito che il profitto procurato al professionista doveva ritenersi ingiusto, in quanto conseguito in violazione dell’art. 19 del codice deontologico forense, approvato il 17 aprile 1997, che fa divieto del cosiddetto accaparramento di cliente). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 36592 del 10 ottobre 2005 (Cass. pen. n. 36592/2005)

In tema di abuso di ufficio, non è configurabile nella mera «raccomandazione» o nella «segnalazione» una forma di concorso morale nel reato, in assenza di ulteriori comportamenti positivi o coattivi che abbiano efficacia determinante sulla condotta del soggetto qualificato, atteso che la «raccomandazione» come fatto a sè stante, non ha efficacia causativa sul comportamento del soggetto attivo, il quale è libero di aderire o meno alla segnalazione secondo il suo personale apprezzamento. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35661 del 4 ottobre 2005 (Cass. pen. n. 35661/2005)

In tema di abuso d’ufficio, l’aggravante del danno di rilevante gravità, prevista dal secondo comma dell’art. 323 c.p., ha carattere di specialità rispetto a quella comune, di analogo contenuto, prevista dall’art. 61, n. 7 c.p., per cui deve escludersi che quest’ultima possa concorrere con l’altra. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 33933 del 22 settembre 2005 (Cass. pen. n. 33933/2005)

L’Ufficio competente al rilascio delle concessioni edilizie deve previamente accertare che chi richiede di costruire si trovi nelle condizioni di legittimazione previste dall’art. 4 legge 28 gennaio 1977 n. 10 (ora sostituito dall’art. 11 D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380). Ne consegue che è configurabile il reato di cui all’art. 323 c.p. nella condotta del Sindaco che, omettendo di effettuare i suddetti accertamenti, rilasci la concessione edilizia ad un soggetto non proprietario nè titolare di altro diritto reale sull’area da edificare, ma soltanto parte di un contratto preliminare di vendita. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 33047 del 7 settembre 2005 (Cass. pen. n. 33047/2005)

In tema di abuso di ufficio, il sindaco e l’assessore all’urbanistica non hanno il dovere di astenersi dalla delibera di approvazione del piano regolatore generale, trattandosi di un atto finale di un procedimento complesso in cui vengono valutati, ponderati e composti molteplici interessi, sia individuali che pubblici, sicché il voto espresso dagli amministratori non riguarda la destinazione della singola area o la specifica prescrizione, ma il contenuto generale del provvedimento, cioè l’assetto territoriale nel suo complesso. (In motivazione la Corte ha affermato che il dovere di astensione sussiste, con conseguente configurabilità del reato, qualora si tratti di delibere su opposizioni al piano regolatore generale che riguardino interessi personali dell’amministratore o di un suo prossimo congiunto). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44620 del 17 novembre 2004 (Cass. pen. n. 44620/2004)

A seguito della nuova formulazione della fattispecie di abuso di ufficio ad opera della legge 16 luglio 1997, n. 234, che ha novellato l’art. 323 c.p., il reato in questione non può configurarsi se non in presenza di una «violazione di norma di legge o di regolamento» (ovvero di una omissione del dovere di astenersi ricorrendo un interesse proprio dell’agente o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti). Ne consegue che è stata espunta dall’area della rilevanza penale ogni ipotesi di abuso di poteri o di funzioni non concretantesi nella formale violazione di norme legislative o regolamentari o del dovere di astensione, negandosi al giudice penale la possibilità di invadere l’ambito della discrezionalità amministrativa che il legislatore ha ritenuto, anche per esigenze di certezza del precetto penale, di sottrarre a tale sindacato. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 37515 del 23 settembre 2004 (Cass. pen. n. 37515/2004)

È configurabile il reato di abuso di ufficio nella condotta dell’ispettore di p.s. che dispone un’ispezione in un pubblico locale per scopi personali, poiché in tal modo sono violate sotto il profilo finalistico le norme del TULPS che abilitano l’autorità di pubblica sicurezza ai controlli amministrativi nei locali pubblici (nella specie, l’ispezione veniva disposta a seguito del rifiuto da parte del gestore di una discoteca dell’ingresso del fratello dell’agente, perché privo di invito). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 28389 del 23 giugno 2004 (Cass. pen. n. 28389/2004)

Risponde del reato di abuso di ufficio il sindaco, in concorso con gli amministratori dell’istituto bancario, concessionario del servizio unico di tesoreria del Comune, che consente di mantenere in deposito presso quest’ultimo i fondi straordinari erogati dallo Stato per la ricostruzione nelle aree terremotate ai sensi della legge n. 536/1981, che, in quanto non utilizzati, avrebbero dovuto essere trasferiti nella contabilità infruttifera della Tesoreria provinciale dello Stato, così come previsto dall’art. 40 della legge 30 marzo 1981, n. 119 (Legge finanziaria del 1981), mod. dall’art. 3 della legge 29 ottobre 1984, n. 720 (Istituzione del sistema di tesoreria unica per enti ed organismi pubblici). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 28336 del 23 giugno 2004 (Cass. pen. n. 28336/2004)

La violazione di norme igienico-sanitarie da parte di ditta aggiudicataria della gara di appalto per la refezione nelle scuole comunali non realizza uno dei presupposti necessari per la configurabilità del reato di abuso di ufficio in capo al Sindaco del Comune firmatario dell’appalto, trattandosi di norme non riferite alla condotta del pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, bensì a quella dell’esercente un’attività che impone determinate prescrizioni sanitarie e potendo rilevare la circostanza che il Sindaco avesse avallato illecitamente l’aggiudicazione alla ditta solo ai fini di un suo eventuale concorso morale nella predetta violazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 21110 del 5 maggio 2004 (Cass. pen. n. 21110/2004)

Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo nel delitto di abuso di ufficio di cui all’art. 323 c.p., non è sufficiente nè il dolo eventuale — e cioè l’accettazione del rischio del verificarsi dell’evento nè quello diretto — e cioè la rappresentazione dell’evento come realizzabile con elevato grado di probabilità o addirittura con certezza, senza essere un obiettivo perseguito —, ma è richiesto il dolo intenzionale, e cioè la rappresentazione e la volizione dell’evento di danno altrui o di vantaggio patrimoniale, proprio o altrui, come conseguenza diretta e immediata della condotta dell’agente e obiettivo primario da costui perseguito. Ne consegue che se l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria dell’operato dell’agente, diretto a perseguire, in via primaria, l’obiettivo di un interesse pubblico di preminente rilievo, riconosciuto dall’ordinamento e idoneo ad oscurare il concomitante favoritismo o danno per il privato, non è configurabile il dolo intenzionale e pertanto il reato non sussiste. (Nella specie, la Corte ha escluso la configurabilità del reato nella condotta di alcuni componenti di una giunta municipale che avevano approvato una delibera di sospensione di erogazioni in danaro a una fondazione gestita dal Comune dopo l’intervenuto pignoramento della relativa somma ad istanza dell’unico dipendente di essa per crediti di lavoro, al fine di evitare un appesantimento della posizione debitoria della fondazione e così un danno ulteriore alla posizione del creditore pignorante). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 21091 del 5 maggio 2004 (Cass. pen. n. 21091/2004)

In tema di abuso di ufficio, realizza l’evento del danno ingiusto ogni comportamento che determini un’aggressione ingiusta alla sfera della personalità, per come tutelata dai principi costituzionali. (Fattispecie in cui il pubblico ufficiale aveva emesso un ordine di servizio con cui revocava ogni incarico ad una dipendente, in modo indebito e come ritorsione per aver testimoniato contro di lui, determinandole oltre che un danno economico derivante dalla perdita dell’incremento dello straordinario, derivante dai turni di disponibilità, anche una perdita di prestigio e decoro nei confronti dei colleghi di lavoro). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4945 del 6 febbraio 2004 (Cass. pen. n. 4945/2004)

In tema di reato di abuso d’ufficio, l’attuale configurazione del delitto di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) come reato di danno richiede che venga procurato a sè o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecato un danno ingiusto, ancorché non patrimoniale. Ne consegue che è configurabile il suddetto reato nel diniego opposto dal Rettore di un’università di far visionare ad un candidato per la nomina di Direttore generale dell’Azienda Policlinico la documentazione della selezione, anche se la realizzazione dell’evento di danno, consistito nella mancata consultazione della documentazione necessaria per l’esperimento di eventuali iniziative a tutela dei propri interessi, risulti preordinata a procurare ad altri un vantaggio non patrimoniale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 729 del 15 gennaio 2004 (Cass. pen. n. 729/2004)

In tema di abuso di ufficio, il vantaggio patrimoniale considerato tra gli elementi essenziali della fattispecie di cui all’art. 323 c.p.p., va riferito al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale e quindi non solo quando l’abuso sia volto a procurare beni materiali o altro, ma anche quando sia volto a creare un accrescimento della situazione giuridica soggettiva. (Fattispecie relativa al rilascio di una concessione edilizia a costruire un manufatto industriale in zona agricola con realizzazione di un vantaggio patrimoniale a prescindere dall’effettiva costruzione del bene).

In tema di abuso di ufficio, l’elemento soggettivo del reato consiste nella consapevolezza dell’ingiustizia del vantaggio patrimoniale e nella volontà di agire per procurarlo e può essere desunta dalla macroscopica illiceità dell’atto e dai tempi di emanazione. (Fattispecie relativa al rilascio di una concessione edilizia illegittima perché in violazione della legge urbanistica, emessa prima ancora dell’avvenuta presentazione del progetto da parte del privato e in presenza di un negativo parere dell’Ufficio tecnico comunale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 49554 del 31 dicembre 2003 (Cass. pen. n. 49554/2003)

In tema di abuso di ufficio, è attuata in violazione di legge anche la condotta che presenti difformità dalle prescrizioni di un atto amministrativo, quando questo sia stato espressamente adottato per adeguare il procedimento alle direttive di un atto avente forza di legge. (Fattispecie relativa alle violazioni di un capitolato speciale di appalto, che in premessa si richiamava all’art. 15 della legge 30 marzo 1981, n. 113 — poi abrogata dall’art. 20 del D.L.vo 24 luglio 1992, n. 358 — recante norme per l’adeguamento delle procedure di aggiudicazione delle pubbliche forniture alle direttive C.E.E. La Corte ha ritenuto che, per quanto l’imputazione fosse riferita alla mancata osservanza di specifiche norme del capitolato, potesse considerarsi contestata e realizzata una violazione della legge regolatrice della materia). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 48535 del 18 dicembre 2003 (Cass. pen. n. 48535/2003)

Commette il delitto di abuso d’ufficio il pubblico ufficiale che procuri illegittimamente assunzioni ad un pubblico impiego, essendo configurabile il profitto o il vantaggio ingiusto di natura patrimoniale nella attribuzione della posizione impiegatizia e nell’acquisizione del relativo status. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 44759 del 20 novembre 2003 (Cass. pen. n. 44759/2003)

Commette il reato di abuso d’ufficio il preside di una scuola che nomina a funzioni vicarie un insegnante, in violazione della disposizione per la quale l’attribuzione di tale incarico è elettiva, ed appartiene al collegio dei docenti, in tal modo realizzando un ingiusto vantaggio patrimoniale in favore del nominato cui è corrisposta l’idennità di funzione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 41918 del 4 novembre 2003 (Cass. pen. n. 41918/2003)

