Art. 464 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Giudizio conseguente all'opposizione

Articolo 464 - codice di procedura penale

1. Se l’opponente ha chiesto il giudizio immediato, il giudice emette decreto a norma dell’articolo 456, commi 1, 3 e 5. Se l’opponente ha chiesto il giudizio abbreviato, il giudice fissa con decreto l’udienza dandone avviso almeno cinque giorni prima al pubblico ministero, all’imputato, al difensore e alla persona offesa; nel giudizio si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni degli articoli 438, commi 3 e 5, 441, 441 bis, 442 e 443; si applicano altresì le disposizioni di cui all’articolo 438, comma 6 bis (1); nel caso di cui all’articolo 441 bis, comma 4, il giudice, revocata l’ordinanza con cui era stato disposto il giudizio abbreviato, fissa l’udienza per il giudizio conseguente all’opposizione (2)(3). Se l’opponente ha chiesto l’applicazione della pena a norma dell’articolo 444, il giudice fissa con decreto un termine entro il quale il pubblico ministero deve esprimere il consenso, disponendo che la richiesta e il decreto siano notificati al pubblico ministero a cura dell’opponente. Ove il pubblico ministero non abbia espresso il consenso nel termine stabilito ovvero l’imputato non abbia formulato nell’atto di opposizione alcuna richiesta, il giudice emette decreto di giudizio immediato (456) (4) (5).
2. Il giudice, se è presentata domanda di oblazione (162, 162 bis c.p.) contestuale all’opposizione, decide sulla domanda stessa prima di emettere i provvedimenti a norma del comma 1.
3. Nel giudizio conseguente all’opposizione, l’imputato non può chiedere il giudizio abbreviato o l’applicazione della pena su richiesta, né presentare domanda di oblazione. In ogni caso, il giudice revoca il decreto penale di condanna.
4. Il giudice può applicare in ogni caso una pena anche diversa e più grave di quella fissata nel decreto di condanna e revocare i benefici già concessi (460).
5. Con la sentenza che proscioglie l’imputato perché il fatto non sussiste, non è previsto dalla legge come reato ovvero è commesso in presenza di una causa di giustificazione (50 ss. c.p.), il giudice revoca il decreto di condanna anche nei confronti degli imputati dello stesso reato che non hanno proposto opposizione (463).

Articolo 464 - Codice di Procedura Penale

1. Se l’opponente ha chiesto il giudizio immediato, il giudice emette decreto a norma dell’articolo 456, commi 1, 3 e 5. Se l’opponente ha chiesto il giudizio abbreviato, il giudice fissa con decreto l’udienza dandone avviso almeno cinque giorni prima al pubblico ministero, all’imputato, al difensore e alla persona offesa; nel giudizio si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni degli articoli 438, commi 3 e 5, 441, 441 bis, 442 e 443; si applicano altresì le disposizioni di cui all’articolo 438, comma 6 bis (1); nel caso di cui all’articolo 441 bis, comma 4, il giudice, revocata l’ordinanza con cui era stato disposto il giudizio abbreviato, fissa l’udienza per il giudizio conseguente all’opposizione (2)(3). Se l’opponente ha chiesto l’applicazione della pena a norma dell’articolo 444, il giudice fissa con decreto un termine entro il quale il pubblico ministero deve esprimere il consenso, disponendo che la richiesta e il decreto siano notificati al pubblico ministero a cura dell’opponente. Ove il pubblico ministero non abbia espresso il consenso nel termine stabilito ovvero l’imputato non abbia formulato nell’atto di opposizione alcuna richiesta, il giudice emette decreto di giudizio immediato (456) (4) (5).
2. Il giudice, se è presentata domanda di oblazione (162, 162 bis c.p.) contestuale all’opposizione, decide sulla domanda stessa prima di emettere i provvedimenti a norma del comma 1.
3. Nel giudizio conseguente all’opposizione, l’imputato non può chiedere il giudizio abbreviato o l’applicazione della pena su richiesta, né presentare domanda di oblazione. In ogni caso, il giudice revoca il decreto penale di condanna.
4. Il giudice può applicare in ogni caso una pena anche diversa e più grave di quella fissata nel decreto di condanna e revocare i benefici già concessi (460).
5. Con la sentenza che proscioglie l’imputato perché il fatto non sussiste, non è previsto dalla legge come reato ovvero è commesso in presenza di una causa di giustificazione (50 ss. c.p.), il giudice revoca il decreto di condanna anche nei confronti degli imputati dello stesso reato che non hanno proposto opposizione (463).

