Art. 666 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477)

Procedimento di esecuzione

Articolo 666 - Codice di Procedura Penale

1. Il giudice dell’esecuzione procede a richiesta del pubblico ministero (655), dell’interessato o del difensore (reg. 29).
2. Se la richiesta appare manifestamente infondata per difetto delle condizioni di legge ovvero costituisce mera riproposizione di una richiesta già rigettata, basata sui medesimi elementi, il giudice o il presidente del collegio, sentito il pubblico ministero, la dichiara inammissibile con decreto motivato (125), che è notificato entro cinque giorni all’interessato. Contro il decreto può essere proposto ricorso per cassazione (606).
3. Salvo quanto previsto dal comma 2, il giudice o il presidente del collegio, designato il difensore di ufficio all’interessato che ne sia privo, fissa la data dell’udienza in camera di consiglio (127) e ne fa dare avviso alle parti e ai difensori (att. 65). L’avviso è comunicato o notificato (148 ss.) almeno dieci giorni prima della data predetta. Fino a cinque giorni prima dell’udienza possono essere depositate memorie in cancelleria (1) (2) (3).
4. L’udienza si svolge con la partecipazione necessaria del difensore e del pubblico ministero. L’interessato che ne fa richiesta è sentito personalmente; tuttavia, se è detenuto o internato in luogo posto fuori della circoscrizione del giudice, è sentito prima del giorno dell’udienza dal magistrato di sorveglianza del luogo, salvo che il giudice ritenga di disporre la traduzione.
5. Il giudice può chiedere alle autorità competenti tutti i documenti e le informazioni di cui abbia bisogno; se occorre assumere prove, procede in udienza nel rispetto del contraddittorio (att. 185).
6. Il giudice decide con ordinanza. Questa è comunicata o notificata senza ritardo alle parti e ai difensori, che possono proporre ricorso per cassazione. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni sulle impugnazioni e quelle sul procedimento in camera di consiglio davanti alla Corte di cassazione (611).
7. Il ricorso non sospende l’esecuzione dell’ordinanza, a meno che il giudice che l’ha emessa disponga diversamente (588).
8. Se l’interessato è infermo di mente, l’avviso previsto dal comma 3 è notificato anche al tutore o al curatore (424 c.c.); se l’interessato ne è privo, il giudice o il presidente del collegio nomina un curatore provvisorio. Al tutore e al curatore competono gli stessi diritti dell’interessato.
9. Il verbale di udienza è redatto soltanto in forma riassuntiva a norma dell’art. 140 comma 2 (4).

Articolo 666 - Codice di Procedura Penale

1. Il giudice dell’esecuzione procede a richiesta del pubblico ministero (655), dell’interessato o del difensore (reg. 29).
2. Se la richiesta appare manifestamente infondata per difetto delle condizioni di legge ovvero costituisce mera riproposizione di una richiesta già rigettata, basata sui medesimi elementi, il giudice o il presidente del collegio, sentito il pubblico ministero, la dichiara inammissibile con decreto motivato (125), che è notificato entro cinque giorni all’interessato. Contro il decreto può essere proposto ricorso per cassazione (606).
3. Salvo quanto previsto dal comma 2, il giudice o il presidente del collegio, designato il difensore di ufficio all’interessato che ne sia privo, fissa la data dell’udienza in camera di consiglio (127) e ne fa dare avviso alle parti e ai difensori (att. 65). L’avviso è comunicato o notificato (148 ss.) almeno dieci giorni prima della data predetta. Fino a cinque giorni prima dell’udienza possono essere depositate memorie in cancelleria (1) (2) (3).
4. L’udienza si svolge con la partecipazione necessaria del difensore e del pubblico ministero. L’interessato che ne fa richiesta è sentito personalmente; tuttavia, se è detenuto o internato in luogo posto fuori della circoscrizione del giudice, è sentito prima del giorno dell’udienza dal magistrato di sorveglianza del luogo, salvo che il giudice ritenga di disporre la traduzione.
5. Il giudice può chiedere alle autorità competenti tutti i documenti e le informazioni di cui abbia bisogno; se occorre assumere prove, procede in udienza nel rispetto del contraddittorio (att. 185).
6. Il giudice decide con ordinanza. Questa è comunicata o notificata senza ritardo alle parti e ai difensori, che possono proporre ricorso per cassazione. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni sulle impugnazioni e quelle sul procedimento in camera di consiglio davanti alla Corte di cassazione (611).
7. Il ricorso non sospende l’esecuzione dell’ordinanza, a meno che il giudice che l’ha emessa disponga diversamente (588).
8. Se l’interessato è infermo di mente, l’avviso previsto dal comma 3 è notificato anche al tutore o al curatore (424 c.c.); se l’interessato ne è privo, il giudice o il presidente del collegio nomina un curatore provvisorio. Al tutore e al curatore competono gli stessi diritti dell’interessato.
9. Il verbale di udienza è redatto soltanto in forma riassuntiva a norma dell’art. 140 comma 2 (4).

Note

(1) La Corte costituzionale, con sentenza n. 135 del 21 maggio 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma e degli articoli 678, comma 1 e 679, comma 1, c.p.p, nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento per l’applicazione delle misure di sicurezza si svolga, davanti al magistrato di sorveglianza e al tribunale di sorveglianza, nelle forme dell’udienza pubblica.
(2) La Corte costituzionale, con sentenza n. 97 del 5 giugno 2015, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma e dell’art. 678, comma 1, c.p.p., nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento davanti al tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza si svolga nelle forme dell’udienza pubblica.
(3) La Corte costituzionale, con sentenza n. 109 del 15 giugno 2015, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma e degli articoli 667, comma 4, e 676 c.p.p, nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento di opposizione contro l’ordinanza in materia di applicazione della confisca si svolga, davanti al giudice dell’esecuzione, nelle forme dell’udienza pubblica.
(4) La Corte costituzionale, con sentenza 3 dicembre 1990, n. 529, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma nella parte in cui dopo la parola «redatto» prevede «soltanto» anziché «di regola».

