Art. 521 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Correlazione tra l'imputazione contestata e la sentenza

Articolo 521 - codice di procedura penale

1. Nella sentenza il giudice può dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell’imputazione, purché il reato non ecceda la sua competenza (5 ss., 23) né risulti attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale (33 bis) anziché monocratica (33 ter), [ovvero non risulti tra quelli per i quali è prevista l’udienza preliminare e questa non si sia tenuta] (1).
2. Il giudice dispone con ordinanza la trasmissione degli atti al pubblico ministero se accerta che il fatto è diverso da come descritto nel decreto che dispone il giudizio ovvero nella contestazione effettuata a norma degli artt. 516, 517 e 518 comma 2 (522).
3. Nello stesso modo il giudice procede se il pubblico ministero ha effettuato una nuova contestazione fuori dei casi previsti dagli artt. 516, 517 e 518 comma 2.

Articolo 521 - Codice di Procedura Penale

1. Nella sentenza il giudice può dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell’imputazione, purché il reato non ecceda la sua competenza (5 ss., 23) né risulti attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale (33 bis) anziché monocratica (33 ter), [ovvero non risulti tra quelli per i quali è prevista l’udienza preliminare e questa non si sia tenuta] (1).
2. Il giudice dispone con ordinanza la trasmissione degli atti al pubblico ministero se accerta che il fatto è diverso da come descritto nel decreto che dispone il giudizio ovvero nella contestazione effettuata a norma degli artt. 516, 517 e 518 comma 2 (522).
3. Nello stesso modo il giudice procede se il pubblico ministero ha effettuato una nuova contestazione fuori dei casi previsti dagli artt. 516, 517 e 518 comma 2.

Note

(1) Le parole da: «, ovvero non risulti …» fino alla fine del comma, sono state aggiunte dall’art. 47, comma 6, della L. 16 dicembre 1999, n. 479 e poi soppresse dall’art. 2 undecies del D.L. 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, nella L. 5 giugno 2000, n. 144.

Massime

L’attribuzione in sentenza al fatto contestato di una qualificazione giuridica diversa da quella enunciata nell’imputazione non determina la violazione dell’art. 521 cod. proc. pen. qualora la nuova definizione del reato appaia come uno dei possibili epiloghi decisori del giudizio, secondo uno sviluppo interpretativo assolutamente prevedibile, o, comunque, l’imputato ed il suo difensore abbiano avuto nella fase di merito la possibilità di interloquire in ordine alla stessa. (Nell’affermare il principio indicato, la Corte ha escluso la violazione del diritto al contraddittorio in una fattispecie in cui l’imputato era stato condannato in primo grado e in appello per il reato di cui all’art. 571 cod. pen. a fronte dell’originaria contestazione di maltrattamenti). Cass. pen. sez. VI 13 marzo 2017, n. 11956

In tema di correlazione tra accusa e sentenza, non è configurabile la violazione dell’art. 521 cod. proc. pen. qualora nell’imputazione figurino elementi di fatto “sovrabbondanti” rispetto al paradigma della norma incriminatrice, che rendano prevedibile la diversa qualificazione giuridica del fatto come uno dei possibili epiloghi decisori del giudizio, in relazione al quale l’imputato ed il suo difensore abbiano avuto nella fase di merito la possibilità di interloquire, conformemente all’art. 111 Cost. e all’art. 6 CEDU. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza di merito che aveva riqualificato quale delitto di truffa l’imputazione di appropriazione indebita, nella quale, a seguito di contestazione suppletiva, erano già descritti i connotati ingannatori della condotta tenuta dall’imputato). Cass. pen. sez. II 3 febbraio 2017, n. 5260

Non sussiste violazione del principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza, allorché, contestato all’imputato un reato a titolo di concorso personale, se ne affermi la responsabilità in sentenza ai sensi dell’art. 48 cod. pen. in quanto la responsabilità dell’autore mediato realizza un particolare e qualificato comportamento del tutto compatibile con il contributo sotteso dalla formula di cui all’art. 110 cod. pen. originariamente contestato. Cass. pen. sez. II 25 gennaio 2017, n. 3644

