Art. 6 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477)

Competenza del tribunale

Articolo 6 - Codice di Procedura Penale

1. Il tribunale è competente per i reati che non appartengono alla competenza della corte di assise o del giudice di pace (5; 210, 259 coord.).

Articolo 6 - Codice di Procedura Penale

1. Il tribunale è competente per i reati che non appartengono alla competenza della corte di assise o del giudice di pace (5; 210, 259 coord.).

Note

Massime

In materia di reati concernenti carte di credito e documenti ad esse assimilati, quali attualmente previsti dall’art. 12 del D.L. 3 maggio 1991, n. 143, convertito con modificazione in L. 5 luglio 1991, n. 197, la competenza a conoscere del fatto originariamente qualificato come ricettazione e commesso prima dell’entrata in vigore di detta normativa speciale spetta al tribunale e non al pretore, in applicazione (mancando norma transitoria), del principio di ordine generale circa la immediata operatività delle disposizioni incidenti sulla disciplina processuale. (Nella fattispecie, relativa a risoluzione di conflitto, la Corte ha anche rilevato che non poteva farsi riferimento, in contrario, al principio costituzionale della precostituzione del giudice naturale giacché l’esercizio dell’azione penale risultava posteriore all’entrata in vigore della nuova disciplina sanzionatoria). Cass. pen. sez. I 14 settembre 1994, n. 3407

In materia di reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, l’art. 19 della L. 26 aprile 1990 n. 86, integrando l’art. 6 c.p.p.attribuisce al tribunale la competenza di delitti previsti dal capo I del titolo II del libro II del c.p.con le esclusioni espressamente indicate. La legge, entrata in vigore il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione, avvenuta il 27 aprile 1990, non contiene una disciplina transitoria (né può applicarsi l’art. 259 comma primo D.L.vo 28 luglio 1989, che si riferisce alle modi.che della competenza apportate dal nuovo c.p.p.), sicché essa è di immediata applicazione nei riguardi dei processi pendenti, non ancora definiti in primo grado, in ossequio al principio tempus regit actum che regola la successione nel tempo delle norme processuali. (Fattispecie in tema di abuso di ufficio, previsto dall’art. 323 c.p.). Cass. pen. sez. VI 8 novembre 1993, n. 9986

Ai procedimenti in corso e non ancora definiti in tema di interesse privato in atti di ufficio (art. 324 c.p.) – a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 19 della L. 26 aprile 1990, n. 86, che ha integrato l’art. 6 c.p.p. – in virtù del principio tempus regit actum e in mancanza di una apposita norma transitoria, la disciplina da applicare è quella della norma innovatrice e non già quella vigente al momento del sorgere del rapporto processuale. Cass. pen. sez. I

I fatti previsti dall’art. 73, n. 5, L. 22 dicembre 1975, n. 685, nel testo sostituito dall’art. 14, L. 26 giugno 1990, n. 162, non costituiscono ipotesi autonome di reato ma elementi aventi carattere di circostanze attenuanti oggettive ad effetto speciale. Ne consegue che competente a conoscere di siffatti reati è il tribunale, posto che l’art. 4 c.p.p. esclude qualsiasi incidenza delle circostanze attenuanti sulla determinazione della competenza. Cass. pen. sez. I 11 marzo 1994, n. 128

In virtù del principio tempus regit actum l’accertamento della competenza per materia è ancorato alle disposizioni di carattere sostanziale, attinenti al trattamento sanzionatorio, vigenti nel momento in cui l’atto deve compiersi o deve verificarsi la legittimità di quello in precedenza compiuto, essendo – per contro – svincolato da ogni riferimento alle diverse norme che fossero in vigore all’epoca della commissione del reato. Invero, trattandosi di norme processuali non sono applicabili le previsioni di cui all’art. 2 c.p.circoscritte alla normativa di carattere sostanziale, bensì, appunto, il principio suddetto che impone l’applicazione delle regole di competenza con riferimento al tempo in cui una determinata attività di giurisdizione deve essere esercitata, indipendentemente dal tempo della commissione dei reati per cui si procede. (Fattispecie in cui il ricorrente lamentava che il tribunale, in sede di riesame di un provvedimento di sequestro preventivo per il reato di cui al secondo comma dell’art. 12 quinquies, D.L. n. 306 del 1992, convertito in L. n. 356 del 1992, adottato dal Gip presso il tribunale nonostante all’epoca detto reato fosse di competenza pretorile, non aveva rilevato l’incompetenza per materia di detto giudice; la Cassazione ha respinto il ricorso sulla scorta del principio di cui in massima e sul rilievo che nel momento in cui il tribunale aveva pronunciato la sua ordinanza il reato era divenuto di competenza del tribunale a seguito dell’elevazione dell’entità del massimo edittale della pena per esso prevista ad opera del D.L. n. 14 del 1993). Cass. pen. sez. V 4 agosto 1993, n. 2125

Poiché il reato permanente costituisce un’entità giuridicamente unitaria che non può essere scissa, esso, se attribuito a persona che all’epoca di inizio dell’attività criminosa era minore d’età, rientra per intero nella competenza per materia del tribunale penale ordinario, e non – frazionatamente – in quella del tribunale minorile e in quella ordinaria, anche perché un’eventuale scissione finirebbe in pregiudizio per l’imputato. Cass. pen. sez. I 6 aprile 1993, n. 912

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