Massime

In tema di procedimento di esecuzione l’omessa acquisizione del parere del pubblico ministero nel caso di dichiarazione di inammissibilità “de plano” della richiesta, ai sensi dell’art. 666, comma 2, cod. proc. pen. dà luogo a una nullità deducibile a iniziativa non soltanto del pubblico ministero, ma anche della parte privata. (In motivazione la Corte ha chiarito che l’acquisizione del parere, oltre a garantire il contraddittorio cartolare con l’organo titolare della potestà esecutiva, consente il confronto e il reciproco controllo ed è l’unico meccanismo attraverso il quale la parte privata può conoscere la posizione della controparte sul tema dedotto “in executivis” attraverso l’incidente proposto). Cass. pen. sez. I 27 settembre 2018, n. 42540

In tema di esecuzione, è rilevabile anche di ufficio dalla Corte di cassazione la preclusione processuale che, ai sensi dell’art. 606, comma secondo, cod. pen. determina la inammissibilità dell’istanza meramente reiterativa di una domanda già esaminata e che si limiti a riproporre identiche questioni in assenza di nuovi elementi, conseguendone anche la inammissibilità del ricorso per cassazione proposto avverso la decisione esecutiva che l’abbia rigettata nel merito invece di dichiararla inammissibile. (Nella specie, la Suprema Corte ha dichiarato la inammissibilità del ricorso proposto avverso l’ordinanza del giudice dell’esecuzione che, omettendo erroneamente di rilevare la preclusione processuale, aveva rigettato nel merito una richiesta di applicazione dell’indulto meramente reiterativa di precedente istanza già respinta con ordinanza avverso la quale il condannato aveva proposto analogo ricorso in cassazione). Cass. pen. Sezioni Unite 7 settembre 2018, n. 40151

In materia di esecuzione, la preclusione stabilita dall’art. 666, comma secondo, cod. proc. pen. ad una nuova pronuncia sul medesimo “petitum”, legittimante la dichiarazione “de plano” di inammissibilità di istanze meramente reiterative di altre già rigettate, non è assoluta, ma opera soltanto allo stato degli atti, con la conseguenza che la prospettazione di nuovi elementi di fatto (sopravvenuti o preesistenti, purché diversi da quelli precedentemente presi in considerazione) comporta che il relativo provvedimento possa essere assunto solo ad esito di procedimento camerale in contraddittorio. (In applicazione del principio, la S.C. ha annullato con rinvio l’ordinanza di un giudice dell’esecuzione che aveva dichiarato “de plano” inammissibile una nuova istanza di sospensione dell’ordine di demolizione di un manufatto nonostante che, dopo il rigetto della prima, il giudice amministrativo avesse sospeso in sede cautelare il provvedimento di diniego della concessione in sanatoria). Cass. pen. sez. III 9 febbraio 2017, n. 6051

In tema di procedimento di sorveglianza, il decreto di inammissibilità per manifesta infondatezza può essere emesso “de plano”, ai sensi dell’art. 666, secondo comma, c.p.p. soltanto con riguardo ad una richiesta identica, per oggetto e per elementi giustificativi, ad altra già rigettata ovvero priva delle condizioni previste direttamente dalla legge e non con riferimento al reclamo al tribunale avverso le decisioni del magistrato di sorveglianza, che è riconducile al genus dell’impugnazione, sicché la dichiarazione di inammissibilità, ricorrendo una delle tassative ragioni indicate nell’art. 591 c.p.p.è di competenza del giudice dell’impugnazione e, quindi, dell’organo collegiale e non del presidente del Tribunale di sorveglianza. Cass. pen. sez. I 19 dicembre 2014, n. 53017

È inammissibile la richiesta di applicazione dell’indulto proposta dal condannato dopo che analoga richiesta, formulata dal pubblico ministero, sia stata rigettata dal giudice dell’esecuzione, a nulla rilevando che la stessa provenga da soggetto diverso, laddove si tratti della riproposizione di identiche questioni in assenza di nuovi elementi. Cass. pen. sez. I 22 luglio 2014, n. 32401

L’art. 666, comma secondo, cod. proc. pen. nel prevedere l’inammissibilità delle istanze meramente reiterative di altre già rigettate quando non venga prospettato, a sostegno di esse, alcun elemento nuovo, non richiede che il precedente provvedimento di rigetto abbia acquisito carattere di definitività, poichè la disposizione anzidetta è volta non solo ad impedire, ma anche a prevenire l’eventualità di contrastanti decisioni sul medesimo punto in presenza di una immutata situazione di fatto. Cass. pen. sez. I 13 giugno 2014, n. 25345

Non configura un caso di inesistenza giuridica o abnormità del provvedimento l’applicazione di pena illegale, per errore nella determinazione o nel calcolo di essa, e, ove la sua determinazione sia frutto non di argomentata valutazione, ma di palese errore giuridico o materiale, se ne impone la retti.ca o la correzione da parte del giudice dell’esecuzione, nel rispetto dei principi contenuti nell’art. 25, comma secondo, Cost. e nell’art. 7 CEDU, i quali escludono la possibilità d’infliggere una pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso. (Fattispecie in cui la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato avverso l’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione, in relazione a decreto penale che aveva applicato la pena detentiva congiuntamente a quella pecuniaria, benchè l’ipotesi di reato contestata prevedesse l’applicazione delle due sanzioni solo alternativamente, si era limitato a rilevare l’ineseguibilità della prima e più afflittiva sanzione, escludendo l’inesistenza o l’abnormità dell’intero provvedimento). Cass. pen. sez. I 28 marzo 2014, n. 14677

È inammissibile l’opposizione proposta avverso provvedimento del giudice dell’esecuzione (nella specie in tema d’applicazione dell’indulto) mediante il ricorso al servizio postale, in quanto la sua natura di rimedio non impugnatorio impone l’osservanza della disposizione generale di cui all’art. 121 c.p.p.che prevede il deposito in cancelleria dell’atto. Cass. pen. sez. I 18 novembre 2008, n. 43024

L’art. 666, comma secondo, c.p.p. – nel prevedere la possibilità di dichiarare de plano l’inammissibilità della richiesta, quando la stessa sia manifestamente infondata per difetto delle condizioni di legge – non è applicabile in tema di affidamento in prova al servizio sociale, nel caso in cui il richiedente non abbia allegato un’attività di lavoro, non rientrando tale elemento tra le condizioni richieste dalla legge per la concessione del beneficio in esame e dovendosi valutare la mancanza di un’occupazione stabile unitamente agli altri elementi riguardanti la personalità del richiedente, sicché il decreto di inammissibilità della richiesta da parte del presidente del Tribunale di sorveglianza va, in tal caso, annullato senza rinvio. Cass. pen. sez. I 23 aprile 2004, n. 19061

È illegittima la declaratoria di inammissibilità di domanda di ammissione a benefici penitenziari adottata de plano dal presidente del tribunale di sorveglianza sul rilievo dell’incompatibilità della misura alternativa alla detenzione con lo stato di custodia cautelare in carcere del condannato (nella specie, peraltro, sopravvenuto all’istanza), in quanto tale incompatibilità non è configurabile in linea di principio, ma va accertata in concreto, sicché la sua ricorrenza va affidata esclusivamente al giudizio del tribunale di sorveglianza. Cass. pen. sez. I 28 gennaio 2004, n. 3054