Note

(1) Le parole: «si applicano altresì le disposizioni di cui all’articolo 438, comma 6 bis;» sono state inserite dall’art. 1, comma 48, della L. 23 giugno 2017, n. 103, a decorrere dal 3 agosto 2017.
(2) La Corte costituzionale, con sentenza n. 169 del 23 maggio 2003, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo periodo nella parte in cui non prevede che, in caso di rigetto della richiesta di giudizio abbreviato subordinata ad una integrazione probatoria, l’imputato possa rinnovare la richiesta prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado e il giudice possa disporre il giudizio abbreviato.
(3) Le parole da: «al giudizio» fino alla fine del periodo, sono state sostituite dalle attuali da: «nel giudizio …» fino a: «… conseguente all’opposizione» dall’art. 2 nonies, comma 3, del D.L. 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, nella L. 5 giugno 2000, n. 144.
(4) La Corte costituzionale, con sentenza n. 81 del 15 febbraio 1991, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma, nella parte in cui non prevede che il pubblico ministero, in caso di dissenso, sia tenuto ad enunciarne le ragioni e nella parte in cui non prevede che il giudice, quando, a dibattimento concluso, ritiene ingiustificato il dissenso del pubblico ministero, possa applicare all’imputato la riduzione di pena contemplata dall’art. 442, comma 2, dello stesso codice.
(5) La Corte costituzionale, con sentenza n. 23 del 31 gennaio 1992, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma (con riferimento al testo dell’articolo antecedente alla L. 479/99), nella parte in cui non prevede che il giudice, all’esito del dibattimento, ritenendo che il processo poteva essere definito allo stato degli atti dal giudice per le indagini preliminari, possa applicare la riduzione di pena prevista dall’art. 442, secondo comma, dello stesso codice.

Massime

È inammissibile per carenza di interesse il ricorso presentato dall’imputato avverso il provvedimento di revoca del decreto penale di condanna adottato, al di fuori dell’ipotesi prevista dall’art. 460, comma quarto, cod. proc. pen. dallo stesso giudice che lo ha emesso a seguito di opposizione dell’imputato, qualora quest’ultimo, nella successiva fase dibattimentale, abbia rinunciato all’opposizione ed il giudice abbia dichiarato l’inammissibilità della stessa e l’esecutività del decreto penale opposto. Cass. pen. sez. III 20 dicembre 2016, n. 53913

Costituisce caso analogo di conflitto, a norma del secondo comma dell’art. 28 c.p.p.il contrasto che insorge tra il Tribunale in composizione monocratica che ha dichiarato la nullità del decreto penale di condanna e disposto la restituzione degli atti al P.M. ed il G.I.P. ulteriormente investito dall’ufficio requirente per emettere un nuovo decreto penale di condanna. (In applicazione del principio, la Corte ha risolto il conflitto affermando la competenza del giudice del dibattimento, in ragione dell’abnormità del provvedimento di restituzione degli atti). Cass. pen. sez. I 27 maggio 2013, n. 22710

Il giudice per le indagini preliminari, una volta emesso il decreto penale di condanna, si spoglia dei poteri decisori sul merito dell’azione penale e non pu quindi, a seguito di opposizione, operare alcuna modifica del capo di imputazione, anche se quello contenuto nel decreto, per mero errore, riporti una contestazione del tutto diversa da quella contenuta nella richiesta del P.M.. (Fattispecie nella quale il Gip, accertato che per mero errore materiale era stato erroneamente indicato nel decreto penale il capo di imputazione, lo aveva corretto a seguito della proposta opposizione dell’imputato). Cass. pen. sez. I 31 ottobre 2012, n. 42467

