Art. 23 – Codice Penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Reclusione

Articolo 23 - Codice Penale

La pena della reclusione si estende da quindici giorni a ventiquattro anni, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno (29, 32, 64, 66, 78, 132 ss., 141 ss.; 1 coord.; 656, 691 c.p.p.).
Il condannato alla reclusione, che ha scontato almeno un anno della pena, può essere ammesso al lavoro all’aperto (142).
Sono applicabili alla pena della reclusione le disposizioni degli ultimi due capoversi dell’articolo precedente (1).

Articolo 23 - Codice Penale

La pena della reclusione si estende da quindici giorni a ventiquattro anni, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno (29, 32, 64, 66, 78, 132 ss., 141 ss.; 1 coord.; 656, 691 c.p.p.).
Il condannato alla reclusione, che ha scontato almeno un anno della pena, può essere ammesso al lavoro all’aperto (142).
Sono applicabili alla pena della reclusione le disposizioni degli ultimi due capoversi dell’articolo precedente (1).

Note

(1) Questo comma deve ritenersi implicitamente abrogato dall’art. 1 della L. 25 novembre 1962, n. 1634.

Tabella procedurale

Massime

In tema di abusi di mercato, nel caso di sanzione irrevocabile irrogata dalla Consob, la verifica del giudice penale circa la sua legittimità rispetto all’osservanza del principio del “ne bis in idem”, con riguardo quindi alla proporzionalità del complessivo trattamento sanzionatorio irrogato, consente esclusivamente la disapplicazione in “mitius” del minimo edittale della reclusione previsto dalla norma penale, con esclusione della multa in ragione del meccanismo “compensativo” di cui all’art. 187-terdecies TUF. (In motivazione la Corte ha precisato che la predetta deroga del minimo edittale della reclusione trova in ogni caso il limite insuperabile della sanzione minima di cui all’art. 23 cod. pen.). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 49869 del 6 luglio 2018 (Cass. pen. n. 49869/2018)

L’isolamento notturno del condannato all’ergastolo è stato implicitamente abrogato dalla disposizione di ordinamento penitenziario che stabilisce che i locali destinati al pernottamento dei detenuti consistono in camere dotate di uno o più posti, per cui non ha carattere cogente, e può essere derogata anche a causa di difficoltà strutturali ed organizzative, la disposizione del punto 8 della Seconda parte delle “Regole minime per il trattamento dei detenuti”, di cui alla Raccomandazione del Comitato dei Ministri della Comunità Europea del 12 febbraio 1987, per la quale i detenuti devono in linea di principio essere alloggiati durante la notte in camere individuali. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 21309 del 4 maggio 2017 (Cass. pen. n. 21309/2017)

Il limite minimo di quindici giorni, stabilito per la durata della reclusione dall’art. 23 cod. pen., è inderogabile per il giudice e non può essere ridotto, in difetto di espressa previsione di legge, neppure in conseguenza della diminuzione operata per un rito speciale. (Fattispecie in cui la S.C. ha dichiariato inammissibile il ricorso di imputato che lamentava la mancata riduzione, oltre la soglia minima normativa, della pena irrogata all’esito di giudizio abbreviato). Cassazione penale, Sez. VII, ordinanza n. 27674 del 6 luglio 2016 (Cass. pen. n. 27674/2016)

Il limite minimo di quindici giorni stabilito per la reclusione deve essere osservato sia ai fini del computo finale della pena da irrogare, sia ai fini delle operazioni intermedie di calcolo. (Nel caso di specie, la pena irrogata era stata determinata in misura inferiore a detto limite a seguito dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche e della circostanza prevista dall’art. 62 n. 4 c.p.). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 24864 del 16 giugno 2009 (Cass. pen. n. 24864/2009)

Il limite minimo di quindici giorni stabilito per la reclusione dell’art. 23, comma primo, c.p., è assoluto e, per ciò, irriducibile, sia ai fini della pena da infliggersi in concreto sia ai fini dei calcoli intermedi. Né il predetto limite può essere superato, in caso di pena patteggiata, per effetto dell’applicazione della diminuente di cui all’art. 444 c.p.p. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 487 del 24 gennaio 1997 (Cass. pen. n. 487/1997)