In materia di esecuzione, il potere presidenziale di dichiarare, ai sensi dell’art. 666, c.p.p.l’inammissibilità dell’istanza per difetto delle condizioni di legge può essere esercitato solo quando non implichi alcuna valutazione discrezionale. (Fattispecie nella quale veniva deliberato l’annullamento con rinvio di una dichiarazione di inammissibilità, pronunciata dal presidente de plano, di un’istanza di detenzione domiciliare che presupponeva una valutazione sulla valutazione di compatibilità con la detenzione cautelare per altro titolo). Cass. pen. sez. I 26 giugno 2003, n. 27737

La declaratoria di inammissibilità di istanza di affidamento in prova al servizio sociale adottata de plano dal Presidente del tribunale di sorveglianza sul rilievo che l’entità della pena residua da espiare è superiore al limite massimo previsto dalla legge per l’ammissione alla misura alternativa è legittima anche se, trattandosi di pena risultante da più sentenze di condanna, ancora non sia intervenuto il provvedimento di unificazione da parte del competente ufficio del pubblico ministero. Cass. pen. sez. I 10 aprile 2003, n. 17029

In tema di affidamento in prova al servizio sociale (artt. 47 e 47 bis ord. pen.), l’irreperibilità dell’istante, se può legittimare il rigetto della richiesta per motivi di merito (con riferimento ai contatti con il servizio sociale, all’adempimento delle prescrizioni ed al relativo controllo), non costituisce una ipotesi d’inammissibilità rilevabile de plano, ai sensi dell’art. 666, comma 2, c.p.p. Cass. pen. sez. I 19 luglio 2001, n. 29344

In tema di incidente di esecuzione, l’art. 666 comma secondo cod. proc. pen. nella parte in cui consente al giudice la pronuncia di inammissibilità qualora l’istanza costituisca una mera riproposizione di una richiesta già rigettata, configura una preclusione allo stato degli atti che, come tale, non opera quando vengano dedotti fatti o questioni che non hanno formato oggetto della precedente decisione. (Fattispecie nella quale la Suprema Corte ha annullato il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione, giudicando irrilevante un documento prodotto dalla difesa che non aveva formato oggetto di valutazione ai fini della precedente decisione, aveva dichiarato inammissibile la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato). Cass. pen. sez. I 21 aprile 2017, n. 19358

In tema di impugnazione delle misure di prevenzione, anche a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 159 del 2011 (cosiddetto “codice antimafia”) avverso i provvedimenti di sequestro e di reiezione dell’istanza di revoca del sequestro – disposti nei confronti di soggetti indiziati di appartenenza ad associazione ma.osa – è ammessa solo l’opposizione, innanzi allo stesso giudice, nelle forme dell’incidente di esecuzione e non anche il ricorso per cassazione. Cass. pen. sez. II 16 maggio 2016, n. 20237

L’unico rimedio esperibile contro il provvedimento di cui all’art. 260, comma 3, c.p.p. – con il quale l’autorità giudiziaria abbia disposto l’alienazione o la distruzione di cose sottoposte a sequestro – è l’incidente di esecuzione, trattandosi di questione concernente la fase esecutiva del sequestro, e pertanto la competenza a decidere è demandata allo stesso giudice che ha emesso il provvedimento con le forme proprie della procedura camerale previste dall’art. 666 c.p.p. Cass. pen. sez. I 30 aprile 2003, n. 19918

Anche in tema di incidente di esecuzione, il ricorso per cassazione non può devolvere questioni diverse da quelle proposte con la richiesta e sulle quali il giudice di merito non è stato chiamato a decidere; peraltro, dalla dichiarata inammissibilità in sede di legittimità non deriva, in concreto, lesione alcuna per la parte, che ben potrà far valere la diversa questione con altra richiesta, dal momento che il divieto del “ne bis in idem” non opera per le nuove istanze, fondate su presupposti di fatto e motivi di diritto prima non prospettati. Cass. pen. sez. I 28 febbraio 2017, n. 9780

La confisca dei beni patrimoniali dei quali il condannato per determinati reati non sia in grado di giusti.care la provenienza, prevista dall’articolo 12-sexies D.L. 8 giugno 1992 n. 306, convertito in legge 8 agosto 1992 n. 356, come modificato dal D.L. 20 giugno 1994 n. 399, convertito in legge 8 agosto 1994 n. 501, può essere disposta anche dal giudice dell’esecuzione che provvede de plano, a norma degli articoli 676 e 667, comma 4, c.p.p.ovvero all’esito di procedura in contraddittorio a norma dell’art. 666 dello stesso codice, salvo che sulla questione non abbia già provveduto il giudice della cognizione, con conseguente preclusione processuale. Cass. pen. Sezioni Unite 17 luglio 2001, n. 29022

In tema di benefici penitenziari, attesa la natura necessariamente interinale e provvisoria della sospensione dell’esecuzione preordinata all’esame della richiesta di affidamento in prova c.d. «terapeutico», la quale, ai sensi dell’art. 91, commi 3 e 4, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, dura soltanto «fino alla decisione del tribunale di sorveglianza», è inammissibile per mancanza di interesse, originaria o sopravvenuta, il ricorso per cassazione contro l’ordinanza del giudice dell’esecuzione che, a seguito di incidente, su detta sospensione abbia provveduto, sia nel caso in cui l’impugnazione sia stata proposta dopo la pronuncia del tribunale di sorveglianza, sia nel caso in cui detta pronuncia sia intervenuta dopo la presentazione del gravame e prima del giudizio di legittimità, considerato che in tali ipotesi dall’eventuale accoglimento del ricorso non potrebbe derivare alcun concreto e pratico vantaggio, non residuando pi a seguito della decisione del tribunale, qualunque ne sia il contenuto, alcuno spazio di operatività della sospensione, con la conseguenza che il giudizio di legittimità si tradurrebbe unicamente nella verifica astratta dell’esattezza di un provvedimento provvisorio, divenuto ormai inattuabile. (In applicazione di tale principio la Corte, rilevato che nella specie l’istanza di affidamento terapeutico avanzata dal ricorrente era stata rigettata dal tribunale di sorveglianza competente dopo la presentazione dell’impugnazione, ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal condannato contro l’ordinanza del giudice dell’esecuzione che, in sede di incidente, aveva negato la sospensione dell’esecuzione in attesa della definizione del procedimento). Cass. pen. Sezioni Unite 17 luglio 2001, n. 29024