Non è configurabile a carico del Sindaco il reato di abuso d’ufficio, in relazione al mancato intervento previsto dall’art. 4 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 nel caso di realizzazione di un’opera abusiva, in quanto sia l’art. 51, lett. f) bis della legge 8 giugno 1990 n. 142 e succ. mod. che l’art. 107, comma terzo lett. g) del D.L. 18 agosto 2000, n. 267, attribuiscono espressamente ai dirigenti «tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell’abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale» Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 39087 del 16 ottobre 2003 (Cass. pen. n. 39087/2003)

Integra il reato di cui all’art. 323 c.p. la condotta di un magistrato della Procura generale della Repubblica presso la Corte d’appello, che incaricato dal dirigente dell’ufficio di svolgere una indagine amministrativa diretta ad acquisire informazioni su di un’istanza di rimessione del processo, conduca una vera e propria indagine preliminare, senza essere legittimato, nei confronti di magistrato dello stesso distretto di Corte d’appello, in tal modo cagionando loro intenzionalmente un danno ingiusto. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35127 del 4 settembre 2003 (Cass. pen. n. 35127/2003)

Il reato di abuso di ufficio connotato da violazione di norme di legge o di regolamento non è configurabile allorché la condotta tenuta dall’agente sia in contrasto con norme interne relative al procedimento che non abbiano i caratteri formali ed il regime giuridico della legge o del regolamento (in applicazione di tale principio la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata con la quale era stato ravvisato il delitto di cui all’art. 323 c.p. nei confronti di funzionari di un Ufficio Iva per aver violato, nella evasione di pratiche per il rimborso di crediti di imposta, «norme interne al procedimento»). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 34049 del 8 agosto 2003 (Cass. pen. n. 34049/2003)

In tema di abuso di ufficio, nella formulazione dell’art. 323 c.p.p. introdotta dalla legge 16 luglio 1997, n. 234, l’uso dell’avverbio «intenzionalmente» per qualificare il dolo ha voluto limitare il sindacato del giudice penale a quelle condotte del pubblico ufficiale dirette, come conseguenza immediatamente perseguita, a procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale o ad arrecare un ingiusto danno. Ne deriva che, qualora nello svolgimento della funzione amministrativa il pubblico ufficiale si prefigga di realizzare un interesse pubblico legittimamente affidato all’agente dell’ordinamento (non un fine privato per quanto lecito, non un fine collettivo, né un fine privato di un ente pubblico e nemmeno un fine politico), pur giungendo alla violazione di legge e realizzando un vantaggio al privato, deve escludersi la sussistenza del reato (in applicazione di tale principio la Corte ha ravvisato l’assenza dell’elemento soggettivo nella condotta del sindaco di un comune che aveva rilasciato un’autorizzazione sanitaria ad un ristoratore non abilitato allo scopo di perseguire il fine pubblico di far fronte ad una situazione emergenziale in occasione di un importante evento turistico del Comune). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 33068 del 5 agosto 2003 (Cass. pen. n. 33068/2003)

Allorché l’abuso di ufficio si concreti nella violazione del dovere di astensione, non è necessario individuare alcuna violazione di legge o di regolamento perché possa ritenersi sussistente l’elemento materiale del reato. (Fattispecie relativa a licenza commerciale in favore del locatario di un immobile nel quale si svolgeva l’esercizio di una macelleria, nel procedimento per il cui rilascio un sindaco, proprietario dello stesso locale, non si era astenuto dalla sottoscrizione del nulla-osta sanitario, peraltro illegittimo). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 26702 del 19 giugno 2003 (Cass. pen. n. 21432/2003)

Integra il reato di abuso di ufficio ai sensi dell’art. 323 c.p. la condotta del pubblico amministratore che rilasci una autorizzazione all’esercizio di commercio in un immobile non conforme alla legislazione urbanistica, in quanto realizza un vizio di violazione di legge previsto dalla disciplina del procedimento amministrativo per il rilascio della licenza de qua. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 21432 del 15 maggio 2003 (Cass. pen. n. 21432/2003)

In tema di abuso di ufficio nella formulazione introdotta dalla legge 14 luglio 1997, n. 234, l’elemento soggettivo del reato consiste nella consapevolezza dell’ingiustizia del vantaggio patrimoniale e nella volontà di agire per procurarlo, e l’elemento oggettivo consiste nella illegittimità del comportamento dovuta a violazione di norme e non può essere ravvisata quando vi sia ottemperanza a disposizioni ministeriali, provvisoriamente esecutive in attesa di nuovi decreti (Fattispecie relativa all’assegnazione ad istituti professionali di insegnanti, la cui materia sia stata soppressa, in attesa di attuare la loro riconversione professionale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 20688 del 9 maggio 2003 (Cass. pen. n. 20688/2003)

Nell’ipotesi di abuso di ufficio realizzato mediante omissione o rifiuto deve trovare applicazione l’art. 323, primo comma c.p., in quanto reato più grave di quello previsto dall’art. 328 c.p., tutte le volte in cui l’abuso sia stato commesso al fine di procurare a sè o ad altri un vantaggio ingiusto patrimoniale, o comunque per arrecare ad altri un danno ingiusto, e tali eventi si siano realizzati effettivamente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 18360 del 17 aprile 2003 (Cass. pen. n. 18360/2003)

Perché si configuri il delitto di abuso di ufficio di cui all’art. 323 c.p. non è sufficiente che il pubblico ufficiale abbia emesso un atto violando il proprio dovere di astensione, è necessario che tale atto abbia arrecato un indebito vantaggio patrimoniale; invece se l’atto è conforme al trattamento riservato a tutte le altre istanze di identico contenuto presentate dagli altri cittadini non è idoneo a configurare l’illecito. (Fattispecie relativa al Sindaco che in violazione al dovere di astensione riconosceva all’istanza di sospensione di pagamento presentata dalla moglie l’esenzione dall’imposta di bollo conformemente a tutte le altre istanze presentate da altri cittadini). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 17628 del 14 aprile 2003 (Cass. pen. n. 17628/2003)

Per la configurazione del reato di abuso di ufficio nella formulazione dell’art. 323 c.p. introdotta dalla L. 16 luglio 1997, n. 234, nel caso in cui il risultato dell’azione delittuosa consista nel cagionare un danno ingiusto, è indispensabile che tale danno sia conseguenza diretta ed immediata del comportamento dell’agente e quindi che sia da costui voluto quale obiettivo del suo operato, come si evince dall’avverbio intenzionalmente utilizzato dal legislatore. (Fattispecie in cui è stata esclusa l’ipotesi di reato per la dilazione della decisione di concedere l’autorizzazione per un passo carrabile giustificata dalla necessità di prevenire controversie con altre parti interessate e realizzata per acquisire ulteriori informazioni tecniche). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11413 del 11 marzo 2003 (Cass. pen. n. 11413/2003)

Nell’abuso di ufficio connesso a una violazione di legge, questa si pone come mero presupposto di fatto per l’integrazione del delitto, e lo specifico contenuto della regola violata non si incorpora nella norma penale e non va ad integrare la relativa fattispecie. Ne consegue che la sussistenza di tale requisito di fatto deve essere ricercata nel momento stesso del reato e la valutazione del giudice non può che essere rapportata al contenuto che quella regola possedeva al tempo in cui il reato fu commesso, con l’effetto ulteriore che, in caso di modificazione successiva di tale regola, non trova applicazione l’art. 2 c.p., in quanto la nuova legge di riferimento non introduce alcuna differente valutazione in relazione alla fattispecie legale astratta disegnata dalla norma incriminatrice e al suo significato di disvalore (rimanendo immutato il presupposto della “violazione di legge”), ma modifica una disposizione extrapenale che si limita ad influire, nel caso singolo, sulla concreta applicazione futura della stessa norma incriminatrice, nel senso che la sussistenza del requisito della “violazione di legge” va verificata alla luce della nuova regola. (Nella specie, in cui l’abuso era consistito nell’adozione, da parte di dirigenti di un Ente ospedaliero, di delibere che avevano posto a carico dell’Ente medesimo le spese legali per la difesa, in un processo per concussione, di un primario chirurgo e di un’infermiera, in violazione dell’art. 41 D.P.R. n. 270 del 1987, la sopravvenienza, nel corso del processo, di una disposizione meno rigorosa — quella dell’art. 26 CCNL della dirigenza medica del SSN — aveva indotto il giudice di merito ad applicare l’art. 2, comma secondo, c.p., sia pure limitatamente alla posizione del medico; la Corte, nell’enunciare il principio sopra trascritto, ha posto in evidenza come anche la disposizione sopravvenuta, al pari della precedente, subordinasse l’obbligo dell’Ente alla riferibilità ad esso del fatto del dipendente, che era esclusa in ogni caso dalla condotta concussiva di entrambi i ricorrenti, pur restando intangibile la statuizione assolutoria del chirurgo in mancanza di ricorso del P.M.). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10656 del 7 marzo 2003 (Cass. pen. n. 10656/2003)

Configura il delitto di abuso di ufficio la condotta del vigile urbano che, potendo procedere alla contestazione sul posto, disponga l’accompagnamento nei propri uffici, senza che la persona intimata abbia rifiutato di dichiarare le proprie generalità ovvero sussistano ragioni per ritenere la falsità delle dichiarazioni rese, in violazione di una specifica norma di legge (art. 11 del D.L. 21 marzo 1978, n. 59, convertito nella L. 18 maggio 1978, n. 191), provocando così un danno ingiusto, consistito in un’umiliante costrizione, percepita dalla vittima come conseguente ad un atteggiamento di vessazione del tutto inutile. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9970 del 4 marzo 2003 (Cass. pen. n. 9970/2003)

L’art. 323 c.p. delinea un reato di evento e non dà rilievo alla mera esposizione a pericolo dell’interesse garantito, sicché deve escludersi la configurazione del reato allorché non vi sia la prova che sia stato raggiunto un risultato contra ius anche se ricorra una condotta non iure dell’agente. (Fattispecie in tema di abuso d’ufficio da parte di un p.u. che aveva avocato a sé la trattazione di una pratica, senza avvertire il dovere di astenersi pur avendo intrattenuto rapporti economici con le parti interessate, in assenza, tuttavia, di dati probatori certi tali da collegarli, attraverso un idoneo nesso di causalità, con l’evento indicato rappresentato dall’ingiusto vantaggio patrimoniale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3381 del 23 gennaio 2003 (Cass. pen. n. 3381/2003)

È configurabile il delitto di abuso d’ufficio nel comportamento del sindaco che, allo scopo di favorire un proprio parente, pur avendo ricevuto dai Vigili Urbani un verbale di accertamento e denuncia di un’opera abusiva, omette l’immediata adozione dell’ordinanza di sospensione dei lavori. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3380 del 23 gennaio 2003 (Cass. pen. n. 3380/2003)

È legittimo il sequestro preventivo di un suolo per impedire l’ulteriore modifica contra legem dell’assetto del territorio, qualora l’imputazione abbia ad oggetto il delitto di abuso di ufficio, intenzionalmente diretto a consentire l’edificazione di un immobile, mediante il rilascio di una autorizzazione edilizia in violazione della normativa a tutela delle aree di particolare interesse ambientale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2887 del 21 gennaio 2003 (Cass. pen. n. 2887/2003)

