Art. 303 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Termini di durata massima della custodia cautelare

Articolo 303 - codice di procedura penale

(1) 1. La custodia cautelare perde efficacia quando:
a) dall’inizio della sua esecuzione (297) sono decorsi i seguenti termini (722) senza che sia stato emesso il provvedimento che dispone il giudizio o l’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato ai sensi dell’articolo 438, ovvero senza che sia stata pronunciata la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti: (2) (3)
1) tre mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
2) sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a sei anni, salvo quanto previsto dal n. 3);
3) un anno, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o la pena della reclusione non inferiore nel massimo a venti anni ovvero per uno dei delitti indicati nell’art. 407, comma 2, lett. a), sempre che per lo stesso la legge preveda la pena della reclusione superiore nel massimo a sei anni;
b) dall’emissione del provvedimento che dispone il giudizio (429, 450, 456, 555) o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi i seguenti termini senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna di primo grado (448, 460, 533):
1) sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
2) un anno, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto dal numero 1);
3) un anno e 6 mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o la pena della reclusione superiore nel massimo a venti anni;
3 bis) qualora si proceda per i delitti di cui all’articolo 407, comma 2, lettera a), i termini di cui ai numeri 1), 2) e 3) sono aumentati fino a sei mesi. Tale termine è imputato a quello della fase precedente ove non completamente utilizzato, ovvero ai termini di cui alla lettera d) per la parte eventualmente residua. In quest’ultimo caso i termini di cui alla lettera d) sono proporzionalmente ridotti (4);
b bis) dall’emissione dell’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi i seguenti termini senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna ai sensi dell’articolo 442:
1) tre mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
2) sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto nel numero 1;
3) nove mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o la pena della reclusione superiore nel massimo a venti anni (5) (3) (6);
c) dalla pronuncia della sentenza di condanna di primo grado o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi i seguenti termini, senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna in grado di appello (605):
1) nove mesi, se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a tre anni;
2) un anno, se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a dieci anni;
3) un anno e sei mesi, se vi è stata condanna alla pena dell’ergastolo o della reclusione superiore a dieci anni;
d) dalla pronuncia della sentenza di condanna in grado di appello o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi gli stessi termini previsti dalla lettera c) senza che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, salve le ipotesi di cui alla lettera b), numero 3 bis) (7). Tuttavia, se vi è stata condanna in primo grado, ovvero se la impugnazione è stata proposta esclusivamente dal pubblico ministero, si applica soltanto la disposizione del comma 4.
2. Nel caso in cui, a seguito di annullamento con rinvio da parte della Corte di cassazione (623) o per altra causa (23, 24, 185, 604), il procedimento regredisca a una fase o a un grado di giudizio diversi ovvero sia rinviato ad altro giudice, dalla data del provvedimento che dispone il regresso o il rinvio ovvero dalla sopravvenuta esecuzione della custodia cautelare decorrono di nuovo i termini previsti dal comma 1 relativamente a ciascuno stato e grado del procedimento (8).
3. Nel caso di evasione dell’imputato sottoposto a custodia cautelare i termini previsti dal comma 1 decorrono di nuovo, relativamente a ciascuno stato e grado del procedimento, dal momento in cui venga ripristinata la custodia cautelare.
4. La durata complessiva della custodia cautelare, considerate anche le proroghe previste dall’art. 305, non può superare i seguenti termini:
a) due anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
b) quattro anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto dalla lettera a);
c) sei anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a venti anni.