È abnorme il provvedimento con cui il giudice delle indagini preliminari, emesso un decreto penale di condanna per imputazioni plurime e accolta l’istanza di oblazione avanzata dall’imputato in riferimento ad una di esse, senza la contestuale presentazione dell’opposizione al decreto, dispone la trasmissione degli atti al pubblico ministero in relazione all’altra imputazione, così implicitamente revocando il decreto penale. (In motivazione la Corte ha precisato che, non ricorrendo nell’occasione una legittima causa di revoca del decreto, il provvedimento in questione è stato adottato al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste, determinando in tal modo una indebita regressione del procedimento alla fase delle indagini preliminari). Cass. pen. sez. III 8 giugno 2009, n. 23717  È abnorme il provvedimento con il quale il Gip presso il tribunale disponga la revoca del decreto penale di condanna e la restituzione degli atti al P.M. al fine di scongiurare il profilarsi di una ipotesi di responsabilità disciplinare a carico del magistrato emittente, essendo stata la richiesta di emissione del decreto depositata in cancelleria oltre il termine di sei mesi previsto dall’art. 459 c.p.p. Cass. pen. sez. III 4 dicembre 2000, n. 3561

La mancata revoca espressa del decreto penale prima di procedere al giudizio conseguente all’opposizione non è causa di nullità del procedimento, in quanto la revoca è un antecedente immancabile del giudizio stesso, che si verifica per il solo fatto della celebrazione di esso, ope legis non ope iudicis. Inoltre, per la violazione del comma 3 dell’art. 464 c.p.p. non è prevista alcuna specifica sanzione processuale, sicché, in virtù del principio di tassatività delle nullità di cui all’art. 177 stesso codice, e poiché non è ravvisabile alcuna delle cause generali di nullità stabilite dal successivo art. 178, la mancata revoca non produce alcuna nullità. Cass. pen. sez. III 22 luglio 1997, n. 7140

Il decreto di citazione a giudizio emesso a seguito di opposizione a decreto di condanna è atto derivato rispetto a quest’ultimo quanto all’enunciazione del fatto e all’indicazione delle norme sostanziali che si assumono violate, non configurandosi alcuna soluzione dell’iter procedurale che renda possibile una qualsiasi modificazione della contestazione esplicitata nel decreto di condanna. Ne consegue che l’obbligo di enunciazione del fatto nel decreto di citazione notificato all’imputato opponente è soddisfatto mediante l’indicazione per relationem all’imputazione contenuta nel decreto opposto, senza che per ciò possa ravvisarsi alcuna lesione del diritto di difesa. (Fattispecie in tema di conflitto negativo di competenza tra giudice delle indagini preliminari e giudice dibattimentale – che aveva dichiarato la nullità del decreto di citazione a giudizio perché contenente solo l’indicazione della norma violata e la data di commissione del reato, ma non anche l’enunciazione del fatto contestato – risolto con la declaratoria di competenza del secondo). Cass. pen. sez. I 23 ottobre 2002, n. 35615

Il decreto penale di condanna costituisce un provvedimento giurisdizionale assimilabile alla sentenza di condanna, che presuppone l’esistenza d’un processo, il quale in esso vede uno dei possibili modi di propria definizione e l’avvenuto radicamento della competenza in capo al giudice che lo emette; l’opposizione, infatti, serve a instaurare il giudizio ordinario davanti al pretore – giudice del dibattimento – della stessa sede cui appartiene il Gip che ha emesso il decreto opposto. Ne consegue che, radicandosi la competenza a giudicare al momento dell’emissione del decreto, non trovano applicazione, in virtù del principio della perpetuatio competentiae, le norme modificatrici dei criteri di determinazione della competenza per territorio, successive a tale momento. (Fattispecie in cui si discuteva se la competenza a giudicare, a seguito di opposizione, di un reato di emissione di assegno a vuoto per il quale era stato emesso decreto penale di condanna anteriormente alla entrata in vigore della L. 15 dicembre 1990, n. 386 dovesse determinarsi secondo l’art. 4 di tale legge ovvero – come ritenuto dalla Cassazione sulla scorta del principio di cui in massima – secondo la precedente normativa). Cass. pen. sez. I 13 gennaio 1993, n. 4729

