Art. 4 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Regole per la determinazione della competenza

Articolo 4 - codice di procedura penale

1. Per determinare la competenza (coord. 210) si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato (56 c.p.). Non si tiene conto della continuazione (81 c.p.), della recidiva (99 c.p.) e delle circostanze del reato, fatta eccezione delle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale (63 c.p.).

Articolo 4 - Codice di Procedura Penale

1. Per determinare la competenza (coord. 210) si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato (56 c.p.). Non si tiene conto della continuazione (81 c.p.), della recidiva (99 c.p.) e delle circostanze del reato, fatta eccezione delle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale (63 c.p.).

Massime

Qualora la modificazione di regole di competenza derivi, quale effetto diretto e immediato, da norma che disponga in tal senso, va applicato – sempre che non sia diversamente disposto da eventuali norme transitorie – il principio tempus regit actum, con criterio di immediatezza, e perciò indipendentemente dal tempus commissi delicti; quando invece la norma sopravvenuta disponga diverso o più grave trattamento sanzionatorio, trattandosi perciò di norma sostanziale priva di efficacia retroattiva, ed ancorché ne consegua, sempre in difetto di norme transitorie, una modificazione della competenza per materia quale effetto indiretto e secondario, quest’effetto potrà prodursi soltanto nei riguardi di reati soggetti all’aumento di pena e che siano, perciò consumati posteriormente all’entrata in vigore della norma modificatrice, mentre fra quelli verificatisi anteriormente resta ovviamente applicabile la precedente sanzione, che coinvolge la regola di competenza all’epoca vigente, dunque sottratta al richiamato principio tempus regit actum, di tipica natura processuale, e perciòò non invocabile in tali casi. (Fattispecie in tema di usura, entrata, a seguito dell’inasprimento sanzionatorio introdotto dal D.L. n. 306 del 1992, nell’ambito della competenza per materia del tribunale). Cass. pen. sez. I 16 settembre 1994, n. 2712

In materia di reati di esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommessa, la L. 13 dicembre 1989 n. 401 è meno favorevole rispetto all’art. 718 c.p.essendo prevista la pena della reclusione da sei mesi a tre anni (art. 4) a fronte della pena da tre mesi ad un anno di arresto e dell’ammenda non inferiore a lire quattrocentomila prevista dall’art. 718 c.p. Tale nuova legge ha riflessi sulla competenza, trattandosi di reati finanziari che appartengono, in quanto tali, alla cognizione del tribunale non essendo prevista la sola pena della multa o dell’ammenda (art. 10 L. 31 luglio 1984 n. 400); in tal caso peraltro si verte in ipotesi di successione di leggi penali regolata dall’art. 2 c.p.: ne consegue che, per i fatti previsti dall’art. 4, L. 13 dicembre 1989 n. 401, commessi prima dell’entrata in vigore della legge stessa, resta applicabile la regola generale (artt. 4 e 7 c.p.p.) della competenza del giudice che l’aveva al tempo del commesso reato, e cioè il pretore. Cass. pen. sez. I 29 marzo 1994, n. 280

Il principio tempus regit actum, in mancanza di norma transitoria, è applicabile ogni qualvolta una norma di carattere processuale preveda lo spostamento di competenza da un giudice a un altro, sempre che nel frattempo non si sia già radicata presso un giudice la competenza, valendo in tal caso l’altro principio della perpetuatio iurisdictionis. (Nella specie, relativa all’entrata in vigore dell’art. 11 quinquies, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella L. 7 agosto 1992, n. 356, con il conseguente aumento di pena per il delitto di usura, determinativo di spostamento di competenza, la Suprema Corte ha rilevato che non si poneva un problema di «competenza» in regime intertemporale, tenuto conto del carattere sostanziale della norma e della sua conseguente applicabilità ai soli fatti verificatisi successivamente alla sua entrata in vigore). Cass. pen. sez. I 26 novembre 1993, n. 4351

L’art. 4 c.p.p. nel prevedere la rilevanza, ai fini della determinazione della competenza, delle circostanze ad effetto speciale, si riferisce unicamente alle circostanze aggravanti e non anche a quelle attenuanti. Cass. pen. sez. I 14 aprile 1993, n. 907

L’art. 4 c.p.p. esclude ogni incidenza delle circostanze attenuanti, quale che sia la loro natura, nella determinazione della competenza (la Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha evidenziato che il pronome indicativo «quelle», usato nella parte terminale del suddetto articolo, va riferito al precedente termine «circostanze aggravanti»). Cass. pen. sez. I 19 aprile 1991

I fatti previsti dall’art. 71, comma quinto, della L. 22 dicembre 1975 n. 685, come sostituito dall’art. 14 della L. 26 giugno 1990 n. 162, contengono elementi aventi carattere di circostanza attenuante (oggettiva, reale e ad effetto speciale) in quanto, ponendosi in rapporto di specie a genere rispetto a corrispondenti elementi delle figure criminose semplici di cui ai commi primo, secondo e terzo dello stesso articolo e, senza immutare alcuna di esse, ne determinano soltanto una minore gravità e, quindi, una attenuazione della pena. Competente a prendere cognizione di taluno dei fatti predetti, costituente reato circostanziato è, pertanto, ai sensi dell’art. 4 c.p.p.il tribunale. (Fattispecie di procedimento per il delitto sopra specificato in cui il Gip della pretura, convalidato l’arresto in flagranza e disposta la misura cautelare, aveva trasmesso gli atti per competenza, aveva proposto conflitto sul rilievo che sarebbe stato competente il pretore). Cass. pen. sez. I 25 gennaio 1991

In tema di contrabbando, anche dopo l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, si deve tener conto della recidiva prevista dall’art. 296, D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, ai fini dell’individuazione del giudice competente per materia. Cass. pen. sez. I 8 giugno 1993, n. 1850

L’art. 589, comma 3, c.p. (morte e lesioni colpose in danno di più persone) non prevede un’autonoma figura di reato complesso, ma integra un’ipotesi di concorso formale di reati, nella quale l’unificazione è sancita unicamente quoad poenam, con la conseguenza che ciascun reato resta autonomo e distinto ai fini della determinazione del giudice competente per materia. (Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto la competenza del tribunale in composizione monocratica, sul rilievo che l’art. 33 bis c.p.p. richiama espressamente l’art. 4 dello stesso codice, a norma del quale, per determinare la competenza si ha riguardo alla pena stabilita per legge per ciascun reato consumato o tentato, e non a quella risultante dall’applicazione delle norme sulla continuazione e sul concorso formale di reati). Cass. pen. sez. I 4 luglio 2001, n. 27019

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