Art. 297 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Computo dei termini di durata delle misure

Articolo 297 - codice di procedura penale

1. Gli effetti della custodia cautelare (284, 285, 286) decorrono dal momento della cattura (285, 293), dell’arresto (380, 381) o del fermo (384).
2. Gli effetti delle altre misure (281283, 288290) decorrono dal momento in cui l’ordinanza che le dispone è notificata a norma dell’art. 293.
3. Se nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze che dispongono la medesima misura per uno stesso fatto, benché diversamente circostanziato o qualificato, ovvero per fatti diversi commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza in relazione ai quali sussiste connessione ai sensi dell’art. 12, comma 1, lettere b) e c), limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri, i termini decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza e sono commisurati all’imputazione più grave. La disposizione non si applica relativamente alle ordinanze per fatti non desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale sussiste connessione ai sensi del presente comma (1) (2).
4. (3) Nel computo dei termini della custodia cautelare si tiene conto dei giorni in cui si sono tenute le udienze e di quelli impiegati per la deliberazione della sentenza nel giudizio di primo grado o nel giudizio sulle impugnazioni solo ai fini della determinazione della durata complessiva della custodia a norma dell’art. 303, comma 4.
5. Se l’imputato è detenuto per un altro reato o è internato per misura di sicurezza (312; 216227 c.p.), gli effetti della misura decorrono dal giorno in cui è notificata l’ordinanza che la dispone (293), se sono compatibili con lo stato di detenzione o di internamento; altrimenti decorrono dalla cessazione di questo. Ai soli effetti del computo dei termini di durata massima (303), la custodia cautelare si considera compatibile con lo stato di detenzione per esecuzione di pena (656) o di internamento per misura di sicurezza.

Articolo 297 - Codice di Procedura Penale

1. Gli effetti della custodia cautelare (284, 285, 286) decorrono dal momento della cattura (285, 293), dell’arresto (380, 381) o del fermo (384).
2. Gli effetti delle altre misure (281283, 288290) decorrono dal momento in cui l’ordinanza che le dispone è notificata a norma dell’art. 293.
3. Se nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze che dispongono la medesima misura per uno stesso fatto, benché diversamente circostanziato o qualificato, ovvero per fatti diversi commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza in relazione ai quali sussiste connessione ai sensi dell’art. 12, comma 1, lettere b) e c), limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri, i termini decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza e sono commisurati all’imputazione più grave. La disposizione non si applica relativamente alle ordinanze per fatti non desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale sussiste connessione ai sensi del presente comma (1) (2).
4. (3) Nel computo dei termini della custodia cautelare si tiene conto dei giorni in cui si sono tenute le udienze e di quelli impiegati per la deliberazione della sentenza nel giudizio di primo grado o nel giudizio sulle impugnazioni solo ai fini della determinazione della durata complessiva della custodia a norma dell’art. 303, comma 4.
5. Se l’imputato è detenuto per un altro reato o è internato per misura di sicurezza (312; 216227 c.p.), gli effetti della misura decorrono dal giorno in cui è notificata l’ordinanza che la dispone (293), se sono compatibili con lo stato di detenzione o di internamento; altrimenti decorrono dalla cessazione di questo. Ai soli effetti del computo dei termini di durata massima (303), la custodia cautelare si considera compatibile con lo stato di detenzione per esecuzione di pena (656) o di internamento per misura di sicurezza.

Note

(1) La Corte costituzionale, con sentenza n. 408 del 3 novembre 2005, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma nella parte in cui non si applica anche a fatti diversi non connessi, quando risulti che gli elementi per emettere la nuova ordinanza erano già desumibili dagli atti al momento della emissione della precedente ordinanza.
(2) La Corte costituzionale, con sentenza n. 233 del 22 luglio 2011, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma nella parte in cui – con riferimento alle ordinanze che dispongono misure cautelari per fatti diversi – non prevede che la regola in tema di decorrenza dei termini in esso stabilita si applichi anche quando, per i fatti contestati con la prima ordinanza, l’imputato sia stato condannato con sentenza passata in giudicato anteriormente all’adozione della seconda misura.
(3) Le originarie parole: «Salvo quanto disposto dall’art. 304, comma 2,» sono state soppresse dall’art. 12, comma 2, della L. 8 agosto 1995, n. 332.