Articolo 303 - Codice di Procedura Penale

(1) 1. La custodia cautelare perde efficacia quando:
a) dall’inizio della sua esecuzione (297) sono decorsi i seguenti termini (722) senza che sia stato emesso il provvedimento che dispone il giudizio o l’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato ai sensi dell’articolo 438, ovvero senza che sia stata pronunciata la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti: (2) (3)
1) tre mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
2) sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a sei anni, salvo quanto previsto dal n. 3);
3) un anno, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o la pena della reclusione non inferiore nel massimo a venti anni ovvero per uno dei delitti indicati nell’art. 407, comma 2, lett. a), sempre che per lo stesso la legge preveda la pena della reclusione superiore nel massimo a sei anni;
b) dall’emissione del provvedimento che dispone il giudizio (429, 450, 456, 555) o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi i seguenti termini senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna di primo grado (448, 460, 533):
1) sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
2) un anno, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto dal numero 1);
3) un anno e 6 mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o la pena della reclusione superiore nel massimo a venti anni;
3 bis) qualora si proceda per i delitti di cui all’articolo 407, comma 2, lettera a), i termini di cui ai numeri 1), 2) e 3) sono aumentati fino a sei mesi. Tale termine è imputato a quello della fase precedente ove non completamente utilizzato, ovvero ai termini di cui alla lettera d) per la parte eventualmente residua. In quest’ultimo caso i termini di cui alla lettera d) sono proporzionalmente ridotti (4);
b bis) dall’emissione dell’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi i seguenti termini senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna ai sensi dell’articolo 442:
1) tre mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
2) sei mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto nel numero 1;
3) nove mesi, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o la pena della reclusione superiore nel massimo a venti anni (5) (3) (6);
c) dalla pronuncia della sentenza di condanna di primo grado o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi i seguenti termini, senza che sia stata pronunciata sentenza di condanna in grado di appello (605):
1) nove mesi, se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a tre anni;
2) un anno, se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a dieci anni;
3) un anno e sei mesi, se vi è stata condanna alla pena dell’ergastolo o della reclusione superiore a dieci anni;
d) dalla pronuncia della sentenza di condanna in grado di appello o dalla sopravvenuta esecuzione della custodia sono decorsi gli stessi termini previsti dalla lettera c) senza che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, salve le ipotesi di cui alla lettera b), numero 3 bis) (7). Tuttavia, se vi è stata condanna in primo grado, ovvero se la impugnazione è stata proposta esclusivamente dal pubblico ministero, si applica soltanto la disposizione del comma 4.
2. Nel caso in cui, a seguito di annullamento con rinvio da parte della Corte di cassazione (623) o per altra causa (23, 24, 185, 604), il procedimento regredisca a una fase o a un grado di giudizio diversi ovvero sia rinviato ad altro giudice, dalla data del provvedimento che dispone il regresso o il rinvio ovvero dalla sopravvenuta esecuzione della custodia cautelare decorrono di nuovo i termini previsti dal comma 1 relativamente a ciascuno stato e grado del procedimento (8).
3. Nel caso di evasione dell’imputato sottoposto a custodia cautelare i termini previsti dal comma 1 decorrono di nuovo, relativamente a ciascuno stato e grado del procedimento, dal momento in cui venga ripristinata la custodia cautelare.
4. La durata complessiva della custodia cautelare, considerate anche le proroghe previste dall’art. 305, non può superare i seguenti termini:
a) due anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni;
b) quattro anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non superiore nel massimo a venti anni, salvo quanto previsto dalla lettera a);
c) sei anni, quando si procede per un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a venti anni.

Note

(1) Articolo così sostituito dall’art. 2 del D.L. 9 settembre 1991, n. 292, recante disposizioni in materia di custodia cautelare, convertito, con modificazioni, nella L. 8 novembre 1991, n. 356.
(2) Le parole da: «dall’inizio della sua esecuzione …» fino a: «… e 563» sono state così sostituite dalle attuali da: «dall’inizio della sua esecuzione …» fino a: «… su richiesta delle parti:» dall’art. 1, comma 1, lett. a), del D.L. 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, nella L. 5 giugno 2000, n. 144.
(3) A norma dell’art. 4, comma 1, del D.L. 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, nella L. 5 giugno 2000, n. 144, queste disposizioni si applicano anche ai giudizi abbreviati in corso alla data di entrata in vigore del citato decreto, sempre che la custodia cautelare non abbia già perso efficacia.
(4) Questo numero è stato aggiunto dall’art. 2, comma 1, del D.L. 24 novembre 2000, n. 341, convertito, con modificazioni, nella L. 19 gennaio 2001, n. 4. Ai sensi dell’art. 5 del predetto provvedimento, questa disposizione si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del D.L. n. 341/2000.
(5) Questa lettera è stata inserita dall’art. 1, comma 1, lett. b), del D.L. 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, nella L. 5 giugno 2000, n. 144.
(6) A norma dell’art. 4, comma 2, del D.L. 7 aprile 2000, n. 82, convertito, con modificazioni, nella L. 5 giugno 2000, n. 144, nei casi di giudizi abbreviati in corso alla data di entrata in vigore del citato decreto, sempre che la custodia cautelare non abbia già perso efficacia, i termini stabiliti da questa lettera, decorrono dalla data dell’emissione dell’ordinanza con cui il giudice ha disposto il giudizio abbreviato o dalla data in cui ha avuto esecuzione la custodia cautelare, se successiva alla medesima ordinanza.
(7) Le parole: «, salve le ipotesi di cui alla lettera b), numero 3 bis)» sono state aggiunte dall’art. 2, comma 1 bis, del D.L. 24 novembre 2000, n. 341, convertito, con modificazioni, nella L. 19 gennaio 2001, n. 4. Ai sensi dell’art. 5 del predetto provvedimento, questa disposizione si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del D.L. n. 341/2000.
(8) La Corte costituzionale, con sentenza n. 299 del 22 luglio 2005, ha dichiarato l’illegittimità di questo comma, nella parte in cui non consente di computare ai fini dei termini massimi di fase determinati dall’art. 304, comma 6, dello stesso codice, i periodi di custodia cautelare sofferti in fasi o in gradi diversi dalla fase o dal grado in cui il procedimento è regredito.