In tema di beni confiscati ai sensi dell’art. 12-sexies d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito in legge 7 agosto 1992, n. 356, all’esito di procedimenti iscritti nel registro di cui all’art. 335 cod. proc. pen. prima del 13 ottobre 2011, l’incidente di esecuzione finalizzato alla tutela dei diritti dei terzi deve – per effetto della norma di interpretazione autentica dell’art. 1, commi 194 ss. legge 24 dicembre 2012, n. 228, contenuta nell’art. 37 legge 17 ottobre 2017, n. 161 – seguire le forme del rito camerale partecipato ex art. 666, comma 3, cod. proc. pen. con la conseguenza che avverso il provvedimento emesso dal giudice dell’esecuzione è proponibile unicamente il ricorso per cassazione e non l’opposizione di cui all’art. 674, comma 4, cod.proc. pen.. Cass. pen. sez. I 9 luglio 2018, n. 31025

Il procedimento di esecuzione non ha natura di giudizio di impugnazione e perciò non soggiace al principio devolutivo, volto a delimitare il concreto contenuto dell’esecuzione; conseguentemente sussiste il dovere del giudice di decidere anche in ordine alle domande nuove formulate dalla parte privata solo con memoria in corso di procedimento, fatta salva la necessità che, a salvaguardia del principio del contraddittorio, sia garantito alla parte pubblica un termine per controdedurre. Cass. pen. sez. I 8 novembre 2017, n. 51053

Il giudice dell’esecuzione può porre a base della decisione soltanto le prove che siano state formalmente ammesse prima delle conclusioni delle parti; ne consegue che è affetta da nullità ex art. 178, comma primo, lett. b) e c), cod. proc. pen. per violazione del contraddittorio, la decisione assunta sulla base di documenti acquisiti fuori udienza, mediante ordinanza, successivamente alla riserva della decisione. Cass. pen. sez. I 26 febbraio 2015, n. 8585

In tema di applicazione dell’amnistia e dell’indulto, avverso il provvedimento emesso dal giudice dell’esecuzione – sia che questi abbia deciso “de plano”, ai sensi dell’art. 667 cod.proc.pen. sia che abbia provveduto irritualmente ex art. 666 cod.proc.pen.- è data soltanto facoltà di proporre opposizione. (Fattispecie in cui la Corte ha qualificato come opposizione il ricorso presentato avverso il provvedimento di rigetto dell’istanza di condono, emesso dal giudice dell’esecuzione a seguito di procedimento svoltosi in camera di consiglio e non con procedura “de plano”). Cass. pen. sez. I 12 febbraio 2015, n. 6290

Gli elementi di prova acquisiti nel corso del giudizio di cognizione, all’esito del quale è stata disposta la confisca, possono essere utilizzati anche nel procedimento di esecuzione intentato dai terzi proprietari dei beni oggetto della misura ablativa, i quali, ove rimasti estranei a suddetto giudizio, sono abilitati a fornire prove valide e conducenti in proprio favore. (Fattispecie relativa all’opposizione verso il provvedimento di rigetto della richiesta di restituzione di beni confiscati ai sensi dell’art.12 sexies, D.L. n. 306 del 1992 conv. in l. n. 356 del 1992). Cass. pen. sez. I 15 luglio 2013, n. 30319

Nel procedimento di esecuzione, il termine di cinque giorni, indicato nell’art. 666, comma secondo, c.p.p. per la notificazione all’interessato del decreto di inammissibilità della richiesta, è meramente ordinatorio e la sua mancata osservanza non dà luogo ad alcuna nullità, ma determina solo lo slittamento del termine per l’eventuale proposizione del ricorso per cassazione. Cass. pen. sez. V 22 marzo 2013, n. 13790

Il provvedimento che il giudice dell’esecuzione assume “de plano”, senza fissazione dell’udienza in camera di consiglio, fuori dei casi espressamente stabiliti dalla legge é affetto da nullità d’ordine generale e di carattere assoluto, rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento. (Fattispecie relativa ad omessa fissazione di udienza camerale a seguito della richiesta di eliminazione dell’iscrizione nel casellario giudiziale di sentenza di patteggiamento, in violazione dell’art. 40 del d.P.R. n. 313 del 2002). Cass. pen. sez. III 11 marzo 2013, n. 11421

L’incidente di esecuzione non può essere utilizzato per far valere vizi afferenti il procedimento di cognizione e la sentenza che lo ha concluso, ostandovi le regole che disciplinano la cosa giudicata, la quale si forma anche nei confronti di provvedimenti affetti da nullità assoluta. (Nella specie, la Corte ha ritenuto non poter essere dedotti in sede di incidente di esecuzione, errori di calcolo della pena commessi nella fase di cognizione). Cass. pen. sez. I 27 gennaio 2012, n. 3370

Il provvedimento di confisca della cosa sequestrata, contenuto nella sentenza di condanna (cui è assimilata, in parte “qua”, quella di applicazione della pena) o di proscioglimento, fa stato nei confronti dei soggetti che hanno partecipato al procedimento di cognizione, con la conseguenza che solamente i terzi che non abbiano rivestito la qualità di parte nel processo in cui sia stata disposta la confisca sono legittimati a far valere davanti al giudice dell’esecuzione i diritti vantati su un bene confiscato con sentenza irrevocabile. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che una società, nei cui confronti era stata disposta in sede di patteggiamento, nell’ambito di un procedimento ex D.L.vo n. 231 del 2001, la confisca di una somma di denaro, non potesse poi contestare, con incidente di esecuzione, l’entità della somma confiscata). Cass. pen. sez. I 26 gennaio 2012, n. 3311

Nel procedimento instaurato a seguito di opposizione ad ordinanza assunta “de plano” dal giudice dell’esecuzione non è consentita, pena la nullità del provvedimento finale per violazione del principio del contraddittorio, la modificazione dell’oggetto della decisione, in quanto, pur non avendo l’opposizione stessa natura di atto di impugnazione, la devoluzione, per quanto ampia, della cognizione alla fase partecipata non può che riguardare il medesimo “thema decidendum” oggetto del provvedimento “de plano”. Cass. pen. sez. I 22 dicembre 2008, n. 47537

Il ricorso per cassazione proposto contro il decreto del presidente del tribunale di sorveglianza che dichiari “de plano” inammissibile l’istanza del condannato di misura alternativa alla detenzione non ha effetto sospensivo e, di conseguenza, è legittima la riemissione da parte del pubblico ministero, che già l’abbia emesso, dell’ordine di esecuzione con contestuale sospensiva a norma dell’art. 656, comma quinto, c.p.p.. Cass. pen. sez. I 18 dicembre 2008, n. 47024

