(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Materia regolata da più leggi penali o da più disposizioni della medesima legge penale

Articolo 15 - Codice Penale

Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito.

Articolo 15 - Codice Penale

Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito.

Note

Tabella procedurale

Massime

Sussiste concorso apparente di norme tra il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico e quello di cui all’art. 388, comma ottavo, cod. pen., che punisce l’omessa o falsa dichiarazione resa dal debitore esecutato in conseguenza dell’invito dell’ufficiale giudiziario ad indicare le cose o i crediti pignorabili ai sensi dell’art. 492, comma quarto, cod. proc. civ. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 16956 del 4 giugno 2020 (Cass. pen. n. 16956/2020)

Viola il divieto di “reformatio in peius” la decisione del giudice di appello che, in presenza di impugnazione del solo imputato, dichiari l’estinzione per intervenuta prescrizione relativamente ad un reato che, in primo grado, sia stato dichiarato assorbito in altro più grave, equivalendo quest’ultima dichiarazione al proscioglimento per insussistenza del fatto, più favorevole rispetto alla pronuncia di estinzione. (Fattispecie in cui, in primo grado, il reato di detenzione di munizioni di cui all’art. 697 cod. pen. era stato dichiarato assorbito in quello più grave di detenzione di arma comune da sparo e la corte di appello, su impugnazione del solo imputato, ne aveva dichiarato l’estinzione per prescrizione). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 51951 del 24 dicembre 2019 (Cass. pen. n. 51951/2019)

È configurabile il concorso tra il delitto di trattamento illecito di dati personali e quello di diffamazione, poiché la clausola di riserva di cui all’art. 167, comma 1, d.lgs 30 giugno 2003, n. 196 (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”) presuppone l’identità dei beni giuridici tutelati dai diversi reati, identità che non ricorre nel caso di specie, poiché il delitto di diffamazione tutela la reputazione, attinente all’aspetto esteriore della tutela dell’individuo e al suo diritto di godere di un certo riconoscimento sociale, mentre il delitto di trattamento illecito di dati personali è posto a tutela della riservatezza che ha riguardo all’aspetto interiore dell’individuo e al suo diritto a preservare la propria sfera personale da ingerenze indebite e ricorrendo, altresì, tra le due fattispecie, un rapporto di eterogeneità strutturale, sotto il profilo dell’oggetto materiale (che, nel delitto di cui all’art. 167 d.lgs. n. 196 del 2003, può essere costituito dai soli dati sensibili) e del dolo (configurato nel solo delitto di trattamento illecito come dolo specifico orientato al profitto dell’agente o al danno del soggetto passivo) che esclude la configurazione di un rapporto di specialità ai sensi dell’art. 15 cod. pen. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 30455 del 10 luglio 2019 (Cass. pen. n. 30455/2019)

Il principio di specialità stabilito dall’art. 9 della legge 24 novembre 1981, n. 689, è derogabile da leggi ordinarie con il limite del rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità, e l’esclusione della sua operatività può essere ricavata dalla circostanza che le sanzioni penali e quelle amministrative suscettibili di convergere sullo stesso fatto storico sono inserite nel medesimo testo normativo, senza la formulazione di clausole di riserva o di espliciti richiami al citato art. 9. (In applicazione del principio, la Corte ha escluso la sussistenza di un concorso apparente di norme tra le previsioni degli artt. 166 e 196 del d. lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, in tema di abusivismo finanziario). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 41007 del 24 settembre 2018 (Cass. pen. n. 41007/2018)

Nella materia del concorso apparente di norme non operano criteri valutativi diversi da quello di specialità previsto dall’art.15 cod.pen., che si fonda sulla comparazione della struttura astratta delle fattispecie, al fine di apprezzare l’implicita valutazione di correlazione tra le norme, effettuata dal legislatore. Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 20664 del 28 aprile 2017 (Cass. pen. n. 20664/2017)

Il reato di cui all’art. 374 bis cod. pen., si pone in rapporto di specialità rispetto al delitto di falso ideologico in certificati commesso da persone esercenti un servizio di pubblica necessità, in quanto si differenzia da questo per la funzione della falsa rappresentazione e per la destinazione dell’atto, ivi contemplato, all’autorità giudiziaria. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11540 del 9 marzo 2017 (Cass. pen. n. 11540/2017)

Il reato di abuso d’ufficio (art. 323 cod. pen.) e quello di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 cod. pen.), non possono formalmente concorrere fra loro giacché, quando il vantaggio economico del pubblico ufficiale sia da questi conseguito in dipendenza di un’erogazione altrui e di un proprio comportamento, attivo od omissivo, contrario ai doveri d’ufficio, trova applicazione, per il principio di specialità, la più grave delle due figure criminose in questione, e cioè quella della corruzione, caratterizzata, rispetto all’altra, dalla presenza del soggetto erogatore di un’utilità collegata da nesso teleologico al suindicato comportamento del pubblico ufficiale. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4459 del 30 gennaio 2017 (Cass. pen. n. 4459/2017)

Il delitto di sostituzione di persona non è assorbito in altra figura criminosa, in presenza di un unico fatto, contemporaneamente riconducibile sia alla previsione di cui all’art. 494 cod. pen. sia a quella di altra norma a tutela della fede pubblica. (In applicazione di tale principio, la Corte ha escluso il concorso apparente di norme tra i reati di sostituzione di persona e falsità in certificati nella condotta dell’imputato, che aveva falsificato la carta d’identità del soggetto, cui successivamente si era sostituito per commettere ulteriori reati). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 6597 del 12 febbraio 2014 (Cass. pen. n. 6597/2014)

Il delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia concorre e non è assorbito nel reato di estorsione, trattandosi di fattispecie preordinate alla tutela di beni giuridici diversi: la disposizione di cui all’art. 513 bis cod. pen. ha come scopo la tutela dell’ordine economico e, quindi, del normale svolgimento delle attività produttive a esso inerenti, mentre il reato di estorsione tende a salvaguardare prevalentemente il patrimonio dei singoli. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 5793 del 6 febbraio 2014 (Cass. pen. n. 5793/2014)

