Art. 299 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Revoca e sostituzione delle misure

Articolo 299 - codice di procedura penale

1. Le misure coercitive (280 ss.) e interdittive (287 ss.) sono immediatamente revocate quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste dall’art. 273 o dalle disposizioni relative alle singole misure ovvero le esigenze cautelari previste dall’art. 274.
2. Salvo quanto previsto dall’art. 275, comma 3, quando le esigenze cautelari risultano attenuate ovvero la misura applicata non appare più proporzionata all’entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere
irrogata, il giudice sostituisce la misura con un’altra meno grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità meno gravose.
2 bis. I provvedimenti di cui ai commi 1 e 2 relativi alle misure previste dagli articoli 282 bis, 282 ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona, devono essere immediatamente comunicati, a cura della polizia giudiziaria, ai servizi socio-assistenziali e alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore (1)(2).
3. Il pubblico ministero e l’imputato richiedono la revoca o la sostituzione delle misure al giudice, il quale provvede con ordinanza entro cinque giorni dal deposito della richiesta. La richiesta di revoca o di sostituzione delle misure previste dagli articoli 282 bis, 282 ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti di cui al comma 2 bis del presente articolo, che non sia stata proposta in sede di interrogatorio di garanzia, deve essere contestualmente notificata, a cura della parte richiedente ed a pena di inammissibilità, presso il difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa, salvo che in quest’ultimo caso essa non abbia provveduto a dichiarare o eleggere domicilio (3). Il difensore e la persona offesa possono, nei due giorni successivi alla notifica, presentare memorie ai sensi dell’articolo 121 (3). Decorso il predetto termine il giudice procede (3). Il giudice provvede anche di ufficio quando assume l’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare o quando è richiesto della proroga del termine per le indagini preliminari (328) o dell’assunzione di incidente probatorio (392) ovvero quando procede all’udienza preliminare (418) o al giudizio.
3 bis. Il giudice, prima di provvedere in ordine alla revoca o alla sostituzione delle misure coercitive e interdittive, di ufficio o su richiesta dell’imputato, deve sentire il pubblico ministero. Se nei due giorni successivi il pubblico ministero non esprime il proprio parere, il giudice procede.
3 ter. Il giudice, valutati gli elementi addotti per la revoca o la sostituzione delle misure, prima di provvedere può assumere l’interrogatorio della persona sottoposta alle indagini. Se l’istanza di revoca o di sostituzione è basata su elementi nuovi o diversi rispetto a quelli già valutati, il giudice deve assumere l’interrogatorio dell’imputato che ne ha fatto richiesta.
4. Fermo quanto previsto dall’art. 276, quando le esigenze cautelari risultano aggravate, il giudice, su richiesta del pubblico ministero, sostituisce la misura applicata con un’altra più grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità più gravose o applica congiuntamente altra misura coercitiva o interdittiva (4).
4 bis. Dopo la chiusura delle indagini preliminari, se l’imputato chiede la revoca o la sostituzione della misura con altra meno grave ovvero la sua applicazione con modalità meno gravose, il giudice, se la richiesta non è presentata in udienza, ne dà comunicazione al pubblico ministero, il quale, nei due giorni successivi, formula le proprie richieste. La richiesta di revoca o di sostituzione delle misure previste dagli articoli 282 bis, 282 ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti di cui al comma 2 bis del presente articolo, deve essere contestualmente notificata, a cura della parte richiedente ed a pena di inammissibilità, presso il difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa, salvo che in quest’ultimo caso essa non abbia provveduto a dichiarare o eleggere domicilio (5).
4 ter. In ogni stato e grado del procedimento, quando non è in grado di decidere allo stato degli atti, il giudice dispone, anche di ufficio e senza formalità, accertamenti sulle condizioni di salute o su altre condizioni o qualità personali dell’imputato. Gli accertamenti sono eseguiti al più presto e comunque entro quindici giorni da quello in cui la richiesta è pervenuta al giudice. Se la richiesta di revoca o di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere è basata sulle condizioni di salute di cui all’art. 275, comma 4 bis , ovvero se tali condizioni di salute sono segnalate dal servizio sanitario penitenziario, o risultano in altro modo al giudice, questi, se non ritiene di accogliere la richiesta sulla base degli atti, dispone con immediatezza, e comunque non oltre il termine previsto nel comma 3, gli accertamenti medici del caso, nominando perito ai sensi dell’art. 220 e seguenti, il quale deve tener conto del parere del medico penitenziario e riferire entro il termine di cinque giorni, ovvero, nel caso di rilevata urgenza, non oltre due giorni dall’accertamento. Durante il periodo compreso tra il provvedimento che dispone gli accertamenti e la scadenza del termine per gli accertamenti medesimi, è sospeso il termine previsto dal comma 3.
4 quater. Si applicano altresì le disposizioni di cui all’articolo 286 bis, comma 3.