Commette il reato di cui all’art. 323 c.p. il medico di una struttura pubblica il quale rappresenti al paziente l’imminenza di un pericolo per la sua salute (nel caso di specie un ictus in tempi brevi) e l’impossibilità di un ricovero tempestivo presso la struttura pubblica convincendolo ad eseguire gli esami più urgenti con successivo intervento chirurgico presso una clinica privata in cui il medico presta la propria opera professionale. Ciò in quanto uno stato di pericolo attuale costituisce una situazione di emergenza che rende doveroso per il medico della struttura pubblica disporre il ricovero immediato per procedere ad accertamenti tempestivi, eventualmente costringendo ad ulteriori attese pazienti le cui condizioni siano meno pressanti, e, nel caso, al tempestivo intervento chirurgico. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 960 del 13 gennaio 2003 (Cass. pen. n. 960/2003)

Ai fini dell’integrazione del reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) è necessario che sussista la c.d. doppia ingiustizia, nel senso che ingiusta deve essere la condotta, in quanto connotata da violazione di legge, ed ingiusto deve essere l’evento di vantaggio patrimoniale, in quanto non spettante in base al diritto oggettivo regolante la materia. Ne consegue che occorre una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi far discendere l’ingiustizia del vantaggio conseguito dalla illegittimità del mezzo utilizzato e quindi dalla accertata esistenza dell’illegittimità della condotta. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 62 del 8 gennaio 2003 (Cass. pen. n. 62/2003)

In tema di abuso di ufficio, nella formulazione dell’art. 323 c.p. introdotta dalla legge 14 luglio 1997, n. 234, l’uso dell’avverbio «intenzionalmente» per qualificare il dolo ha voluto limitare il sindacato del giudice penale a quelle condotte del pubblico ufficiale dirette, come conseguenza immediatamente perseguita, a procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale o ad arrecare un ingiusto danno. Ne deriva che, qualora nello svolgimento della funzione amministrativa il pubblico ufficiale si prefigga di realizzare un interesse pubblico legittimamente affidato all’agente dell’ordinamento, (non un fine privato per quanto lecito, non un fine collettivo, né un fine privato di un ente pubblico e nemmeno un fine politico), pur giungendo alla violazione di legge e realizzando un vantaggio al privato, deve escludersi la sussistenza del reato. (Fattispecie relativa alla condotta del sindaco di un comune sito in zona turistica che aveva rilasciato un certificato di abitabilità e di agibilità di un complesso turistico in violazione delle norme in materia urbanistica e sanitaria che imponevano il previo rilascio di una concessione edlizia in sanatoria, subordinata a nulla osta ambientale, allo scopo di perseguire il fine pubblico di assicurare la stagione turistica del comune che fonda la sua economia esclusivamente sul turismo). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 42839 del 18 dicembre 2002 (Cass. pen. n. 42839/2002)

Integra l’ipotesi del concorso nel reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p. introdotto dalla legge 16 luglio 1997, n. 234) la condotta del sindaco che non impedisca la violazione dell’obbligo di astensione di taluni dei componenti del consiglio comunale i quali abbiano collaborato alla individuazione dei soggetti irregolarmente assunti alle dipendenze del comune allorché questi ultimi siano prossimi congiunti dei primi.

È idonea a determinare la violazione di legge rilevante ai fini dell’integrazione del reato di abuso di ufficio (art. 323 c.p., nel testo introdotto dall’art. 1 della legge 16 luglio 1997, n. 234) la violazione dell’art. 97 Cost. che, disponendo che all’impiego pubblico si accede mediante concorso, detta una regola di autorganizzazione, avente valore precettivo e, quindi, di immediata applicazione per la pubblica amministrazione, mentre le eventuali eccezioni a detta regola sono demandate al legislatore per il quale essa riveste valore programmatico. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 31895 del 25 settembre 2002 (Cass. pen. n. 31895/2002)

Commette il delitto di abuso di ufficio il sindaco che, quale ufficiale del Governo e come tale investito di un’autonoma potestà pubblica rispetto alla ordinaria competenza statale e regionale, ordini ex art. 12 D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915 temporaneo a speciali forme di smaltimento di rifiuti in deroga alle disposizioni vigenti, senza che sussistano le condizioni per l’esercizio di tale potere extra ordinem e, comunque, ricorra una situazione di emergenza tale da non potere assicurare la tutela tempestiva della salute pubblica e dell’ambiente ed attendere il rilascio della prescritta autorizzazione, prevista dall’art. 25 dello stesso decreto presidenziale regionale, per installare e gestire una discarica di rifiuti. (Nell’occasione, la Corte ha precisato che al giudice penale spetti il sindacato sulla sussistenza e sui limiti del potere extra ordinem del sindaco, e non invece sul rispetto delle regole del suo corretto esercizio, giacché la legalità dell’ordinanza di utilizzo di forme diverse di smaltimento dei rifiuti non costituisce elemento normativo della fattispecie di reato). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3882 del 1 febbraio 2002 (Cass. pen. n. 3882/2002)

Integra la figura dell’abuso d’ufficio di cui all’art. 323 c.p. e non quella del peculato l’appropriazione a proprio profitto e per finalità diverse da quelle d’ufficio di un bene di esiguo valore economico rientrante nella sfera pubblica (in applicazione di tale principio la Corte ha escluso la sussistenza del reato di peculato, ravvisandovi invece quello di abuso d’ufficio, nella condotta di appropriazione a proprio vantaggio da parte di alcuni impiegati di una Conservatoria Immobiliare di materiale di consumo e di energia elettrica necessaria al funzionamento di macchinari dell’ufficio). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1905 del 17 gennaio 2002 (Cass. pen. n. 1905/2002)

Il reato di abuso di ufficio connotato da violazione di norme di legge o di regolamento è configurabile non solo allorché la condotta tenuta dall’agente sia in contrasto con il significato letterale, logico o sistematico della disposizione di riferimento, ma anche quando essa contraddica lo specifico fine perseguito dalla norma, concretandosi in uno «svolgimento della funzione o del servizio» che oltrepassa ogni possibile opzione attribuita al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio per realizzare tale fine. (In applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto la sussistenza del reato in capo ai componenti della commissione esaminatrice di un concorso per l’accesso a scuola di specializzazione universitaria, i quali, pur a conoscenza del furto di una copia del questionario della prova avvenuto prima del suo espletamento e, quindi, della probabile preventiva conoscenza delle domande da parte di alcuni candidati, avevano egualmente fatto svolgere la prova, sull’assunto che la norma extrapenale di riferimento — art. 13 D.P.R. 10 marzo 1982 n. 162 — si limita a stabilire la procedura concorsuale, ma non si occupa né del comportamento degli esamiantori, né del pericolo che i candidati possano conoscere in anticipo i quesiti da risolvere. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1229 del 14 gennaio 2002 (Cass. pen. n. 1229/2002)

Integra il reato di abuso di ufficio, anche dopo la riforma dell’art. 323 c.p., introdotta con l’art. 1 della legge 16 luglio 1997, n. 234, sotto il profilo della violazione di legge (art. 279 del T.U. 1934, n. 383), con specifico riferimento all’inottemperanza del dovere di astensione, la condotta dell’amministratore comunale che, tra le confliggenti richieste di utilizzazione della piazza per propaganda elettorale, abbia respinto quella del rappresentante della lista avversaria e, successivamente, abbia autorizzato la propria lista all’utilizzo della piazza per le medesime finalità. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 43169 del 29 novembre 2001 (Cass. pen. n. 43169/2001)

Non è configurabile il reato di abuso d’ufficio a carico di amministratori comunali, in relazione al rilascio di una concessione edilizia in sanatoria che si assuma non conforme agli strumenti urbanistici vigenti al momento della realizzazione dell’opera abusiva, quando non risulti che la non conformità sussista anche rispetto agli strumenti urbanistici vigenti al momento dell’accoglimento della domanda di concessione in sanatoria. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 39932 del 9 novembre 2001 (Cass. pen. n. 39932/2001)

Integra il reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) la condotta degli amministratori di un comune che, in violazione della previsione di legge (art. 87 del T.U. legge comunale e provinciale) riguardante l’obbligo per la pubblica amministrazione di scegliere i propri contraenti secondo le regole dell’evidenza pubblica, abbiano proceduto all’affidamento diretto dei lavori (nella specie, per la sistemazione del lido comunale) ad una impresa. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 20282 del 18 maggio 2001 (Cass. pen. n. 20282/2001)

In tema di abuso di ufficio, integra la violazione di legge, rilevante ai fini della configurabilità del reato, il rilascio, da parte del Sindaco, di una concessione edilizia in sanatoria allorché rimanga accertata l’assenza del requisito della conformità dell’opera agli strumenti urbanistici generali (nella fattispecie, per contrasto con il Piano Regolatore Generale che escludeva l’edificazione di strutture commerciali nella zona, destinata a verde privato). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 16241 del 20 aprile 2001 (Cass. pen. n. 16241/2001)

Per la sussistenza del reato di cui all’art. 323 c.p., non è sufficiente che il soggetto ponga in essere un comportamento contrario ai doveri di imparzialità cui devono essere informati gli atti della P.A., ma è anche necessario che la sua condotta si risolva nella violazione di un obbligo determinato imposto dalla legge o da un regolamento da cui derivi un ingiusto vantaggio e che detta violazione sia posta in essere nell’esercizio del potere proprio del pubblico ufficiale. (Nella specie, la S.C., facendo anche riferimento al disposto di cui all’art. 25 della L. 23 luglio 1991 n. 223, ha escluso la configurabilità del reato, contestato nella forma del tentativo, nel caso di dirigente dell’Uplmo che aveva inoltrato ad un proprio dipendente, il quale non le aveva raccolte, sollecitazioni scritte dirette all’assunzione di soggetti nominativamente indicati). Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 6837 del 20 febbraio 2001 (Cass. pen. n. 6837/2001)

La violazione, da parte del notaio, degli obblighi imposti dagli artt. 7 e 8 della legge n. 349 del 1973, disciplinanti i diritti spettanti per ogni titolo protestato, e l’indennità di accesso, comprensiva del rimborso spese, per ogni atto compiuto fuori dalla sede, è rilevante ai fini della configurabilità del reato di abuso di ufficio, atteso lo specifico contenuto prescrittivo delle norme in parola, poste a tutela degli interessi dei soggetti debitori. (Nella fattispecie, relativa a notaio che si era auto-liquidato ulteriori compensi rispetto a quelli previsti, la Corte rigettava l’eccezione difensiva circa la sussistenza dell’errore, dovuto a prassi generalizzata, su una legge diversa da quella penale, e affermava che l’art. 323 c.p., obbligando il pubblico ufficiale al rispetto di leggi e regolamenti nell’esercizio delle sue funzioni, recepisce nella struttura del reato ogni disciplina dei doveri del pubblico ufficiale medesimo). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5117 del 6 febbraio 2001 (Cass. pen. n. 5117/2001)