In tema di procedimento di esecuzione, la richiesta del condannato di acquisizione di documenti rilevanti ai fini della decisione deve essere comunque sempre rivolta a quel giudice, quand’anche concernente documenti contenuti nel fascicolo delle indagini preliminari. Cass. pen. sez. III 6 novembre 2008, n. 41334

Qualora il giudice dell’esecuzione, adito per l’applicazione dell’amnistia o dell’indulto, anziché procedere de plano fissi l’udienza di comparizione delle parti e decida all’esito di essa, la relativa ordinanza non è immediatamente ricorribile per cassazione, ma è suscettibile di opposizione dinanzi al medesimo giudice, il cui provvedimento è successivamente impugnabile con ricorso per cassazione. (Nella specie la Corte ha qualificato come opposizione il ricorso e ha disposto la trasmissione degli atti al giudice dell’esecuzione per l’ulteriore corso). Cass. pen. sez. I 10 ottobre 2007, n. 37343

È affetta da nullità l’ordinanza con cui il giudice dell’esecuzione, anziché decidere nel contraddittorio camerale con l’osservanza delle formalità di cui all’art. 666 commi terzo e quarto c.p.p.si pronunci, al di fuori delle ipotesi di inammissibilità per manifesta infondatezza o mera riproposizione di richiesta già rigettata, contemplate dallo stesso articolo, « de plano» (Fattispecie nella quale il giudice dell’esecuzione aveva dichiarato « de plano» inammissibile, per ritenuta incompetenza funzionale, la richiesta del P.M. di revoca dell’ordine di demolizione di manufatto abusivo). Cass. pen. sez. III 25 settembre 2007, n. 35500

L’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione ha irritualmente rigettato, non de plano ma all’esito della procedura di cui all’art. 666, comma terzo, c.p.p.un’istanza di dissequestro di cose confiscate, non è ricorribile in Cassazione, ma opponibile innanzi allo stesso giudice dell’esecuzione che, al contrario del giudice di legittimità, ha cognizione piena delle doglianze. Peraltro, l’eventuale ricorso in Cassazione erroneamente proposto dalla parte non è inammissibile, ma va riqualificato come opposizione contro il provvedimento censurato, in virtù del principio generale di conservazione degli atti giuridici, e del conseguente favor impugnationis. Cass. pen. sez. I 5 luglio 2007, n. 26021

Nel procedimento di esecuzione, l’acquisizione di atti, anche in copia, del procedimento di cognizione (salvo che trattasi di atti mancanti di cui debbasi ricostruire il contenuto) non costituisce attività istruttoria soggetta alle regole del contraddittorio, dal momento che l’intero fascicolo del procedimento di cognizione deve ritenersi sempre a disposizione del giudice dell’esecuzione che lo può(e, il pidello volte, lo deve) consultare. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto legittima l’acquisizione, al di fuori del contraddittorio, da parte del giudice dell’esecuzione, mediante richiesta alla polizia giudiziaria che lo aveva a suo tempo eseguito, di un decreto di sequestro emesso nel corso del procedimento di cognizione). Cass. pen. sez. I 13 gennaio 2006, n. 1396

Pur operando la disciplina della sospensione dei termini processuali nel periodo feriale anche nel processo di esecuzione, nel caso in cui venga disposto un rinvio di udienza ad una data che cade nel periodo feriale senza che il difensore opponga alcuna eccezione, tale comportamento determina una sanatoria ai sensi dell’art. 183, comma 1, lett. b) c.p.p. Cass. pen. sez. I 27 maggio 2003, n. 23344

In tema di procedimento di esecuzione, l’avviso di fissazione dell’udienza camerale, pur in assenza di un’esplicita previsione, deve contenere l’oggetto del procedimento, anche in forma succinta o con riferimento ad atti già a conoscenza delle parti, al fine di assicurare i diritti del contraddittorio. Tale principio non viene meno nell’ipotesi di confisca obbligatoria disposta ex art. 12 sexies della legge n. 356 del 1992, in quanto la decisione del giudice dell’esecuzione, pur essendo sottratta all’istanza di parte, caratterizzandosi come obbligatoria o d’ufficio, è comunque subordinata alla condizione che la parte sia messa in grado di superare la presunzione legale di illecita accumulazione patrimoniale provando la legittima provenienza della cosa sequestrata; ne consegue che tale provvedimento non può essere adottato senza che l’interessato sia specificamente informato sull’oggetto della decisione. Cass. pen. sez. III 16 aprile 2003, n. 18070

In tema di contraddittorio nel procedimento di esecuzione (art. 666, comma 4, c.p.p.), qualora il condannato, detenuto in luogo posto fuori dalla circoscrizione del giudice che procede, chieda di essere sentito personalmente, previa traduzione all’udienza camerale, il giudice deve disporre tale traduzione o la audizione davanti al magistrato di sorveglianza del luogo, in quanto, ai fini dell’instaurazione del contraddittorio è sufficiente che vi sia una richiesta ad essere ascoltati, attenendo le ulteriori indicazioni a modalità di attuazione del diritto di audizione che sono riservate alla decisione del giudice. Ne consegue che l’omessa audizione dell’interessato, che ne abbia fatto comunque richiesta, è causa di nullità assoluta, ai sensi dell’art. 178, lett. c), c.p.p.rilevabile anche d’ufficio. Cass. pen. sez. IV 10 marzo 2003, n. 10771

Nel procedimento di esecuzione, l’art. 666, comma 4, c.p.p.prevede che l’udienza camerale si svolga con la presenza necessaria del difensore dell’“interessato”, oltre che del pubblico ministero; a tal fine, una volta che il giudice abbia delibato in ordine alla necessaria partecipazione di soggetti diversi dal condannato al procedimento di esecuzione, la condizione di “interessato” non può derivare dalla maggiore o minore “pregnanza” dell’interesse che la parte abbia effettivamente alla decisione, derivante dalla sua posizione processuale. Concretizza, quindi, una ipotesi di nullità assoluta, sanzionata in base all’art. 178 c.p.p.l’omessa designazione di un difensore d’ufficio agli altri interessati che ne erano privi e la mancata partecipazione dei medesimi difensori all’udienza camerale. Cass. pen. sez. II 22 gennaio 2003, n. 3127

