Art. 633 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477)

Forma della richiesta

Articolo 633 - Codice di Procedura Penale

1. La richiesta di revisione è proposta personalmente o per mezzo di un procuratore speciale (122). Essa deve contenere l’indicazione specifica delle ragioni e delle prove che la giustificano e deve essere presentata, unitamente a eventuali atti e documenti, nella cancelleria della corte di appello individuata secondo i criteri di cui all’articolo 11.
2. Nei casi previsti dall’art. 630 comma 1 lett. a) e b), alla richiesta devono essere unite le copie autentiche delle sentenze o dei decreti penali di condanna ivi indicati.
3. Nel caso previsto dall’art. 630 comma 1 lett. d), alla richiesta deve essere unita copia autentica della sentenza irrevocabile di condanna per il reato ivi indicato.

Articolo 633 - Codice di Procedura Penale

1. La richiesta di revisione è proposta personalmente o per mezzo di un procuratore speciale (122). Essa deve contenere l’indicazione specifica delle ragioni e delle prove che la giustificano e deve essere presentata, unitamente a eventuali atti e documenti, nella cancelleria della corte di appello individuata secondo i criteri di cui all’articolo 11.
2. Nei casi previsti dall’art. 630 comma 1 lett. a) e b), alla richiesta devono essere unite le copie autentiche delle sentenze o dei decreti penali di condanna ivi indicati.
3. Nel caso previsto dall’art. 630 comma 1 lett. d), alla richiesta deve essere unita copia autentica della sentenza irrevocabile di condanna per il reato ivi indicato.

Note

Massime

In tema di revisione, il proponente non ha l’onere di allegare la sentenza cui si riferisce l’istanza, dovendo il giudice competente, individuato ai sensi dell’art. 11 cod. proc. pen. attivarsi per richiedere il provvedimento. Cass. pen. sez. I 12 aprile 2012, n. 13622

In tema di revisione, incombe al ricorrente l’onere di produrre la sentenza di cui assume l’inconciliabilità con la condanna riportata, in quanto la richiesta di revisione deve essere corredata, a pena di inammissibilità, dagli eventuali atti e documenti idonei a sorreggerla e dalle copie autentiche delle sentenze e dei decreti penali di condanna, così come prescrive l’art. 633, comma 2, c.p.p. Cass. pen. sez. I 23 marzo 2002, n. 11892

In tema di revisione, la sottoscrizione dell’interessato nella procura speciale può essere autenticata anche dal difensore, ai sensi dell’art. 39 att. c.p.p. non essendovi ragione per cui debba escludersi il potere certificativo del difensore per la presentazione di quello che è un atto di impugnazione, sia pure straordinaria. Cass. pen. sez. V 11 giugno 1999, n. 2134

In tema di revisione, l’art. 634 c.p.p.richiamando specialmente le disposizioni dell’art. 633 c.p.p. sulla forma della richiesta, esige, a pena di inammissibilità, l’autenticità delle copie delle sentenze e dei decreti penali di condanna, uniti alla stessa, solo per i casi in cui l’istanza sia fondata sui motivi contemplati nelle lettere a), b) e d) dell’art. 630 c.p.p. e non anche nei casi previsti dalla lett. c). Tale esclusione risponde ad un criterio logico, dal momento che in queste ipotesi la prova dev’essere comunque valutata dal giudice, che ha il compito di verificarne la novità e la rilevanza a favore dei condannati. (Fattispecie relativa all’annullamento dell’ordinanza con la quale l’istanza di revisione era stata dichiarata inammissibile poiché i documenti allegati, relativi alla remissione di querela, all’accettazione e ad un fonogramma del comandante la stazione dei carabinieri, non erano stati presentati in copia conforme all’originale). Cass. pen. sez. V 29 marzo 1996, n. 1126

Il disposto dell’art. 633, comma terzo, c.p.p. postula l’intervento di una pronuncia irrevocabile di condanna per il reato o i reati in conseguenza dei quali si assume essere stata emessa la sentenza di cui si domanda la revisione. (Nella specie, relativa a rigetto di ricorso è stata ritenuta di per sè irrilevante la denuncia di falsità in atti, frode processuale ed altro sporta dalla condannata nei confronti di pubblici ufficiali da identificare, non potendo i fatti in essa illustrati incidere sull’ammissibilità della richiesta di revisione, se non accertati con sentenza di condanna divenuta irrevocabile). Cass. pen. sez. III 15 ottobre 1993, n. 1875

In tema di revisione, non può ritenersi conforme al disposto di cui all’art. 633, primo comma, c.p.p. nella parte in cui esso prescrive che la richiesta debba «contenere l’indicazione specifica delle ragioni e delle prove che la giustificano», una richiesta che sia fondata sulla proposta di assunzione di una nuova testimonianza che debba rendersi da soggetto di cui, per asserite ragioni di sicurezza, non si indichi il nome. Cass. pen. sez. I 27 luglio 1992, n. 3067

In tema di revisione, la competenza attribuita alla Corte d’appello, nel cui distretto si trova il giudice che ha pronunciato la sentenza di primo grado o il decreto penale di condanna, ha natura funzionale; deve quindi ritenersi affetto da nullità assoluta il provvedimento emesso da un giudice diverso da quello cui è attribuita la cognizione dell’istanza di revisione. Cass. pen. sez. III 20 gennaio 2003, n. 2417