L’art. 642 cod. pen., strutturato come una norma penale mista del tutto peculiare, prevede nei suoi commi primo e secondo cinque diverse fattispecie di reato – in particolare, il danneggiamento dei beni assicurati e la falsificazione o alterazione della polizza, nel comma primo; la mutilazione fraudolenta della propria persona, la denuncia di un sinistro non avvenuto e la falsificazione o alterazione della documentazione relativi al sinistro, nel comma secondo – che, ove ricorrano gli estremi fattuali, possono concorrere fra loro. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabile il concorso di reati nel caso di fraudolenta distruzione della cosa propria e di fraudolenta esagerazione del danno). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 1856 del 17 gennaio 2014 (Cass. pen. n. 1856/2014)

I reati di cui agli artt. 629 cod. pen. e 12, comma quinto, D.Lgs. 25 luglio 1998 n. 286 possono concorrere, in quanto le relative fattispecie incriminatrici sono poste a tutela di beni diversi (rispettivamente l’inviolabilità del patrimonio e della libertà personale il primo, la sicurezza interna il secondo) ed integrate da condotte differenti (in particolare, integrate quelle del primo delitto da violenza e minacce finalizzate a procurarsi un ingiusto profitto, quella del secondo da condotta di favoreggiamento della permanenza sul territorio di stranieri extracomunitari irregolari). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 933 del 13 gennaio 2014 (Cass. pen. n. 933/2014)

Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di una prostituta è assorbito in quello, più grave, di favoreggiamento della prostituzione, qualora la condotta sia unica dal punto di vista storico e naturalistico, in virtù della clausola di riserva contenuta nell’art. 12, comma quinto, del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 46223 del 19 novembre 2013 (Cass. pen. n. 46223/2013)

In caso di concorso tra disposizione penale incriminatrice e disposizione amministrativa sanzionatoria in riferimento allo stesso fatto, deve trovare applicazione esclusivamente la disposizione che risulti speciale rispetto all’altra all’esito del confronto tra le rispettive fattispecie astratte. Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 1963 del 21 gennaio 2011 (Cass. pen. n. 1963/2011)

In caso di concorso di norme penali che regolano la stessa materia, il criterio di specialità (art. 15 c.p.) richiede che, ai fini della individuazione della disposizione prevalente, il presupposto della convergenza di norme può ritenersi integrato solo in presenza di un rapporto di continenza tra le norme stesse, alla cui verifica deve procedersi mediante il confronto strutturale tra le fattispecie astratte configurate e la comparazione degli elementi costitutivi che concorrono a definirle. Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 1235 del 19 gennaio 2011 (Cass. pen. n. 1235/2011)

I reati di sequestro di persona, rapina e tentato omicidio possono concorrere tra loro non sussistendo alcun rapporto di consunzione o sussidiarietà tra gli stessi, attesa la diversità dei beni giuridici tutelati che, da un lato, non consente di ritenere assorbiti tra loro gli interessi tutelati dalle fattispecie di sequestro di persona e rapina e, dall’altro, esclude che tali ultime condotte costituiscano il necessario antefatto del delitto di tentato omicidio. (In motivazione la Corte ha aggiunto che non è applicabile il criterio della consunzione, in quanto il tentato omicidio non comprende in sè i fatti di rapina e sequestro di persona, nè esaurisce l’intero disvalore del fatto concreto). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 31735 del 12 agosto 2010 (Cass. pen. n. 31735/2010)

L’omicidio volontario di donna in stato di gravidanza non assorbe il reato di procurato aborto, trovando applicazione in simile ipotesi la disposizione sul concorso formale di reati e non quella sul concorso apparente di norme. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 18514 del 17 maggio 2010 (Cass. pen. n. 18514/2010)

Il delitto di violenza sessuale (nella specie, di gruppo: art. 609 octies c.p.), considerato come circostanza della forma aggravata dell’omicidio, se commesso in un unico contesto temporale, non concorre formalmente con esso, ma in esso resta assorbito, confluendo nella figura del reato complesso in senso stretto di cui all’art. 84, comma primo, c.p., punibile con la pena dell’ergastolo. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6775 del 22 febbraio 2005 (Cass. pen. n. 6775/2005)

Sussiste un rapporto di specialità tra le disposizioni della legge n. 248 del 2000, in materia di diritto di autore, relativamente all’ipotesi di acquisto di supporti audiovisivi, fotografici, informatici o multimediali non conformi alle prescrizioni di legge, e il reato di ricettazione, atteso che l’estrema specificità della disciplina speciale a tutela del diritto di autore rende tali condotte illecite del tutto ricomprensibili nella più generica previsione di cui all’art. 648 c.p., tutelando la legge n. 248 del 2000 anche gli interessi patrimoniali, alla pari del delitto di ricettazione. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 3286 del 1 febbraio 2005 (Cass. pen. n. 3286/2005)

Per il principio di specialità di cui all’art. 15 c.p. non è configurabile il delitto di violenza privata qualora la violenza (fisica o morale) sia stata usata direttamente ed esclusivamente per uno dei fini particolari previsti da altre ipotesi di reato, quale il sequestro di persona, allorché la violenza esercitata sulla vittima sia stata unicamente rivolta a privarla della libertà. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 47972 del 10 dicembre 2004 (Cass. pen. n. 47972/2004)

Il delitto di turbata libertà degli incanti (art. 353 c.p.) ha natura plurioffensiva, tutelando la norma non solo la libertà di partecipare alle gare nei pubblici incanti, ma anche la libertà di chi vi partecipa ad influenzarne l’esito, secondo la libera concorrenza ed il gioco della maggiorazione delle offerte. Ne consegue che, in base al principio di specialità espresso dall’art. 15 c.p., tale delitto non può concorrere con quello di estorsione (art. 629 c.p.), con la conseguenza che quest’ultimo deve ritenersi assorbito nel primo. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 19607 del 28 aprile 2004 (Cass. pen. n. 19607/2004)

Atteso il carattere residuale del reato di abuso di ufficio previsto dall’art. 323 c.p., anche dopo la novella della L. 16 luglio 1997, n. 234, deve escludersi, in applicazione della regola della specialità sancita dall’art. 15 c.p., il concorso formale di tale reato con quelli, più gravi, di violenza privata e lesioni, aggravati entrambi ex art. 61, n. 9 c.p. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 49536 del 31 dicembre 2003 (Cass. pen. n. 49536/2003)