Il principio di correlazione tra contestazione e sentenza è funzionale alla salvaguardia del diritto di difesa dell’imputato; ne consegue che la violazione di tale principio è ravvisabile quando il fatto ritenuto nella decisione si trova, rispetto al fatto contestato, in rapporto di eterogeneità, ovvero quando il capo d’imputazione non contiene l’indicazione degli elementi costitutivi del reato ritenuto in sentenza, né consente di ricavarli in via induttiva. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto sussistere la violazione del principio nella condanna per il delitto di abuso d’ufficio in luogo della contestata concussione, in quanto il capo d’accusa non conteneva alcuna indicazione in ordine alla norma di legge violata, né all’ulteriore requisito, richiesto dall’art. 323 cod. pen. dell’ingiustizia del vantaggio patrimoniale procurato o del danno arrecato). Cass. pen. sez. VI 10 marzo 2015, n. 10140

Non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza la decisione di condanna in cui è ritenuta la sussistenza della continuazione tra più condotte, tutte autonomamente integratici della norma incriminatrice contestata, e non un unico fatto di reato, anche nel caso in cui non vi è nel capo di imputazione il riferimento all’art. 81 cod. pen.posto che ciò che rileva è la compiuta descrizione del fatto e non l’indicazione degli articoli di legge che si assumono violati. Cass. pen. sez. V 5 marzo 2015, n. 9706

La Corte di appello, quando, riqualificando un fatto giudicato dal tribunale, lo riconduce ad una fattispecie di reato di competenza del giudice di pace, può decidere, anche fuori dai casi previsti dall’art. 6 del D.Lgs. n. 74 del 2000, nel merito della impugnazione senza dover trasmettere gli atti al pubblico ministero e dichiarare contestualmente la competenza del giudice di pace. (Fattispecie in tema di derubricazione del reato di lesioni da gravi a lievi). Cass. pen. sez. V 13 ottobre 2014, n. 42827

Rientra nei poteri di cognizione officiosa della Corte di cassazione la corretta qualificazione giuridica del fatto anche nel caso di ricorso proposto dal solo imputato, purché ciò non avvenga a sorpresa e con pregiudizio del diritto di difesa. (Fattispecie nella quale la S.C. nel riqualificare il fatto in estorsione, riteneva essere stato garantito il contraddittorio in quanto il fatto medesimo, già qualificato come estorsione in primo grado, era stato derubricato in truffa dai giudici dell’appello in adesione ad una tesi difensiva). Cass. pen. sez. II 23 gennaio 2014, n. 3211

Qualora una diversa qualificazione giuridica del fatto venga effettuata dal giudice di appello senza che l’imputato abbia preventivamente avuto modo di interloquire sul punto, la garanzia del contraddittorio resta comunque assicurata dalla possibilità di contestare la diversa definizione mediante il ricorso per cassazione. (Fattispecie in cui il fatto, qualificato come tentato furto aggravato dalla violenza sulle cose, era stato riqualificato nei termini meno gravi del danneggiamento aggravato). Cass. pen. sez. II 17 maggio 2013, n. 21170

Il principio di correlazione tra imputazione e sentenza non può ritenersi violato da qualsiasi modificazione rispetto all’accusa originaria, ma solo nel caso in cui la contestazione venga mutata in relazione ai suoi elementi essenziali, in modo da determinare incertezza e pregiudicare l’esercizio del diritto di difesa. (Fattispecie in tema di discarica abusiva, in cui la S.C. ha considerato irrilevante l’intervento modificativi in senso favorevole all’imputato consistente nella riduzione quantitativa dei rifiuti oggetto dell’imputazione). Cass. pen. sez. III 24 ottobre 2012, n. 41478

Sussiste l’interesse della parte civile ad impugnare ai fini civili la sentenza di condanna mirando alla modifica della qualificazione giuridica del fatto, quando dalla detta modifica possa derivare una diversa quantificazione del danno da risarcire. Cass. pen. sez. V 30 marzo 2012, n. 12139