Qualora in sede di opposizione a decreto penale di condanna l’imputato formuli istanza di applicazione della pena, ex artt. 444 e 563 c.p.p.indicando la sanzione in misura inferiore al limite minimo edittale previsto per il reato contestato, il giudice non può ordinare l’esecuzione del decreto penale rideterminando la pena in misura ritenuta congrua, in quanto in tal modo viene implicitamente a dichiarare inammissibile l’opposizione, ai sensi dell’art. 461, comma quinto, c.p.p.fuori dei casi previsti. Al contrario, in tale ipotesi, nella mancanza del consenso del pubblico ministero, il giudice deve emettere decreto di giudizio immediato ai sensi dell’art. 464, comma primo, c.p.p. Cass. pen. sez. VI 6 luglio 1999, n. 1740

Il giudizio immediato conseguente all’opposizione a decreto penale (art. 464 c.p.p.), ha caratteristiche proprie e distinte rispetto a quello disciplinato dagli artt. 453 ss. stesso codice, trattandosi di giudizio adottato per scelta del legislatore, in assenza di diverse opzioni delle parti, indipendentemente dall’evidenza della prova e dalla presenza di condizioni altrimenti necessarie fra cui, in particolare, quella costituita dal previo interrogatorio dell’indagato o dalla mancata comparizione di costui a seguito di invito a presentarsi. Cass. pen. sez. I 11 giugno 1999, n. 3200

In tema di opposizione a decreto penale emesso dal pretore, il comma 2 dell’art. 565 c.p.p. non impone, a pena di inammissibilità, la scelta del rito, ma indica solo i possibili sbocchi della opposizione. La norma in questione va infatti correlata con il disposto dell’art. 461, comma 3, c.p.p.; onde è da ritenere ammissibile la richiesta di patteggiamento, benché non formulata all’atto della opposizione, nel giudizio instaurato davanti al pretore, analogamente a quanto avviene davanti al tribunale. Cass. pen. sez. III 23 luglio 1994, n. 8350

In caso di opposizione a decreto penale di condanna, la richiesta di applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p. non deve essere inderogabilmente contenuta nella dichiarazione di opposizione ma può essere presentata entro il termine generalmente indicato nell’art. 446 c.p.p. per il procedimento di patteggiamento della pena. Cass. pen. sez. IV 8 novembre 1993, n. 10096

Alla stregua del letterale tenore degli artt. 461, terzo comma e 565, secondo comma, c.p.p. deve ritenersi che, in caso di opposizione a decreto penale, l’eventuale richiesta di uno dei riti alternativi speciali vada inderogabilmente formulata nella dichiarazione di opposizione; il che, oltre a trovare giustificazione nella esigenza di contenere i tempi di definizione dei procedimenti penali (esigenza che verrebbe frustrata ove si consentisse invece all’imputato di dilungarli a suo piacere, senza peraltro subire la perdita di benefici funzionalmente collegati alla scelta di mezzi volti ad anticipare la detta definizione), trova anche conferma nel disposto di cui alla prima parte del primo comma dell’art. 464 c.p.p.in cui, nello stabilire le caratteristiche del decreto di citazione da emettersi a seguito dell’opposizione (ove l’opponente abbia chiesto il giudizio immediato o non abbia formulato alcuna richiesta), si fa richiamo alle previsioni dell’art. 456 c.p.p.con esclusione, per del secondo comma di detto ultimo articolo, che prevede l’inserzione, nel decreto di citazione per il giudizio immediato, dell’avviso relativo alla possibilità di richiesta del giudizio abbreviato o dell’applicazione della pena a norma dell’art. 444 c.p.p. (Nella specie, in applicazione di detto principio, la Corte ha rigettato il ricorso dell’imputato la cui richiesta di applicazione della pena, formulata successivamente alla dichiarazione di opposizione a decreto penale emesso dal Gip della pretura, era stata ritenuta inammissibile per tardività). Cass. pen. sez. I 19 ottobre 1993, n. 9400

La richiesta di giudizio abbreviato condizionato, priva dell’indicazione delle attività di integrazione probatoria ritenute necessarie ma comunque tempestivamente proposta a seguito della notificazione del decreto penale di condanna, non può essere dichiarata de plano inammissibile, sì da giustificare la dichiarazione di inammissibilità dell’atto di opposizione con conseguente esecutività del decreto penale, dovendo il giudice provvedere alla fissazione dell’udienza prevista dall’art. 464, comma 1, c.p.p. per poi valutare nel contraddittorio tra le parti la meritevolezza della richiesta. (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. V 6 marzo 2007, n. 9355