La disposizione dell’art. 20, comma quinto, della legge n. 40 del 1998 (oggi trasfusa in quella dell’art. 22, comma 10, D.L.vo 286 del 1998), la quale punisce il fatto del datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno, non è speciale rispetto a quella di cui all’art. 10, comma quinto, della stessa legge (oggi art. 12, comma 5, D.L.vo citato) che prevede il reato di favoreggiamento della permanenza di stranieri nel territorio dello Stato in condizioni di illegalità. Ne consegue che i due reati possono concorrere tra di loro. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 23438 del 28 maggio 2003 (Cass. pen. n. 23438/2003)

Qualora il delitto di cui all’art. 73 D.P.R. n. 309/90 sia commesso anche avvalendosi della forza intimidatrice dell’appartenenza ad una associazione mafiosa, la collaborazione prestata per evitare che l’attività criminosa sia portata a conseguenze ulteriori individua una attenuante che si colloca in rapporto di specialità rispetto a quella prevista per la dissociazione sia perché specifica in relazione ai reati in materia di stupefacenti sia perché più favorevole prevedendo una riduzione della pena dalla metà ai due terzi. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 18100 del 16 aprile 2003 (Cass. pen. n. 18100/2003)

Non sussiste rapporto di specialità (art. 15 c.p.) tra il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e quello di riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.), trattandosi di reati che tutelano interessi diversi – la correttezza dei rapporti familiari nella prima ipotesi, lo status libertatis dell’individuo nella seconda – e che presentano un diverso elemento materiale, in quanto nell’ipotesi dell’art. 572 c.p. è necessario che un componente della famiglia sottoponga un altro a vessazioni, mentre nel caso di riduzione in schiavitù è necessario che un soggetto eserciti su un altro individuo un diritto di proprietà, con la conseguenza che le due ipotesi di reato, sussistendone i presupposti, possono concorrere. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32363 del 30 settembre 2002 (Cass. pen. n. 32363/2002)

In tema di detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici, la detenzione di una scheda contraffatta (pic card) per la decrittazione delle trasmissioni a pagamento (pay-tv) configura il reato di cui all’art. 615 quater c.p., ma non rientra nella previsione di cui all’art. 171 octies della L. n. 248 del 2000 che invece concerne la tutela del diritto di autore, con la conseguenza che tra le due previsioni non sussiste alcun rapporto di specialità. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 24847 del 27 giugno 2002 (Cass. pen. n. 24847/2002)

La fattispecie criminosa di cui all’art. 316 ter c.p. (inserito dall’art. 4 della legge 29 settembre 2000, n. 300) che sanziona l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato costituisce norma sussidiaria rispetto al reato di truffa di cui all’art. 640 bis c.p. il quale esaurisce l’intero disvalore del fatto ed assorbe l’interesse tutelato dalla prima previsione. Ne consegue che il reato di cui all’art. 316 ter può trovare applicazione solo ove non ricorra la fattispecie di cui all’art. 640 bis c.p. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 41928 del 23 novembre 2001 (Cass. pen. n. 41928/2001)

Sussiste concorso materiale tra i reati previsti dalle norme relative alla prevenzione degli infortuni sul lavoro ed i reati di omicidio colposo e lesioni personali colpose, atteso che la diversa natura dei reati medesimi (i primi di pericolo e di mera condotta, i secondi di danno e di evento), il diverso elemento soggettivo (la colpa generica nei primi, la colpa specifica nei secondi, nell’ipotesi aggravate di cui al comma 2 dell’art. 589 e al comma 3 dell’art. 590), i diversi interessi tutelati (la prevalente finalità di prevenzione dei primi, e lo specifico bene giuridico della vita e dell’incolumità individuale protetto dai secondi), impongono di ritenere non applicabile il principio di specialità di cui all’art. 15 del codice penale. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 35773 del 3 ottobre 2001 (Cass. pen. n. 35773/2001)

L’art. 2, primo comma, legge 23 dicembre 1986, n. 898 punisce chiunque, mediante l’esposizione di dati o notizie falsi, consegue indebitamente per sé o per altri, aiuti, premi, indennità, restituzioni, contributi o altre erogazioni a carico totale o parziale del Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia. Data la struttura della norma, risulta che “l’esposizione di dati o notizie falsi” è requisito essenziale per la configurazione della fattispecie; ne deriva che detto reato non può concorrere con il delitto di falso previsto dall’art. 483 c.p., sussistendo concorso apparente di norme, ai sensi dell’art. 15 c.p., in quanto tutti gli elementi previsti dall’art. 483 c.p. sono ricompresi (e quindi assorbiti) nella fattispecie di cui all’art. 2 della legge citata, sicché quest’ultima risulta avere come elemento specializzante, rispetto al falso, l’indebita percezione del contributo del Fondo Europeo sopra citato. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2752 del 23 marzo 2000 (Cass. pen. n. 2752/2000)

Sussiste concorso apparente di norme tra il delitto di violenza privata (art. 610 c.p.) e quello di abuso di autorità mediante ingiurie nei confronti di inferiore di grado (art. 196 c.p.m. p.), che rimane dunque assorbito nel primo. Nel delitto di cui all’art. 610 c.p., infatti, il soggetto attivo, con violenza o minaccia, mira a costringere la vittima a fare, tollerare od omettere qualche cosa, mentre, nel reato militare, la minaccia di ingiusto danno, formulata dal superiore nei confronti dell’inferiore, è fine a sé stessa, poiché la norma non specifica lo scopo che l’agente intende raggiungere. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 14718 del 29 dicembre 1999 (Cass. pen. n. 14718/1999)

In tema di falsità materiale in atto pubblico, si realizza concorso apparente di norme tra le disposizioni degli artt. 469 c.p. (contraffazione delle impronte di pubblica autenticazione e certificazione) e 476 stesso codice (falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici) nel caso in cui la falsificazione concerna un atto notarile. Invero, la fattispecie ex art. 476 c.p., avendo carattere più generale, coinvolge quella di cui all’art. 469 c.p. che ha per oggetto solo un aspetto del documento falsificato e cioè l’impronta del sigillo notarile. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 13299 del 19 novembre 1999 (Cass. pen. n. 13299/1999)