Massime

In tema di contestazioni a catena ai fini della retrodatazione della decorrenza dei termini di durata della custodia cautelare successivamente disposta, il momento in cui dagli atti possono desumersi i gravi indizi di colpevolezza non coincide con l’emissione dell’avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. ma con il rinvio a giudizio con cui si avvia la fase dibattimentale. Cass. pen. sez. IV 16 febbraio 2018, n. 7691

Quando sono emesse più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare personale nei confronti dello stesso imputato per fatti connessi, la regola della retrodatazione della durata dei termini di custodia cautelare prevista dall’art. 297, comma terzo, cod. proc. pen. non trova applicazione se la richiesta è presentata nel corso di una fase successiva a quella delle indagini preliminari. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi l’ordinanza che aveva rigettato la richiesta, ex art. 297, comma terzo, cod. proc. pen.di retrodatazione del termine di durata della custodia cautelare in carcere presentata dopo la sentenza di primo grado). Cass. pen. sez. III 2 marzo 2015, n. 8984

In ipotesi di pluralità di ordinanze applicative di misure cautelari per fatti connessi, la retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare, ai sensi dell’art. 297, comma terzo, cod.proc.pen. impone, ai fini del calcolo dei termini di fase, di frazionare la globale durata della custodia cautelare, imputandovi solo i periodi relativi a fasi omogenee. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto che, al fine di verificare l’eventuale decorso del termine di durata previsto per la fase delle indagini preliminari, il periodo di custodia cautelare sofferto in altro procedimento dovesse essere computato esclusivamente per la parte compresa tra il momento dell’arresto e quello di emissione del decreto che disponeva il giudizio). Cass. pen. sez. fer. 18 novembre 2014, n. 47581

Quando nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze cautelari per fatti diversi in relazione ai quali esiste una connessione qualificata (nella specie determinata dal vincolo di continuazione), opera la retrodatazione prevista dall’art. 297, comma terzo, cod. proc. pen. anche rispetto ai fatti oggetto di un “diverso” procedimento, se questi erano desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio per il fatto o i fatti oggetto della prima ordinanza. Cass. pen. sez. VI 12 dicembre 2013, n. 50128

La retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza, riferita a misure cautelari emesse da giudici aventi diversa competenza territoriale in presenza di una connessione qualificata, può essere dichiarata anche all’esito del giudizio di cognizione, pur ove sia intervenuta sentenza irrevocabile con riferimento alla prima imputazione. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la scarcerazione per decorrenza dei termini, ex art. 297, comma terzo, cod. proc. pen. disposta all’esito del giudizio abbreviato rispetto ad imputazione, ritenuta connessa per identità del disegno criminoso, rispetto alla quale era stata pronunciata, in altro processo, sentenza irrevocabile). Cass. pen. sez. VI 22 ottobre 2013, n. 43235

Il giudice investito dell’istanza di retrodatazione degli effetti della misura cautelare personale richiesta ai sensi dell’art. 297, comma terzo, cod. proc. pen. per l’ipotesi della connessione qualificata (art. 12 lett. b) e c) cod. proc. pen.) tra plurimi fatti di omicidio dedotti in due titoli cautelari emessi in diversi contesti procedimentali, è tenuto a riscontrare se all’epoca della consumazione del primo di essi erano state già programmate, almeno nelle linee essenziali, le soppressioni delle altre vittime, verificando le vicende fattuali deducibili dai provvedimenti cautelari (tempo e luogo di commissione dei delitti, identità degli autori e delle vittime, possibili moventi), al fine di compiere la concreta verifica del legame teleologico o della continuazione. Cass. pen. sez. I 15 ottobre 2013, n. 42442

La retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare, ai sensi dell’art. 297, comma terzo, cod. proc. pen. impone, per il computo dei termini di fase, di frazionare la globale durata della custodia cautelare, imputando solo i periodi relativi a fasi omogenee. (Nella specie, la Corte, pur riconoscendo la retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare, ha ritenuto, al fine di verificare se fosse decorso il termine di durata previsto per la fase delle indagini preliminari, di scomputare dal periodo complessivo di durata della custodia cautelare, solo le frazioni di tempo relative alla fase in questione per i due procedimenti). Cass. pen. sez. VI 4 aprile 2013, n. 15736

In tema di decorrenza dei termini di custodia cautelare, la previsione di cui all’art. 297, comma primo, c.p.p. – per la quale gli effetti della custodia cautelare decorrono dal momento della cattura, dell’arresto o del fermo – deroga alla disciplina generale che prevede la non computabilità del “dies a quo” (art. 14, comma secondo, c.p. e 172, comma quarto, c.p.p.). Cass. pen. sez. VI 7 giugno 2012, n. 22035

In tema di decorrenza dei termini di custodia cautelare ex art. 303 c.p.p.il computo deve essere eseguito secondo i principi generali stabiliti dagli artt. 14, c.p. e 172, comma secondo, c.p.p.in virtù dei quali il dies a quo non è compreso nel computo dei termini. Cass. pen. sez. VI 18 gennaio 2008, n. 2958

Nel procedimento di riesame non è deducibile la questione relativa all’inefficacia sopravvenuta dell’ordinanza di custodia cautelare per decorrenza dei termini di fase, in relazione all’asserita contestazione a catena, in quanto si tratta di vizio che non intacca l’intrinseca legittimità dell’ordinanza, ma agisce sul piano dell’efficacia della misura cautelare. Cass. pen. sez. VI 23 maggio 2012, n. 19555

La questione relativa all’applicazione della regola della retrodatazione dei termini della misura cautelare in caso di cosiddette contestazioni a catena può essere validamente dedotta davanti al tribunale in sede di riesame ove si prospetti che, già al momento dell’emissione dell’ordinanza cautelare, erano scaduti interamente, per effetto della retrodatazione, i termini di custodia. Cass. pen. sez. I 13 gennaio 2012, n. 1006

In tema di retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare, il momento in cui dagli atti possono desumersi i gravi indizi di colpevolezza coincide non con la materiale disponibilità dell’informativa di reato, ove questa riassuma i dati investigativi e gli elementi di prova progressivamente acquisiti, ma con quello in cui il suo contenuto possa considerarsi “recepito”, risultante dal tempo obiettivamente occorrente al pubblico ministero per una lettura ponderata del materiale. Cass. pen. sez. II 4 gennaio 2012, n. 49

Ai fini del computo dei termini di durata massima, la misura cautelare degli arresti domiciliari è compatibile con la espiazione di una pena, poiché in entrambe le situazioni la persona risulta privata della libertà di locomozione, indipendentemente dal luogo di detenzione. Ne consegue che gli effetti della misura cautelare decorrono dal giorno di notificazione della relativa ordinanza e non da quello, eventualmente successivo, in cui si estingue la pena in corso di esecuzione. (Fattispecie relativa a delitto di evasione, contestato sul presupposto del persistere dello status detentionis dell’agente, in virtù dell’individuazione, ritenuta erronea dalla Corte, di un dies a quo postdatato della misura cautelare). Cass. pen. sez. VI 11 maggio 2000, n. 5556

In tema di custodia cautelare, la decorrenza dei termini non si computa ai sensi degli artt. 172 c.p.p. (vale a dire, secondo il calendario comune e senza tener conto dell’ora o del giorno in cui essa è iniziata), ma dal momento della cattura, dell’arresto o del fermo. Invero, come stabilisce l’art. 297 codice di rito, l’efficacia della custodia cautelare è in atto dal momento stesso della esecuzione della misura; da quel momento pertanto decorrono i termini per gli adempimenti relativi all’esercizio di attività implicanti il passaggio di fase. Cass. pen. sez. V 9 marzo 2000, n. 637