Massime

Ai fini della valutazione della richiesta di scarcerazione per decorrenza dei termini della custodia cautelare, avanzata dall’indagato nei cui confronti siano state emesse più ordinanzae cautelari, ex art. 297, comma terzo, cod. proc. pen. l’apposizione da parte del pubblico ministero, per motivi di segretezza delle indagini, di “omissis” ad una parte delle dichiarazioni del collaborante, non può essere utilizzata per ritenere la mancanza di desumibilità dagli atti relativi alla prima ordinanza dei fatti relativi alla seconda ordinanza e negare, in presenza degli altri presupposti, la retrodatazione dei termini della misura cautelare. Cass. pen. sez. V 9 febbraio 2017, n. 6063

In tema di custodia cautelare, la sentenza n. 32 del 2014 della Corte costituzionale, con la quale è stata dichiarata l’incostituzionalità degli articoli 4 bis e 4 vicies ter del D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, convertito con modifiche dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49, concernente il trattamento sanzionatorio unificato per le droghe leggere e per quelle pesanti, con la conseguente reviviscenza del trattamento sanzionatorio differenziato previsto dal

d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, non comporta la rideterminazione retroattiva “ora per allora” dei termini di durata massima per le precedenti fasi del procedimento, ormai esaurite prima della pubblicazione della sentenza stessa, attesa l’autonomia di ciascuna fase. Cass. pen. Sezioni Unite 28 ottobre 2014, n. 44895

In tema di durata massima della custodia cautelare, nel computo del doppio del termine di fase della stessa custodia non si deve tenere conto dell’aumento fino a sei mesi previsto dall’art. 303, comma primo, lett. b), n. 3 bis cod. proc. pen. Cass. pen. sez. V 26 luglio 2012, n. 30759

Qualora sia stata disposta la sospensione dei termini di custodia cautelare, non potendo il termine di sei mesi indicato al n. 3-bis del comma 1, lett. b) dell’art. 303 c.p.p. (come introdotto dall’art. 2, comma 1, D.L. n. 341 del 2000, convertito in legge n. 4 del 2001), essere aggiunto a quelli complessivi, la durata massima della custodia stessa a norma dell’art. 304, comma 6, stesso codice, in nessun caso può superare il doppio dei termini stabiliti dai commi 1, 2 e 3 del citato art. 303. Cass. pen. sez. I 18 settembre 2001, n. 34119

I termini di durata della custodia cautelare, stabiliti per la fase che inizia con l’esecuzione della misura cautelare e che si conclude con il provvedimento che dispone il giudizio, non decorrono nuovamente nel caso in cui nella fase del giudizio sia dichiarata la nullità del decreto di giudizio immediato per un difetto di notifica, perchè la declaratoria di nullità interviene nell’unica fase ancora non conclusa e non determina la regressione del procedimento ad una fase diversa. Cass. pen. sez. VI 8 settembre 2008, n. 34786

In tema di misure cautelari, la sopravvenienza di provvedimenti giurisdizionali diversi da quelli previsti dall’art. 300 c.p.p. (archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento, sentenza di condanna a pena dichiara estinta, condizionalmente sospesa ovvero inferiore alla custodia cautelare subita) non esplica alcuna rilevanza sulla misura cautelare applicata, in quanto la stessa mantiene la propria efficacia fino alla scadenza dei termini di durata massima di cui all’art. 303 c.p.p. Cass. pen. sez. III 15 gennaio 2008, n. 2021

Intervenuto, in sede di giudizio, il riconoscimento di una circostanza attenuante, esso non può operare retroattivamente ai fini della rideterminazione, in senso favorevole all’imputato, del termine di durata massima della custodia cautelare calcolato, per la precedente fase delle indagini preliminari, sulla base della pena prevista dalla legge per il reato per cui si procedeva. (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. IV 19 agosto 2005, n. 31338

Ai fini dell’applicazione dell’istituto della scarcerazione per decorrenza dei termini (art. 303 c.p.p.), non è consentito detrarre – in virtù dell’interpretazione analogica dell’art. 657 c.p.p. che consente, a date condizioni, la fungibilità della custodia cautelare sofferta sine titulo con la pena da espiare per altro reato separatamente giudicato – dalla custodia cautelare in corso quella sofferta senza titolo per una diversa imputazione, in quanto la misura cautelare – a differenza della pena – presuppone una pericolosità in atto che impone la necessità di provvedere immediatamente, sicché è del tutto privo di rilevanza il fatto che l’indagato possa aver subito una precedente custodia cautelare senza titolo, salvo il limite di cui all’art. 297, comma 3, c.p.p. Cass. pen. sez. I 10 aprile 2003, n. 16993