Sussiste concorso apparente di norme tra il reato previsto dall’art. 483 c.p. (falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico) e quello di cui all’art. 2 legge 23 dicembre 1986 n. 898; invero tutti gli elementi presenti nella fattispecie criminosa di cui all’art. 483 c.p. sono compresi (e quindi assorbiti) nella fattispecie di cui alla legge del 1986, che presenta l’elemento «specializzante» dell’indebita percezione del contributo del Fondo europeo. (Fattispecie in cui il ricorrente, assolto perché il fatto non è previsto dalla legge come reato con riferimento al delitto di frode comunitaria — in quanto i contributi erogabili a seguito delle mendaci dichiarazioni non avrebbero superato i 20 milioni di lire — era stato condannato, in relazione al medesimo episodio, per il reato ex art. 483 c.p. La Suprema Corte, enunciando il principio di cui sopra, in applicazione dell’art. 15 c.p., ha annullato senza rinvio la sentenza del giudice di merito). Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11568 del 12 ottobre 1999 (Cass. pen. n. 11568/1999)

Tra il reato di istigazione alla corruzione propria di cui all’art. 322, secondo comma, c.p. e quello di subornazione, previsto dall’art. 377 c.p., nel testo risultante dall’art. 11, sesto comma, del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella L. 7 agosto 1992, n. 356, qualora l’attività illecita dell’agente si rivolga nei confronti del consulente tecnico del pubblico ministero, intercorre un rapporto di specialità ai sensi dell’art. 15 c.p. in virtù del quale deve trovare applicazione solo l’art. 377 c.p., sia in relazione al profilo soggettivo, per la specificità della persona coinvolta (sempre che abbia già assunto la veste di testimone per effetto di citazione a comparire), sia al profilo oggettivo, per la specificità dell’atto contrario ai doveri di ufficio, mirante, in sostanza, alla manipolazione dell’accertamento tecnico. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4062 del 30 marzo 1999 (Cass. pen. n. 4062/1999)

Tra il reato di corruzione e quello di finanziamento illecito dei partiti, deve ritenersi ammissibile il concorso formale in quanto diverse sono le condotte e diversi i beni giuridici tutelati dalle rispettive norme incriminatrici: il buon andamento della Pubblica Amministrazione, per quanto attiene alla corruzione, ed il metodo democratico, con riguardo all’altro reato. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3926 del 25 marzo 1999 (Cass. pen. n. 3926/1999)

Poiché il concorso apparente di norme coesistenti postula che una determinata norma incriminatrice speciale presenti in sè tutti gli elementi costitutivi di un’altra generale oltre che un elemento ulteriore cosiddetto specializzante, non può ravvisarsi alcun concorso di norme quando il giudice di merito escluda, in fatto, la presenza di un elemento costitutivo di una di esse, anche se tale esclusione riguardi un reato diverso da quelli cui si riferiscono le norme in concorso. (Nella specie, i giudici di merito, nell’affermare la responsabilità degli imputati per il reato di cui all’art. 1, comma primo, della legge 7 agosto 1982, n. 516, avevano escluso che gli imputati stessi avessero compiuto «artifici e raggiri» atti a indurre in errore lo Stato, essendosi limitati a non presentare le prescritte dichiarazioni dei redditi e dell’Iva. Oltre ad aver pronunciato condanna per tale reato, avevano anche dichiarato gli imputati responsabili del delitto di cui all’art. 4, comma primo, lett. b), della legge 7 agosto 1982, n. 516 per avere distrutto o comunque occultato la contabilità di alcune società di comodo da loro create, al fine di impedire la ricostruzione del volume di affari e l’individuazione dei clienti e fornitori, dichiarando assorbito in tale reato quello di truffa, pure contestato, per avere i prevenuti — con artifici e raggiri consistiti nella creazione di società di comodo e altre attività illecite — indotto in errore la pubblica amministrazione non versando l’Iva fatturata e riscossa. La Corte Suprema, enunciando il principio di cui sopra, ha annullato la sentenza impugnata nella parte in cui i giudici di merito avevano dichiarato assorbito il reato di truffa, chiarendo che — dopo l’affermazione che gli imputati non avevano compiuto «artifici e raggiri» — avrebbero dovuto dichiarare insussistente il reato di truffa). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12345 del 25 novembre 1998 (Cass. pen. n. 12345/1998)

Il delitto di frode in commercio di cui all’art. 515 c.p. non viene assorbito, ma concorre con l’illecito amministrativo previsto dall’art. 44 della legge 4 luglio 1967 n. 580 sulla produzione di pasta alimentare di grano duro. Le due norme, infatti, riguardano due oggetti giuridici diversi, in quanto la norma di cui all’art. 515 c.p. tutela l’interesse degli acquirenti alla correttezza ed alla lealtà degli scambi commerciali, mentre le disposizioni della legge 580 del 1967 tutelano la salute pubblica e l’interesse pubblico alla regolarità nell’impiego di ingredienti destinati all’alimentazione. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 11640 del 11 novembre 1998 (Cass. pen. n. 11640/1998)

In ipotesi di concorso delle imputazioni di oltraggio e di lesioni volontarie aggravate dalla qualità di pubblico ufficiale, ai sensi dell’art. 61, n. 10, c.p., devono trovare applicazione entrambe le norme, in considerazione dei differenti beni giuridici protetti dalle due previsioni legislative. Non può, infatti, operare, in tal caso il principio di specialità di cui all’art. 15 c.p., perché la disposizione presuppone che più norme incriminatrici regolino la stessa materia, abbiano, cioè la stessa obiettività giuridica, intesa nel senso di identità del bene protetto. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7516 del 24 giugno 1998 (Cass. pen. n. 7516/1998)

A seguito dell’entrata in vigore del nuovo codice della strada, approvato con il decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, l’inottemperanza all’invito impartito dalla competente autorità di presentarsi, entro il termine stabilito nell’invito medesimo, ad uffici di polizia per fornire informazioni o esibire documentazione ai fini dell’accertamento di violazioni amministrative previste dal detto codice, non è punibile ai sensi dell’art. 650 c.p., poiché il comma ottavo dell’art. 180 del nuovo codice della strada sanziona tal genere di inottemperanze con pena pecuniaria amministrativa, di tal che detta condotta non costituisce più illecito penale, in applicazione del principio di specialità di cui all’art. 9, comma primo, della legge 24 novembre 1981 n. 689, ma mero illecito amministrativo. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4796 del 23 aprile 1998 (Cass. pen. n. 4796/1998)