Articolo 299 - Codice di Procedura Penale

1. Le misure coercitive (280 ss.) e interdittive (287 ss.) sono immediatamente revocate quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste dall’art. 273 o dalle disposizioni relative alle singole misure ovvero le esigenze cautelari previste dall’art. 274.
2. Salvo quanto previsto dall’art. 275, comma 3, quando le esigenze cautelari risultano attenuate ovvero la misura applicata non appare più proporzionata all’entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere
irrogata, il giudice sostituisce la misura con un’altra meno grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità meno gravose.
2 bis. I provvedimenti di cui ai commi 1 e 2 relativi alle misure previste dagli articoli 282 bis, 282 ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza alla persona, devono essere immediatamente comunicati, a cura della polizia giudiziaria, ai servizi socio-assistenziali e alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore (1)(2).
3. Il pubblico ministero e l’imputato richiedono la revoca o la sostituzione delle misure al giudice, il quale provvede con ordinanza entro cinque giorni dal deposito della richiesta. La richiesta di revoca o di sostituzione delle misure previste dagli articoli 282 bis, 282 ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti di cui al comma 2 bis del presente articolo, che non sia stata proposta in sede di interrogatorio di garanzia, deve essere contestualmente notificata, a cura della parte richiedente ed a pena di inammissibilità, presso il difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa, salvo che in quest’ultimo caso essa non abbia provveduto a dichiarare o eleggere domicilio (3). Il difensore e la persona offesa possono, nei due giorni successivi alla notifica, presentare memorie ai sensi dell’articolo 121 (3). Decorso il predetto termine il giudice procede (3). Il giudice provvede anche di ufficio quando assume l’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare o quando è richiesto della proroga del termine per le indagini preliminari (328) o dell’assunzione di incidente probatorio (392) ovvero quando procede all’udienza preliminare (418) o al giudizio.
3 bis. Il giudice, prima di provvedere in ordine alla revoca o alla sostituzione delle misure coercitive e interdittive, di ufficio o su richiesta dell’imputato, deve sentire il pubblico ministero. Se nei due giorni successivi il pubblico ministero non esprime il proprio parere, il giudice procede.
3 ter. Il giudice, valutati gli elementi addotti per la revoca o la sostituzione delle misure, prima di provvedere può assumere l’interrogatorio della persona sottoposta alle indagini. Se l’istanza di revoca o di sostituzione è basata su elementi nuovi o diversi rispetto a quelli già valutati, il giudice deve assumere l’interrogatorio dell’imputato che ne ha fatto richiesta.
4. Fermo quanto previsto dall’art. 276, quando le esigenze cautelari risultano aggravate, il giudice, su richiesta del pubblico ministero, sostituisce la misura applicata con un’altra più grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità più gravose o applica congiuntamente altra misura coercitiva o interdittiva (4).
4 bis. Dopo la chiusura delle indagini preliminari, se l’imputato chiede la revoca o la sostituzione della misura con altra meno grave ovvero la sua applicazione con modalità meno gravose, il giudice, se la richiesta non è presentata in udienza, ne dà comunicazione al pubblico ministero, il quale, nei due giorni successivi, formula le proprie richieste. La richiesta di revoca o di sostituzione delle misure previste dagli articoli 282 bis, 282 ter, 283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti di cui al comma 2 bis del presente articolo, deve essere contestualmente notificata, a cura della parte richiedente ed a pena di inammissibilità, presso il difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa, salvo che in quest’ultimo caso essa non abbia provveduto a dichiarare o eleggere domicilio (5).
4 ter. In ogni stato e grado del procedimento, quando non è in grado di decidere allo stato degli atti, il giudice dispone, anche di ufficio e senza formalità, accertamenti sulle condizioni di salute o su altre condizioni o qualità personali dell’imputato. Gli accertamenti sono eseguiti al più presto e comunque entro quindici giorni da quello in cui la richiesta è pervenuta al giudice. Se la richiesta di revoca o di sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere è basata sulle condizioni di salute di cui all’art. 275, comma 4 bis , ovvero se tali condizioni di salute sono segnalate dal servizio sanitario penitenziario, o risultano in altro modo al giudice, questi, se non ritiene di accogliere la richiesta sulla base degli atti, dispone con immediatezza, e comunque non oltre il termine previsto nel comma 3, gli accertamenti medici del caso, nominando perito ai sensi dell’art. 220 e seguenti, il quale deve tener conto del parere del medico penitenziario e riferire entro il termine di cinque giorni, ovvero, nel caso di rilevata urgenza, non oltre due giorni dall’accertamento. Durante il periodo compreso tra il provvedimento che dispone gli accertamenti e la scadenza del termine per gli accertamenti medesimi, è sospeso il termine previsto dal comma 3.
4 quater. Si applicano altresì le disposizioni di cui all’articolo 286 bis, comma 3.