L’ambito di operatività dell’art. 303, comma 1, lett. a), n. 3, seconda parte c.p.p.in virtù del quale il termine massimo di fase della custodia cautelare è stabilito in un anno, è subordinato a due condizioni: anzitutto, occorre che il reato per cui si procede rientri tra quelli previsti dall’art. 407, comma 2, lett. a) ed in secondo luogo che la pena edittale prevista sia superiore nel massimo a sei anni. Ricorrono entrambe le dette condizioni con riguardo al reato previsto dall’art. 73, aggravato ex art. 80, comma 2, D.P.R. n. 309 del 1990 (produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti) in quanto, da un lato, esso costituisce uno dei delitti previsti dall’art. 407, comma 2, lett. a) n. 6; dall’altro, la pena prevista per il delitto in questione è nel massimo superiore a sei anni posto che, ex art. 278 c.p.p.si deve tener conto dell’aumento derivante dall’applicazione dell’art. 80, n. 2, del D.P.R. n. 309 del 1990, trattandosi di disposizione che configura un’aggravante ad effetto speciale, che comporta l’aumento della pena edittale da un terzo alla metà. Cass. pen. sez. IV 24 gennaio 2003, n. 3477

Quando sia stata disposta la sospensione dei termini della custodia cautelare, l’aumento eccezionalmente previsto, per particolari categorie di reati, dall’art. 303, comma 1, lett. b) n. 3 bis c.p.p. non incide sulla determinazione della durata massima «di fase», che in nessuncaso può superare il doppio dei termini previsti dallo stesso art. 303, commi 1, 2 e 3. Cass. pen. sez. II ord. 31 gennaio 2002, n. 3829

La disciplina contenuta nell’art. 303, comma 1, lett. b), n. 3 bis c.p.p.introdotta dal D.L. 24 novembre 2000, n. 341, convertito con modificazioni nella legge 19 gennaio 2001, n. 4 – che prevede per taluni gravi reati, indicati nell’art. 407, comma 2, lett. a) c.p.p.un aumento fino a sei mesi del termine di fase relativo al dibattimento di primo grado, da imputare a quello della fase precedente ove non completamente utilizzato, ovvero, e per la parte residua, al termine di cui al comma 1, lettera d), relativo alla fase compresa tra la pronuncia della sentenza di condanna in grado di appello ed il passaggio in giudicato della stessa, con la conseguenza che, in quest’ultimo caso, il termine di fase previsto dalla lett. d) va proporzionalmente ridotto – non ha abrogato la norma generale in tema di doppia condanna, sicché essa non trova applicazione quando sia intervenuta una doppia condanna di merito, in primo grado e in grado di appello, ovvero quando l’impugnazione, dopo la condanna di appello, sia stata proposta solo dal P.M. poiché, in tale ipotesi, scatta l’operatività dei termini complessivi prevista dall’art. 303, comma 4, c.p.p. Cass. pen. sez. I 19 settembre 2002, n. 31319

La protrazione dei termini di durata massima della custodia cautelare prevista in un provvedimento legislativo modificativi delle norme precedentemente vigenti (nella specie: art. 2, comma 1, D.L. 24 novembre 2000, n. 341 conv. in L. 19 gennaio 2001, n. 4 che ha aggiunto all’art. 303, comma 1, lett. b) il numero 3 bis) può essere applicata ai procedimenti in corso solo se, alla data di entrata in vigore della legge modificativi, lo stato di detenzione sia legittimamente in atto e, quindi, i termini siano ancora pendenti. Ne consegue che essa non può dare luogo al mantenimento o al ripristino della custodia nei confronti di chi abbia già maturato il diritto alla scarcerazione secondo la normativa previgente. Cass. pen. sez. I 12 marzo 2002, n. 10487

In tema di durata massima della custodia cautelare, la disposizione di cui all’art. 303, comma 1, lett. b), n. 3 bis c.p.p. – introdotta dal D.L. 24 novembre 2000, n. 341, convertito nella legge 19 gennaio 2001, n. 4 – consente, per i reati di cui all’art. 407, comma 2, lett. a) del codice di rito, un aumento fino a sei mesi dei termini massimi decorrenti dalla emissione del decreto di citazione a giudizio o dal momento, successivo, dell’esecuzione della misura cautelare, previsti dai precedenti numeri 1, 2 e 3 dell’art. 303, lett. b), del codice di rito ma non si applica ai termini relativi alle fasi precedenti di citazione a giudizio, stabiliti dallo stesso art. 303 alla lett. a). Cass. pen. sez. III 21 novembre 2001, n. 41681