In tema di perdita di efficacia della custodia cautelare per scadenza dei termini, quando i titoli custodiali, pur se tutti decorrenti, quanto a durata, dalla prima ordinanza applicativa ex art. 297, comma terzo, c.p.p.siano stati emessi in distinti procedimenti, l’indagato ha interesse a ottenere la liberazione in relazione al titolo per il quale i termini di custodia siano scaduti, acquistando in tal modo lo status libertatis in ciascun provvedimento nel quale egli si trovi coinvolto. Cass. pen. sez. VI 22 febbraio 2000, n. 608

In tema di durata massima dei termini di custodia cautelare, mentre l’art. 297, comma quarto, c.p.p. introduce l’istituto del cosiddetto «congelamento», in forza del quale, limitatamente ai termini di fase e indipendentemente da un provvedimento del giudice, i giorni in cui sono tenute le udienze e quelli necessari per la deliberazione della sentenza non si computano, l’art. 304, comma secondo, c.p.p. prevede, in caso di dibattimenti particolarmente complessi, la sospensione dei termini di custodia cautelare, per effetto di un provvedimento del giudice, operante anche sugli intervalli fra le udienze e tra queste e il momento di deliberazione della decisione (cosiddetti tempi morti). Poiché i due istituti sono completamente autonomi, nei casi in cui venga adottato il provvedimento previsto dal comma secondo dell’art. 304, di più ampia portata temporale, il periodo di «congelamento» viene ad essere assorbito da quello di durata della sospensione, con la conseguenza della non cumulabilità dei periodi stessi. Cass. pen. sez. VI 19 maggio 1998, n. 1072

La retrodatazione della misura custodiale non vale per la fase del dibattimento, nella quale il termine decorre dal decreto di citazione a giudizio, ed ove non è prevista la possibilità di una retrodatazione del secondo decreto di citazione al primo, anche se riferito allo stesso reato per cui è stato emanato l’altro; ciò in quanto l’art. 297, comma terzo, c.p.p. è inapplicabile alla fase del dibattimento in mancanza di specifica disposizione di legge. (Nella specie l’imputato era stato tratto a giudizio con due decreti dopo essere stato raggiunto da due misure di custodia cautelare per reato associativo riconosciuto come unico, ed i termini della fase dibattimentale erano stati correttamente computati dal secondo decreto di rinvio a giudizio). Cass. pen. sez. VI 17 febbraio 1998, n. 437

Ai fini dell’applicabilità dell’art. 297, comma terzo, c.p.p.per fatti «non desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio» devono intendersi quelli per cui non sono ancora acquisiti, al momento della chiusura delle indagini in ordine ad altro reato contemplato in una precedente ordinanza cautelare e legato da qualificata connessione, gravi indizi di colpevolezza, indipendentemente dal fatto che il P.M. ne abbia notizia storica. Cass. pen. sez. I 8 settembre 1997, n. 3482

Il periodo di custodia cautelare scontato all’estero in esecuzione di un mandato di arresto europeo deve essere computato nella determinazione dei termini di fase, pur quando il soggetto detenuto all’estero sia al contempo sottoposto ad espiazione di una pena detentiva e non sia stato posto nella disponibilità della giurisdizione italiana. Cass. pen. sez. I 4 giugno 2010, n. 21056