Non integra una violazione di legge rilevante ai fini della configurabilità del reato di abuso d’ufficio l’emanazione del provvedimento sindacale con il quale sia stata pronunciata la decadenza dell’avente titolo di preferenza alla gestione di un dispensario farmaceutico, ai sensi dell’art. 1, comma 4, legge 8 marzo 1968 n. 221, per la mancata adesione alle condizioni richieste dall’autorità amministrativa nel termine di trenta giorni di cui all’art. 9 D.P.R. 21 agosto 1971 n. 1275, e la successiva assegnazione dell’esercizio commerciale a un farmacista legittimato solo in subordine alla rinuncia del primo, poiché la disposizione da ultimo richiamata attribuisce, in via presuntiva, valore di rinuncia al mancato adempimento alle richieste del sindaco entro il termine stabilito. (In applicazione di tale principio la Corte ha annullato senza rinvio, ai sensi dell’art. 129, comma 2, c.p.p., la sentenza che aveva ritenuto sussistente nel caso di specie il reato di cui all’art. 323 c.p.). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 273 del 15 gennaio 2001 (Cass. pen. n. 273/2001)

In tema di abuso di ufficio, il consigliere comunale non ha il dovere di astenersi da delibere di approvazione di piani regolatori generali, trattandosi di atto finale di un procedimento complesso in cui confluiscono e si compensano molteplici interessi, collettivi o individuali, sicché il voto espresso dal singolo amministratore non riguarda una specifica prescrizione ma il contenuto generale dell’atto. Sussiste invece il dovere di astensione, ed è conseguentemente configurabile il reato in caso di mancata astensione, qualora si tratti di partecipazione a delibere su opposizioni al piano regolatore generale riconducibili a interessi personali sia propri dell’amministratore sia di un prossimo congiunto. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11600 del 13 novembre 2000 (Cass. pen. n. 11600/2000)

Ai fini della configurabilità del reato di abuso d’ufficio non basta, trattandosi di ingiusto vantaggio patrimoniale, che questo sia la conseguenza naturale della condotta posta in essere dall’agente per un fine diverso, essendo invece indispensabile — come si evince dall’uso del termine «intenzionalmente» adottato dal legislatore nella nuova formulazione della norma incriminatrice introdotta dall’art. 1 della legge 16 luglio 1997 n. 234 — che il detto vantaggio sia conseguenza diretta e immediata di detta condotta e sia quindi voluto dall’agente come obiettivo del suo operato. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha annullato la sentenza con la quale la corte di merito aveva affermato la responsabilità di taluni amministratori comunali i quali avevano rilasciato o concorso a rilasciare numerose concessioni edilizie in contrasto con gli strumenti urbanistici, con ciò arrecando consapevolmente vantaggio ai destinatari di tali concessioni, ma essendo stati però mossi solo dal riconosciuto intento di evitare in tal modo il danno costituito dallo spopolamento delle zone di montagna interessate dai suddetti provvedimenti). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10448 del 4 ottobre 2000 (Cass. pen. n. 10448/2000)

Integra il reato di abuso di ufficio di cui all’art. 323 c.p. (nella formulazione introdotta dall’art. 1 della L. 16 luglio 1997, n. 234) la condotta del sindaco che prescriva, con ordinanza (motivata, nella specie, con ragioni di igiene), la costruzione di un manufatto, pertinente ad altro, per il quale non possa essere rilasciata l’autorizzazione edilizia richiesta dall’interessato in quanto non consentita dalle previsioni del piano regolatore. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9422 del 5 settembre 2000 (Cass. pen. n. 9422/2000)

In tema di abuso d’ufficio, nella formulazione dell’art. 323 c.p. introdotta dall’art. 1 della legge 16 luglio 1997, n. 234, il legislatore, con l’utilizzazione dell’avverbio «intenzionalmente», ha voluto escludere la rilevanza penale non solo di condotte poste in essere con dolo eventuale, ma anche con dolo cosiddetto diretto, che ricorre quando il soggetto si rappresenti la realizzazione dell’evento come altamente probabile o anche come certa, ma la volontà non sia volta alla realizzazione di tale fine; ne consegue che, affinché una condotta possa essere addebitata all’agente a titolo di abuso di ufficio, è necessario che l’evento sia la conseguenza immediatamente perseguita dal soggetto attivo. (Nella specie è stata affermata la correttezza dell’operato del giudice di merito che aveva ritenuto l’insussistenza del dolo intenzionale, e quindi escluso la configurabilità del reato, nel comportamento del rettore di una università che, pur consapevole del blocco delle assunzioni di personale non docente stabilito con legge 27 febbraio 1980, n. 38, salvo deroghe per particolari esigenze delle facoltà di agraria e veterinaria e degli orti botanici, aveva assunto formalmente personale con tale qualifica per l’apparente utilizzazione in azienda agricola di proprietà dell’università, destinandolo, poi, a funzioni amministrative nell’ambito dell’università stessa; ha rilevato la Corte come la volontà dell’agente fosse diretta a garantire il funzionamento dell’ente, mentre le assunzioni non rivestivano la diretta finalità di procurare ad altri un ingiusto vantaggio). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8745 del 2 agosto 2000 (Cass. pen. n. 8745/2000)

Per la configurazione del reato di cui all’art. 323 c.p. si richiede che il pubblico ufficiale agisca in violazione di norme di legge o di regolamento, il reato non può essere ravvisato sicché quando, in un procedimento amministrativo complesso e cioè caratterizzato dal concorso di diversi atti amministrativi, l’agente abbia contribuito esclusivamente all’adozione di un atto legittimo, e la illegittimità del provvedimento finale dipenda da atti diversi, alla cui formazione egli non abbia contribuito. (Fattispecie in cui gli imputati, relativamente ai quali la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per non aver commesso il fatto, erano stati ritenuti responsabili del reato di abuso di ufficio dai giudici di merito per avere concorso a rilasciare una concessione edilizia illegittima sotto il profilo della violazione della legge urbanistica, mentre essi si erano espressi favorevolmente al progetto esclusivamente sotto il profilo della sua compatibilità con la disciplina in materia ambientale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7290 del 20 giugno 2000 (Cass. pen. n. 7290/2000)

In tema di abuso di ufficio, ricorre la «violazione di norme di legge» non solo quando la condotta del pubblico ufficiale si svolga in contrasto con le forme, le procedure o i requisiti richiesti dalla legge, ma anche quando essa non si sia conformata al presupposto stesso da cui trae origine l’autonomia negoziale del diritto privato, dal vincolo di tipicità e di stretta legalità. (Fattispecie relative a custode giudiziario di un’azienda che aveva consentito ad un socio di profittare, con danno degli altri soci, dei beni aziendali. Affermando il principio la Corte ha precisato che la norma di cui all’art. 65 c.p.c., rappresentando la funzione del custode, ne vincola al contempo l’esercizio alla conservazione del bene). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 6806 del 7 giugno 2000 (Cass. pen. n. 6806/2000)

È configurabile il reato di abuso di ufficio nell’attività dei componenti del comitato di gestione di una Usl che abbiano stipulato convenzioni con biologi senza rispettare le formalità all’uopo previste dagli accordi collettivi a livello nazionale (che hanno natura regolamentare e sono resi esecutivi, ai sensi dell’art. 48 L. n. 833 del 1978, con decreto del Presidente della Repubblica), e, in particolare, senza attingere alla graduatoria nella quale, a norma dei citati accordi collettivi, devono iscriversi i professionisti che, provvisti dei prescritti requisiti, aspirino a svolgere la propria attività nel Servizio Sanitario, a nulla rilevando la mancata approvazione della suddetta graduatoria per l’anno in corso, atteso che tale circostanza non può esimere il comitato di gestione dal rispetto delle altre formalità previste (quali la pubblicazione degli incarichi da conferire nel bollettino ufficiale della regione e il prioritario interpello dei professionisti già titolari di altro incarico ambulatoriale presso le Usl della regione), né impedisce di fare ricorso alla graduatoria provvisoria in corso di approvazione, ovvero la graduatoria approvata per l’anno precedente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5779 del 18 maggio 2000 (Cass. pen. n. 5779/2000)

Ai fini della configurabilità del reato di abuso di ufficio nella ipotesi in cui all’agente sia contestato di avere arrecato un danno ingiusto, non rilevano solo le norme che vietano puntualmente il comportamento sostanziale del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, ma ogni altra norma, anche di natura procedimentale, la cui violazione determini comunque un danno ingiusto a norma dell’art. 2043 c.c.; precetto, questo, che, secondo il più recente orientamento delle Sezioni Unite civili, va considerato non come norma secondaria volta a sanzionare una condotta vietata da altre norme, ma come norma primaria volta ad apprestare una riparazione del danno ingiustamente sofferto da un soggetto per effetto dell’attività altrui. (Fattispecie nella quale è stato ritenuto configurabile il reato nella condotta di un primario ospedaliero che aveva negato sistematicamente l’attività in sala operatoria a un suo assistente, nonostante la normativa prevedesse che il servizio relativo ai pazienti dovesse rispettare criteri oggettivi di competenza, di equa distribuzione del lavoro, di rotazione nei vari settori di pertinenza). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4881 del 19 aprile 2000 (Cass. pen. n. 4881/2000)

In tema di abuso d’ufficio, non integra violazione di legge, ma esercizio legittimo del potere discrezionale della pubblica amministrazione, il provvedimento con il quale il sindaco, in ossequio all’art. 3, comma tredicesimo, della L. n. 112 del 1991, nel revocare le concessioni di commercio ambulante in area monumentale, contestualmente ne sospenda gli effetti in attesa di individuare le aree alternative da assegnare ai commercianti, sempre che risulti accertato che il comportamento del sindaco non sia stato pretestuosamente dilatorio. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3992 del 8 febbraio 2000 (Cass. pen. n. 3992/2000)

In tema di elemento soggettivo del reato di abuso di ufficio, non è richiesta la prova della collusione del pubblico ufficiale con i beneficiari dell’abuso, essendo sufficiente la verifica del favoritismo posto in essere con l’abuso dell’atto di ufficio. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 910 del 27 gennaio 2000 (Cass. pen. n. 910/2000)

Ricorrono gli estremi del reato di abuso di ufficio nel comportamento del vigile urbano che elevi contravvenzione a un soggetto e non a un altro se si siano resi entrambi autori della medesima infrazione al codice della strada (divieto di sosta). L’abuso di ufficio nella formulazione della norma dell’art. 323 c.p. conseguente alla entrata in vigore dell’art. 1 della L. 16 luglio 1997, n. 234, può, infatti, realizzarsi anche con un comportamento omissivo. D’altra parte, la violazione di legge va ravvisata nella inosservanza dell’art. 11, comma primo, lett. a) del codice della strada, che fa obbligo ai soggetti indicati nell’art. 12 dello stesso codice (tra i quali gli appartenenti alla polizia municipale) di procedere alla prevenzione e all’accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale e di contestare la violazione; mentre l’ingiusto vantaggio patrimoniale a favore del soggetto al quale non è stata elevata la contravvenzione è ravvisabile nella esenzione illegittima dal pagamento della somma portata dalla violazione amministrativa. (Nel confermare la decisione dei giudici di merito, la Corte ha ritenuto corretta la motivazione della sentenza impugnata anche nel punto in cui ha desunto il dolo intenzionale dal fatto che il soggetto al quale non era stata elevata la contravvenzione era il proprietario del locale antistante il luogo ove era posto il divieto). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 14641 del 23 dicembre 1999 (Cass. pen. n. 14641/1999)