La disposizione dell’art. 303, comma 1, lett. b), n. 3-bis, introdotta dall’art. 2, comma 1, D.L. 24 novembre 2000 n. 341, convertito in legge 19 gennaio 2001, n. 4, che prevede, per alcune categorie di reati, un aumento fino a sei mesi dei termini di durata della custodia cautelare riferibili al periodo intercorrente tra il decreto che dispone il giudizio e la sentenza di condanna di primo grado, non contempla un’ipotesi di proroga di quei termini, ma solo un loro incremento, destinato, come tale, ad operare ex lege, indipendentemente da una richiesta del pubblico ministero. Cass. pen. sez. I 18 settembre 2001, n. 34119

L’art. 303, comma 1, lett. d), c.p.p. nella parte in cui stabilisce – dopo aver fissato i termini di durata della custodia cautelare per la fase successiva alla pronuncia della sentenza di condanna in grado di appello – che «tuttavia, se vi è stata condanna in primo grado, ovvero se l’impugnazione è stata proposta esclusivamente dal pubblico ministero, si applica soltanto la disposizione del comma 4» (concernente la durata massima complessiva della custodia cautelare), va interpretato, con riguardo all’ipotesi dell’impugnazione da parte del solo pubblico ministero, nel senso che per «impugnazione» deve intendersi unicamente l’eventuale ricorso per cassazione avverso la sentenza di secondo grado e non anche l’appello avverso la sentenza di proscioglimento pronunciata in primo grado. Cass. pen. sez. I 18 settembre 2001, n. 34120

La specifica disciplina dettata, in materia di termini di durata massima della custodia cautelare, per la fase dell’eventuale giudizio abbreviato, dalla lett. b) bis del comma 1 dell’art. 303 c.p.p. (introdotta dall’art. 1, comma 1, lett. B, del D.L. 7 aprile 2000 n. 82, convertito, con modificazioni, in legge 5 giugno 2000 n. 144), trova applicazione indipendentemente da quale sia l’organo giudicante che abbia disposto il giudizio abbreviato e, quindi, anche nel caso in cui tale giudizio, ai sensi della disposizione transitoria di cui all’art. 4 ter del citato D.L. n. 82/2000, sia stato disposto dal giudice del dibattimento. Cass. pen. sez. II 3 settembre 2001, n. 32978

Non sussiste interesse giuridicamente rilevante dell’imputato all’accoglimento di una istanza di scarcerazione per decorrenza termini quando detta istanza riguardi alcuni soltanto dei reati in relazione ai quali la misura cautelare è stata disposta, per cui anche dal suo eventuale accoglimento non potrebbe comunque derivare la restituzione allo stato di libertà. Cass. pen. sez. VI 27 luglio 2001, n. 29941

In forza del principio dell’autonomia dei termini di fase prefissati dall’art. 303 comma 1 c.p.p.l’imputato ha diritto alla scarcerazione per il vano decorso del termine massimo proprio della fase o grado in cui pende il procedimento, e non già per la scadenza del termine eventualmente verificatasi in una fase o grado antecedenti ed ormai conclusi. Ed infatti, una volta definita una delle fasi previste dal citato art. 303 comma 1, la durata della custodia cautelare in detta fase non espande i suoi effetti su quella successiva, che è governata da altro autonomo termine massimo, fermo restando che la stessa ha rilevato ai fini della maturazione del termine massimo complessivo di cui all’art. 303 comma 4 c.p.p. Cass. pen. sez. V 19 maggio 2000, n. 2488

Il giudice procedente che ritenga doversi disporre la cessazione della custodia cautelare per intervenuto decorso dei relativi termini non è tenuto ad acquisire preventivamente il parere del pubblico ministero, mancando nel vigente codice di procedura penale una norma corrispondente all’art. 76, comma 1, del codice abrogato (secondo cui il giudice, nel corso del procedimento penale, non poteva comunque deliberare se non sentito il pubblico ministero, salvi i casi eccettuati dalla legge), e non potendo neppure trovare applicazione, nella suddetta ipotesi, l’art. 299, comma 3 bis, c.p.p.il quale prevede l’obbligo di previa audizione del pubblico ministero solo quando debbasi provvedere in ordine alla revoca o alla sostituzione della misura. Cass. pen. sez. I 28 febbraio 1998, n. 375

In forza del principio dell’autonomia dei termini di fase prefissati dall’art. 303, comma primo, c.p.p.l’imputato ha diritto alla scarcerazione per il vano decorso del termine massimo proprio della fase o grado in cui pende il procedimento, e non già per la scadenza del termine eventualmente verificatasi in una fase o grado antecedenti, ormai conclusi. Invero, una volta definita una delle fasi previste dalle lett. a), b) e d) del citato comma primo dell’art. 303, la durata della custodia cautelare in detta fase sofferta non espande i suoi effetti sulla fase successiva, che è governata da altro autonomo termine massimo, ma ha rilievo soltanto al fine della maturazione del termine massimo complessivo di cui al quarto comma del citato art. 303 c.p.p. Cass. pen. sez. VI 13 marzo 1997, n. 284