In materia di protezione del diritto d’autore l’art. 171 a) della legge 22 aprile 1941 n. 633 punisce con la multa chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma riproduce, recita in pubblico, diffonde o pone comunque in commercio un’opera altrui; mentre l’art. 1 della legge 22 maggio 1993 n. 159 punisce con sanzione amministrativa chiunque abusivamente riproduce a fini di lucro, con qualsiasi procedimento, la composizione grafica di opere, o parti di opere, librarie. Posto che la medesimezza del fatto va valutata in astratto e non in concreto, nelle due norme è diversa sia la condotta (da una parte riproduzione, ma anche diffusione, recitazione pubblica ecc., dall’altra solo riproduzione) sia l’oggetto materiale (da una parte l’opera dell’ingegno quale bene immateriale, dall’altra la composizione grafica dell’opera, ovvero l’opera materiale, il corpus mechanicum). Ne consegue che il fatto previsto dalle due norme non è il medesimo, e dunque non si configura il rapporto di specialità tra norme ex art. 9 legge 689/81. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 3617 del 11 febbraio 1998 (Cass. pen. n. 3617/1998)

Tra la fattispecie di cui all’art. 611 e quella di cui all’art. 629 c.p., nella forma consumata o tentata, non sussiste alcun rapporto di specialità che si presenti riconducibile alla nozione accolta nell’art. 15 dello stesso codice, in quanto – a parte la diversità di beni giuridici tutelati dalle due fattispecie – nel primo reato la condotta presa in considerazione dalla legge è quella diretta a costringere altri a commettere un reato, mentre nel secondo reato la condotta incriminata è quella diretta a conseguire – in coerenza con la natura di reato contro il patrimonio che è propria della figura dell’estorsione – un ingiusto profitto con altrui danno patrimoniale, sicché si riscontra in ciascuna delle due ipotesi criminose una diversità di condotte finalistiche, una diversità di beni aggrediti ed una diversità di attività materiali che non lascia sussistere tra esse quella relazione di omogeneità che le rende riconducibili ad unum nella figura del reato speciale ex art. 15 c.p. (In applicazione di detto principio la Corte ha rigettato il motivo con il quale il ricorrente, sulla base di un asserito rapporto di specialità bilaterale e reciproca tra le due fattispecie, sosteneva l’avvenuto assorbimento nel delitto di estorsione di quello previsto dall’art. 611 c.p.). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 2704 del 21 marzo 1997 (Cass. pen. n. 2704/1997)

È possibile il concorso fra i reati associativi di cui agli artt. 416 bis c.p. e 74 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 quando si sia in presenza, da una parte, di un organismo (quello di stampo mafioso) a carattere federalistico e verticistico, raggruppante l’intera massa degli associati, dall’altro di organismi che, operando nello specifico campo del traffico degli stupefacenti, fruiscano, pur sotto la sorveglianza e con il contributo logistico dell’organizzazione di stampo mafioso, di una certa libertà operativa e siano (eventualmente) differenziati soggettivamente dallo schema strutturale di detta ultima organizzazione. Ne consegue che proprio per la pur limitata autonomia dell’associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti e la possibile, almeno parziale, differenza nella componente soggettiva, l’affiliazione all’organizzazione mafiosa non è da sola sufficiente a dimostrare la partecipazione all’altra, per la cui sussistenza occorre verificare se il soggetto risulti inserito e partecipe della particolare, autonoma finalità dell’illecita circolazione dello stupefacente. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2620 del 6 giugno 1996 (Cass. pen. n. 2620/1996)

In applicazione del principio di specialità sancito dall’art. 15 c.p. e del principio secondo cui lo stesso fatto non può essere posto a carico dell’agente una seconda volta, la violenza o minaccia adoperata dopo la sottrazione di una cosa mobile altrui, per assicurare a sé o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sé o ad altri l’impunità, è elemento costitutivo del reato di rapina impropria, di cui all’art. 628, primo capoverso, c.p. valutato dal legislatore per configurare tale fattispecie di reato, e pertanto non può essere valutata una seconda volta a titolo di circostanza aggravante del nesso teleologico prevista dall’art. 576, n. 1, c.p. in relazione all’art. 61, n. 2, c.p. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5189 del 25 maggio 1996 (Cass. pen. n. 5189/1996)

In base al principio di specialità deve escludersi concorso formale tra il reato di abuso di ufficio di cui all’art. 323 comma 2 c.p.p. e quello di corruzione di cui all’art. 319 c.p.; ciò peraltro non comporta che non possa aversi un concorso materiale tra i predetti: il che si verifica quando sussistano distinte condotte accompagnate dall’elemento psicologico previsto dalle citate norme incriminatrici. (Principio affermato con riguardo a fattispecie nella quale il pubblico ufficiale non si era limitato solo agli atti contrari ai doveri di ufficio, oggetto della corruzione e costituiti dalla redazione di atti pubblici falsi e dalla soppressione di atti pubblici, ma aveva anche ordinato fraudolentemente, ai suoi collaboratori ignari, di redigere siffatti atti così dovendo rispondere del fatto abusivo da questi ultimi posto in essere). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3030 del 26 marzo 1996 (Cass. pen. n. 3030/1996)

Tra l’art. 586 c.p. (morte o lesioni come conseguenza di altro delitto) e l’art. 589 stesso codice (omicidio colposo) esiste un concorso apparente di norme, che va risolto ex art. 15 c.p. con l’applicazione esclusiva della norma speciale. La quale è proprio quella dell’art. 586 c.p., che prevede alcuni elementi comuni con la norma dell’art. 589 citato (condotta umana che cagiona l’evento della morte di una persona) e alcuni elementi aggiuntivi esclusivi (colpa consistente nella commissione di un delitto doloso, pena aggravata). Ne deriva che quando la morte è conseguenza di altro delitto non può applicarsi la norma dell’art. 589 c.p., ma deve applicarsi soltanto quella dell’art. 586 stesso codice. Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 1602 del 9 febbraio 1996 (Cass. pen. n. 1602/1996)