È nulla la sentenza d’appello con la quale sia stata attribuita al fatto contestato una diversa qualificazione giuridica senza che l’imputato abbia preventivamente avuto modo di interloquire sul punto. Cass. pen. sez. V 17 febbraio 2012, n. 6487

Il potere del giudice di attribuire al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell’imputazione, salvo il divieto di reformatio in peius vale anche nel giudizio di legittimità e può riguardare altresì il fatto per come accertato nella sentenza impugnata. Cass. pen. sez. IV 14 marzo 2008, n. 11335

Il principio di correlazione tra contestazione e sentenza è funzionale alla salvaguardia del diritto di difesa dell’imputato; ne consegue che la violazione di tale principio è ravvisabile solo quando il fatto ritenuto nella decisione si trova, rispetto al fatto contestato, in rapporto di eterogeneità, nel senso che risultano variati o trasformati gli elementi costitutivi dell’ipotesi di reato descritta nel capo di imputazione, e non già quando gli elementi essenziali che caratterizzano la qualificazione giuridica del fatto sono rimasti invariati e ad essi risultano aggiunti ulteriori particolari del fatto, in merito ai quali l’imputato ha comunque avuto modo di difendersi. (Nella fattispecie, la Corte ha ritenuto rispettato il principio in una sentenza che aveva accertato il verificarsi della violenza contro il pubblico ufficiale mentre stava procedendo ad un atto di identificazione personale non nel momento iniziale della consegna dei documenti di identità, come contestato, ma nel corso della redazione del verbale delle operazioni svolte). Cass. pen. sez. VI 8 agosto 2003, n. 34051

Non si ha violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza allorché, contestato a taluno il concorso in omicidio volontario con persone rimaste ignote, se ne affermi la responsabilità come mandante e organizzatore, lasciandosi un margine di dubbio solo in ordine alla sua partecipazione alla fase strettamente esecutiva. Cass. pen. sez. I 28 maggio 2003, n. 23455

Una volta contestata la condotta colposa e ritenuta dal giudice di primo grado la sussistenza di un comportamento omissivo, la qualificazione in appello della condotta medesima come colposamente commissiva e omissiva non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza, qualora l’imputato abbia avuto modo, in concreto, di apprestare in modo completo le sue difese in relazione ad ogni possibile profilo dell’addebito. Cass. pen. sez. IV 13 febbraio 2003, n. 7026

Non si verifica violazione del principio di correlazione tra imputazione contestata e sentenza nell’ipotesi in cui il reato in relazione al quale è stata emessa condanna sia in rapporto di genere a specie con quello di cui al capo d’imputazione, atteso che l’imputato ha avuto possibilità di svolgere adeguata difesa anche in relazione al fatto diversamente qualificato. (Fattispecie in cui la sentenza di secondo grado ha accolto l’appello del pubblico ministero il quale, a fronte di assoluzione per il reato di riciclaggio, aveva lamentato la mancata qualificazione del fatto come ricettazione). Cass. pen. sez. V 27 aprile 2001, n. 17048

La violazione dell’obbligo di correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza, non si verifica quando l’accusa venga precisata o integrata con le risultanze degli interrogatori e degli altri atti acquisiti al processo, e in particolare quando il fatto ritenuto in sentenza, quantunque diverso da quello contestato, sia stato prospettato dallo stesso imputato come elemento a sua discolpa ovvero per farne derivare un’ipotesi di reato meno grave, atteso che, avendo in tal caso il medesimo imputato apprestato la necessaria difesa in relazione alla diversa prospettazione del fatto volontariamente offerta, non è dato riscontrare quella violazione al diritto alla difesa conseguente alla trasformazione o sostituzione dell’addebito che la norma intende sanzionare. Cass. pen. sez. II 28 ottobre 2000, n. 11082