I termini di durata massima stabiliti dall’art. 303 c.p.p. si riferiscono alla custodia cautelare in generale, ossia ad una categoria più vasta della custodia cautelare in carcere che si pone rispetto alla prima in un rapporto di genere a specie. Conseguentemente anche agli arresti domiciliari si applicano i termini previsti da detta norma e non quelli di cui al successivo art. 308 c.p.p.atteso che il quinto comma dell’art. 284 c.p.p. equipara gli arresti domiciliari alla custodia cautelare. Cass. pen. sez. VI 25 agosto 1993, n. 1536

In tema di durata della custodia cautelare, quando ha luogo il regresso del procedimento, ai fini del computo del doppio del termine di fase e del conseguente diritto alla scarcerazione dell’imputato detenuto, si deve tenere conto anche dei periodi di detenzione imputabili ad altra fase o grado del procedimento medesimo, limitatamente ai periodi riferibili a fasi o gradi omogenei, secondo il combinato disposto degli artt. 303, secondo comma, e 304, sesto comma, c.p.p. (Fattispecie relativa ad imputato di reato punito con pena della reclusione superiore nel massimo a venti anni, in custodia cautelare in carcere dal 23 novembre 1999, rinviato a giudizio una prima volta il 9 novembre 2000 con decreto dichiarato nullo il 14 marzo 2001 e nuovamente rinviato a giudizio con decreto 17 ottobre 2001, il quale assumeva che la scadenza del doppio del termine di fase dovesse essere fissata a tre anni dall’esecuzione della misura e cioè al 23 novembre 2002. La Corte, nell’enunciare il principio di cui in massima, ha ritenuto che nel computo del doppio del termine della fase in corso, di dibattimento di primo grado, si dovesse tenere conto, oltre che del periodo successivo al 17 ottobre 2001, anche dei quattro mesi e cinque giorni intercorrenti tra il primo decreto di rinvio a giudizio e la declaratoria della sua nullità che aveva fatto registrare il procedimento, con la conseguenza che i tre anni sarebbero scaduti il 12 giugno 2004). Cass. pen. Sezioni Unite 17 maggio 2004, n. 23016

La regressione conseguente all’annullamento della sentenza di primo grado, da parte del giudice di appello, comporta un nuovo decorso dei termini custodiali della fase alla quale il procedimento è retrocesso solo se incide su termini ancora in corso, cioè non ancora scaduti alla data dell’annullamento. Cass. pen. sez. VI 4 febbraio 2003, n. 5368

La norma dell’art. 303, comma 2 c.p.p. in tema di durata massima della custodia cautelare si applica a tutte le ipotesi di oggettiva regressione del procedimento ad una fase o un grado precedente, a prescindere dalla natura di “ordinanza” o “sentenza” del provvedimento adottato dalla corte di cassazione e dal contenuto sostanziale o processuale della decisione, in quanto le scansioni procedimentali cui il codice si riferisce per stabilire i termini massimi di custodia cautelare sono considerate nella loro oggettiva verificazione. (Nella specie, la Corte ha ritenuto corretta l’applicazione dell’art. 303, comma 2 c.p.p. in un caso in cui, dopo la condanna in primo grado, l’appello era stato dichiarato inammissibile con ordinanza e la cassazione aveva annullato con rinvio tale ultimo provvedimento). Cass. pen. sez. IV 23 luglio 2002, n. 28095

Nel caso, previsto dall’art. 303, comma 2, c.p.p.di regresso del procedimento ad una fase o ad un grado precedenti, da cui consegue il decorso ex novo del relativo termine di durata massima della custodia cautelare, con il limite costituito dal doppio del termine stesso, deve tenersi conto, ai fini della verifica in ordine al non superamento di detto limite, di tutta la custodia cautelare già sofferta, e non solo di quella riferibile alla fase omogenea. Cass. pen. sez. V 2 maggio 2002, n. 16133

In tema di termini di custodia cautelare, qualora il giudice del dibattimento dichiari la propria incompetenza, per materia o per territorio, così determinando la necessaria regressione del procedimento alla fase delle indagini preliminari (posto che detta declaratoria comporta la trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il giudice ritenuto competente e non direttamente a quest’ultimo, come originariamente previsto dall’art. 23 c.p.p.), il termine di durata massima della custodia cautelare per la fase anzidetta dev’essere calcolato – in linea con l’orientamento espresso, da ultimo, dalla Corte costituzionale con l’ordinanza 15 novembre 2000 n. 529 – tenendo conto non solo del periodo di privazione della libertà sofferto nel corso dell’omologa fase precedente, ma anche di quello sofferto durante la fase dibattimentale conclusasi con la pronuncia di incompetenza, fermo restando che detto secondo periodo non potrà essere poi ulteriormente computato anche nel calcolo del termine per la nuova, eventuale fase dibattimentale. Cass. pen. sez. fer. 28 novembre 2001, n. 42794