Il delitto previsto dall’art. 74 D.P.R. n. 309/1990 costituisce norma speciale rispetto all’art. 416 c.p., perché a tutti gli elementi costitutivi della associazione per delinquere – a) vincolo tendenzialmente permanente o comunque stabile; b) indeterminatezza del programma criminoso; c) esistenza di una struttura organizzativa adeguata allo scopo – aggiunge quello specializzante della natura dei reati fini programmati, che devono essere quelli previsti dall’art. 73 D.P.R. cit. In forza del principio di specialità (art. 15 c.p.) la costituzione di un’associazione finalizzata al solo traffico di stupefacente non potrà essere punita a doppio titolo (ex art. 416 c.p. e art. 73 T.U. 309/90), mentre la costituzione di una associazione finalizzata alla commissione, sia di reati di stupefacente che di reati diversi, potrà essere punita, oltre che dal citato art. 73, anche dall’art. 416 c.p., con riferimento a quell’ulteriore evento giuridico, lesivo del bene tutelato, ravvisabile nella costituzione di una seconda situazione di pericolo, autonomamente ravvisabile, con particolare riferimento a quegli elementi del reato associativo indicati sub b) e c) che, rientrando nella previsione di carattere generale, si sottraggono a quella speciale e, perciò, sfuggono, alla disposizione dell’art. 15 c.p.

In tema di associazione per delinquere e di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, al fine di distinguere le ipotesi di concorso apparente di norme da quelle di concorso formale di reati occorre far riferimento al principio di specialità di cui all’art. 15 c.p., fondato sul rapporto logico formale fra le norme incriminatrici, mentre gli altri criteri (sussidiarietà, assorbimento, progressione degli illeciti) basati su giudizi di valore, risolti con la prevalenza della sola sanzione prevista per l’ipotesi più grave, non sono utilizzabili, in quanto i due eventi di pericolo che le predette associazioni realizzano (pericolo di diffusione di sostanze stupefacenti l’una, prevalente pericolo di commissione di delitti contro il patrimonio e le persone l’altra) non si pongono in rapporto di graduazione di dignità e gravità di offesa ai medesimi beni, bensì in rapporto di diversità di beni giuridici tutelati. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11413 del 25 novembre 1995 (Cass. pen. n. 11413/1995)

Il delitto di furto di materiale inerte sottratto dall’alveo di un torrente mediante escavazione dello stesso non rimane assorbito nel reato di cui agli artt. 133, 142 R.D. 25 luglio 1904, n. 523, e 374 L. 20 marzo 1865, n. 2248 ma concorre con questo. Il principio di specialità previsto dall’art. 15 c.p. non può infatti, operare, in quanto la contravvenzione punisce comportamenti dal legislatore ritenuti pericolosi per l’assetto idrogeologico del territorio e, quindi, lesivi di un interesse essenzialmente pubblico, che può risultare in concreto vulnerato anche senza che abbiano luogo l’impossessamento e l’asportazione del materiale, mentre l’essenza giuridica del delitto di furto è costituita dalla violazione del diritto di proprietà, pubblica o privata, e la sua materialità postula necessariamente la sottrazione e l’impossessamento della cosa. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 10453 del 20 ottobre 1995 (Cass. pen. n. 10453/1995)

La disposizione di cui all’art. 15, lettera a) del nuovo codice della strada, che punisce con una sanzione amministrativa il danneggiamento di opere, piantagioni ed impianti appartenenti alle strade ed alle loro pertinenze, è norma speciale rispetto all’art. 635, n. 3, c.p., perché detta la disciplina relativa ad una specifica categoria di beni; né rileva a tal fine l’eventuale diversa oggettività giuridica delle due disposizioni, dovendosi avere riguardo per configurare il rapporto di specialità, ai sensi dell’art. 9 della L. 24 novembre 1981, n. 689, non agli interessi tutelati dalle norme ma alla fattispecie concreta che in tutti i suoi elementi materiali potrebbe essere ricondotta ad entrambe le disposizioni in questione. (Nella specie la Corte ha ritenuto integrato l’illecito amministrativo de quo nel danneggiamento di lampioni facenti parte dell’impianto di illuminazione di una strada). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 4491 del 2 ottobre 1995 (Cass. pen. n. 4491/1995)

La disposizione di cui all’art. 74, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, che punisce l’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, non si pone in rapporto di specialità con l’art. 416 bis c.p. (associazione per delinquere di stampo mafioso) in quanto i due reati si distinguono nettamente, essendo caratterizzato il secondo dal metodo mafioso, assente nel primo, il quale contiene un elemento costituito dalla natura dei reati-fine, specializzante, solo rispetto al delitto di cui all’art. 416 c.p.; ciò significa che fra le predette norme incriminatrici esiste un rapporto di specialità reciproca, che non consente l’applicazione del principio sancito dall’art. 15 c.p., ma rende configurabile il concorso formale fra i due reati. Pertanto, se l’esistenza di un sodalizio criminoso non mafioso finalizzato al traffico di sostanze stupefacenti configura il reato di cui all’art. 74, D.P.R. n. 309/1990 e non anche quello di cui all’art. 416 c.p., il fatto di una organizzazione mafiosa che si dedichi a detto traffico rientra nell’ambito applicativo di entrambe le fattispecie criminose. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 478 del 29 settembre 1995 (Cass. pen. n. 478/1995)

Perché si verifichi il concorso di norme (con la conseguente necessità di individuare la norma speciale che deroga a quella generale) è necessaria, in primo luogo, l’identità della natura delle norme, che devono essere, tutte, norme penali, e, successivamente, l’identità dell’oggetto di tali norme, che devono regolare, tutte la stessa materia; devono esser, perciò, caratterizzate dall’identità del bene alla cui tutela sono finalizzate. (Fattispecie relativa a inosservanza delle prescrizioni inerenti alla libertà controllata con violazione di quella avente ad oggetto la sospensione della patente di guida, in ordine alla quale la S.C. ha ritenuto insussistente il concorso di norme disciplinate dall’art. 15 c.p., sul rilievo che, se la disposizione che prevede e punisce la guida di un veicolo con patente sospesa è di indubbia natura penale, non lo è la norma dell’art. 108 della legge n. 689 del 1981, la quale ha carattere esclusivamente procedimentale, nell’ambito del procedimento che concerne l’esecuzione delle sentenze di condanna a pena pecuniaria nell’ipotesi in cui l’esecuzione ordinaria di tali sentenze abbia esito negativo per insolvibilità del condannato). Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 9568 del 13 settembre 1995 (Cass. pen. n. 9568/1995)