A seguito della modifica, introdotta con l’art. 9 della legge 16 dicembre 1999, n. 479, dell’art. 162 bis c.p.è ora possibile rimettere l’imputato in termini per chiedere l’oblazione in ipotesi di derubricazione del reato, essendo stato aggiunto a tale articolo il comma settimo, il quale prevede che, «in caso di modifica della originaria imputazione, qualora per questa non fosse possibile l’oblazione, l’imputato è rimesso in termini per chiedere la medesima, sempre che sia consentita». Tale disposizione, peraltro, è assoggettata al generale principio tempus regit actum, sicché la stessa non può trovare applicazione ove la fattispecie sia stata già definita con sentenza intervenuta prima della entrata in vigore della norma stessa. (Fattispecie nella quale la S.C. ha escluso la applicabilità della nuova disciplina, in quanto entrata in vigore dopo la emanazione della sentenza impugnata). Cass. pen. sez. I 8 maggio 2000, n. 5398

Il principio di correlazione tra reato contestato e fatto ritenuto in sentenza risulta violato solo nella ipotesi di assoluta incompatibilità tra i due dati, di modo che la pronuncia del giudice debba ritenersi relativa ad un fatto del tutto nuovo rispetto alla ipotesi di accusa; mentre non ricorre tale violazione allorché tra i due fatti sussista una certa omogeneità in un nesso di specificazione. (Nella fattispecie, la Corte, pronunciando in tema di delitti societari, ha ritenuto che la accertata mancanza di un fondo adeguato doveva considerarsi equivalente alla totale assenza del fondo stesso, in quanto indicativa, in ogni caso, di uno squilibrio reale, non portato a conoscenza dei soci e di tutti coloro che avevano diritto ad una corretta informazione). Cass. pen. sez. V 11 giugno 1999, n. 7598

Non sussiste violazione del principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza, allorché si ritenga incidentalmente in sentenza come commesso in concorso con altri un reato che l’originaria contestazione ascriveva all’unico imputato. Cass. pen. sez. I 4 marzo 1998, n. 2794

Qualora nella sentenza di condanna i fatti di reato (nella specie omessa annotazione di corrispettivi nelle scritture contabili, omessa dichiarazione dei redditi ai fini delle imposte dirette e ai fini Iva, omessa dichiarazione di sostituto di imposta, omesso versamento all’erario delle ritenute fiscali operate) corrispondano a quelli contestati nell’imputazione, nessuna violazione del principio di cui all’art. 521 c.p.p. (correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza) è ravvisabile sul rilievo che una diversità tra fatti contestati e fatti giudicati risieda nel rapporto di causalità, che sarebbe diretta e reale nei primi e solo indiretta e ipotetica nei secondi ai sensi dell’art. 40 cpv. c.p.: infatti è proprio l’equivalenza tra causalità diretta o reale e causalità indiretta o ipotetica stabilita da questa norma che esclude quella diversità. (La Suprema Corte ha osservato altresì che non era vero che i giudici di merito non avevano spiegato quale obbligo di impedire l’evento avesse l’imputato ai sensi dell’art. 40 cpv. c.p.: questo obbligo giuridico gli derivava – e quei giudici l’avevano rilevato – dalla sua carica formale di amministratore unico della società, che lo costituiva in una posizione di garanzia rispetto ai beni penalmente tutelati dalla legge n. 516 del 1982, cioè rispetto alla trasparenza e correttezza contabile in funzione degli obblighi tributari della società, poiché come amministratore formale egli aveva l’obbligo di vigilare e impedire all’amministratore di fatto di commettere i reati menzionati). Cass. pen. sez. III 26 giugno 1997, n. 6208

La Corte di cassazione ha il potere-dovere, anche se l’impugnazione sia proposta dal solo imputato, di modificare la definizione giuridica del fatto e di inquadrarlo in una fattispecie normativa, anche più grave, con l’unico limite del divieto della reformatio in pejus, che investe soltanto il dispositivo della sentenza, nella parte relativa alla qualità e quantità della pena inflitta ed ai benefici concessi, e vige soltanto se l’impugnazione non venga proposta dal pubblico ministero. Cass. pen. sez. V 15 gennaio 1997, n. 4132