In tema di durata massima della custodia cautelare, il superamento di un periodo di custodia pari al doppio dei termini di fase determina in ogni caso la perdita di efficacia della misura coercitiva, a nulla rilevando che i detti termini siano stati sospesi o prorogati o che siano cominciati nuovamente a decorrere a seguito di sospensione del processo, dovendosi in tal senso intendere l’art. 303, comma 2, c.p.p.secondo l’interpretazione, da definire costituzionalmente obbligata, fornitane dalla Corte costituzionale con sentenza 18 luglio 1998 n. 292. (Fattispecie relativa a sospensione dei termini disposta a seguito di dichiarazione di ricusazione del giudice). Cass. pen. sez. I 24 novembre 2001, n. 42589

In tema di durata massima della custodia cautelare, nell’ipotesi di regressione del procedimento, il limite, costituito dal doppio dei termini di fase, di cui all’art. 304, comma 6, c.p.p.deve essere computato tenendo conto dei periodi di custodia cautelare sofferti dall’imputato in tutte le fasi, anche diverse, del procedimento, e non solo nelle fasi omogenee. Cass. pen. sez. VI 3 ottobre 2001, n. 35872

La declaratoria di nullità, da parte del giudice dell’udienza preliminare, della richiesta di rinvio a giudizio non rientra fra le ipotesi di regressione del procedimento ad altra fase previste dall’art. 303, comma 2, c.p.p. e non dà luogo, quindi, a decorrenza ex novo dei termini di custodia cautelare previsti per la fase delle indagini preliminari. Cass. pen. sez. V 30 maggio 2001, n. 21914

Nei casi di regresso del procedimento, il termine massimo di custodia cautelare pudirsi superato solo nel caso che la sua durata raggiunga il doppio dei termini di fase (comprese le eventuali sospensioni) o i termini complessivi previsti dall’art. 303, comma quarto, c.p.p. non tenendosi conto, nel computo dei termini di fase, dei periodi di custodia cautelari sofferti negli altri gradi del giudizio, che vanno, invece, calcolati ai fini della durata complessiva della custodia ai sensi dell’art. 303, comma quarto, c.p.p. Cass. pen. sez. I 26 giugno 2000, n. 3815

Nel caso di regressione del procedimento ad una fase precedente, come previsto dall’art. 303, comma 2, c.p.p.con conseguente decorso ex novo del termine massimo di durata della custodia cautelare relativo alla detta fase, deve tenersi conto, ai fini del non superamento del limite del doppio stabilito dall’art. 304, comma 6, c.p.p.dei soli periodi di detenzione riferibili alla fase interessata, con esclusione, quindi, di quelli riferibili alla fase successiva della quale il procedimento è poi regredito. Cass. pen. sez. VI 3 aprile 2000, n. 1103

Nel caso in cui, a seguito di annullamento con rinvio da parte della Corte di cassazione o per altra causa, il procedimento regredisca a una fase o a un grado di giudizio diversi ovvero sia rinviato ad altro giudice, i termini di durata della custodia cautelare decorrono dalla data della decisione che dispone il regresso e, ai fini del calcolo della durata massima di fase, vanno computati esclusivamente i periodi di custodia cautelare trascorsi nella stessa fase, rilevando, ai fini dell’osservanza di detto limite, tutti i periodi di sospensione di pertinenza della fase, ad eccezione di quelli indicati nell’art. 304, comma settimo, c.p.p.ed operando tali regole anche in caso di pluralità di annullamenti o di regressioni (Nella specie, relativa ad ipotesi di annullamento con rinvio di una sentenza di secondo grado, si è ritenuto che, per il calcolo del limite massimo del termine di fase, il periodo di custodia cautelare relativo al giudizio di appello dovesse cumularsi con quello del giudizio di rinvio, ma non anche con la durata del giudizio di cassazione). Cass. pen. Sezioni Unite 29 febbraio 2000, n. 4