In tema di compatibilità tra custodia cautelare e detenzione, il criterio stabilito dall’art. 297 comma 5 c.p.p.ai fini della decorrenza dei termini di custodia cautelare in costanza di detenzione per altro titolo, è richiamato dall’art. 298 comma 1 c.p.p. per escludere la sospensione della misura cautelare in atto, quando sopravvenga un ordine di carcerazione. La compatibilità è determinata dalla natura della misura cautelare e deve perciò ritenersi che la misura degli arresti domiciliari sia compatibile con l’espiazione della pena, infatti sia l’esecuzione di un ordine di carcerazione che il provvedimento di arresti domiciliari privano la persona della libertà di locomozione, indipendentemente dal luogo in cui è ristretta. Né l’incompatibilità può derivare da prescrizioni collaterali alla misura cautelare, che ne segnano esclusivamente le modalità esecutive, quali il permesso di recarsi in determinate ore del giorno per terapia riabilitativa presso il Sert, dal momento che esse non ne mutano la natura e gli effetti. Difatti la persona agli arresti, nel tempo limitato in cui deve trovarsi presso il centro riabilitativo, incluso quello necessario per gli spostamenti, si ritiene agli arresti anche se in diverso luogo mentre, ove non vi si rechi, si sottrae alla misura. (Nell’affermare il principio di cui in massima la Corte ha confermato il provvedimento del giudice di merito che aveva ordinato la scarcerazione dell’imputato ai sensi dell’art. 300 comma 4 c.p.p. anche se, essendo l’imputato in regime di arresti domiciliari, era stato notificato ordine di carcerazione per altra condanna, non ritenendo sospesa la custodia cautelare). Cass. pen. sez. V 18 dicembre 1997, n. 4941

La coesistenza dell’esecuzione da parte di un medesimo soggetto, il quale versi nella duplice situazione giuridica di imputato e condannato, di una delle misure alternative alla detenzione previste dalla legge n. 354 del 1975 e di una misura cautelare, consentita dal disposto del secondo comma dell’art. 298 c.p.p. non deroga al principio secondo cui uno stesso giorno (o periodo) di privazione della libertà personale non può essere autonomamente imputato a due diverse pene; come si evince dal quinto comma dell’art. 297 stesso codice, infatti, per quel che concerne la misura cautelare, la coesistenza è limitata al computo ed al decorso dei termini massimi di durata ed il relativo periodo non può essere computato ai fini della determinazione della pena da eseguire ai sensi dell’art. 657, primo comma, c.p.p. Cass. pen. sez. I 4 marzo 1993, n. 56

In tema di retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare, la nozione di anteriore “desumibilità” delle fonti indiziarie, poste a fondamento dell’ordinanza cautelare successiva dagli atti inerenti la prima ordinanza cautelare, richiede la sussistenza di indizi univoci e idonei a fondare una compiuta affermazione di responsabilità cautelare; ne consegue, che la pregressa esistenza di una serie di dichiarazioni di un collaboratore di giustizia o di un coindagato non possono essere ritenuti rilevanti se al momento delle dichiarazione non esisteva già un compendio che potesse essere di riscontro alle stesse.(Nel caso di specie, la S.C. ha ritenuto immune da censure la motivazione dell’ordinanza del tribunale del riesame che escludeva la sussistenza dell’ipotesi di “contestazione a catena” rispetto ad altra ordinanza già emessa nei confronti del medesimo soggetto, poiché, nonostante le dichiarazioni del coindagato fossero già esistenti al momento della adozione della prima ordinanza, solo successivamente gli inquirenti erano venuti in possesso degli elementi di oggettivo riscontro alle medesime). Cass. pen. sez. II 21 marzo 2017, n. 13834

Il c.d. congelamento dei termini di custodia cautelare nei giorni destinati alle udienze e alla deliberazione della sentenza ex art. 297 comma quarto cod. proc. pen. determina la possibilità di superamento dei soli termini ordinari di cui all’art. 303, commi primo, secondo e terzo, cod. proc. pen. mentre non ha alcuna incidenza sul computo della durata massima della custodia stessa, ai sensi dell’art. 304 comma sesto cod. proc. pen. che in nessun caso può superare il doppio dei predetti termini, in quanto il termine finale di fase deve essere considerato come limite estremo, superato il quale il permanere dello stato coercitivo non risulta più conforme al principio di proporzionalità espresso dall’art. 275, comma secondo, cod. proc. pen. Cass. pen. sez. II 13 febbraio 2017, n. 6861