In tema di abuso d’ufficio, la violazione di norme di leggi o di regolamento contemplata dalla fattispecie di cui all’art. 323 c.p. non può essere integrata dall’inosservanza delle disposizioni inserite nel bando di concorso il quale è atto amministrativo e, quindi, fonte normativa non riconducibile a quelle tassativamente indicate dal successivo art. 323 (“id est” legge o regolamento). Sicché nel caso di mancata valutazione obiettiva dei candidati, la norma, penalmente rilevante risiede nella legge 29 marzo 1983, n. 93 (legge quadro sul pubblico impiego) che si applica a tutte le pubbliche amministrazioni (Art. 1), che all’art. 20 stabilisce che il reclutamento dei pubblici dipendenti avviene mediante concorso e che questo consiste nella valutazione obiettiva del merito dei candidati, accertato mediante l’esame dei titoli e/o delle prove selettive. (Fattispecie in cui la Suprema Corte — in applicazione del principio di cui in massima — ha ritenuto la sussistenza del reato di cui all’art. 323 c.p. nella condotta del commissario di esame di un pubblico concorso che, a fronte del risultato sostanzialmente equivalente della prova orale sostenuta da due candidati assegnò due al primo e otto al secondo e che al momento della valutazione dei titoli, rilevato che il primo vantava una copiosa produzione mentre il secondo ne era completamente privo, rifiutò di prendere in esame i medesimi titoli). Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 13795 del 1 dicembre 1999 (Cass. pen. n. 13795/1999)

Il delitto di abuso di ufficio, presenta un’alternativa di eventi (conseguimento di ingiusto vantaggio patrimoniale-realizzazione di danno ingiusto per altri) tale che soltanto il secondo consente di qualificare il reato come plurioffensivo, nel senso della presenza, ontologicamente necessaria, di un soggetto leso determinato, diverso dalla pubblica amministrazione. Nella prima ipotesi, viceversa, l’interessato tutelato resta soltanto quello costituito dal buon andamento, dalla imparzialità e dalla trasparenza del comportamento dei pubblici ufficiali. Consegue che, nell’ipotesi in cui il reato si realizzi attraverso il conferimento di un ingiusto vantaggio, il giudice non è tenuto a disporre l’archiviazione previa fissazione dell’udienza a seguito della opposizione del denunciante, potendo, al contrario, provvedere de plano, in quanto difetta, in capo al denunciante medesimo, la qualità di persona offesa. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3499 del 25 novembre 1999 (Cass. pen. n. 3499/1999)

In tema di abuso di ufficio, è idonea a integrare la violazione di legge rilevante ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 323 c.p. la inosservanza da parte del pubblico ufficiale del dovere di motivazione del provvedimento e della forma scritta imposti dall’art. 3 della L. 7 agosto 1990, n. 241 e, ancor prima, dall’art. 7 della L. 9 maggio 1989, n. 168. (Fattispecie nella quale un rettore di una Università aveva conferito numerosi incarichi retribuiti di consulenza e assistenza legale a un professionista in forma verbale e senza previa audizione e interpello del consiglio di facoltà). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 13341 del 19 novembre 1999 (Cass. pen. n. 13341/1999)

In tema di abuso di ufficio, integra il dolo intenzionale la coscienza e volontà del soggetto agente di procurare a un privato un ingiusto vantaggio patrimoniale, essendo irrilevante il movente, e cioè la motivazione che induce il soggetto agente a perseguire come fine della condotta la realizzazione del reato. (Fattispecie nella quale il giudice di merito aveva accertato che il pubblico ufficiale sapeva e voleva assumere un atto — autorizzazione alla realizzazione di un esercizio produttivo nel Parco Ticino — in violazione di legge, e in relazione alla quale si è ritenuto irrilevante, in base al principio di diritto sopra esposto, che il medesimo soggetto, con tale atto, volesse «affermare la sua nuova posizione di potere e le proprie obiezioni personali alla disciplina del Parco del Ticino»). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 13331 del 19 novembre 1999 (Cass. pen. n. 13331/1999)

In tema di abuso di ufficio, il vantaggio patrimoniale considerato dall’art. 323 c.p. tra gli elementi essenziali della fattispecie va inteso avendo riguardo al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale a cui si dà vita per effetto dell’atto antidoveroso dell’agente. (Fattispecie in cui si è ritenuto integrato il vantaggio patrimoniale a seguito dell’abusivo rilascio di una autorizzazione all’esercizio di un’attività commerciale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12944 del 11 novembre 1999 (Cass. pen. n. 12944/1999)

In tema di elemento soggettivo del reato di abuso di ufficio, la prova che un atto amministrativo è il risultato di una collusione tra il privato e il pubblico ufficiale non può essere dedotta dalla mera coincidenza tra la richiesta dell’uno ed il provvedimento adottato dall’altro, essendo invece necessario a tal fine che il contesto fattuale, i rapporti personali tra i predetti soggetti ovvero altri dati di contorno dimostrino che la domanda del privato è stata preceduta, accompagnata o seguita dalla intesa con il pubblico ufficiale o, comunque, da pressioni dirette a sollecitarlo o persuaderlo al compimento dell’atto illegittimo. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12928 del 11 novembre 1999 (Cass. pen. n. 12928/1999)

In tema di abuso di ufficio, integra l’elemento della violazione di legge considerato dalla fattispecie criminosa di cui all’art. 323 c.p. il rilascio di concessione edilizia in contrasto con le previsioni degli strumenti urbanistici, risolvendosi ciò nella violazione dell’art. 4 della legge 28 gennaio 1977, n. 10, che impone al sindaco di rilasciare le concessioni «in conformità alle previsioni degli strumenti urbanistici». (Fattispecie in cui era stata assentita l’edificazione di un fabbricato le cui dimensioni eccedevano il rapporto superficie-volumetria stabilito dal piano regolatore. Nell’affermare il principio di diritto sopra riportato, la S.C. ha precisato in tal modo, a norma dell’art. 619, comma primo, c.p.p., la specifica violazione di legge che ricorreva nel caso di specie, non indicata nel capo di imputazione). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12221 del 26 ottobre 1999 (Cass. pen. n. 12221/1999)

Atteso il permanente carattere sussidiario del reato di abuso di ufficio previsto dall’art. 323 c.p. anche dopo la riforma effettuata con L. 16 luglio 1997, n. 234, deve escludersi il concorso formale di tale reato con quello, più grave, di turbata libertà degli incanti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9387 del 22 luglio 1999 (Cass. pen. n. 9387/1999)

In tema di abuso di ufficio (art. 323 c.p.), il principio di specialità bilaterale tra norme, cui occorre riferirsi per risolvere i problemi di diritto intertemporale, impone di ritenere che dopo l’entrata in vigore dell’art. 1 della legge 16 luglio 1997, n. 234 possono assumere rilevanza penale, anche se commessi in data anteriore, soltanto gli abusi consistenti in violazione di legge o di regolamento, ovvero quelli dai quali sia derivato un vantaggio patrimoniale o un danno (entrambi ingiusti). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8191 del 24 giugno 1999 (Cass. pen. n. 8191/1999)

Il reato di cui all’art. 323 c.p., così come modificato dalla legge 16 luglio 1997 n. 234, è un reato di evento, che consiste nel vantaggio del pubblico ufficiale o di altri oppure nel danno ingiusto arrecato ad altri. Ciò significa che l’abuso è idoneo a ledere oltre all’interesse pubblico al buon andamento ed alla trasparenza della P.A. ed alla imparzialità dei pubblici funzionari, anche l’interesse del privato a non essere «turbato nei suoi diritti costituzionalmente garantiti» e a non essere danneggiato dal comportamento illegittimo ed ingiusto del pubblico ufficiale. Ne cosnegue che il soggetto al quale tale condotta abbia arrecato un danno riveste la qualità di persona offesa dal reato, legittimato non solo a costituirsi parte civile quanto il processo abbia inizio (diritto spettante anche al solo danneggiato), ma anche a proporre opposizione avverso la richiesta di archiviazione del P.M. in applicazione degli artt. 409 e 410 c.p.p. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2133 del 4 giugno 1999 (Cass. pen. n. 2133/1999)

Quando il reato di abuso di ufficio sia commesso per arrecare «ad altri un danno» è lesa oltre che la sfera giuridica della pubblica amministrazione anche quella del privato: in tal caso il reato è plurioffensivo, con la conseguenza che la persona offesa dal reato ha il diritto di ricevere l’avviso di richiesta di archiviazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1147 del 27 maggio 1999 (Cass. pen. n. 1147/1999)

In tema di abuso di ufficio, secondo la configurazione del reato di cui all’art. 323 c.p. prevista dalla L. 16 luglio 1997, n. 234, la finalità di procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale a più persone operanti nel settore produttivo attaverso il rilascio di autorizzazioni edilizie illegittime, non fa venir meno la deviazione dell’autorità amministrativa verso gli interessi privatistici, dovendosi escludere il perseguimento e la tutela degli interessi privati quando, per effetto di un’attività edilizia autorizzata contra ius, si verificano conseguenze deleterie per l’assetto complessivo del territorio e dell’ambiente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6274 del 18 maggio 1999 (Cass. pen. n. 6274/1999)

In tema di abuso d’ufficio, finalizzato ad arrecare ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, il soggetto destinatario della situazione di ingiusto profitto, conseguente alla violazione di norme di legge o di regolamento commessa dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio, non necessariamente concorre nel reato proprio, attesoché il delitto ex art. 323 c.p. non si configura come reato obbligatoriamente plurisoggettivo, qualificato in quanto tale, dalla presenza dell’extraneus, a favore del quale è intenzionalmente diretto l’abuso. (Fattispecie in cui la S.C., in applicazione del principio di cui in massima, ha escluso che la partecipazione ad un concorso nonché la vincita e l’accettazione del posto siano elementi sufficienti a configurare una partecipazione del candidato nel reato di abuso di ufficio consumato in suo favore e contestato ad alcuni membri della commissione di esame). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6024 del 13 maggio 1999 (Cass. pen. n. 6024/1999)

Integra il reato di abuso di ufficio la condotta di un assessore all’urbanistica di un Comune che rilascia a un privato, già beneficiario di una autorizzazione in precario per un manufatto sito in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, infisso saldamente al suolo e destinato oggettivamente a permanente attività di lavorazione del marmo, due provvedimenti cosiddetti di «proroga» della citata autorizzazione, in violazione sia dell’art. 28 del Regolamento edilizio, che consentiva di autorizzare precariamente la installazione di manufatti per esigenze contingenti o stagionali, destinati ad essere usati per periodi non superiori a otto mesi e facilmente asportabili sia, non ricorrendo tali presupposti, delle norme che disciplinano il rilascio di concessioni edilizie e di quelle poste a tutela delle zone vincolate paesaggisticamente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5597 del 5 maggio 1999 (Cass. pen. n. 5597/1999)

Non è idonea a determinare la violazione di legge rilevante ai fini della integrazione del reato di cui all’art. 323 c.p. la violazione di norme di legge aventi carattere procedurale. (Fattispecie in cui è stata esclusa la configurabilità del reato nella condotta di un preside di un istituto scolastico che, nella ipotesi accusatoria, non si era attenuto ai criteri fissati dall’art. 3 D.P.R. n. 417 del 1974 circa le modalità per l’esercizio dei poteri attinenti alla formazione delle classi, all’assegnazione ad esse dei docenti e alla determinazione dell’orario). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5488 del 29 aprile 1999 (Cass. pen. n. 5488/1999)