Note

(1) Le parole: «al difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa» sono state così sostituite dalle attuali: «alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore» dall’art. 15, comma 4, della L. 19 luglio 2019, n. 69.
(2) Questo comma è stato inserito dall’art. 2, comma 1, lett. b), n. 1), del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, nella L. 15 ottobre 2013, n. 119.
(3) Questo periodo è stato inserito dall’art. 2, comma 1, lett. b), n. 2), del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, nella L. 15 ottobre 2013, n. 119.
(4) Le parole: «o applica congiuntamente altra misura coercitiva o interdittiva» sono state aggiunte dall’art. 9 della L. 16 aprile 2015, n. 47.
(5) Questo periodo è stato aggiunto dall’art. 2, comma 1, lett. b), n. 3), del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, nella L. 15 ottobre 2013, n. 119.

Massime

In tema di revoca, sostituzione o modifica di misure cautelari, la partecipazione della persona offesa all’incidente cautelare e, dunque, il diritto a ricevere la notifica della richiesta del pubblico ministero o dell’imputato previsto dall’art. 299, comma 3, cod. proc. pen. sussiste nei casi di delitti commessi con violenza alla persona che consentono di ritenere esistente un pericolo di recidiva “personale” per la vittima. (In applicazione del principio, la Corte ha evidenziato che la relazione intercorrente tra autore e vittima che giustifica il sacri.cio del diritto dell’indagato ad una rapida definizione dell’incidente cautelare a vantaggio del diritto della persona offesa a fornire il suo contributo alle decisioni in tema di libertà, è quella in cui quest’ultima presenti un rischio “personale”, candidandosi ad essere nuovamente vittima dello stesso autore del reato per cui si procede). Cass. pen. sez. II 19 aprile 2019, n. 17335

In tema di misure cautelari, nel caso in cui il giudice ritenga di non accogliere immediatamente, sulla base della documentazione sanitaria acquisita, la richiesta di revoca o di sostituzione della custodia cautelare in carcere, fondata sulla prospettazione della particolare gravità delle condizioni di salute dell’indagato incompatibili con lo stato di detenzione, non è obbligato a nominare un perito se non risulta formulata una diagnosi di incompatibilità o comunque non si prospetta una situazione patologica tale da non consentire adeguate cure in carcere. (Fattispecie, nella quale la Corte ha annullato l’ordinanza, con cui il Tribunale del riesame aveva confermato il provvedimento di rigetto dell’istanza di sostituzione della misura carceraria, senza ritenere necessario procedere alla nomina di un perito, malgrado fossero state prodotte dalla difesa consulenze di parte e perizie svolte in altri procedimenti, che attestavano una patologia dell’imputato incompatibile con il regime carcerario). Cass. pen. sez. I 29 dicembre 2016, n. 55146

È inammissibile, per la preclusione processuale derivante dalla pendenza di altro procedimento cautelare basato sui medesimi elementi nei confronti della stessa persona e per lo stesso fatto, l’istanza di scarcerazione presentata dall’imputato in pendenza di appello cautelare, non ancora definito, proposto avverso il rigetto di altra richiesta di scarcerazione avente ad oggetto il medesimo “thema decidendum”. Cass. pen. sez. III 7 giugno 2016, n. 23371

In tema di rimessione in libertà per il venir meno dei gravi indizi di colpevolezza, l’indagine e la valutazione deve incentrarsi esclusivamente su eventuali fatti nuovi capaci di contrastare il valore indiziante degli elementi considerati e valorizzati in sede di applicazione della misura cautelare, perché sulle questioni riguardanti la sussistenza e la consistenza di detti elementi si è formata una preclusione processuale, conseguente all’esperimento – o al mancato esperimento nei tempi stabiliti – dei gravami specificamente previsti per i provvedimenti applicativi di misura cautelare. Cass. pen. sez. I 7 aprile 1992

In tema di misure cautelari personali, l’art. 299, primo comma, nuovo c.p.p. prevede espressamente la revoca, tra l’altro, nel caso che vengano a mancare le condizioni di applicabilità relative alle singole misure e, quindi, anche la condizione prevista in generale dall’art. 280 c.p.p. Tra i casi in cui vengono a mancare le condizioni di applicabilità di quest’ultima norma sono compresi anche quelli nei quali la sentenza di condanna abbia derubricato il fatto in ipotesi diversa da quella contestata o abbia escluso – ovvero ritenute equivalenti o soccombenti rispetto alle attenuanti riconosciute – quelle particolari aggravanti delle quali si deve tener conto ai sensi dell’art. 270 c.p.p.con la conseguenza che per il «reato ritenuto in sentenza» la pena stabilita dalla legge (uguale o inferiore ai tre anni di reclusione) pinon consente l’applicazione della misura cautelare. Cass. pen. sez. V 12 giugno 1991