In tema di computo dei termini della custodia cautelare, la previsione contenuta nell’art. 297, comma quarto, cod. proc. pen. che ha introdotto l’istituto del cosiddetto “congelamento” (in forza del quale, indipendentemente da un provvedimento del giudice, nel calcolo dei termini di fase non si tiene conto dei giorni in cui si sono tenute le udienze, né di quelli impiegati per la deliberazione della sentenza) si applica soltanto alle fasi del giudizio di primo grado e delle impugnazioni, con esclusione dell’udienza preliminare. Cass. pen. sez. V 10 novembre 2016, n. 47570

In tema di durata massima dei termini di custodia cautelare, l’art. 297, comma quarto, cod. proc. pen. ha introdotto l’istituto del cosiddetto “congelamento”, in forza del quale, limitatamente ai termini di fase e indipendentemente da un provvedimento del giudice, i giorni in cui sono tenute le udienza e quelli necessari per la deliberazione della sentenza non si computano, con la conseguenza che il relativo calcolo deve essere effettuato secondo il calendario comune, eliminando dal computo i giorni in cui si sono tenute le udienze, così che il termine non viene a scadere con il decorso del periodo di tempo previsto dall’art. 303 cod. proc. pen. dovendosi a quest’ultimo aggiungere un numero di giorni pari a quello delle udienze tenute. Cass. pen. sez. V 6 marzo 2015, n. 9781

In tema di durata massima della custodia cautelare, il cd. congelamento automatico dei termini, previsto dall’art. 297, comma quarto, cod. proc. pen. comporta che dalla durata complessiva della custodia debbano essere sottratti tutti i giorni in cui sono tenute le udienze, senza distinguere tra udienze precedenti o successive alla scadenza del termine ordinario, dovendo tale distinzione ritenersi irrilevante alla luce dell’automatismo previsto dalla norma, che determina il progressivo spostamento in avanti del termine originariamente previsto, via via che le udienze vengono celebrate. Cass. pen. sez. VI 22 marzo 2012, n. 11186

Il c.d. «congelamento» dei termini di fase della custodia catuelare, previsto dall’art. 297, comma 4, c.p.p. per i giorni in cui si tiene udienza e per quelli impiegati per la deliberazione della sentenza, opera anche con riguardo ai termini la cui durata sia stata prolungata in base alla diversa e non incompatibile disposizione di cui all’art. 303, comma 1, lett. b), n. 3 bis, c.p.p. Cass. pen. sez. I 11 agosto 2003, n. 34125

In tema di durata massima della custodia cautelare, il c.d. congelamento dei termini di fase previsto dall’art. 297, comma 4, c.p.p. opera automaticamente, senza necessità di una richiesta del pubblico ministero o di un provvedimento del giudice. Cass. pen. sez. III 9 luglio 2001, n. 27542

In tema di congelamento e di sospensione dei termini procedurali va affermata la totale diversità dei due istituti e la loro applicabilità in via alternativa nel computo dei termini della fase processuale; con la conseguenza dell’esclusione del cumulo dei due periodi di sospensione. Infatti l’istituto del congelamento dei termini si applica ope legis, ed opera solo in relazione ai giorni di udienza ed a quelli necessari per la deliberazione, incidendo solo sui termini di fase; mentre quello della sospensione opera in virtù di un provvedimento del giudice, e comprende i cosiddetti tempi morti (intervalli tra le udienze e tra le udienze e la deliberazione), incidendo non solo sui termini di fase ma anche su quelli di durata complessiva della misura cautelare. Cass. pen. sez. VI 17 febbraio 1998, n. 226