Il potere del giudice di dare in sentenza al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell’imputazione, previsto dall’art. 521, comma primo, c.p.p.è esercitabile anche con la sentenza emessa a seguito di giudizio abbreviato, non rilevando che in tale rito non sia applicabile, per l’esclusione fattane dall’art. 441 c.p.p.l’art. 423 c.p.p.in quanto tale ultima norma prevede soltanto la facoltà del pubblico ministero di modificare l’imputazione procedendo alla relativa contestazione, non avendo nulla a che vedere con l’autonomo ed esclusivo potere-dovere del giudice di dare al fatto una diversa definizione giuridica, contemplato dall’art. 521, comma primo, c.p.p.applicabile, benché non specificamente richiamato in sede di giudizio abbreviato. Cass. pen. sez. VI 22 ottobre 1996, n. 9213

In tema di correlazione tra accusa e sentenza sia sotto la vigenza dell’art. 477 del codice di procedura penale che secondo quanto stabilito dall’art. 521 c.p.p. attuale, il giudice ben può attribuire una definizione giuridica diversa senza incorrere nella violazione dell’obbligo della correlazione, quando il fatto storico addebitato rimanga identico in riferimento al triplice elemento della condotta, dell’evento e dell’elemento psicologico dell’autore. Correttamente perciò soddisfatte le condizioni indicate, il tribunale può condannare il soggetto tratto a giudizio per il reato di concussione, per il reato di abuso in atti d’ufficio, anche quando l’originaria contestazione sia stata formulata prima della modifica legislativa introdotta con la L. 26 aprile 1990 n. 86 che ha abrogato l’art. 324 c.p. e modificato la formulazione dell’art. 323 c.p. (Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che fosse arbitrario – perché in violazione della normativa sanitaria che impone al medico di utilizzare solo presidi sanitari autorizzati dal Ministero della sanità ovvero preventivamente assentiti dal direttore sanitario – il comportamento del medico che aveva applicato, dietro corrispettivo, ad un paziente ospedaliero, una capsula sottocutanea per perfusione di analgesici non sottoposta a registrazione e la cui commercializzazione non era stata autorizzata poiché la stessa deve essere considerata presidio medico chirurgico ai sensi dell’art. 189 R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 e art. 4 R.D. 6 dicembre 1928 n. 3112). Cass. pen. sez. VI 16 marzo 1995, n. 2749  . Conforme, pur con riferimento a diversa fattispecie, Cass. pen. sez. I, 5 aprile 1996, n. 3456,

L’accertamento della diversità del fatto ex art. 521, comma 2, cod. proc. pen.che comporta la trasmissione degli atti al pubblico ministero, non coincide con l’accertamento di cui all’art. 533 cod. proc. pen. in quanto solo quest’ultimo giudizio postula il pieno convincimento sulla colpevolezza, essendo prodromico ad una pronuncia di condanna. Cass. pen. sez. II24 giugno 2019, n. 27826

Non sussiste violazione del principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza quando vi è corrispondenza tra l’individuazione degli elementi tipici della fattispecie contestata e l’accertamento contenuto nella sentenza di condanna, a nulla rilevando eventuali difformità quantitative e qualitative degli elementi di definizione della condotta, dell’evento e del nesso causale in considerazione della relatività delle tecniche descrittive utilizzate nella redazione della imputazione. (Fattispecie in tema di tentata estorsione, in cui la Corte ha ritenuto irrilevante l’erronea o imprecisa indicazione dell’ammontare delle somme pretese e della cadenza con la quale le stesse dovevano essere versate, risultando decisiva ai fini dell’affermazione di responsabilità la sola formulazione delle minacce per conseguire il preteso pagamento, poi non avvenuto). Cass. pen. sez. II20 marzo 2019, n. 12328