La revoca di una misura coercitiva per insussistenza di gravi indizi (art. 273 in relazione all’art. 299 nuovo c.p.p.) costituisce un diritto assoluto dell’indagato, tutelabile anche se la medesima misura debba continuare per un delitto concorrente. Cass. pen. sez. VI 5 febbraio 1991

Lo strumento della revoca della misure cautelari, in quanto diretto a consentire la valutazione della sussistenza ex ante e della persistenza ex post delle condizioni di applicabilità delle misure, non giustifica, in relazione alla sua funzione, alcun limite alla verifica dell’attualità delle stesse, anche con riferimento ai soli fatti preesistenti all’adozione della cautela, dei quali può essere effettuato nuovo e diverso apprezzamento. Ne deriva che, nel caso di istanza dell’interessato, è imposto al giudice il dovere di esaminare qualsiasi elemento e questione attinente alla legittimità del mantenimento della misura, con l’unica preclusione derivante dalla circostanza che il controllo delle condizioni di applicabilità sia stato già in concreto effettuato: la precedente decisione, infatti, anche se priva dell’effetto del giudicato, non può che produrre nei confronti delle parti interessate un’efficacia analoga a quella prevista dall’art. 666, comma 2, c.p.p. (secondo cui è inammissibile la proposta di incidente di esecuzione consistente nella mera riproposizione di una richiesta già rigettata basata sui medesimi elementi), che pone un principio di carattere generale, applicabile anche al di fuori del procedimento di esecuzione per cui è dettato e preclusivo, allo stato degli atti, di una nuova pronuncia giurisdizionale in ordine alle questioni trattate. (Alla stregua di tale principio la Corte ha annullato l’ordinanza del tribunale che, pronunciandosi in sede di appello sul rigetto della richiesta di revoca di una misura cautelare reale, aveva ritenuto precluso l’esame delle questioni che avrebbero potuto essere sollevate con l’impugnazione del decreto applicativo della misura). Cass. pen. sez. II 5 novembre 1999, n. 4042

Quando avverso ordinanza applicativa di misura cautelare sia stata proposta richiesta di riesame risultata inammissibile per tardività, non può neppure trovare accoglimento, in assenza di elementi nuovi, l’istanza di revoca di detta misura. Cass. pen. sez. VI 7 gennaio 1998, n. 4491

Nella procedura attivata ai sensi dell’art. 299 c.p.p. ben può essere dedotta anche l’insussistenza originaria delle condizioni legittimanti della misura, con il solo limite rappresentato dalla formazione del cosiddetto giudicato cautelare. Cass. pen. sez. I 14 ottobre 1997, n. 5369

In tema di misure cautelari personali, una volta che sia scaduto il termine d’impugnazione dell’originario provvedimento o sia comunque esaurito il procedimento incidentale, gli effetti della decisione permangono nel procedimento principale fino al momento in cui si veri.chi un mutamento della situazione processuale, sulla quale il giudice ha pronunciato, nel senso che tale decisione costituisce preclusione ad una nuova valutazione della situazione stessa, ammissibile soltanto per la sopravvenienza di fatti o risultanze nuove. Ne consegue che la richiesta di revoca di una misura coercitiva non può fondare sulla contestazione dell’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza che la supportano o delle esigenze cautelari che l’hanno imposto, avendo già gli uni e le altre formato oggetto di giudizio: ma deve indicare gli elementi di novità, pretermessi dal giudice o nel frattempo sopravvenute, che hanno fatto venir meno le condizioni, tra queste comprese la sussistenza di esigenze cautelari, per mantenere ferma la misura. Cass. pen. sez. VI 20 maggio 1997, n. 1751

In materia di richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere, la «attuale sussistenza» delle condizioni di applicabilità della misura previste dagli artt. 273 e 274 c.p.p.in quanto correlata sia ai fatti sopravvenuti che a quelli coevi all’ordinanza impositiva, deve essere valutata tenendo conto anche del tempo trascorso dal commesso reato; detto tempo, tuttavia, può acquistare rilevanza solo se accompagnato da altri elementi che siano certamente sintomatici di un mutamento della complessiva situazione inerente lo status libertatis del soggetto interessato. Cass. pen. sez. VI 2 maggio 1997, n. 920

La pronuncia di sentenza di appello che confermi la condanna di primo grado per un reato derubricato rispetto a quello contestato (nella specie lesioni aggravate in luogo di omicidio volontario) costituisce un fatto nuovo ai fini della valutazione dell’adeguatezza della misura cautelare e della persistenza delle esigenze di cautela, giacché si tratta di circostanza direttamente inerente allo sviluppo del processo e, come tale, astrattamente idonea a influire, congiuntamente all’elemento legato al decorso del tempo, sulla consistenza delle esigenze cautelari e a giustificare un nuovo esame non soggetto alla preclusione derivante da precedente decisione sulla libertà assunta prima della sentenza di secondo grado. (Fattispecie in tema di istanza di revoca degli arresti domiciliari, il cui esame era stato erroneamente ritenuto precluso dal giudice di merito per effetto del giudicato cautelare). Cass. pen. sez. I 4 dicembre 1996, n. 5601