Ai fini della sussistenza del reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) come novellato dalla legge 16 luglio 1997, n. 234 risulta rilevante qualsiasi violazione di quelle norme di relazione che, prevedendo poteri coercitivi del pubblico ufficiale, da considerare sempre eccezionali, incidono tassativamente sulle libertà dei cittadini. Sicché deve ritenersi che integri gli estremi del delitto la condotta del pubblico ufficiale il quale, dichiarando pretestuosamente di esercitare i poteri propri del suo ufficio, intenda avvalersene solo per sopraffare chi ostacoli i suoi scopi personali, non essendo necessario che il comportamento abusivo sia posto in essere nel corso di un regolare svolgimento delle funzioni o del servizio né che il danno arrecato sia di natura esclusivamente patrimoniale. (Fattispecie in cui l’imputato agente di polizia penitenziaria e pertanto in possesso di paletta segnaletica del corpo, utilizzò tale paletta per impedire che alcune persone presenti intervenissero in soccorso della fidanzata con cui stava litigando, chiedendo loro pretestuosamente i documenti; la Corte ha osservato che sia l’utilizzazione della paletta che la richiesta dei documenti sono avvenuti in violazione della legge e dei regolamenti e che la donna subì in conseguenza di tale comportamento il danno di ulteriori ingiurie e violenze, quantomeno morali). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3684 del 19 marzo 1999 (Cass. pen. n. 3684/1999)

È configurabile il reato di abuso di ufficio a carico del sindaco il quale, in violazione dell’art. 127 del R.D. 4 febbraio 1915, n. 148 e disattendendo specifiche e reiterate richieste della minoranza consiliare, disponga sistematicamente la riunione del consiglio comunale in unica convocazione, anziché fissare, per la seconda convocazione, come prescritto, un diverso giorno e, in tal modo, ritenendo sempre applicabile il più elevato “quorum” di presenze richiesto per la validità della prima convocazione, impedisca, mediante l’allontanamento dei consiglieri di maggioranza, il raggiungimento di detto “quorum” e, pertanto, la possibilità di adottare delibere. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2173 del 19 febbraio 1999 (Cass. pen. n. 2173/1999)

Il primario di un ospedale è tenuto, quale pubblico dipendente, a prestare la sua opera in conformità delle leggi ed in modo da assicurare sempre l’interesse della pubblica amministrazione, in particolare ispirandosi nei rapporti con i colleghi, ai sensi dell’art. 13 dello statuto degli impiegati civili dello Stato, al principio di una assidua e solerte collaborazione; pertanto sussiste il reato di abuso di ufficio con violazione di legge, secondo la nuova formulazione dell’art. 323 c.p., allorché il medesimo ponga in essere comportamenti di vessazione ed emarginazione dei medici del reparto che non assecondano le proprie scelte volte a dirottare pazienti dall’ospedale ad una clinica privata. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3704 del 12 febbraio 1999 (Cass. pen. n. 3704/1999)

In tema di abuso di ufficio (art. 323 c.p.) l’evento deve essere ingiusto in sé, e non come riflesso della violazione di norme o dell’omessa astensione da parte del pubblico ufficiale. Tale ingiustizia intrinseca va ravvisata quando la persona favorita abbia conseguito un accrescimento della propria posizione patrimoniale contra ius. I due elementi della illegittimità della condotta e della ingiustizia dell’atto sono dunque distinti: e se in concreto la compresenza di tali elementi corrisponde all’id quod plerumque accidit, ciò non esime dall’obbligo di verificare, volta per volta, la sussistenza di entrambi. Ne consegue che il sindacato penale posto in atto ex art. 323 c.p. deve fondarsi sulla individuazione di un provvedimento incontestabilmente dovuto, rispetto al quale il diverso non conforme provvedimento adottato appaia, altrettanto incontestabilmente, illegittimo. (Nella fattispecie, relativa all’assegnazione in una causa di separazione, dell’alloggio familiare ad un coniuge piuttosto che all’altro, la Corte ha negato che l’incriminato provvedimento del giudice fosse incontestabilmente contra ius, proprio in quanto non sussistevano i presupposti giuridici per ritenere incontestabilmente dovuta la assegnazione all’altro coniuge). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1687 del 11 febbraio 1999 (Cass. pen. n. 1687/1999)

Integra gli estremi del reato di abuso di ufficio nella formulazione dell’art. 323 c.p. introdotta dall’art. 1 della L. 16 luglio 1997, n. 234 il comportamento del sindaco che, in pendenza di una richiesta di condono edilizio per una costruzione edilizia accessoria (porticato) a un precedente fabbricato abusivo sul quale veniva a inserirsi, rilasci licenza edilizia, senza i richiesti pareri e le necessarie autorizzazioni, per tale opera accessoria. Detta licenza poteva essere, infatti, legittimamente concessa solamente nel corso dell’istruttoria di apposito procedimento di rilascio di concessione edilizia in sanatoria dell’abuso preesistente. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1169 del 28 gennaio 1999 (Cass. pen. n. 1169/1999)

In tema di abuso di ufficio, il provvedimento con il quale il sindaco autorizza il titolare di una concessione di suolo pubblico a installare su tale area un serbatoio, in contrasto con il contenuto della concessione (che vietava la costruzione sull’area concessa di qualsiasi manufatto), pur potendo assumere rilievo ai fini della individuazione di profili di illegittimità dell’atto amministrativo, con particolare riguardo all’eccesso di potere, non integra alcuna violazione di legge o regolamento, non essendo di per sé inibito alla pubblica amministrazione di consentire, nell’interesse pubblico, la costruzione precaria di manufatti su aree oggetto di concessione di suolo pubblico. Tale provvedimento, avendo per sua natura effetti precari, non è infatti di norma suscettibile di porsi in contrasto con le previsioni degli strumenti urbanistici, essendo l’atto concessorio revocabile in ogni momento ad nutum dell’amministrazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 786 del 21 gennaio 1999 (Cass. pen. n. 786/1999)

Integra il reato di abuso di ufficio secondo la previsione dell’art. 323 c.p., nella formulazione introdotta con l’art. 1 della L. 16 luglio 1997, n. 234, il comportamento dell’amministratore comunale che, nella qualità di sindaco, tolleri che il privato costruisca un immobile senza concessione, in attesa della approvazione del piano particolareggiato, così violando l’art. 4, comma primo, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, per omissione della vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia, e, successivamente, quale membro della commissione edilizia, conoscendo la già avvenuta costruzione, esprima parere favorevole al rilascio della concessione edilizia “ordinaria” da parte del nuovo sindaco, così concorrendo nella violazione della norma dell’art. 13 della predetta legge, che non permette il rilascio di tale concessione per opere già edificate, ma consente solamente quello della concessione “in sanatoria” dalla quale consegue il venir meno degli abusi realizzati in assenza di concessione o in difformità da essa, ancorché in contrasto rispetto agli strumenti urbanistici vigenti all’epoca della loro realizzazione, a condizione che risultino conformi a quelli vigenti all’epoca del rilascio della concessione in sanatoria. In tal modo, l’amministratore comunale oltre a porre in essere le predette violazioni di legge, consente al privato di corrispondere il più esiguo contributo di urbanizzazione anziché la maggior somma derivante dall’essere la concessione assentibile soltanto in sanatoria. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 179 del 8 gennaio 1999 (Cass. pen. n. 179/1999)

In relazione all’ipotesi di reato di cui all’art. 323 c.p. nella quale l’abuso sia finalizzato ad arrecare ad altri un danno ingiusto, la persona che subisce il danno riveste la qualità di persona offesa dal reato, in quanto, in tal caso, il reato stesso è idoneo a ledere, oltre all’interesse pubblico al buon andamento e alla trasparenza della pubblica amministrazione, il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei suoi diritti dal comportamento illegittimo del pubblico ufficiale. Pertanto, il privato è legittimato a proporre opposizione avverso la richiesta di archiviazione del pubblico ministero, in applicazione degli artt. 408 e 410 c.p.p. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3508 del 11 dicembre 1998 (Cass. pen. n. 3508/1998)

Il rilascio di una concessione edilizia in senso difforme e contrario al piano urbanistico regionale e all’obbligo dei comuni di uniformarvisi, stabilito con legge regionale (nella specie: art. 32, comma secondo, della legge della regione Friuli-Venezia Giulia 9 aprile 1968, n. 23) costituisce una tipica violazione di legge che può integrare il reato di abuso d’ufficio, di cui all’art. 323 c.p., nella formulazione introdotta dall’art. 1 della legge 16 aprile 1997, n. 234, se ne derivi, in stretta causalità, un vantaggio patrimoniale per il privato. (Nella specie era stata rilasciata concessione edilizia che consentiva al privato l’edificazione di una volumetria superiore a quella prevista dal piano). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12320 del 25 novembre 1998 (Cass. pen. n. 12320/1998)

In tema di elemento materiale del reato di abuso di ufficio, come novellato dalla legge 16 luglio 1997, n. 234, integra l’estremo della violazione di legge la condotta di un amministratore di una U.S.L. che contatta un’unica ditta cui affidare l’espletamento di un servizio, senza rispettare l’obbligo, imposto da una legge regionale, di interpellare almeno tre ditte, onde rendere possibile, nell’interesse della pubblica amministrazione, una comparazione delle relative offerte. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12238 del 23 novembre 1998 (Cass. pen. n. 12238/1998)

La nuova formulazione della fattispecie di abuso di ufficio ad opera della legge 16 luglio 1997, n. 234 implica che la condotta abusiva del pubblico ufficiale rilevi solo quando sia stata posta in essere in violazione di legge o di regolamento. Non integra tale elemento la mancata osservanza, nel rilascio di una concessione edilizia, delle prescrizioni di un piano regolatore, atto che non ha natura né di legge né di regolamento. Tale mancata osservanza non assume rilievo nemmeno sotto il profilo della violazione delle norme di legge che prescrivono che il rilascio delle concessioni edilizie debba essere conforme alle previsioni degli strumenti urbanistici, perché ciò contrasterebbe con i principi costituzionali della riserva di legge e della determinatezza della fattispecie incriminatrice: infatti, ciò facendo, si finirebbe per integrare il precetto penale con altre fonti, senza che tale operazione sia stata predefinita dal legislatore quanto alla natura della disciplina richiamata, al suo contenuto e agli ambiti di applicazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11984 del 18 novembre 1998 (Cass. pen. n. 11984/1998)

A differenza dell’art. 323 previgente che configurava l’abuso di ufficio come reato a consumazione anticipata, incentrato sul dolo specifico, sulla finalità di procurare a sè o ad altri un ingiusto vantaggio, o di arrecare ad altri un danno ingiusto, il legislatore del 1997 ha configurato l’abuso di ufficio come reato di danno, richiedendo che venga procurato a sè o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecato un danno ingiusto, così da spostare in avanti la realizzazione della fattispecie. La tipicità del fatto, quindi, con la «novella», non viene più affidata al contenuto di un dolo specifico ma a precise prescrizioni con forme vincolate di condotta. Nella nuova formulazione, della norma che è caratterizzata dalla necessità dell’evento, l’abuso è punito pertanto a titolo di dolo generico, per di più caratterizzato dal requisito della intenzionalità, restringendosi, in tal modo, l’operatività del momento soggettivo al dolo di evento inteso come situazione corrispondente ad un’assoluta omogeneità tra momento rappresentativo e momento volitivo, con esclusione, quindi, della rilevanza del c.d. «dolo eventuale». (Fattispecie in tema di rilascio di autorizzazione da parte dell’assessore alla urbanistica, in violazione della legislazione vigente). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11847 del 16 novembre 1998 (Cass. pen. n. 11847/1998)

In tema di abuso di ufficio, il danno cui si riferisce l’art. 323 c.p. non riguarda solo situazioni soggettive di carattere patrimoniale e nemmeno solo diritti soggettivi perfetti, ma anche l’aggressione ingiusta alla sfera della personalità, tutelata dalle norme costituzionali. (Fattispecie in cui è stato ritenuto ipotizzabile il danno ingiusto in ansie, preoccupazioni, perdita di prestigio e di decoro derivanti da una ingiusta denuncia, in relazione al comportamento di un ufficiale di polizia giudiziaria che, violando il dovere di astensione, aveva indotto la propria moglie a sporgere una ingiusta denuncia nei confronti del direttore didattico della scuola ove la stessa era insegnante).