Il procedimento di prevenzione ha istituzionalmente i suoi necessari referenti nel pubblico ministero e nel proposto, sicché l’omessa citazione del terzo, al quale sono intestati i beni ritenuti nella disponibilità del proposto, sia che si tratti di una mancata partecipazione sin dall’inizio del procedimento o di una mancata partecipazione solo, ad alcune fasi del medesimo, non ne comporta la nullità e non invalida l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale, ferma restando la facoltà dell’estraneo di esplicare le sue difese mediante incidente di esecuzione. (Fattispecie nella quale il terzo era stato chiamato a partecipare al procedimento fino al momento in cui la Corte di appello aveva revocato il sequestro dell’immobile e non nelle fasi successive che avevano comportato a seguito del ricorso del P.G. la confisca del bene). Cass. pen. sez. II 4 dicembre 2002, n. 40880

Il potere del giudice dell’esecuzione di concedere la sospensione condizionale della pena non ha portata generale, ma è strettamente connesso al riconoscimento del concorso formale o della continuazione, e non può essere esteso ad altre ipotesi, stante l’intangibilità del giudicato ad opera del giudice suindicato al di fuori dei casi specifici e circoscritti, previsti espressamente dalla legge. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che nessun potere fosse attribuito dalla legge al giudice dell’esecuzione sulla concedibilità della sospensione condizionale della pena sebbene fosse intervenuta la depenalizzazione dei reati oggetto di condanne pregresse ritenute ostative alla concessione del beneficio, in relazione ad una ulteriore successione condanna). Cass. pen. sez. I 23 ottobre 2001, n. 38296

Nella procedura di incidente di esecuzione avente ad oggetto l’opposizione alla determinazione del compenso del custode di cose sequestrate nel corso di un procedimento penale, il giudice dell’esecuzione, prima di tenere l’udienza camerale, non deve procedere alla nomina del difensore d’ufficio atteso che il richiamo – contenuto nell’art. 666, comma 4, c.p.p. – alla partecipazione necessaria del difensore riguarda soltanto l’imputato o il condannato, non le altre parti private. Cass. pen. sez. IV 31 luglio 2001, n. 2199

Nel procedimento per la revoca dei bene.ci penitenziari non è prevista la previa indicazione, nell’avviso di udienza, delle violazioni che si addebitano al condannato, né, comunque, delle circostanze da valutare nell’udienza stessa, restando il diritto di difesa salvaguardato dalla possibilità di esame degli elementi risultanti dal fascicolo. (Nella specie, la Corte ha ritenuto legittimo il provvedimento di revoca della semilibertà assunto dal tribunale di sorveglianza, nel quale si era tenuto conto anche di relazioni dei servizi sociali, contenute nel fascicolo, che non avevano formato oggetto di discussione orale). Cass. pen. sez. I 7 giugno 2001, n. 2323

In tema di confisca di prevenzione, i creditori muniti di ipoteca iscritta sui beni confiscati all’esito dei procedimenti per il quali non si applica la disciplina del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, devono presentare la domanda di ammissione del loro credito al giudice dell’esecuzione presso il tribunale che ha disposto la confisca nel termine di decadenza previsto dall’art. 1, comma 199, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, anche nel caso in cui non abbiano ricevuto le comunicazioni di cui all’art. 1, comma 206, della stessa legge, in quanto il termine di decadenza decorre indipendentemente dalle predette comunicazioni. L’applicazione di detto termine è, comunque, subordinata all’effettiva conoscenza, da parte del creditore, del procedimento di prevenzione in cui è stata disposta la confisca o del provvedimento definitivo di confisca ed è, in ogni caso, fatta salva la possibilità per il creditore di essere restituito nel termine stabilito a pena di decadenza, se prova di non averlo potuto osservare per causa a lui non imputabile. (In motivazione, la Corte ha precisato che la medesima disciplina si applica alle altre categorie di creditori richiamate dall’art. 1, comma 198, della legge n. 228 del 2012, quale risultante a seguito della sentenza additiva della Corte costituzionale n. 94 del 2015). Cass. pen. Sezioni Unite 3 settembre 2018, n. 39608

In tema di confisca per equivalente, la natura sanzionatoria del provvedimento non osta alla tutela del diritto sul bene oggetto di confisca vantato da un terzo estraneo alla condotta illecita altrui, che versa in condizione di buona fede (Fattispecie in cui un istituto bancario vantava un diritto di garanzia reale sul bene confiscato iscritto prima del sequestro). Cass. pen. sez. I 6 aprile 2018, n. 15534

Nel periodo intercorrente fra il passaggio in giudicato della sentenza (nella specie, di patteggiamento) e l’inizio della fase di esecuzione della pena, spetta al giudice dell’esecuzione la competenza a decidere sulle questioni relative alle misure cautelari personali ancora in corso, detentive e non detentive, con ordinanza de plano, emessa ai sensi dell’art. 667, comma quarto, cod. proc. pen. suscettibile di opposizione davanti allo stesso giudice. Cass. pen. sez. VI 22 maggio 2017, n. 25504

È affetta da abnormità e pertanto è ricorribile per cassazione l’ordinanza del giudice dell’esecuzione, che, in dispositivo, rigetta l’istanza di applicazione della disciplina della continuazione, mentre in motivazione ritiene insussistente la competenza a provvedere, senza peraltro l’indicazione del giudice ritenuto competente. Cass. pen. sez. I 27 aprile 2017, n. 20156

L’illegalità della pena, derivante da palese errore giuridico o materiale da parte del giudice della cognizione, privo di argomentata valutazione, ove non sia rilevabile d’ufficio in sede di legittimità per tardività del ricorso, è deducibile davanti al giudice dell’esecuzione, adito ai sensi dell’art. 666 cod. proc. pen. Cass. pen. Sezioni Unite 3 dicembre 2015, n. 47766

L’illegalità della pena, derivante dall’omessa erronea applicazione da parte del tribunale delle sanzioni previste per i reati attribuiti alla cognizione del giudice di pace, non è deducibile innanzi al giudice dell’esecuzione, giacché la richiesta rimodulazione della pena comporta una valutazione complessiva di tutti i parametri di commisurazione del trattamento sanzionatorio, del tutto eccentrica rispetto all’ambito di intervento del giudice dell’esecuzione. (Nella fattispecie il Tribunale, incompetente funzionalmente, aveva applicato per il delitto di lesioni la pena della reclusione in luogo della sanzione prevista dall’art. 52 D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274 per i reati attribuiti al giudice di pace). Cass. pen. Sezioni Unite 3 dicembre 2015, n. 47766