Il congelamento dei termini di custodia cautelare previsto dall’art. 297, comma quarto, c.p.p.e la sospensione dei termini di custodia cautelare prevista dall’art. 304, comma secondo, c.p.p.sono istituti diversi e indipendenti: il primo opera ex lege e solo sui giorni di udienza e su quelli necessari per la deliberazione della sentenza; l’altro richiede, invece, uno specifico provvedimento di sospensione e incide anche sugli intervalli e i tempi morti. Peraltro tali istituti non sono cumulabili, nel senso che in presenza della sospensione disposta a norma dell’art. 304, comma secondo, non può operare anche il congelamento dei tempi di udienza ex art. 297, comma quarto, essendo tale effetto ricompreso nel più ampio effetto sospensivo, restando in esso assorbito. Cass. pen. sez. VI 3 febbraio 1998, n. 5166

Il criterio generale di computo dei termini di custodia cautelare previsto dall’art. 297, comma 4, c.p.p. non trova applicazione qualora i suddetti termini siano stati sospesi ai sensi dell’art. 304, comma 2, c.p.p.applicandosi in tale ipotesi soltanto la disciplina dettata dalla seconda delle indicate disposizioni normative, per la quale ugualmente – così come previsto dall’art. 297, comma 4 – non si tiene conto dei giorni d’udienza e di quelli impiegati per la deliberazione della sentenza. Cass. pen. sez. I 30 ottobre 1997, n. 5864

Nell’ambito del periodo di sospensione dei termini disposto dall’art. 304, secondo comma, c.p.p. non opera il congelamento dei giorni di udienza di cui all’art. 297, quarto comma, c.p.p.essendo questi ultimi già oggetto del (più ampio) periodo di sospensione. Per il calcolo della durata di custodia cautelare ex art. 304, sesto comma in relazione al quarto comma, c.p.p. rileva il periodo di sospensione aumentato dell’eventuale tempo intercorso tra il dies a quo di cui alle lett. b), c), d) del primo comma dell’art. 303 e l’ordinanza di sospensione: tempo, quest’ultimo, computato alla stregua dell’art. 297, quarto comma, c.p.p. Cass. pen. sez. IV 27 giugno 1997, n. 1577

Il congelamento dei termini della custodia cautelare previsto dall’art. 297 comma 4 c.p.p. non è cumulabile con la sospensione dei termini prevista dall’art. 304 comma 2 c.p.p. poiché la seconda, di più ampia portata, esclude l’operatività del primo, limitato ai giorni delle udienze e della deliberazione della sentenza, che non siano già «coperti» dal provvedimento sospensivo. In nessun caso è possibile perciò cumularne gli effetti sommando al doppio dei termini di fase (tetto massimo previsto dall’art. 304 comma 6 c.p.p.) i giorni impegnati nell’udienza e nella deliberazione della sentenza. Cass. pen. sez. V 30 maggio 1997, n. 2206

Il congelamento dei termini di fase, previsto con portata generale dall’art. 297, quarto comma, c.p.p. opera autonomamente, senza necessità di un provvedimento del giudice, mentre tale provvedimento è richiesto per la sospensione di cui all’art. 304, secondo comma, c.p.p.qualora ricorrano le condizioni ivi previste. Cass. pen. Sezioni Unite 28 ottobre 1991

La sospensione dei termini di custodia cautelare ai sensi dell’art. 304, secondo comma, c.p.p. non si riferisce esclusivamente ai termini complessivi di custodia cautelare, ma anche a quelli di fase. Cass. pen. Sezioni Unite 28 ottobre 1991 (c.c. 1 ottobre 1991 n. 20)

La sospensione prevista dall’art. 304, secondo comma, c.p.p. comprende non solo i giorni in cui si sono tenute le udienze e quelli impiegati per la deliberazione delle sentenze (come nel caso del congelamento dei termini previsto dall’art. 297, quarto comma, c.p.p.), ma anche gli intervalli tra i giorni di udienza e tra questi e quelli impiegati per la deliberazione della sentenza (cosiddetti tempi morti). Cass. pen. Sezioni Unite 28 ottobre 1991