In tema di abuso di ufficio, viola il dovere di astensione in presenza di un interesse di un prossimo congiunto, sancito non solo dall’art. 323 c.p. ma dal principio costituzionale di imparzialità della pubblica amministrazione, l’ufficiale di polizia giudiziaria che sollecita la propria moglie a presentargli denuncia per un supposto reato e svolge personalmente le relative indagini, non essendo tale dovere in alcun modo derogato dagli artt. 55 e 347 c.p.p. in tema di attività della polizia giudiziaria. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11549 del 6 novembre 1998 (Cass. pen. n. 11549/1998)

Deve ritenersi responsabile di abuso di ufficio (art. 323 c.p. nella formulazione introdotta dalla L. 16 luglio 1997, n. 243) sotto il profilo di una condotta posta in essere in violazione di legge, il libero professionista, cui un ente pubblico (nella specie: camera di commercio) affidi l’incarico dello studio e dell’elaborazione di un progetto relativo all’arredo dei propri uffici e della realizzazione delle opere inerenti, qualora compia, nello svolgimento dell’incarico, attività che favoriscano un prossimo congiunto. Posto, infatti, che il conferimento di tale incarico attribuisce al libero professionista la qualifica di pubblico ufficiale, la predetta attività deve considerarsi posta in essere in violazione dell’obbligo di fedeltà, dal quale l’assuntore dell’incarico è legato all’ente, e dal quale deriva il dovere di astenersi in presenza di interessi dei soggetti indicati dall’art. 323 c.p. (Nella specie il libero professionista aveva predisposto un progetto per l’acquisizione di arredi venduti da una società della quale era socio un prossimo congiunto). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11265 del 26 ottobre 1998 (Cass. pen. n. 11265/1998)

Integra il reato di abuso di ufficio, anche dopo la riforma dell’art. 323 c.p., introdotta con l’art. 1 della legge 16 luglio 1997, n. 234, sotto il profilo della violazione di legge (art. 279 del T.U. 1934, n. 383), con specifico riferimento all’inottemperanza del dovere di astensione, la condotta dell’amministratore comunale che partecipi alla deliberazione di approvazione di variante di piano regolatore, qualora si profili un interesse concreto proprio o di un prossimo congiunto, nonostante l’atto in questione abbia la natura di atto amministrativo di carattere generale. (Nella specie, a seguito dell’approvazione della variante, divenivano edificabili alcuni terreni di proprietà dei congiunti dell’amministratore comunale). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2662 del 9 ottobre 1998 (Cass. pen. n. 2662/1998)

In tema di abuso d’ufficio, secondo la formulazione dell’art. 323 c.p. nel testo risultante dall’art. 1 della L. 16 luglio 1997, n. 234, sussiste il reato solamente se, per effetto dell’indebita condotta posta in essere dall’agente mediante un comportamento tipico, il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio abbiano effettivamente procurato a sè o ad altri un ingiusto profitto di carattere patrimoniale ovvero abbiano arrecato ad altri un danno ingiusto, i quali devono essere specificamente voluti dallo stesso agente e debbono essere posti in essere in rapporto di diretta, ancorché non esclusiva, derivazione dalla violazione di norme ovvero dalla violazione del divieto di astensione. In mancanza, il reato non potrà dirsi consumato, potendo risultare, tuttavia, configurabile il tentativo punibile, ricorrendone tutti i presupposti e le condizioni di cui all’art. 56 c.p. (Fattispecie nella quale il sindaco aveva autorizzato la realizzazione di una pista di go-kart dopo che l’opera era stata già realizzata ed era da tempo funzionante, nella quale si è ritenuto che non poteva derivare dall’autorizzazione un vantaggio di cui il beneficiario già non godesse). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10136 del 25 settembre 1998 (Cass. pen. n. 10136/1998)

Secondo la formulazione della norma dell’art. 323 c.p. introdotta con l’entrata in vigore della L. 16 luglio 1997, n. 234, la condotta criminosa si concreta nella violazione di norme di legge o di regolamento, con la conseguenza che sono incompatibili la contemporanea realizzazione di un ingiusto vantaggio patrimoniale per il privato — realizzato, nel caso, con la violazione di norme urbanistiche — e di un interesse della comunità, dato che da una condotta realizzata dagli amministratori di un ente territoriale, in violazione di norme poste e presidio di un generale interesse pubblico, può derivare solo un danno per la collettività, con esclusione di ogni altro profilo derivante da una diversa valutazione discrezionale ad opera degli amministratori pubblici. (Nella specie la Corte ha ritenuto la sussistenza del reato di abuso di ufficio — del quale ha ravvisato oltre che la realizzazione del vantaggio ingiusto per il privato anche l’elemento intenzionale — nell’adozione di una delibera comunale di approvazione di una convenzione con un privato con la quale l’ente territoriale consentiva la costruzione di un edificio in spregio alle norme urbanistiche in cambio della cessione di un’area al comune, da asservire all’uso pubblico). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9983 del 22 settembre 1998 (Cass. pen. n. 9983/1998)

Integra il delitto di abuso di ufficio di cui all’art. 323 e non quello di peculato d’uso di cui all’art. 314, secondo comma, del codice penale la condotta del pubblico ufficiale (nella specie: direttore di un consorzio agrario) che utilizzi nel proprio privato interesse le prestazioni lavorative di un dipendente dell’ente di appartenenza (nella specie: autista-fattorino); ed invero il peculato, in tutte le sue forme, presuppone comunque l’appropriarsi da parte dell’agente di una cosa, che viene destinata ad una finalità diversa da quella prevista dalla legge, mentre non è concepibile l’appropriarsi di una persona o della sua energia lavorativa. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8494 del 22 luglio 1998 (Cass. pen. n. 8494/1998)

Commette il reato di abuso di ufficio il sindaco di un comune che, al fine di procurare a sè e al proprio gruppo politico un ingiusto vantaggio, illegittimamente non autorizza l’affissione di manifesti preparati da altro movimento politico contenenti critiche verso l’amministrazione comunale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8466 del 20 luglio 1998 (Cass. pen. n. 8466/1998)

Il dolo del reato di abuso di ufficio è integrato da un comportamento intenzionale del pubblico ufficiale che procuri a sè o ad altri un ingiusto vantaggio, senza che sia necessario il perseguimento in via esclusiva del fine privato, requisito non richiesto dalla precedente formulazione dell’art. 323 c.p. né dal testo della norma risultante a seguito delle modificazioni introdotte con l’entrata in vigore della legge 16 luglio 1997, n. 234. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7487 del 24 giugno 1998 (Cass. pen. n. 7487/1998)

Per la consumazione del reato di abuso d’ufficio nella formulazione dell’art. 323 c.p. introdotta dalla L. 16 luglio 1997, n. 234, nel caso in cui il risultato dell’azione delittuosa consista nel cagionare ad altri un danno ingiusto, non basta che tale danno sia conseguenza naturale della condotta posta in essere dall’agente per un fine diverso, ma è indispensabile che esso sia conseguenza diretta ed immediata del comportamento dell’agente, e quindi da costui voluto quale obiettivo del suo operato, come si evince dalla presenza dell’avverbio «intenzionalmente» utilizzato dal legislatore nella configurazione della fattispecie astratta del reato. (Nella specie, era stato contestato al pubblico ufficiale, amministratore di una Usl, il fatto — commesso sotto la vigenza della precedente formulazione della norma — di aver disposto il trasferimento ad altro servizio di un dipendente, al fine di procurargli un vantaggio ingiusto, di natura non economica, pretermettendo altro aspirante. Il pubblico ufficiale, ritenuto responsabile in primo grado, veniva assolto dalla corte d’appello a seguito della entrata in vigore della nuova formulazione dell’art. 323 c.p., essendo venuto a mancare, ex lege, il requisito della patrimonialità del vantaggio. La Cassazione, nel rigettare il ricorso del dipendente pretermesso, costituitosi parte civile, che sosteneva la sussistenza degli estremi del reato, avendogli comunque il fatto cagionato un danno ingiusto, non contestato, ma profilato nella sentenza di primo grado, ha affermato il principio di cui in massima). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6563 del 4 giugno 1998 (Cass. pen. n. 6563/1998)

La nuova formulazione dell’art. 323 c.p., introdotta con la L. 17 luglio 1997, n. 234, ha meglio definito la condotta tipica del pubblico ufficiale, sostituendo la generica formula «abusa del suo ufficio» con la descrizione di un comportamento non più a forma libera, ma vincolata, consistente nella violazione di norme di legge o di regolamento, oppure nella violazione del dovere di astensione, e ha anche trasformato il delitto da reato di mera azione in reato di azione e di evento, giacché elemento essenziale della fattispecie materiale non è più soltanto la condotta illegittima del pubblico ufficiale integrante l’abuso, ma altresì l’ingiusto vantaggio patrimoniale che quella condotta procura o l’ingiusto danno che essa arreca.

Per integrare il reato di abuso di ufficio, non basta che il pubblico ufficiale abusi delle sue funzioni, ma occorre, secondo la precedente formulazione della norma, introdotta dall’art. 13 della L. 26 aprile 1990, n. 86, che l’azione illecita miri a procurare un vantaggio ingiusto, o, secondo la nuova configurazione del reato, prevista dall’art. 1 della L. 16 luglio 1997, n. 234, che effettivamente lo procuri.