In tema di colpa per omissione, non si ha violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza quando, fermo restando il fatto storico addebitato, consistente nell’omissione del comportamento dovuto, in sentenza sia stata individuata una diversa fonte della posizione di garanzia che non abbia comunque inciso in concreto sul diritto di difesa. (Fattispecie in cui la Corte – in presenza di contestazione del reato di lesioni colpose, a titolo di colpa generica e specifica per violazione delle norme in materia di infortuni sui luoghi di lavoro, a carico del legale rappresentante di una società locatrice di un immobile, per avere omesso di dotare una porta scorrevole dei necessari dispositivi atti ad impedire che la stessa potesse fuoriuscire dai binari di scorrimento – ha ritenuto immune da censure la diversa qualificazione giuridica operata nella sentenza d’appello che, in accoglimento della tesi difensiva che aveva contestato la sussumibilità del fatto nel rapporto di lavoro anziché in quello di locazione, aveva fondato la responsabilità sugli obblighi di manutenzione e riparazione della cosa locata gravanti sul locatore ai sensi degli artt. 1575­1577 cod. civ.e sulle disposizioni di cui agli art. 1577-1580 cod. civ. che prevedono la responsabilità per i vizi della cosa locata che la rendano pericolosa per la salute del conduttore). Cass. pen. sez. IV 31 gennaio 2018, n. 4622

Qualora il fatto venga dal giudice di appello diversamente qualificato, attraverso la modifica della posizione soggettiva rilevante per la colpa, senza che l’imputato abbia preventivamente avuto modo di interloquire sul punto, la garanzia del contraddittorio ­prevista dall’art. 111 Cost. e dall’art. 6 CEDU così come interpretato dalla Corte EDU – resta comunque assicurata dalla possibilità di contestare la diversa definizione mediante il ricorso per cassazione e, qualora la nuova qualificazione dell’addebito, sotto il profilo della posizione soggettiva, abbia inciso in concreto sulle strategie difensive, l’imputato deve essere restituito nella facoltà di esercitare pienamente il diritto di difesa, anche attraverso la proposizione di richieste di prova rilevanti in relazione al diverso contenuto dell’accusa. (Fattispecie di omicidio colposo per violazione di norme antinfortunistiche, nella quale la S.C. ha annullato con rinvio la sentenza di appello che – a seguito dell’annullamento con rinvio anche di una precedente condanna sul presupposto, rivelatosi insussistente, della formale attribuzione al ricorrente della quali.ca di coordinatore della sicurezza – aveva nuovamente ritenuto la responsabilità dell’imputato per l’assunzione di fatto di una posizione di garanzia). Cass. pen. sez. III 9 maggio 2017, n. 22296

La violazione del principio di correlazione tra contestazione e sentenza è ravvisabile quando il fatto ritenuto nella decisione si trova, rispetto al fatto contestato, in rapporto di eterogeneità, ovvero quando il capo d’imputazione non contiene l’indicazione degli elementi costitutivi del reato ritenuto in sentenza, né consente di ricavarli in via induttiva. (Nella specie, la S.C. ha ravvisato violato il principio dalla condanna per il delitto di calunnia in luogo del contestato abuso d’ufficio, non potendo sussistere identità del fatto tra le due fattispecie, considerati gli elementi costitutivi di condotta, evento e nesso causale). Cass. pen. sez. VI 21 dicembre 2016, n. 54457

Non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza la decisione di condanna per il reato di furto consumato a fronte della contestazione di furto tentato, quando non vi è modifica del fatto penalmente rilevante indicato in contestazione e l’imputato è stato in condizione di difendersi su tutti gli elementi oggetto dell’addebito, trattandosi in tal caso solo di una riqualificazione giuridica dello stesso fatto. Cass. pen. sez. V 27 ottobre 2014, n. 44862

Ai fini della valutazione di corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen. deve tenersi conto non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le sue difese sul materiale probatorio posto a fondamento della decisione. (Fattispecie in cui l’imputato, condannato in primo grado per il reato di detenzione di sostanza stupefacente, era stato ritenuto in appello colpevole del tentativo di acquisto della stessa, in linea con una delle ipotesi formulate dalla difesa). Cass. pen. sez. VI 29 novembre 2013, n. 47527