Il reato di fraudolenta distruzione della cosa propria (art. 642 c.p.) costituisce un’ipotesi criminosa speciale rispetto al reato di truffa (art. 640 c.p.); nel primo, infatti, sono presenti gli stessi elementi della condotta caratterizzanti il secondo ed, in più, come elemento specializzante, il fine di tutela del patrimonio dell’assicuratore. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 4828 del 2 maggio 1995 (Cass. pen. n. 4828/1995)

Per il principio di specialità di cui all’art. 15 c.p., non è configurabile il delitto di violenza privata qualora la violenza (fisica o morale) sia stata usata per uno dei fini particolari previsti da altre ipotesi di reato, come un sequestro di persona, posto che il reato di cui all’art. 610 c.p., avente carattere sussidiario, non è applicabile se il fatto ricade sotto altro titolo delittuoso specificamente previsto dalla legge. (Nel caso di specie, la violenza esercitata sulla vittima era stata diretta immediatamente a privarla della libertà personale per alcune ore, costringendola a salire, mediante minaccia con una pistola, su una autovettura: la S.C. ha ritenuto il reato di violenza privata assorbito in quello di sequestro di persona, enunciando il principio di cui in massima). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4522 del 26 marzo 1995 (Cass. pen. n. 4522/1995)

In tema di rapina, la violenza, consistita nel porre taluno in stato d’incapacità d’intendere e di agire, non può ritenersi assorbita nell’elemento costitutivo del delitto di tentato omicidio trattandosi di condotta relativa alla commissione di distinte fattispecie criminose, che mantengono la loro autonomia e tra le quali è ammissibile il concorso. Infatti, rispetto alla identità della condotta (nella specie avere tramortito una donna con pugni e calci), nel tentato omicidio è rilevabile il dolo diretto, cioè l’intenzione di uccidere, mentre nella rapina c’è il quid pluris di porre la vittima in stato d’incapacità d’intendere e di agire proprio per meglio eseguire il reato, sicché non trova applicazione il principio di specialità (art. 15 c.p.), in virtù del quale l’una fattispecie criminosa sarebbe assorbita nell’altra, ma ricorre, invece, un tipico caso di concorso formale di reati. (Fattispecie relativa a rigetto del ricorso con cui si era lamentata l’errata contestazione dell’aggravante di cui all’art. 628, comma 3, n. 2 c.p.). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 7196 del 17 giugno 1994 (Cass. pen. n. 7196/1994)

Deve ammettersi il concorso tra il reato di illecita detenzione di sostanza stupefacente commesso da persona armata ed il reato di illecita detenzione di arma; in senso contrario non potrebbe invocarsi né il principio di specialità in quanto il bene giuridico protetto (ordine pubblico e salute pubblica) è diverso nelle rispettive norme incriminatrici, né il principio dell’assorbimento mancando identità degli elementi costitutivi tra l’aggravante predetta ed il reato di detenzione illecita di arma posto che l’aggravante in questione non postula illiceità della detenzione e pertanto non può dirsi costituito da un fatto che integrerebbe per sé stesso reato. Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5213 del 4 maggio 1994 (Cass. pen. n. 5213/1994)

Il concorso apparente tra una norma che commina una sanzione penale ed una norma che commina una sanzione amministrativa va risolto alla stregua dell’art. 9 della L. 24 novembre 1981, n. 689, con la conseguente applicazione del principio di specialità ancorato non ad una previsione astratta di divieti, ma ad una realtà di fatto valutata sulla base della concreta emergenza di dati giuridicamente rilevanti. (Applicazione in tema di — ipotetico — concorso tra sanzione penale e sanzione amministrativa per la somministrazione ad animali da stalla di sostanze estrogene diverse dagli stilbenici e dalle sostanze ad azione tireostatica). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11395 del 14 dicembre 1993 (Cass. pen. n. 11395/1993)

L’elemento materiale del reato di attentato contro i diritti politici del cittadino, previsto dall’art. 294 c.p., consiste in una condotta esplicantesi in violenza, minaccia o inganno che si traduce nell’impedimento all’esercizio di un diritto politico o nella determinazione del cittadino stesso ad esercitarlo in maniera difforme dalla sua volontà. L’art. 610 c.p., che prevede il reato di violenza privata, delinea una fattispecie generica e sussidiaria, sicché questa è destinata ad essere assorbita in quella specifica di cui all’art. 294 c.p., in virtù del principio di specialità fissato dall’art. 15 c.p. (Fattispecie connotata dalla minaccia nei confronti di un candidato alla carica di consigliere comunale, al fine di costringerlo a ritirare la candidatura, con la prospettazione del rigetto della domanda di assunzione come giardiniere del comune, dallo stesso presentata. La S.C. ha statuito che correttamente il giudice di merito aveva ravvisato il delitto ipotizzato dall’art. 294 c.p.). Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 11055 del 2 dicembre 1993 (Cass. pen. n. 11055/1993)

Il delitto di partecipazione alla associazione per delinquere finalizzata all’esercizio abusivo del gioco del lotto, in quanto reato-mezzo, non può ritenersi assorbito, ex art. 15 c.p., nel delitto di esercizio del gioco del lotto clandestino, con premi in danaro, ordinato in modo simile al lotto pubblico, che è un reato fine. L’applicazione del principio di specialità di cui alla ricordata norma del codice presuppone, infatti, che una delle norme (quella cosiddetta speciale) presenti nella sua struttura tutti gli elementi propri dell’altra (cosiddetta generica), oltre a quelli caratteristici propri della specialità; una situazione, invece, non riscontrabile con riguardo alle fattispecie in questione, che prevedono reati distinti ed aventi diverse obiettività giuridiche. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1560 del 23 luglio 1993 (Cass. pen. n. 1560/1993)