In caso di ordinanza applicativa di misura cautelare nei confronti di più soggetti, costituisce fatto nuovo sopravvenuto, del quale il giudice deve tenere conto ai fini della decisione sulla richiesta di revoca avanzata da taluno di costoro, ai sensi dell’art. 299, comma primo, c.p.p.quello consistente non nell’intervenuto annullamento con rinvio, da parte della Corte di cassazione, di quella stessa ordinanza nei confronti di altri, ma nella pronuncia successivamente adottata dal giudice di rinvio, con la quale, nei confronti di questi ultimi, la misura sia stata effettivamente revocata. Cass. pen. sez. VI 30 ottobre 1996, n. 2824

La decisione del giudice di appello avverso l’ordinanza di rigetto della richiesta di revoca di misura cautelare è vincolata, oltre che dall’effetto devolutivo proprio di questo tipo di impugnazione, anche dalla natura del provvedimento impugnato, del tutto autonomo rispetto a quello impositivo della misura stessa. Ne consegue che in tale sede il tribunale non è tenuto a riesaminare la questione della sussistenza delle condizioni legittimanti il provvedimento restrittivo, (specialmente quando queste siano già state verificate con la procedura di cui all’art. 309 c.p.p.), bensì soltanto a controllare – salvo l’applicabilità dell’art. 299, comma 1, c.p.p. – che l’ordinanza gravata sia giuridicamente corretta e adeguatamente motivata in ordine ad eventuali allegati nuovi fatti, preesistenti o sopravvenuti, idonei a modificare apprezzabilmente il quadro probatorio o a escludere la sussistenza di esigenze cautelari. Cass. pen. sez. I 28 maggio 1996, n. 961

La circostanza che in sede di revoca di una misura cautelare personale, dovendosi considerare sia i fatti sopravvenuti che quelli originari e sussistenti al momento dell’adozione dell’ordinanza impositiva, sia possibile una valutazione diversa rispetto a quella prescelta all’atto dell’applicazione non significa che il giudice competente a pronunciarsi sull’istanza di revoca possa replicare a tempo indeterminato l’esame di quegli stessi elementi vagliati in precedenza ed in particolare al momento di cui sopra (con cisottraendo al giudice del riesame la sua naturale funzione e confondendo l’ambito della revoca con quello del riesame). All’uopo i fatti non sopravvenuti debbono essere individuati in quelli che, pur già storicamente avveratisi, non poterono essere esaminati (per qualsiasi motivo) dal giudice che emise l’ordinanza impugnata. Cass. pen. sez. VI 23 novembre 1995, n. 3716  .

Può costituire fatto nuovo, che comporta la modifica del quadro di riferimento probatorio e legittima la revoca della custodia in carcere, dopo il rinvio a giudizio dell’indagato, il convincimento espresso dal giudice del dibattimento, all’esito dell’istruttoria svolta, sul difetto dei necessari riscontri alle dichiarazioni accusatorie del collaboratore di giustizia, da cui sono stati desunti gli indizi fondanti la misura custodiale. (Fattispecie relativa ad associazione per delinquere di stampo mafioso). Cass. pen. sez. V 10 novembre 1995, n. 2204

Può costituire fatto nuovo, suscettibile di comportare la revoca della misura custodiale, anche la diversa valutazione del compendio probatorio fatta dal giudice in sede di riesame in relazione ad alcuni coindagati, specie ove si tratti di procedimenti di criminalità organizzata, nei quali spesso le posizioni dei soggetti coinvolti sono strettamente collegate, sì da risultare interdipendenti. Peraltro, l’identità di posizione processuale, che induce la «estensione» della valutazione favorevole al coindagato, va analiticamente, sia pure sinteticamente, argomentata e giustificata dal giudice. (Fattispecie ex art. 416 bis c.p nella quale il tribunale si era limitato ad affermare che la posizione di un imputato era omogenea a quella di altri già posti in libertà). Cass. pen. sez. V 10 novembre 1995, n. 2204

In tema di istanza di revoca di misura cautelare personale, il giudice è tenuto a valutare anche la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza posti a base della stessa, anche d’ufficio, né la parte ha l’onere di indicare fatti sopraggiunti o nuovi. Solo nel caso che sia intervenuta una decisione in sede di impugnazione dell’ordinanza applicativa della misura cautelare, per effetto della preclusione processuale al riesame dei profili su cui già è pervenuta una decisione, il soggetto che propone l’istanza di revoca ha l’onere di indicare il fatto nuovo sopraggiunto ovvero originario, ma non oggetto già di decisione né esplicita né implicita, su cui fonda la richiesta di revoca. Cass. pen. sez. VI 17 luglio 1995, n. 2335