Ai fini della valutazione della corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 c.p.p. deve tenersi conto non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le sue difese sull’intero materiale probatorio posto a fondamento della decisione. Cass. pen. sez. VI 6 febbraio 2013, n. 5890

Non v’è correlazione tra accusa e sentenza ove il giudice, a fronte di un’imputazione di partecipazione ad un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti di ogni genere, pronunci condanna per il reato continuato di spaccio di sostanze stupefacenti, senza che nell’imputazione siano indicati nelle loro componenti fattuali e soggettive, sia pure sommariamente, i singoli episodi di spaccio, o di detenzione a fini di spaccio specie se l’imputazione non contenga alcun riferimento alla commissione, ad opera dell’associazione, di alcuno dei reati fine. Cass. pen. sez. V 18 aprile 2012, n. 14991

Viola il principio di correlazione con l’accusa la sentenza di condanna che, a fronte di una contestazione ben definita (nella specie, per i reati di concussione e omissione di atti d’ufficio), formuli una serie di imputazioni alternative, ciascuna connotata da oggettiva incertezza nella ricostruzione del fatto storico, optando per quella più favorevole all’imputato, anziché concludere per una decisione di tipo assolutorio. (Fattispecie in cui la S.C. ha censurato la sentenza impugnata, che aveva riqualificato il fatto di concussione come reato di corruzione propria, ritenendolo avvinto dalla continuazione al reato di rifiuto di atti d’ufficio). Cass. pen. sez. VI 30 gennaio 2012, n. 3550

Qualora, a cagione dell’errata qualificazione giuridica del fatto, questo sia stato giudicato dal tribunale in composizione monocratica anziché da quello collegiale, con conseguente configurabilità della nullità di cui al combinato disposto degli artt. 521 e 522 c.p.p.la corte di cassazione, nell’accogliere il ricorso con il quale sia stato denunciato il suddetto errore, deve pronunciare annullamento senza rinvio della sentenza impugnata con trasmissione degli atti al pubblico ministero. Cass. pen. sez. I 12 novembre 2009, n. 43230

La violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza sussiste solo quando, nella ricostruzione del fatto posta a fondamento della decisione, la struttura dell’imputazione sia modificata quanto alla condotta, al nesso causale ed all’elemento soggettivo del reato, al punto che, per effetto delle divergenze introdotte, la difesa apprestata dall’imputato non abbia potuto utilmente sostenere la propria estraneità ai fatti criminosi globalmente considerati. (Nel caso di specie, la Corte ha escluso la violazione dell’art. 521 c.p.p. con riguardo alla derubricazione dell’originario reato di concorso in concussione aggravata in quello di concorso in tentata truffa aggravata). Cass. pen. sez. VI 14 settembre 2007, n. 34879

Il principio di correlazione tra sentenza e accusa contestata (articolo 521 del c.p.p.) è violato soltanto quando il fatto ritenuto in sentenza si trovi rispetto a quello contenuto in rapporto di eterogeneità o di incompatibilità sostanziale, nel senso che si sia realizzata una vera e propria trasformazione, sostituzione o variazione dei contenuti essenziali dell’addebito nei confronti dell’imputato, posto così, a sorpresa, di fronte a un fatto del tutto nuovo senza avere avuto nessuna possibilità di effettiva difesa. Tale principio non è invece violato quando nei fatti, contestati e ritenuti, si possa agevolmente individuare un nucleo comune e, in particolare, quando essi si trovano in rapporto di continenza. (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. IV 24 aprile 2007, n. 16422