Agli effetti dell’applicazione di misura cautelare per tentativo di delitto punito con la pena dell’ergastolo, si ha riguardo non alla pena minima di dodici anni di reclusione prevista dall’art. 56, comma secondo, c.p., ma a quella massima di ventiquattro anni di reclusione, desumibile dall’art. 23, comma primo, stesso codice. (Fattispecie relativa a pretesa decorrenza del termine di durata massima della custodia cautelare per tentato omicidio pluriaggravato, in relazione al quale la Suprema Corte ha escluso la rilevanza delle aggravanti non ad effetto speciale, né comportanti una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato, ma ha ritenuto doversi far riferimento non alla pena edittale minima per il tentativo di delitto punito con l’ergastolo, bensì alla pena edittale massima, da individuare a norma dell’art. 23, comma primo, c.p.). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5531 del 4 dicembre 1996 (Cass. pen. n. 5531/1996)

In caso di contestazione dell’ipotesi di reato prevista dall’art. 74 D.P.R. n. 309 del 1990, al fine di stabilire il termine massimo di custodia cautelare, la pena massima secondo la regola generale dettata dall’art. 23 c.p., va individuata in ventiquattro anni di reclusione. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 2119 del 20 settembre 1996 (Cass. pen. n. 2119/1996)

In sede di patteggiamento non è in ogni caso possibile quantificare la pena detentiva della reclusione in misura inferiore al minimo di 15 giorni fissato dall’art. 23 c.p. indipendentemente dalla circostanza che, per effetto della successiva sostituzione, si pervenga ad una misura della multa in sè non illegale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8301 del 5 settembre 1996 (Cass. pen. n. 8301/1996)

In tema di reato continuato, l’art. 81 c.p., mentre pone un duplice sbarramento al massimo di pena irrogabile (triplo della pena prevista per la violazione più grave) nonché, nel rispetto del principio del favor rei, il divieto di infliggere, comunque, una pena superiore a quella applicabile di base al cumulo materiale, nulla dice in ordine al minimo, che deve ritenersi perciò applicabile anche nella misura di un giorno di pena detentiva, purché il giudice del merito assolva il duplice obbligo di carattere generale: di non richiedere nel minimo di quindici giorni di reclusione, sancito dall’art. 23 c.p., la pena inflitta a titolo di continuazione; di motivare ai sensi dell’art. 132 c.p., oltre che in ordine alla determinazione della pena base, in relazione all’aumento per la continuazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5419 del 11 maggio 1995 (Cass. pen. n. 5419/1995)

Il limite minimo di quindici giorni previsto dalla legge per la reclusione (art. 23 c.p.) non è suscettibile di riduzione sia ai fini del computo della pena da infliggere in concreto sia ai fini dei calcoli intermedi consistenti anch’essi in un aumento o in una diminuzione della pena. Infatti la portata dell’art. 132 cpv. c.p., secondo cui, nell’aumento o nella diminuzione della pena, non si possono oltrepassare i limiti stabiliti per ciascuna specie di pena, salvo i casi espressamente determinati dalla legge, non può essere limitata al risultato finale del calcolo ma investe anche gli aumenti di pena. Ne consegue che il limite legale della reclusione di quindici giorni non può essere vulnerato dalla diminuzione delle attenuanti o diminuenti eventualmente concesse, mentre deve essere aumentato nel minimo consentito per effetto, in ipotesi, della ritenuta continuazione. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9442 del 19 ottobre 1993 (Cass. pen. n. 9442/1993)

Anche in tema di patteggiamento, il limite di giorni quindici di reclusione stabilito per la pena detentiva concernente i delitti (art. 23 c.p.) è irriducibile, sia ai fini del computo della pena da infliggere in concreto, sia ai fini dei calcoli intermedi. (Nella specie, la Suprema Corte ha ritenuto di poter porre rimedio all’errore, in applicazione dell’art. 620, lett. l, c.p.p., senza necessità di annullare con rinvio, rideterminando la pena detentiva adeguandosi ai criteri di valutazione espressi per la pena irrogata dal giudice di merito e sostanzialmente escludendo la necessità di apprezzamento di fatto). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 9140 del 7 ottobre 1993 Cass. pen. n. 9140/1993)

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