Affinché il «vantaggio» previsto dall’art. 323 c.p. come necessario per la configurazione del reato possa considerarsi «ingiusto», occorre la doppia condizione che esso sia prodotto non iure, cioè per mezzo di un atto illegittimo, e inoltre che sia contra ius, vale a dire che il risultato dell’abuso si presenti come contrario all’ordinamento giuridico, dimodoché l’ingiustizia riguardi non solo il fatto causativo, ma anche il risultato dell’azione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6561 del 4 giugno 1998 (Cass. pen. n. 6561/1998)

In tema di abuso di ufficio, poiché, secondo la nuova formulazione recata dalla legge n. 234 del 1997, tale reato è strutturato come fattispecie di evento, essendo necessario che la condotta dell’agente, concretantesi in violazione di legge o di regolamenti o in violazione del dovere di astensione, procuri un danno ingiusto ad altri oppure un vantaggio necessariamente patrimoniale all’agente o ad altri, non integra il reato in esame la condotta di un componente di una commissione edilizia comunale che non si astenga dal partecipare a riunioni di tale organo in cui sono trattate pratiche alle quali egli abbia interesse, qualora il parere espresso dalla commissione sia conforme agli strumenti urbanistici vigenti, non potendo tale condotta determinare alcun ingiusto vantaggio patrimoniale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5966 del 20 maggio 1998 (Cass. pen. n. 5966/1998)

Pur prescindendo la figura dell’innovato art. 323 c.p. dalle patologie dell’atto amministrativo e rimanendo la condotta integrata dall’ingiusto vantaggio patrimoniale o dal danno ingiusto procurato nello svolgimento delle funzioni in violazione di norme di legge o di regolamento, la condotta da prendere in considerazione deve inerire all’esercizio del potere attribuito dalla normativa di base dell’ufficio di cui fa parte il pubblico ufficiale. E, trattandosi di funzione, cioè di potere attribuito in vista di uno scopo pubblico, che del potere medesimo costituisce la causa intrinseca di legalità, si ha violazione di legge non solo quando la condotta sia stata svolta in contrasto con le forme, le procedure, i requisiti richiesti, ma anche quando essa non si sia conformata al presupposto stesso da cui trae origine il potere, caratterizzato, a differenza dell’autonomia negoziale, dal vincolo di tipicità e di stretta legalità funzionale. Pertanto il potere esercitato per un fine diverso da quello voluto dalla legge, e quindi per uno scopo personale od egoistico, e comunque estraneo alla pubblica amministrazione, si pone fuori dello schema di legalità e rappresenta nella sua oggettività offesa dell’interesse tutelato. (Fattispecie relativa all’invio da parte di un assessore comunale di una missiva indirizzata al sindaco ed alla giunta comunale con la quale si lamentava la condotta del comandante dei vigili urbani). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5820 del 15 maggio 1998 (Cass. pen. n. 5820/1998)

In tema di abuso di ufficio, anche precedentemente alla modifica dell’art. 323 recata dalla legge n. 234 del 1997, ai fini della integrazione dell’elemento oggettivo del reato è richiesto che l’abuso si realizzi attraverso l’esercizio da parte del pubblico ufficiale di un potere per scopi diversi da quelli imposti dalla natura della funzione ad esso attribuita. Ne consegue che quando il pubblico ufficiale agisca del tutto al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni il reato in questione non è configurabile. (Fattispecie nella quale è stato escluso che rientrasse nei doveri del comandante di un posto di polizia aeroportuale la denuncia di ritrovamento presso il competente ufficio comunale di un oggetto smarrito da un viaggiatore; denuncia che, secondo l’accusa, non aveva un contenuto veritiero, essendo la cosa smarrita stata rinvenuta da altro dipendente del posto di polizia ed essendosi il comandante sostituito a quest’ultimo allo scopo di appropriarsene facendolo assegnare quale rinvenitore di essa). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5118 del 29 aprile 1998 (Cass. pen. n. 5118/1998)

In tema di abuso di ufficio consistente nell’illegittimo rilascio da parte di un sindaco di una concessione edilizia, è esente da vizio di motivazione la sentenza che desume la sussistenza della consapevole e concertata intenzione di porre in essere un comportamento illegittimo nell’interesse altrui dalla macroscopicità della violazione edilizia, dalla competenza professionale dell’imputato quale ingegnere, dai pregressi rapporti intercorsi tra le parti relativi alla costruzione di un muro che doveva essere di cinta ma che aveva assunto fin dall’inizio le caratteristiche di muro di sostegno, dalle modalità, estremamente veloci ed in ore notturne, di effettuazione della costruzione, dall’abnorme comportamento del sindaco che, annullata una precedente concessione poiché l’immobile ricadeva in zona preclusa, rilasciava tuttavia una nuova concessione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4815 del 23 aprile 1998 (Cass. pen. n. 4815/1998)

In tema di abuso d’ufficio, l’ingiustizia del vantaggio deve essere valutata con riferimento alla situazione esistente all’epoca della condotta, conformemente alla ratio della norma che è diretta ad assicurare la retta applicazione della legge al momento delle scelte discrezionali del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio. (Fattispecie in cui, a fronte del comportamento dell’imputato che, quale componente di commissione edilizia comunale, aveva espresso parere favorevole al cambio di destinazione di un immobile realizzato in mancanza della concessione edilizia, è stato ritenuto irrilevante il fatto che il fabbricato avesse successivamente ottenuto la concessione edilizia in sanatoria). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4707 del 21 aprile 1998 (Cass. pen. n. 4707/1998)

Ai fini della punibilità dell’abuso d’ufficio, di cui all’art. 323 c.p., così come modificato dalla L. n. 234/1997, è necessario che il soggetto agente ponga in essere una condotta che corrisponda alle forme tipizzate specificamente dalla norma, cioè la violazione di norme di legge o di regolamento ovvero l’inottemperanza all’obbligo di astensione in presenza di un interesse proprio o di prossimo congiunto o negli altri casi prescritti. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4544 del 16 aprile 1998 (Cass. pen. n. 4544/1998)

Nella previsione dell’art. 323 c.p., come novellato dalla legge 16 luglio 1997, n. 234, l’interesse proprio — in presenza del quale il pubblico ufficiale ha l’obbligo di astensione, che già non derivi da specifica disposizione — non solo non deve essere inteso come il vantaggio di natura patrimoniale, la cui realizzazione perfeziona il delitto di abuso d’ufficio, ma non è neppure sinonimo di lucro o di utilità, per cui comprende ogni interesse personale, anche non economico e del tutto affettivo, quale la finalità di favorire altri quando da ciò derivi per l’agente una situazione di vantaggio nella sfera personale delle sue relazioni sociali ed amicali. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1316 del 4 febbraio 1998 (Cass. pen. n. 1316/1998)

A seguito della nuova formulazione della fattispecie di abuso di ufficio ad opera della legge 16 luglio 1997, n. 234, che ha novellato l’art. 323 c.p., il reato in questione non può configurarsi se non in presenza di “violazione di norma di legge o di regolamento” (ovvero di una omissione del dovere di astenersi ricorrendo un interesse proprio dell’agente o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti). Ne consegue che è stata espunta dall’area della rilevanza penale ogni ipotesi di abuso di poteri o di funzioni non concretantesi nella formale violazione di norme legislative o regolamentari o del dovere di astensione. Non è quindi più consentito al giudice penale di entrare nell’ambito della discrezionalità amministrativa, che il legislatore ha ritenuto, anche per esigenze di certezza del precetto penale, di sottrarre a tale sindacato. (Fattispecie in cui un segretario comunale era accusato di avere usato l’utenza telefonica del comune nell’ambito dell’attività di levata dei protesti, e quindi per scopi che, per quanto estranei ai compiti istituzionali dell’ente locale, erano pur sempre relativi all’esercizio di una autonoma funzione pubblica connessa in base alla legge 12 giugno 1973, n. 349, alla qualità di segretario comunale rivestita dall’agente: la S.C., in applicazione del principio di diritto di cui sopra, ha ritenuto difettare nella specie l’elemento della violazione di legge o di regolamento, essendo solo configurabile una forma di eccesso di potere, non più penalmente rilevante). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11204 del 29 gennaio 1998 (Cass. pen. n. 11204/1998)

In tema di abuso di ufficio, a seguito della nuova fattispecie di cui all’art. 323 c.p. introdotta con la legge 16 luglio 1997, n. 234, trova applicazione l’art. 2, comma terzo, c.p., secondo cui il giudice, nella valutazione comparativa della norma abrogata e di quella nuova, disciplinanti la medesima materia dell’abuso funzionale del pubblico ufficiale, deve individuare e applicare quella più favorevole al reo, essendogli inibito di “costruire” una terza disposizione che contenga gli elementi più favorevoli dell’una e dell’altra norma. Al riguardo, non vi è dubbio che la nuova formulazione normativa sia più favorevole al reo, in quanto, a parte il più mite trattamento sanzionatorio, essa riduce grandemente l’area dell’illecito penale rispetto al passato, sia perché l’abuso di ufficio può commettersi ora solo attraverso più limitate condotte (violazione di legge o di regolamento o mancata astensione in caso di interesse proprio o di un congiunto), sia perché la fattispecie è ora strutturata come un reato di evento, che si consuma solo con la realizzazione di un ingiusto vantaggio patrimoniale dell’agente o di altri o di un danno ingiusto di altri. Inoltre, quanto all’elemento soggettivo, non è più richiesto il dolo specifico (fine di procurare un ingiusto vantaggio o di arrecare un ingiusto danno) ma semplicemente il dolo generico (consapevolezza e volontà di procurare un ingiusto vantaggio o di arrecare un ingiusto danno), mentre l’espressione “intenzionalmente” esclude che l’evento possa essere attribuito all’agente a titolo di dolo eventuale.

In tema di abuso di ufficio, come configurato dalla nuova fattispecie introdotta con la legge 16 luglio 1997, n. 234, la realizzazione dell’ingiusto vantaggio patrimoniale, cioè la verificazione dell’evento del reato, è integrata nel momento in cui risulta ampliata la sfera delle situazioni soggettive facenti capo ai destinatari dell’atto amministrativo. (Fattispecie in cui è stata ritenuta la realizzazione del vantaggio patrimoniale all’atto del rilascio di una concessione edilizia illegittima, produttiva in capo ai beneficiari del diritto ad edificare, a nulla rilevando la realizzazione materiale della costruzione abusiva). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1192 del 29 gennaio 1998 (Cass. pen. n. 1192/1998)

Integra l’estremo oggettivo del reato di abuso di ufficio (art. 323 c.p., come modificato dalla L. 16 luglio 1997 n. 234), l’adozione di una delibera comunale che conclude ed approva una gara a trattativa privata dopo che i lavori siano già stati commissionati ed eseguiti, atteso che, quando l’amministrazione decide di indire una gara (anche senza esservi obbligata e senza l’osservanza di formalità), essa è tenuta al rispetto delle regole della gara stessa e, prima di ogni altra, di quelle che assicurano la trasparenza e la libera concorrenza dei partecipanti, con la conseguenza che il mancato rispetto delle regole del procedimento, anche sotto il profilo della mancata osservanza dell’ordine necessario di successione degli atti, dà luogo al vizio di violazione di legge. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11520 del 15 dicembre 1997 (Cass. pen. n. 11520/1997)

In tema di abuso di ufficio commesso per procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale, come previsto dall’art. 323, comma secondo, c.p., prima delle modifiche apportate dalla legge 16 luglio 1997, n. 234, si ha vantaggio patrimoniale in tutti i casi in cui l’abuso sia finalizzato a creare una situazione favorevole per il complesso dei diritti soggettivi a contenuto patrimoniale facenti capo a un determinato soggetto, indipendentemente dall’effettivo incremento economico. Tale fattispecie è quindi integrata dalla condotta di un componente di una commissione esaminatrice che elude la prescrizione dell’anonimato della prova scritta allo scopo di valutare più favorevolmente un candidato, e quindi procurare ad esso un ingiusto vantaggio patrimoniale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6702 del 9 luglio 1997 (Cass. pen. n. 6702/1997)

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