Nel procedimento pretorile, se l’opponente al decreto penale ha chiesto il giudizio abbreviato ma non ha provveduto a notificare al P.M. ex art. 464 c.p.p.il decreto del pretore che fissa un termine entro il quale il P.M. stesso deve esprimere il suo consenso, non può farsi luogo al giudizio abbreviato. Ma non per questo l’opposizione può dichiararsi inammissibile e il decreto penale diventa esecutivo, giacché tra le cause di inammissibilità dell’opposizione elencate tassativamente nell’art. 461, secondo e quarto comma, c.p.p. non rientra l’inerzia processuale dell’opponente. In tal caso deve introdursi il rito ordinario davanti al pretore del dibattimento, come si evince dalla formulazione della norma di cui all’art. 560, secondo comma, c.p.p. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato senza rinvio ex art. 620, lett. d), c.p.p.l’ordinanza del pretore che, dichiarando il non luogo a procedere sulla richiesta del giudizio abbreviato, aveva altresì dichiarato l’inammissibilità dell’opposizione). Cass. pen. sez. III 25 gennaio 1993, n. 2088

In tema di giudizio abbreviato, a seguito della modifica additiva apportata all’art. 464, primo comma, c.p.p. dalla Corte costituzionale con sentenza n. 23 del 1991 – in base alla quale al giudice del dibattimento è riconosciuta la facoltà di applicare la riduzione di pena stabilita dall’art. 442, secondo comma, c.p.p.qualora ritenga che il processo poteva essere definito «allo stato degli atti» – a tale giudice è stato conferito il controllo sulla legittimità della pronuncia del giudice per le indagini preliminari di insussistenza del presupposto della decidibilità in siffatto stato del processo. Ne consegue, per principio generale regolante le impugnazioni di merito, che debba essere il giudice del dibattimento a procedere anche nelle ipotesi in cui, esercitando il controllo di cui innanzi, riconosca l’erroneità della decisione del Gip. (Nella fattispecie – rigettata dal Gip la richiesta di giudizio abbreviato per essere il processo non definibile allo stato degli atti – il tribunale, su istanza della difesa e ritenuta la piena decidibilità allo stato degli atti, aveva denegato la competenza a decidere sulla posizione degli imputati e sollevato conflitto. La Corte di cassazione, affermando il principio di diritto di cui in massima, ha dichiarato la competenza del tribunale). Cass. pen. sez. I 7 aprile 1992, n. 1109

Nel caso di opposizione al decreto penale di condanna, né l’art. 464, primo comma, c.p.p. né alcun’altra disposizione prevedono che il decreto col quale il Gip fissa il termine, entro il quale il P.M. deve esprimere il consenso al rito abbreviato chiesto a seguito dell’opposizione debba essere dall’ufficio del Gip comunicato alle parti intervenute ovvero al suo difensore. Pertanto mancanza di comunicazione non può configurare alcuna nullità, per quanto riguarda il giudizio abbreviato, anzi, dall’art. 439 primo comma c.p.p. risulta che incombe alla parte invocante tale rito l’obbligo di depositare nella cancelleria dell’ufficio giudiziario procedente la richiesta già corredata dell’atto di consenso del P.M. e quindi di fornire al giudice la prova del già avvenuto accordo tra parte pubblica e privata. Cass. pen. sez. I 4 dicembre 1991, n. 4062

È legittima la domanda di oblazione proposta nel termine di quindici giorni dalla notificazione del decreto penale di condanna, ancorché non contenuta nell’atto di opposizione, in quanto la contestualità di cui all’art. 464, comma secondo, cod. proc. pen. è da intendersi non come contestualità di contenuti dell’atto processuale, ma come contestualità temporale, riferita al termine di decadenza per la ammissibilità dell’opposizione alla condanna per decreto. Cass. pen. sez. I 15 aprile 2016, n. 15785

Nell’ipotesi in cui la domanda di oblazione sia stata correttamente proposta in sede di opposizione a decreto penale, ed erroneamente non accolta, non opera, nel giudizio conseguente all’opposizione, il divieto di presentazione di un’ulteriore domanda, sicchè è dovere del giudice del dibattimento prendere in considerazione detta richiesta. Cass. pen. Sezioni Unite 15 dicembre 2009, n. 47923