Presupposto per l’emissione del provvedimento cautelare che sostituisce la misura cautelare o ne aggrava le modalità di esecuzione, ai sensi del comma quarto dell’art. 299 c.p.p.è la sopravvenienza di circostanze tali da far ritenere aggravate le esigenze di cui all’art. 274 dello stesso codice e costituite da elementi fattuali non presi in considerazione, perché non ancora verificatisi ovvero accertati o esaminati nelle precedenti decisioni inerenti alla libertà del soggetto interessato, in quanto, diversamente operandosi, verrebbero illegittimamente a rivalutarsi circostanze già esaminate in precedenza e coperte dalla preclusione processuale, caratterizzante tutto il procedimento de libertate. Cass. pen. sez. I 1 luglio 1995, n. 3276

La revoca della misura cautelare coercitiva postula il mutamento, in senso favorevole all’indagato, del quadro indiziario tenuto presente al momento dell’adozione del provvedimento, sicché, in difetto di sopravvenute ragioni positive, il cui onere di allegazione incombe all’indagato, la relativa istanza è inaccoglibile. (Fattispecie in cui il ricorrente lamentava la mancata scarcerazione, sul rilievo che erano stati scarcerati tutti i coindagati per i medesimi delitti e la S.C. ha ritenuto non fondata la sua doglianza, affermando che in tal caso compito del giudice – quando non riconosca la novità o la decisività degli elementi addotti per la revoca – è solo quello di dare atto delle ragioni giustificatrici del mancato riconoscimento, e non già quello di rinnovare l’intera motivazione riflettente l’esame di tutto il complesso delle risultanze di fatto, a suo tempo già valutate in occasione di precedenti provvedimenti). Cass. pen. sez. I 5 giugno 1995, n. 2829

Allorché la modifica peggiorativa della misura cautelare sia conseguenza non di un mutamento della situazione di fatto ricadente nella disciplina dell’art. 299, comma quarto, c.p.p.ma di una modificazione legislativa derivante dalla mancata conversione di un decreto legge da cui scaturivano effetti di favore, diviene imperativo, secondo la regola tempus regit actum, il vaglio della fattispecie alla stregua della ripristinata disciplina previgente. Né può essere utilmente richiamato il principio per il quale la nuova disciplina non si applica agli atti ed ai fatti compiuti sotto la vecchia disciplina, valendo esso solo se gli atti stessi hanno consumato sotto di essa tutti i loro effetti, mentre, se dagli atti suddetti sono derivati effetti giuridici e situazioni ancora pendenti alla data di entrata in vigore della nuova norma (costituita, nel caso di decadenza di un decreto legge, dall’anteriore disciplina, ripristinata ab origine), è quest’ultima che deve essere applicata. (Fattispecie in tema di mancata conversione del decreto legge 14 luglio 1994, n. 440 che, per il reato addebitato contemplava la misura degli arresti domiciliari). Cass. pen. sez. VI 16 maggio 1995, n. 548

In tema di misure cautelari personali, quando sia intervenuta una decisione di riesame sull’ordinanza applicativa della misura, chi propone l’istanza di revoca ha l’onere di indicare il fatto nuovo sopraggiunto ovvero originario, ma non oggetto già di decisione né esplicita né implicita, su cui fonda la richiesta di revoca. Ne consegue che l’istante non può dolersi se il giudice per le indagini preliminari si sia limitato a decidere soltanto sul fatto addotto nella richiesta di revoca. Cass. pen. sez. VI 14 marzo 1995, n. 481

La revoca delle misure coercitive o interdittive di cui all’art. 299 c.p.p. trova il proprio presupposto nell’esigenza della perdurante legittimità della misura imposta, con conseguente costante ed aggiornato adeguamento dello status libertatis dell’indagato, o a seguito a «fatti … sopravvenuti» o ad eventuali modifiche della situazione processuale nonché dei presupposti o condizioni di legge, ovvero a fatti preesistenti e non conosciuti non valutati dal giudice, avendo riguardo sia ai fatti sopravvenuti, sia a quelli originari e coevi all’ordinanza impositiva. Sono invece da ritenere precluse le questioni dedotte nei procedimenti d’impugnazione, in forma sia esplicita che implicita. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che l’eventuale diversa valutazione, di impugnazioni proposte contro l’ordinanza cautelare non può essere affidato ad un potere di ripensamento affidato alla discrezionalità dell’organo, ma deve scaturire da ragioni di diritto che rendono non più giustificabile la misura imposta). Cass. pen. sez. VI 3 marzo 1995, n. 69  .