L’ordinamento positivo è ispirato, in materia di concorso apparente di norme, al principio della specialità, consacrato nell’art. 15 c.p. Detto principio postula che una determinata norma incriminatrice (speciale) presenti in sé tutti gli elementi costitutivi di un’altra (generale), oltre a quelli caratteristici della specializzazione; è necessario, cioè, che le due disposizioni appaiano come due cerchi concentrici, di diametro diverso, per cui quello più ampio contenga in sé quello minore, ed abbia, inoltre, un settore residuo, destinato ad accogliere i requisiti aggiuntivi della specialità (nella specie si è rilevata l’assenza di un rapporto di specialità tra il reato di sfruttamento della prostituzione e quello di concussione, osservandosi che nel primo delitto non rientra – se non come mera circostanza e quindi non come elemento essenziale – l’abuso di un pubblico potere o di una pubblica funzione, mentre nel secondo non è compreso il requisito della provenienza del denaro, consapevolmente e reiteratamente ricevuto dal colpevole, dal meretricio del soggetto passivo). Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3018 del 26 marzo 1993 (Cass. pen. n. 3018/1993)

Il metodo mafioso costituisce l’elemento specializzante della fattispecie di cui all’art. 416 bis c.p., introdotta con la L. 13 settembre 1982 n. 646, rispetto all’associazione per delinquere di tipo comune (art. 416 c.p.). La condotta riferita a gruppo delinquenziale costituito ed operante da tempo, nella quale la riscontrata adozione del metodo mafioso era penalmente indifferente prima di tale data (salvo che essa non avesse realizzato da parte degli associati altri reati nei quali l’intimidazione o la minaccia fossero elemento costitutivo o circostanza aggravante), ha assunto rilievo specializzante a decorrere dalla suddetta data, nel senso che l’accertato impiego del metodo in questione determina la punibilità dei partecipanti al sodalizio nei termini della nuova ipotesi edittale. In tale ipotesi, l’effetto di assorbimento, in applicazione dell’art. 15 c.p., del reato meno grave in quello più grave deriva non dall’applicazione delle norme sul reato progressivo – giacché la progressione tra le due fattispecie penali di cui agli artt. 416 e 416 bis c.p. è nella successione delle leggi e non nelle condotte penalmente punibili – bensì dalla considerazione della loro comune natura permanente e degli elementi comuni e specializzanti della più grave figura di reato rispetto a quella relativamente meno grave. Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6784 del 6 giugno 1992 (Cass. pen. n. 6784/1992)

In caso di concorso di norme penali ed amministrative è possibile applicare il principio di specialità soltanto se detto concorso sia apparente e non se esso sia formale. In applicazione di tale principio, nei rapporti tra la L. n. 968 del 1977 intitolata «principi generali e disposizioni per la protezione e la tutela della fauna e la disciplina della caccia e l’art. 624 c.p. deve individuarsi una ipotesi di specialità bilaterale (cosiddetta «interferenza») o concorso formale: nel primo testo normativo infatti è assente l’elemento dell’impossessamento, intendendosi con tali norme tutelare l’equilibrio ambientale; quest’ultimo è invece estraneo e quindi aggiuntivo l’estremo inerente alla disciplina della caccia, mentre nel furto è prevalente l’aspetto del conseguimento di un indebito vantaggio patrimoniale mediante sottrazione di cosa altrui (nella specie la corte ha ritenuto configurabile il furto di un capo di fauna selvatica appartenente ad una specie particolarmente protetta. Ha affermato che quest’ultima rientra nel patrimonio indisponibile dello Stato, il quale esercita sul singolo animale una signoria comprendente una disponibilità «virtuale» sufficiente a rendere concreto il possesso. Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 10780 del 27 luglio 1990 (Cass. pen. n. 10780/1990)

Il bene giuridico che il reato di falso protegge è l’interesse di garantire la pubblica fede, mentre il bene giuridico protetto nel delitto di truffa è l’interesse concernente l’inviolabilità del patrimonio; i due cennati reati, oltre ad obiettività giuridiche distinte, presentano elementi strutturali diversi in riferimento ai quali non v’è alcun rapporto di specificità, per il quale occorre il necessario presupposto della esistenza di una norma generale e di una norma speciale, ambedue destinate a disciplinare la stessa materia. (Fattispecie in tema di esposizione sul parabrezza di un veicolo di disco — contrassegno, relativo al pagamento della tassa di circolazione alterato). Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 297 del 15 gennaio 1990 (Cass. pen. n. 297/1990)

Non si verifica assorbimento della contravvenzione di cui all’art. 684 c.p. nel delitto di rivelazione dei segreti di ufficio previsto dall’art. 326 dello stesso codice. Invero il concorso apparente di norme non è configurabile sulla base dell’identità del bene giuridico protetto dalle disposizioni apparentemente confliggenti, presupponendo, invece, un medesimo fatto. (Nella specie si è precisato che i fatti vennero realizzati con azioni diverse, distinte anche nel tempo: con la comunicazione all’estraneo della notizia segreta fu consumato il reato di cui all’art. 326 c.p.; successivamente, con la pubblicazione degli atti, fu consumata la contravvenzione indicata nell’art. 684 dello stesso codice). Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 420 del 19 gennaio 1982 (Cass. pen. n. 420/1982)

Ove una stessa materia sia regolata da più leggi penali o da più disposizioni della medesima legge penale, l’applicazione della disciplina speciale non esclude quella della disciplina generale quando quest’ultima possa integrare la prima per gli aspetti in cui difetti di norme regolanti la stessa materia. (Fattispecie in tema di disciplina antinfortunistica in miniere, cave e torbiere). Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 5936 del 13 maggio 1980 (Cass. pen. n. 5936/1980)

Per aversi concorso di norme ed applicazione della legge speciale rispetto a quella generale ai sensi dell’art. 15 c.p. è necessario che le disposizioni plurime regolino la stessa materia, abbiano la stessa obiettività giuridica e che la norma speciale, considerata nella sua fattispecie legale e nei suoi elementi costitutivi, abbracci interamente l’altra. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 373 del 9 gennaio 1980 (Cass. pen. n. 373/1980)

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