È legittima, ai sensi dell’art. 99, comma primo, c.p.p.la proposizione della domanda di oblazione da parte del difensore dell’imputato, anche se non munito di procura speciale. (Fattispecie in tema di opposizione a decreto penale di condanna). Cass. pen. Sezioni Unite 15 dicembre 2009, n. 47923

La domanda di oblazione discrezionale, avanzata nel corso delle indagini preliminari e respinta dal giudice per le indagini preliminari, può essere riproposta nel giudizio instauratosi a seguito dell’opposizione a decreto penale. (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. III 1 aprile 2005, n. 12341

In tema di oblazione, il mancato esame della istanza di ammissione proposta in fase di indagini preliminari non comporta alcuna invalidità degli atti del procedimento, considerata la regola di tassatività dei casi di nullità ed atteso che, comunque, la domanda può essere riproposta in sede di opposizione al decreto penale di condanna oppure, ove non si proceda per decreto, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Cass. pen. sez. III 21 giugno 2002, n. 23873

Nell’ipotesi in cui, contestualmente all’opposizione a decreto penale, venga presentata domanda di oblazione, le due istanze restano sostanzialmente e processualmente autonome, sicché la reiezione dell’oblazione non comporta automaticamente l’inammissibilità dell’opposizione. (Nella specie, relativa ad annullamento con rinvio, la S.C. ha ritenuto, fra l’altro, che il mancato pagamento dell’oblazione non legittimava la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione e di esecutività del decreto penale opposto, giacché – secondo il sistema processuale chiaramente desumibile dall’art. 464, commi 1 e 2, c.p.p. – il giudice deve prima decidere sulla domanda di oblazione e, nel caso che non l’accolga, deve disporre il giudizio). Cass. pen. sez. III 10 novembre 1997, n. 3027

Qualora l’imputato, nell’atto di opposizione al decreto penale di condanna, presenti un’istanza non contemplata dalla legge (nella specie di giudizio ordinario), questa deve equipararsi alla mancata formulazione di qualsiasi specifica richiesta, con la conseguenza che il giudice deve comunque emettere il decreto che dispone il giudizio immediato. Cass. pen. sez. IV 14 gennaio 2003, n. 1027

Nel caso di opposizione a decreto penale di condanna, anche il Gip ha l’obbligo, se non ha già disposto il rinvio a giudizio, spogliandosi della cognizione del processo, della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità, prevista dall’art. 129 nuovo c.p.p. La formulazione letterale di tale norma («in ogni stato e grado del processo») e la sua ratio (ragioni di giustizia e di economia processuale) ne rilevano il carattere generale e ne giustificano il più ampio ambito di applicabilità. Cass. pen. sez. III 1 luglio 1992

A seguito di opposizione a decreto penale di condanna il giudice ha l’obbligo dell’immediata declaratoria di cui all’art. 129 del nuovo codice di procedura penale. Cass. pen. sez. III 7 maggio 1992, n. 444

È abnorme il provvedimento con cui il giudice del dibattimento, davanti al quale si sia instaurato giudizio ordinario a seguito di opposizione a decreto penale di condanna, dichiari la nullità di quest’ultimo ed ordini la trasmissione degli atti al pubblico ministero. Cass. pen. sez. I 27 maggio 2013, n. 22710

Il decreto che dispone il giudizio, a seguito di opposizione a decreto penale di condanna, non implica il giudiziale riconoscimento dell’ammissibilità dell’opposizione, in quanto la inammissibilità, se di regola è dichiarata dal Gip, a norma dell’art. 461, comma quinto, c.p.p. 1988, può essere dichiarata anche dal giudice dell’opposizione, tenuto, come ogni giudice, in ogni stato e grado del procedimento, alla verifica della regolare instaurazione del rapporto processuale, secondo il dettato dell’art. 591, comma quarto, c.p.p. 1988. (Nella fattispecie la S.C. ha escluso che sussistesse conflitto di competenza sollevato dal giudice della opposizione a seguito della emissione del decreto di citazione a giudizio da parte del Gip senza che fosse stata previamente esaminata la richiesta di restituzione nel termine presentata dall’opponente, sotto il profilo che la emissione del suddetto decreto si sarebbe risolto sostanzialmente in una decisione sulla istanza di restituzione, in violazione dell’art. 175, comma quarto, c.p.p. 1988 che attribuisce tale decisione al giudice che sarebbe competente sulla opposizione). Cass. pen. sez. I 12 maggio 1992