In tema di revoca delle misure cautelari, l’art. 299, comma 3, c.p.p.va interpretato in stretta correlazione con il suo comma 1, che espressamente evoca le «condizioni previste dall’art. 273»; un precetto dal quale è possibile ricavare il grado di incidenza del sopravvenire di una modifica, in senso favorevole all’indagato, del quadro probatorio offerto dall’accusa, determinato dalla prospettazione di nuovi fatti capaci di contrastare il valore indiziante degli elementi considerati e valorizzati in sede di adozione della cautela. Cass. pen. sez. VI 4 gennaio 1995, n. 4135

Presupposto della revoca di una misura cautelare personale è il venir meno, anche per fatti portati a conoscenza del giudice procedente successivamente all’adozione della misura, dei gravi indizi o delle esigenze cautelari, già ritenuti nel provvedimento applicativo della misura stessa e non rimossi attraverso l’esperimento del riesame. Il tema di lite nel giudizio di appello ed in quello successivo di legittimità concernente la revoca o il diniego di revoca di una misura cautelare, è dunque ristretto alla questione se siano o non siano venute meno le condizioni di applicabilità della misura o le esigenze cautelari. Ne consegue che al giudice investito dell’appello o del successivo ricorso è precluso, anche in forza del generalissimo principio ne bis in idem, l’esame sulla sussistenza o sull’insussistenza dei gravi indizi e delle esigenze cautelari a suo tempo dedotti a supporto della misura, oggetto del giudizio di revoca. Cass. pen. sez. VI 19 novembre 1994, n. 3944

Nel procedimento incidentale d’impugnazione straordinaria attivabile, mediante la richiesta di revoca di misura di cautela personale detentiva, a norma delle disposizioni di cui agli artt. 299, 310 e 311 del codice di procedura penale, la prospettazione di una circostanza di fatto sopravvenuta (condizione della revocabilità) comporta, per il giudice, l’obbligo, enunciato dall’art. 299, comma 1, di rivalutare nell’attualità tutto il coacervo di indizi (gravi) posto a fondamento del provvedimento impositivo, anche quando, di per sé, il nuovo elemento risulti di scarso rilievo. Cass. pen. sez. II 16 settembre 1994, n. 3597

Poiché, ai fini del rinvio a giudizio, pur nella attuale formulazione dell’art. 425 c.p.p.quale determinatasi a seguito della modifica introdotta dall’art. 1 della L. 8 aprile 1993, n. 105, non è richiesta la gravità degli indizi a carico, richiesta invece, ai fini della applicazione di misure cautelari personali, dall’art. 273, comma 1, c.p.p. ne deriva che è possibile, anche successivamente al rinvio a giudizio, in presenza di fatti nuovi, rimettere in discussione, ai sensi dell’art. 299, comma 1, c.p.p.la gravità del quadro indiziario a suo tempo posto a base della misura cautelare cui l’imputato è stato sottoposto. Cass. pen. sez. I 14 settembre 1994, n. 3476

La richiesta di revoca di una misura cautelare, a differenza di quella di riesame dell’ordinanza applicativa della medesima misura, non ha natura di mezzo di impugnazione. Essa, inoltre, può essere avanzata in ogni fase del procedimento sulla base (come si evince dal testuale tenore dell’art. 299, comma 1, c.p.p.), non solo di fatti sopravvenuti, ma anche di fatti originari e coevi all’applicazione della misura, i quali dovranno quindi essere sottoposti ad una valutazione che potrà anche essere diversa da quella operata dal giudice che ha disposto la detta applicazione, sempre che essi persistano alla data della decisione da adottare sulla richiesta di revoca e non siano stati già dedotti, esplicitamente o implicitamente, a sostegno di precedenti impugnazioni su cui siano intervenute pronunce non più soggette a gravame. Cass. pen. Sezioni Unite 28 luglio 1994, n. 11

La revoca di una misura cautelare personale può avere luogo, ai sensi dell’art. 299 c.p.p. solo in conseguenza di quanto acquisito successivamente alla definitività del titolo custodiale e sostanzialmente o processualmente inficiante le condizioni in base alle quali era stato emesso quel determinato provvedimento. Cass. pen. Sezioni Unite 21 luglio 1993, n. 14

In tema di misure cautelari personali, l’elemento nuovo costituito dall’esclusione di una o più circostanze aggravanti ad effetto speciale, stabilita da una sentenza definitiva emessa nei confronti di coimputati giudicati separatamente, pur essendo valutabile nel procedimento in corso ai fini dell’apprezzamento di una riduzione dei termini di custodia cautelare, con eventuale scadenza degli stessi, non soggiace ad alcun automatismo, attesa la libera valutazione del compendio probatorio da parte del giudice cautelare, né, comunque, pur se condivisa, comporta la rideterminazione retroattiva dei termini di durata massima per le precedenti fasi del procedimento, stante l’autonomia di ciascuna di esse. Cass. pen. sez. VI 4 aprile 2018, n. 14943