In tema di richiesta di riabilitazione, avverso il provvedimento reso dal tribunale di sorveglianza è prevista solo la facoltà di proporre opposizione innanzi al medesimo tribunale, anche quando trattasi di declaratoria di inammissibilità dell’istanza, con la conseguenza che quando è invece proposto ricorso per cassazione, lo stesso, in forza del principio di conservazione delle impugnazioni, deve essere qualificato come opposizione e gli atti vanno trasmessi al giudice competente. (In motivazione, la Corte ha evidenziato che la declaratoria di inammissibilità dell’istanza di riabilitazione, non è emessa a norma dell’art. 666, comma secondo, c.p.p.ma risulta disposta nell’ambito del procedimento speciale previsto dall’art. 667, comma quarto, c.p.p.espressamente richiamato dall’art. 678, comma 1 bis, dello stesso codice). Cass. pen. sez. I 30 marzo 2015, n. 13342

La preclusione del cosiddetto giudicato esecutivo è inoperante solo quando sono dedotti elementi nuovi, di fatto o di diritto, cronologicamente sopravvenuti alla decisione, ovvero sono prospettati elementi pregressi o coevi che, tuttavia, non abbiano formato oggetto di considerazione, neppure implicita, da parte del giudice. (Fattispecie in cui la Corte ha affermato che l’omessa analisi circa l’esatta individuazione della pena irrogata per la violazione più grave nel reato continuato, al fine di valutare se sussistessero i presupposti per la revoca dell’indulto, è questione oggetto di necessaria considerazione implicita da parte del giudice, come tale deducibile solo mediante impugnazione). Cass. pen. sez. I 20 febbraio 2015, n. 7877

Non viola il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato il giudice della esecuzione che, a fronte di una richiesta del P.M. di sequestro preventivo di beni finalizzato alla confisca di cui all’art.12 sexies, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, conv. in l. 8 agosto 1992, n. 356, deliberi direttamente il provvedimento di confisca. Cass. pen. sez. I 9 maggio 2013, n. 19998

È inammissibile la domanda di affidamento in prova al servizio sociale proposta dal condannato con riguardo a titolo di privazione della libertà sopravvenuto durante l’attuazione del diverso beneficio della detenzione domiciliare cui lo stesso condannato sia stato ammesso con precedente decisione del Tribunale di sorveglianza, dovendo applicarsi l’art. 51 bis Ord. Pen. e non potendo ritenersi giustificata la riproposizione della richiesta, già respinta, della misura più ampia. Cass. pen. sez. I 18 febbraio 2013, n. 7945

Non rientra nelle attribuzioni del giudice dell’esecuzione l’applicazione di sanzioni amministrative accessorie, giacché non equiparabili alle pene accessorie. (Nella specie si trattava della revoca della patente di guida per il reato di guida in stato di ebbrezza). Cass. pen. sez. I 8 novembre 2012, n. 43208

In presenza di un provvedimento di unificazione di pene concorrenti, è legittimo nel corso dell’esecuzione, lo scioglimento del cumulo, quando occorre procedere al giudizio sull’ammissibilità della domanda di concessione di un beneficio penitenziario (nel caso di specie, detenzione domiciliare ai sensi dell’art. 47 ter, comma primo bis L. n. 354 del 1975), ostacolata dalla circostanza che nel cumulo è compreso un titolo di reato rientrante nel novero di quelli elencati nell’art. 4 bis L. n. 354 del 1975, sempre che il condannato abbia espiato la parte di pena relativa al delitto ostativo. Cass. pen. sez. I 9 febbraio 2012, n. 5158

Il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione dichiari condonata la pena può essere revocato in sede esecutiva solo in presenza di fatti nuovi e non sulla scorta di elementi preesistenti. (Nella specie, la Corte ha cassato il provvedimento del giudice dell’esecuzione, di revoca dell’indulto, adottato sulla scorta di una sentenza di condanna già passata in giudicato nel momento in cui il medesimo giudice aveva concesso il beneficio). Cass. pen. sez. I 9 febbraio 2012, n. 5137

Il mutamento di giurisprudenza, intervenuto con decisione delle Sezioni Unite, integrando un nuovo elemento di diritto, rende ammissibile la riproposizione, in sede esecutiva, della richiesta di applicazione dell’indulto in precedenza rigettata. Cass. pen. Sezioni Unite 13 maggio 2010, n. 18288

Pur avendo sostanziale natura civilistica, al procedimento di recupero delle spese processuali anticipate dallo Stato è applicabile la procedura d’incidente d’esecuzione qualora si faccia questione dell’esistenza e della validità del titolo esecutivo. Cass. pen. sez. I 27 luglio 2007, n. 30737

È illegittimo il provvedimento con il quale il tribunale di sorveglianza non consente all’interessato la produzione di copia di un provvedimento giurisdizionale, assumendone l’intempestività sotto il profilo del mancato rispetto dei termini stabiliti nell’art. 666, comma terzo, c.p.p.in quanto quest’ultima disposizione si riferisce solo alle memorie difensive e non ai documenti. (Nella specie si trattava di un’ordinanza del tribunale che aveva respinto la proposta di applicazione di una misura di prevenzione a carico dell’interessato, potenzialmente rilevante ai fini della decisione del giudice di sorveglianza). Cass. pen. sez. I 26 giugno 2000, n. 3679

Il mutamento di giurisprudenza intervenuto con decisione delle Sezioni Unite o anche di una delle Sezioni della Corte di cassazione, purché connotato da caratteristiche di stabilità e univocità, integra un “nuovo elemento” di diritto, che rende ammissibile la riproposizione in sede esecutiva della richiesta di revoca della confisca in precedenza rigettata. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto ammissibile la riproposizione dell’istanza di revoca della confisca degli immobili abusivamente lottizzati, presentata dai terzi acquirenti in buona fede, i quali avevano invocato l’applicazione del sopravvenuto mutamento giurisprudenziale che aveva recepito i principi della Corte EDU riguardanti i limiti di applicazione della misura ablatoria nei confronti dei soggetti estranei al reato). Cass. pen. sez. III 26 giugno 2014, n. 27702

In sede esecutiva, il principio di conversione dell’impugnazione è applicabile anche in caso di opposizione sulla base del principio generale di conservazione degli atti giuridici e del “favor impugnationis” (Nella specie la Corte ha qualificato come opposizione ex art. 667, comma quarto, cod. proc. pen. disponendone la trasmissione alla corte d’appello, il ricorso per cassazione proposto avverso il provvedimento conseguente all’istanza di revoca della confisca emesso non “de plano”, bensì a seguito di irrituale fissazione della comparizione delle parti). Cass. pen. sez. I 25 gennaio 2013, n. 4083