L’eventuale inammissibilità dell’opposizione a decreto penale, dovendosi quest’ultimo considerare operante fino a che non venga revocato ai sensi dell’art. 464, comma 3, c.p.p.può essere dichiarata anche negli atti preliminari del giudizio conseguente all’opposizione stessa, quando non sia stata rilevata dal giudice per le indagini preliminari. Cass. pen. Sezioni Unite 24 marzo 1992

Nell’ipotesi in cui sia stata pronunciata, nel giudizio di opposizione a decreto penale di condanna, assoluzione per insussistenza del fatto in favore di taluno degli imputati del medesimo reato, a suo tempo destinatari di distinti decreti penali, deve essere revocato il decreto emesso nei confronti degli imputati non opponenti, anche se condannati ciascuno con un distinto decreto penale, anziché con un decreto unico. Nella interpretazione dell’art. 464, comma 5, c.p.p.si deve infatti attribuire rilievo al dato sostanziale della identità dell’addebito mosso agli imputati rispetto al dato formale rappresentato dalla separazione delle relative posizioni in sede di richiesta di emissione del decreto di condanna. Cass. pen. sez. I 31 maggio 2000, n. 2806

Nel giudizio conseguente ad opposizione a decreto penale che si svolge davanti al giudice monocratico, anche dopo la riforma operata con la legge n. 479 del 1999, il termine per la comparizione è quello di trenta giorni previsto dall’art. 456, comma 3, c.p.p.in quanto il richiamo operato dal nuovo terzo comma dell’art. 557 c.p.p. alle disposizioni che regolano il procedimento per decreto davanti al tribunale in composizione collegiale in quanto compatibili, non esclude l’utilizzo del termine previsto per il giudizio immediato che pure è incompatibile con il rito davanti al giudice monocratico, in quanto il procedimento monitorio deve essere improntato a criteri di economicità e speditezza. Cass. pen. sez. III 5 giugno 2003, n. 24346

Nel procedimento per decreto, l’art. 464, comma 3 c.p.p. nel testo introdotto dall’art. 37, comma 4, della legge 16 dicembre 1999, n. 479 – in base al quale la richiesta dei riti alternativi deve essere necessariamente proposta con l’atto di opposizione – è soggetto, in quanto norma processuale, alla regola del tempus regit actum, sicché è applicabile a tutte le ipotesi in cui l’opposizione sia stata presentata dopo l’entrata in vigore della modifica legislativa, anche quando il decreto penale sia stato notificato prima di tale momento, atteso che la nuova disciplina non ha inciso sulle facoltà esercitabili con l’atto di opposizione, ma ha introdotto una limitazione all’esercizio successivo di tali facoltà. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto corretto il giudizio di inammissibilità della richiesta di applicazione di pena avanzata all’udienza dibattimentale e non nell’atto di opposizione proposto nella vigenza della nuova disciplina). Cass. pen. sez. III 13 ottobre 2001, n. 36983

Nel giudizio conseguente ad opposizione a decreto penale che si svolge davanti al giudice monocratico, dopo la riforma operata con la legge n. 479 del 1999, il termine dilatorio per la comparizione è quello di sessanta giorni stabilito dall’art. 552, comma 3, c.p.p.atteso che il disposto del nuovo art. 557 c.p.p. (secondo il quale per il procedimento monitorio si osservano le disposizioni che regolano il procedimento per decreto davanti al tribunale in composizione collegiale) opera solo in quanto le norme richiamate siano applicabili anche al rito davanti al giudice monocratico, con la conseguenza che non può ritenersi richiamato nella disciplina del rito davanti al giudice monocratico, l’art. 464 c.p.p.il quale regolamenta il giudizio conseguente all’opposizione prevedendo, per il giudizio immediato, un termine dilatorio di trenta giorni. Cass. pen. sez. III 29 agosto 2001, n. 32418

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