In tema di custodia cautelare in carcere, la contestazione dell’aggravante di cui all’art. 7 L. n. 203 del 1991 determina una presunzione relativa di concretezza ed attualità del pericolo di recidiva, superabile solo dalla prova, offerta dall’interessato, di elementi da cui desumere l’affievolimento o la cessazione di ogni esigenza cautelare, sicché, in difetto di detta prova, l’onere motivazionale incombente sul giudice ai sensi dell’art. 274 cod. proc. pen. deve ritenersi rispettato mediante il semplice riferimento alla mancanza di elementi positivamente valutabili nel senso di un’attenuazione delle esigenze di prevenzione. Cass. pen. sez. II 23 gennaio 2017, n. 3105

Può essere disposto d’ufficio l’aggravamento della misura cautelare a seguito della segnalazione, da parte degli organi di polizia giudiziaria, della trasgressione delle prescrizioni inerenti alla misura meno grave precedentemente applicata, trattandosi di procedura in cui le esigenze cautelari restano inalterate e che si conclude con un provvedimento sanzionatorio dovuto al comportamento trasgressivo dell’indagato e, pertanto, alla sua inaffidabilità; né, in tal caso, rileva l’ipotesi di cui all’art. 299, comma quarto, che prevede l’adozione di una misura cautelare più grave a seguito di richiesta del P.M. e presuppone l’aggravamento delle esigenze cautelari, l’accertamento della cui sussistenza richiede il contraddittorio di tutte le parti. Cass. pen. sez. V 8 gennaio 2015, n. 489

In caso d’aggravamento delle esigenze cautelari a norma dell’art. 299, comma quarto, c.p.p.la sostituzione della misura applicata con altra più grave ovvero l’applicazione con modalità più gravose non obbliga il giudice a procedere all’interrogatorio di garanzia ex art. 294 c.p.p. (Fattispecie d’aggravamento di misura cautelare disposta dal giudice d’Appello). Cass. pen. sez. III 15 dicembre 2008, n. 46087

Qualora la misura cautelare venga modificata in peius ai sensi dell’art. 299 c.p.p.in presenza di un aggravamento delle esigenze cautelari è dovuto l’interrogatorio di garanzia previsto dall’art. 294 c.p.p. Cass. pen. sez. VI 9 luglio 2007, n. 26681

In tema di esigenze cautelari, il tempo decorso dall’applicazione della misura non può essere posto da solo a base di un giudizio di attenuazione delle stesse, tale da giustificare la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari, ma costituisce soltanto un dato di novità valutabile insieme ad altri elementi idonei ad indurre un mutamento della complessiva situazione relativa allo status libertatis. Cass. pen. sez. III 8 giugno 2001, n. 23424

In tema di revoca delle misure cautelari, il «fatto nuovo» ovvero l’«elemento nuovo» idoneo a superare il c.d. giudicato cautelare già formatosi non può consistere nella semplice circostanza di una diversa e più favorevole valutazione delle stesse emergenze di causa effettuata in un altro procedimento cautelare nei confronti di diverso indagato o imputato. Ogni procedimento cautelare, infatti, è del tutto autonomo rispetto agli altri procedimenti incidentali de libertate, ancorché innestati nel medesimo processo, e la frammentazione che ne deriva implica, per il margine di discrezionalità del giudice nella verifica delle singole posizioni, una diversità di valutazioni e di decisioni provvisorie e strumentali che non riflettono una valutazione complessiva della vicenda e sono inidonee ad influenzarsi reciprocamente. (In applicazione di tale principio la Corte, rilevato che nell’istanza di revoca non erano stati allegati elementi nuovi e diversi da quelli già posti a base di precedente provvedimento sul quale si era formato il giudicato cautelare, bensì era stata esclusivamente dedotta la circostanza di una diversa valutazione degli stessi elementi effettuata in separato procedimento de libertate relativo a coimputato in analoga posizione, ha ritenuto legittimo il rigetto dell’istanza medesima). Cass. pen. sez. II 1 dicembre 1999, n. 5165  .

In tema di gravi indizi e di esigenze cautelari, l’esaurimento del giudizio di merito con la condanna dell’imputato in primo e secondo grado e la conferma in entrambi dell’attualità della misura corrisponde al raggiungimento di un grado assai rilevante di certezza dei fatti, sui quali possono incidere solo elementi nuovi sopravvenuti, tali da modificarne il quadro complessivo. Anche il tempo decorso dall’applicazione della misura costituisce un dato di novità contestualmente valutabile ai fini della permanenza delle esigenze cautelari, purché sia accompagnato da altri elementi idonei a indurre il mutamento della situazione complessiva accertata con le decisioni adottate nei due gradi di giudizio e, quindi, a far ritenere la cessazione del pericolo che l’imputato torni a commettere gravi delitti della stessa specie di quello per cui si procede, sì da rendere non più adeguata la custodia in carcere e ad imporne la sostituzione con la misura attenuata degli arresti domiciliari. Cass. pen. sez. III 18 giugno 1999, n. 1160  .

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