Ai fini dell’individuazione della corte d’appello competente a decidere sull’istanza di revisione, secondo i criteri di cui all’art. 11 c.p.p.richiamato dall’art. 633, comma 1, c.p.p.quale riformulato dall’art. 1, comma 1, della L. 23 novembre 1998, n. 405, deve farsi riferimento al meccanismo previsto da nuovo testo del citato art. 11 c.p.p.quale a sua volta sostituito dall’art. 1 della L. 2 dicembre 1998 n. 420, anche con riguardo a fatti commessi prima dell’entrata in vigore di detta ultima legge, il cui art. 8, nell’escludere l’operatività del suddetto meccanismo per i fatti pregressi, si riferisce esclusivamente ai procedimenti riguardanti i magistrati. Cass. pen. sez. I 17 febbraio 2000, n. 357

Ai fini dell’individuazione della corte d’appello competente a decidere sull’istanza di revisione, secondo i criteri di cui all’art. 11 c.p.p.richiamati dall’art. 633, comma 1, c.p.p. nel testo riformulato dall’art. 1, comma 1, della legge 23 novembre 1998 n. 405, deve farsi riferimento al meccanismo previsto dal nuovo testo del citato art. 11 c.p.p.quale a sua volta sostituito dall’art. 1 della legge 2 dicembre 1998 n. 420, anche con riguardo ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore di detta ultima legge, il cui art. 8, nell’escludere l’operatività del suddetto meccanismo per i fatti pregressi, si riferisce esclusivamente ai procedimenti riguardanti i magistrati. Cass. pen. sez. I 17 gennaio 2000, n. 7233

Nell’attuale disciplina dell’istituto della revisione, caratterizzata dal fatto che l’intero procedimento è stato affidato ad uno stesso giudice, individuato nella corte d’appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza di primo grado, è del tutto improprio distinguere ancora tra una fase rescindente e una fase rescissoria, come invece poteva farsi sotto l’impero della disciplina dettata dal codice di rito previgente, in cui le due fasi erano effettivamente distinte, essendo la prima devoluta alla Corte di cassazione e la seconda (cui poteva darsi luogo solo previa pronuncia, all’esito della prima, di un annullamento condizionato della sentenza oggetto della richiesta di revisione), ad una corte di merito. Cass. pen. sez. I 28 ottobre 1998, n. 4837

Nel caso in cui l’istanza di revisione sia stata presentata alla Corte di cassazione in data anteriore alla entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale e la corte non ne abbia, prima di tale data, iniziato la trattazione, si rendono applicabili le norme del nuovo codice di procedura penale e pertanto competente a decidere sulla istanza è la corte d’appello nel cui distretto si trova il giudice che ha pronunciato la sentenza di primo grado o il decreto penale di condanna. Cass. pen. Sezioni Unite 16 marzo 1990 n. 1

Il principio del giudice naturale precostituito per legge non può ritenersi violato quando, come nella ipotesi oggetto del presente giudizio, l’organo giudicante venga istituito dalla legge sulla base di criteri generali fissati in anticipo e non già in vista di singole controversie, sicché la devoluzione alla Corte di appello del giudizio di revisione non vulnera in alcun modo l’invocato parametro costituzionale, mentre appare del tutto estranea al tema la ripartizione delle competenze fra i diversi giudici di merito, ugualmente precostituiti, avendo questi per definizione già esaurito nel corrispondente grado di giudizio la sfera di giurisdizione loro rispettivamente assegnata dall’ordinamento. Corte cost. ord. 23 luglio 1991, n. 375

Con il nuovo codice di procedura penale il legislatore ha inteso innovare rispetto alla precedente competenza in materia di revisione, attribuita alla Corte di cassazione, stabilendo la competenza funzionale della corte d’appello nel cui distretto si trova il giudice che ha pronunciato la sentenza di primo grado o il decreto penale di condanna. Le regole proprie che disciplinano la revisione non consentono l’innesto delle norme che regolano in via generale la competenza, ma attribuiscono specifica competenza funzionale proprio alla corte d’appello, laddove il riferimento territoriale è desumibile dalla sede del giudice di primo grado. (Nella specie la S.C. ha ritenuto che, essendo stata la prima sentenza emessa dalla Corte di assise di Forlì, rientrante nel distretto della Corte d’appello di Bologna, esattamente la revisione era stata richiesta a detta corte d’appello, mentre la pronuncia su di essa della corte d’assise di secondo grado era da annullare perché viziata da incompetenza funzionale). Cass. pen. sez. I 14 maggio 1991

A seguito dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, competente a pronunciarsi sull’istanza per revisione, anche se proposta precedentemente all’entrata in vigore del codice stesso, è la corte d’appello, in quanto, non rientrando la revisione nella previsione degli artt. 241, 242 e 259 delle disposizioni transitorie del codice di procedura penale, che disciplinano i casi in cui i procedimenti in corso proseguono secondo il rito del codice anteriormente vigente, o quelli in cui continuano ad applicarsi le norme di questo sulla competenza, opera il principio generale tempus regit actum, per effetto del quale deve applicarsi la disposizione del nuovo codice che attribuisce alla corte d’appello la competenza a decidere in tema di revisione, salvo che, prima dell’entrata in vigore del nuovo codice stesso, sia iniziata l’effettiva trattazione del procedimento di revisione davanti alla Corte di cassazione. Cass. pen. sez. IV 15 dicembre 1989 n. 1189

È legittima la spedizione a mezzo posta dell’istanza di revisione, così come della domanda di sospensione dell’esecuzione della pena, eseguita personalmente dall’interessato, mediante la sottoscrizione dei relativi atti autenticata dal difensore. Cass. pen. sez. I 27 ottobre 1994, n. 3808

 

 

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