In tema di termini massimi della custodia cautelare in caso di regressione del procedimento, anche dopo la sentenza (interpretativa di rigetto) n. 292 del 1998 della Corte costituzionale, non è consentito il cumulo di fasi disomogenee al fine del computo dei predetti termini, occorrendo unicamente verificare il rispetto del termine proprio di ciascuna fase, considerando i nuovi termini, conseguenti alla regressione del procedimento, semplicemente in aggiunta a quelli decorsi anteriormente nella stessa fase. Invero, anche in tal caso, conserva piena autonomia la separazione delle fasi, i cui termini di custodia cautelare vanno calcolati, per ciascuna di esse, sommando tra di loro i periodi di carcerazione sofferti nella medesima fase. (Fattispecie nella quale il Tribunale del riesame, accogliendo l’appello dell’indagato, aveva dichiarato la sopravvenuta inefficacia della misura cautelare per decorrenza del temine massimo della fase delle indagini preliminari – a seguito della pronunzia di incompetenza per materia del primo giudice del dibattimento – ritenendo che il periodo di carcerazione sofferto tra il rinvio a giudizio e la sentenza dichiarativa di incompetenza fosse da ascrivere, appunto, alla fase delle indagini preliminari. La Suprema Corte, enunciando il principio sopra riportato, ha annullato con rinvio l’ordinanza del Riesame, precisando che il predetto periodo è comunque da ascrivere alla fase dibattimentale di primo grado). Cass. pen. sez. V 17 febbraio 2000, n. 149

Nel caso di regressione del processo ai sensi dell’art. 303, comma 2, c.p.p.ai fini del computo dei termini di durata massima della custodia cautelare in carcere, a seguito della sentenza n. 292 del 1998 della Corte costituzionale, in virtù della quale i limiti di cui all’art. 304, comma 6, previsti per i casi di sospensione, devono ritenersi estesi anche ai casi di regressione, occorre fare riferimento, per i termini massimi intermedi, alla fase in cui il procedimento è regredito, raddoppiando la durata fissata per ciascuna fase dell’art. 303 cit.senza pertenere conto dei periodi detentivi sofferti in fase diversa, che devono invece essere considerati al fine di stabilire il termine massimo complessivo di custodia cautelare. Cass. pen. sez. IV 5 gennaio 2000, n. 4202

In caso di regressione del procedimento, il termine «finale» del doppio del termine di fase, in base al combinato disposto degli artt. 303, secondo comma, e 304, sesto comma, c.p.p.decorre dal primo termine iniziale della fase in cui il procedimento è regredito, computato anche il periodo di custodia cautelare decorso nelle fasi o gradi successivi prima del provvedimento che ha disposto la regressione. Tale regola discende dalla interpretazione, costituzionalmente imposta, indicata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 292 del 1998, con la quale si è osservato che la previsione dell’art. 304, sesto comma, c.p.p. individua il limite «estremo» di durata della custodia cautelare, superato il quale il permanere dello stato coercitivo si presuppone essere «sproporzionato» (in base al principio di cui all’art. 275, secondo comma, c.p.p.), in quanto eccedente gli stessi limiti di tollerabilità del sistema. Fungendo pertanto da meccanismo di chiusura della disciplina dei termini, la disposizione in esame resta «autonoma» rispetto al corpo dell’articolo nel quale si trova inserita. Ne consegue che ritenere che il limite finale operi solo per i casi di sospensione equivarrebbe a tradire non soltanto la storia e la funzione dell’istituto, ma anche il dettato normativo, come si desume dall’avverbio «comunque» contenuto in detta disposizione, che sta a significare che quel limite deve essere riferito a tutti i fenomeni suscettibili di interferire con la disciplina dei termini di fase. Cass. pen. sez. VI 9 dicembre 1999, n. 3090

Anche nel caso di regressione del processo in appello a seguito di rinvio (art. 303.2 c.p.p.), nell’ipotesi in cui sia stata pronunciata sentenza di condanna nei due gradi del giudizio di merito il termine massimo di custodia cautelare per la fase del giudizio di cassazione si computa – per il richiamo operato dalla lett. d), ultima parte, del comma 1 dell’art. 303 c.p.p. al comma 4 del medesimo articolo – secondo i criteri in quest’ultima norma fissati, e cioè tenendo conto esclusivamente dei limiti di durata massima complessiva della cautela. Cass. pen. sez. II 28 settembre 1999, n. 1530

Nell’ipotesi di regresso del procedimento a una fase o a un grado di giudizio diversi, a norma dell’art. 303, comma secondo, c.p.p.al fine di stabilire il superamento del relativo termine massimo intermedio, deve tenersi conto dell’effettivo periodo di detenzione subito in quella specifica fase, e soltanto in essa, nei due periodi succedutisi. Conseguentemente vanno sommati i periodi di custodia cautelare sofferti dall’inizio della determinata fase al momento del provvedimento che ha disposto il passaggio alla fase successiva con quelli posteriori al provvedimento che ha disposto il regresso alla medesima fase, fino al termine di essa; mentre dei residui periodi detentivi sofferti in fasi diverse deve tenersi conto al fine di stabilire i termini complessivi di custodia cautelare. Cass. pen. sez. I 7 luglio 1999, n. 4026

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