Art. 278 – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica

Articolo 278 - Codice Penale

Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni (290 bis, 292 bis, 301 ss., 311 ss., 363; 79 c. p.m.p.).

Articolo 278 - Codice Penale

Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni (290 bis, 292 bis, 301 ss., 311 ss., 363; 79 c. p.m.p.).

Note

Tabella procedurale

Arresto: facoltativo in flagranza 381 c.p.p.
Fermo di indiziato di delitto: non consentito.
Misure cautelari personali: consentite 280, 287 c.p.p.
Autorità giudiziaria competente: Tribunale monocratico 33 ter c.p.p.
Procedibilità: con l’autorizzazione del Ministro di grazia e giustizia 313 c.p.

Massime

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 278 c.p., sollevata in riferimento agli artt. 21, 24, 25 e 111 della Costituzione, in quanto la norma incrimina l’offesa ad un bene giuridico di rilevanza costituzionale, quale l’onore ed il prestigio della stessa istituzione repubblicana e dell’unità nazionale che il Presidente della Repubblica rappresenta; sono giustificate, pertanto, sia la mancata previsione della possibilità per l’imputato di sollevare l’exceptio veritatis, senza che ciò contrasti con le garanzie costituzionali relative al diritto di difesa, sia la formulazione della fattispecie come reato a forma libera, senza che ciò contrasti con i principi costituzionali di tassatività della fattispecie e di libera manifestazione del pensiero.

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 278 c.p.(offesa all’onore ed al prestigio del Presidente della Repubblica) sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza per la irragionevolezza della severità della sanzione prevista, rispetto a quella stabilita per i delitti di ingiuria e diffamazione che ledono l’onore ed il prestigio di un comune cittadino o di un pubblico ufficiale, poichè la fattispecie in esame tutela non solo il prestigio del Presidente della Repubblica, e quindi della Istituzione dello Stato che egli rappresenta, ma anche il sereno svolgimento delle funzioni connesse alla carica: tale specificità giustifica pertanto il trattamento differenziato. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 12625 del 16 marzo 2004 (Cass. pen. n. 12625/2004)

Per la consumazione del reato previsto dall’art. 278 c.p. – offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica – non è richiesto che l’offesa diretta a quest’ultimo avvenga col mezzo della stampa, essendo sufficiente la semplice comunicazione dell’offesa ad un terzo con qualsiasi mezzo. (Nella fattispecie si trattava di offesa contenuta in una lettera pubblicata su un quotidiano dopo che la stessa era stata recapitata al direttore del giornale che in quel momento si trovava in una città diversa da quella di pubblicazione del giornale medesimo. La Suprema Corte ha ritenuto che – essendo stato dai giudici di merito escluso il concorso nel reato da parte del direttore del quotidiano, condannato infatti per il reato previsto dall’art. 57 c.p. in relazione all’art. 278 c.p. per aver omesso di esercitare il prescritto controllo sul giornale da lui diretto – correttamente era stata ritenuta la competenza territoriale del tribunale della città in cui si trovava il direttore del giornale al momento in cui aveva ricevuto la lettera in questione, essendo stato il primo a conoscere il contenuto offensivo di detto documento). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9880 del 20 novembre 1996 (Cass. pen. n. 9880/1996)

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 278 c.p. (offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica) sotto il profilo della irragionevolezza della sanzione, per sproporzione rispetto a quella stabilita per i delitti di ingiuria o di oltraggio a pubblico ufficiale — e con riferimento ai principi di cui agli artt. 3 e 27 Cost. Ciò in quanto, data l’eccezionale rilevanza del bene protetto dalla norma in considerazione, e, dunque, data la improponibilità di analogie tra la fattispecie criminosa da essa sanzionata e i delitti di oltraggio a P.U. e ingiuria —, si deve ritenere che non vi sia alcuno straripamento dai criteri di congruità sia sotto il profilo della coerenza intrinseca al sistema penale, sia sotto il profilo della violazione dei valori costituzionali. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3069 del 26 marzo 1996 (Cass. pen. n. 3069/1996)

L’ipotesi criminosa enunciata nell’art. 278 c.p. non richiede affatto, per l’integrazione della fattispecie, il vilipendio, ma prevede semplicemente l’offesa all’onore o al prestigio del Capo dello Stato (al quale è equiparato il Sommo Pontefice). Per la sussistenza del delitto previsto dall’art. 278 c.p. non è richiesto un dolo caratterizzato da specifiche finalità, ma è sufficiente la mera volontà di compiere l’azione offensiva con la consapevolezza di arrecare ingiuria alla persona investita della carica di Capo dello Stato o di Sommo Pontefice. La L. 11 novembre 1947, n. 1, ha modificato gli artt. 276, 277, 278 e 279 del c.p. ed ha abrogato gli artt. 280, 281 e 282, per adeguare il sistema al mutamento dell’istituzione monarchica in quella repubblicana, senza introdurre alcuna disposizione che possa rendere incompatibile il riferimento dell’art. 8 della legge 27 maggio 1929, n. 810, alla norma dell’art. 278 del c.p. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 562 del 22 maggio 1972 (Cass. pen. n. 562/1972)

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