L’applicazione con la sentenza di primo grado di un’aggravante ad effetto speciale diversa rispetto a quella prevista nell’imputazione e mai contestata nel corso del giudizio, configura un’ipotesi di «fatto diversamente circostanziato», ai sensi dell’art. 521 comma 1 c.p.p.rispetto al quale il giudice di appello, investito del gravame, è tenuto, anche quando il giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti sia già stato effettuato con la sentenza impugnata, a deliberare nel merito, rideterminando la pena, dopo aver escluso l’aggravante irritualmente ritenuta dal primo giudice, in applicazione dell’art. 604 comma 2 c.p.p. (nella specie il giudice di primo grado aveva ritenuto, in un caso di furto di energia elettrica, che ricorresse l’aggravante della violenza sulle cose, anziché quella dell’uso di mezzo fraudolento contestata nel capo di imputazione e il giudice d’appello, ritenendo il fatto diverso ai sensi dell’art. 521 comma 2 c.p.p.aveva dichiarato la nullità della sentenza impugnata, limitatamente alla contestazione dell’aggravante, disponendo la trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il tribunale). Cass. pen. sez. V 10 dicembre 2001, n. 44228

In tema di correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza (art. 521 c.p.p.) deve ritenersi assolto l’obbligo di contestazione, con riferimento al reato di diffamazione a mezzo della stampa, allorché sia richiamato l’intero articolo, quando la diffamazione risulti da tutto il contesto piuttosto che da singole specifiche espressioni, con la precisa indicazione degli estremi per richiamarlo. Al fine di garantire la più ampia possibilità di difesa non è peraltro necessario che nella contestazione sia riportato integralmente il contenuto dell’articolo di stampa ritenuto diffamatorio. Cass. pen. sez. V 27 giugno 2000, n. 7500

La mancata correlazione tra contestazione e fatto ritenuto in sentenza si verifica solo quando si manifesti radicale difformità tra i due dati, in modo che possa derivarne incertezza sull’oggetto della imputazione, con conseguente pregiudizio dei diritti della difesa. Pertanto, l’indagine volta ad accertare la eventuale sussistenza di tale violazione non può esaurirsi in un’analisi comparativa, meramente letterale, tra imputazione e sentenza, dal momento che il contrasto non sarebbe ravvisabile se l’imputato, attraverso l’iter del processo, fosse comunque venuto in concreto a trovarsi in condizione di difendersi in ordine all’oggetto della contestazione. (Fattispecie in tema di concorso, tra amministratore «di fatto» e «di diritto», in bancarotta fraudolenta). In alcuni atti processuali, per mero errore materiale, le due qualifiche risultano invertite, senza tuttavia che mai possa equivocarsi sulla identità dell’imprenditore dichiarato fallito e su quella del gestore di fatto dell’azienda). Cass. pen. sez. V 11 giugno 1999, n. 7583

Il principio di correlazione tra sentenza ed accusa contestata è volto a tutelare il diritto di difesa dell’imputato, il quale deve essere messo in condizione di conoscere l’addebito e di svolgere ogni più opportuna linea difensiva. Tale regola non adempie ad un ruolo meramente formale di conoscenza, ma ad una effettiva necessità di garanzia processuale. Ne deriva che spetta al giudice valutare se le correzioni, le integrazioni, le modi.che apportate abbiano realmente inciso sul diritto di difesa. A tal fine occorre compiere non un raffronto puramente estrinseco tra l’imputazione ed il fatto ritenuto, ma una approfondita disamina per stabilire se vi sia stata una radicale trasformazione del fatto medesimo. (Nella specie la Corte ha ritenuto non sussistere violazione di detto principio una volta accertato che la contestata violazione dei sigilli era stata compiuta per mezzo di altro soggetto sotto il controllo dell’imputato). Cass. pen. sez. III 15 giugno 1998, n. 7142

Ai fini dell’osservanza del principio della correlazione tra accusa e decisione, qualora il fatto risulti «diverso», nei suoi dati fondamentali, la formale modifica dell’imputazione e la relativa contestazione, previste dall’art. 516 c.p.p. non possono trovare equipollenti nell’avvenuta prospettazione degli elementi diversi.canti da parte dello stesso imputato, a propria discolpa, e neppure nella c.d. «contestazione sostanziale» ricavabile dalle domande che il pubblico ministero ponga all’imputato nel corso dell’esame. Cass. pen. sez. VI 14 novembre 1997, n. 10362

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