In tema di confisca, avverso il provvedimento del giudice dell’esecuzione – sia che questi abbia deciso “de plano” ai sensi dell’art. 667, quarto comma, c.p.p. sia che abbia provveduto irritualmente nelle forme dell’udienza camerale ex art. 666 c.p.p. – è prevista solo la facoltà di proporre opposizione, sicché come tale deve essere riqualificato l’eventuale ricorso per cassazione proposto avverso il suddetto provvedimento, nel rispetto del principio generale della conservazione degli atti giuridici e del “favor impugnationis”, con conseguente trasmissione degli atti al giudice competente. Cass. pen. sez. I 29 marzo 2012, n. 11770

È immediatamente proponibile ricorso per cassazione avverso il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione abbia irritualmente provveduto, in materia di confisca, a norma dell’art. 666, comma terzo, c.p.p.anziché de plano come previsto dall’art. 667, comma quarto, c.p.p.in quanto la procedura adottata pone in essere un’anticipata garanzia del contraddittorio, che sarebbe stato altrimenti introducibile solo a seguito dell’opposizione dell’interessato avverso il provvedimento assunto senza formalità. (Nel caso di specie, il provvedimento impugnato è stato adottato dal G.i.p. quale giudice dell’esecuzione, intervenuto dopo che la sentenza di patteggiamento, già divenuta irrevocabile, nulla aveva disposto in ordine alla destinazione del bene oggetto di sequestro ). Cass. pen. sez. VI 5 dicembre 2007, n. 45326

Il provvedimento emesso ai sensi dell’art. 666, comma 7, c.p.p. non prevede alcuna formalità e, qualora non incida sulla libertà personale, non è impugnabile. Cass. pen. sez. I 8 luglio 2003, n. 29024

La definizione del reclamo del detenuto al magistrato di sorveglianza avverso il provvedimento del direttore dell’istituto penitenziario in materia di colloqui e conversazioni telefoniche deve avvenire con provvedimento de plano e non all’esito del procedimento previsto dagli artt. 666 e 678 c.p.p.in quanto la sentenza n. 26 del 1999 della Corte cost. dichiarativa dell’illegittimità costituzionale degli artt. 35 e 69 della L. 26 luglio 1975 n. 354 nella parte in cui essi non prevedono una tutela giurisdizionale nei confronti degli atti dell’Amministrazione penitenziaria lesivi di diritti del detenuto, nel richiamare la necessità di un intervento legislativo ad hoc, ha escluso la possibilità di una pronuncia additiva, sul rilievo che nessuno dei procedimenti «tipici» previsti dalla legge, compreso in essi quello di sorveglianza, può essere considerato un rimedio giurisdizionale di carattere generale, tale da poter essere esteso alla procedura che si instaura a seguito di reclamo. Cass. pen. sez. I 23 maggio 2002, n. 20240

La richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello Stato deve contenere l’indicazione del processo cui si riferisce, giacché essa ha effetto soltanto nell’ambito di un singolo, specifico procedimento, essendo diversi gli interessi sottesi ad eventuali, differenti istanze, pur se proposte dallo stesso soggetto al medesimo giudice nel corso di procedure aventi eguale contenuto, ma formanti oggetto di separati procedimenti. Ne consegue che la presentazione di una ulteriore istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato nell’ambito di procedimento di sorveglianza relativo alla concessione della medesima misura alternativa, già rigettata una prima volta, non fa cessare l’interesse dell’istante ad ottenere una decisione sull’analoga domanda avanzata in precedenza, non potendosi tacitamente ritenere, attesa la diversità dei procedimenti, che la proposizione della seconda istanza privi di interesse la prima e, quindi, che la stessa, essendo carente dei requisiti di legge per la sua prospettazione, possa essere dichiarata inammissibile con decreto presidenziale assunto de plano. Cass. pen. sez. I 17 ottobre 2001, n. 37587

In tema di ammissione al lavoro sostitutivo, la domanda non può essere respinta perché l’attività prospettata, consistente nel prestare servizio volontario presso un’associazione, non presenta i requisiti di un «rapporto di lavoro» coperto da assicurazione e perché non sussiste alcuna convenzione fra l’associazione e il Ministero della giustizia o l’ufficio di sorveglianza; tali circostanze, infatti, non sono ricomprese fra i requisiti necessariamente richiesti dall’art. 105 della legge 24 novembre 1981, n. 689. (Nell’affermare tali principi, la Corte ha ritenuto che l’attività volontaria di «barelliera» presso un’associazione di assistenza legalmente riconosciuta risponde perfettamente al dettato normativo; che la presenza di una convenzione è dalla legge prevista come eventuale; che il tenore letterale della norma di legge citata esclude che possa sussistere un rapporto di lavoro fra il condannato e l’ente o associazione, posto che deve trattarsi di attività non retribuita a favore della collettività; e, infine, che eventuali dubbi circa la copertura assicurativa possono essere oggetto di accertamento da parte del magistrato di sorveglianza, ai sensi del comma 5 dell’art. 666 c.p.p.). Cass. pen. sez. I 16 luglio 2001, n. 28967

La competenza a deliberare sulla richiesta di anticipazione o liquidazione finale del compenso presentata dal custode di cose sequestrate nell’ambito di procedimento penale appartiene nella fase successiva alla sentenza irrevocabile al giudice dell’esecuzione, nella fase delle indagini preliminari al P.M. il quale provvede con decreto motivato, nel corso del giudizio di cognizione al giudice che ha la disponibilità del procedimento il quale provvede de plano, osservandosi, in tutti i casi, le forme stabilite per il procedimento di esecuzione a norma dell’art. 666 c.p.p. Cass. pen. Sezioni Unite 2 luglio 2002, n. 16

Nella procedura di incidente di esecuzione avente ad oggetto l’opposizione alla determinazione del compenso del custode di cose sequestrate nel corso di un procedimento penale, il giudice dell’esecuzione, prima di tenere l’udienza camerale, non deve procedere alla nomina del difensore d’ufficio atteso che il richiamo – contenuto nell’art. 666, comma 4, c.p.p. – alla partecipazione necessaria del difensore riguarda soltanto l’imputato o il condannato, non le altre parti private. Cass. pen. sez. IV 31 luglio 2001, n. 2199

La omessa citazione della parte tenuta al pagamento del compenso dovuto al custode di cose sequestrate, e cioé il ministero del tesoro e, nel caso di condanna, il soggetto privato destinatario dell’obbligo, è causa di nullità assoluta del procedimento per incidente di esecuzione, per violazione dell’art. 666, comma terzo, c.p.p.richiamato dall’art. 695. Cass. pen. sez. IV 23 maggio 2001, n. 20984  .

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