La retrodatazione prevista dall’art. 297, comma 3 c.p.p. presuppone che i fatti oggetto dell’ordinanza rispetto alla quale operare la retrodatazione siano stati commessi anteriormente all’emissione della prima ordinanza e tale condizione non sussiste nell’ipotesi in cui l’ordinanza successiva abbia ad oggetto la contestazione del reato di associazione di stampo mafioso con descrizione del momento temporale di commissione mediante una formula cosiddetta aperta, che faccia uso di locuzioni tali da indicare la persistente commissione del reato pur dopo l’emissione della prima ordinanza. È solo rispetto a condotte illecite anteriori all’inizio della custodia cautelare disposta con la prima ordinanza che può ragionevolmente operarsi la retrodatazione di misure adottate in un momento successivo, come si desume dalla lettera dell’art. 297, comma 3, c.p.p.che prende in considerazione solo i fatti diversi commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza. Cass.Sezioni Unite, 22 ottobre 2018, n. 48109

In tema di misure cautelari, la continuazione tra reato associativo mafioso e reati-fine, aggravati dalla finalità mafiosa, rilevante, ai sensi dell’art. 297 cod. proc. pen. ai fini della retrodatazione del “dies a quo” della custodia cautelare, si configura solo quando i reati fine sono stati già programmati, quanto meno nelle loro linee essenziali, sin dal momento della costituzione del sodalizio criminoso. (Nella specie, la Corte ha escluso la retrodatazione della misura per il reato di cui all’art. 416-bis cod. pen. in relazione a precedente misura emessa per un’estorsione aggravata ex art. 7 d.l. n. 152 del 1991, convertito in legge n. 203 del 1991, commessa successivamente alla costituzione del vincolo associativo genetico). Cass. pen. sez. V 26 ottobre 2017, n. 49224

In tema di contestazioni a catena, la garanzia processuale prevista dall’art. 297, comma terzo, cod. proc. pen.relativa alla retrodatazione dei termini di decorrenza della misura cautelare alla data di esecuzione della prima ordinanza, determina una dipendenza funzionale dell’ordinanza retrodatata dalla prima, di cui seguirà le sorti procedimentali; ne consegue che l’ordinanza successiva dovrà essere dichiarata inefficace solo nel caso in cui siano decorsi i termini massimi di custodia cautelare afferenti alla prima, ma non in quello di revoca di tale ordinanza per cessazione delle esigenze cautelari. Cass. pen. sez. VI 9 maggio 2017, n. 22571

Quando sono emesse più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare personale nei confronti dello stesso imputato per fatti connessi, la regola della retrodatazione della durata dei termini di custodia cautelare prevista dall’art. 297, comma terzo, cod. proc. pen.non opera nel caso in cui ad un’ordinanza pronunciata nel corso delle indagini preliminari ne segua una seconda emessa in fase dibattimentale. Cass. pen. sez. VI 16 marzo 2017, n. 12752

In tema di contestazioni a catena, la garanzia processuale contenuta nell’art. 297 comma terzo cod.proc.pen.- relativa alla retrodatazione dei termini di decorrenza della misura cautelare data di esecuzione della prima ordinanza – non viene meno a seguito della definizione del procedimento penale nell’ambito del quale è stato emesso il primo provvedimento restrittivo, quale che sia la conclusione di quest’ultimo, sfavorevole (cfr. Corte cost.sent. n. 233 del 2011), ma anche favorevole all’imputato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che correttamente i giudici di merito avessero dichiarato estinta per decorrenza termini l’ordinanza applicativa di misura cautelare per il reato di omicidio, retrodatandone la decorrenza alla data di emissione di altra precedente ordinanza coercitiva per il reato di ricettazione, emessa nell’ambito di procedimento riunito sulla base del riconoscimento di una connessione qualificata tra i due reati, e per il quale era intervenuta archiviazione). Cass. pen. sez. I 8 giugno 2015, n. 24438

L’appello concernente misure cautelari personali, implicando una valutazione globale della prognosi cautelare, attribuisce al giudice “ad quem” tutti i poteri “ab origine” rientranti nella competenza funzionale del primo giudice, ivi compreso quello di decidere, pur nell’ambito dei motivi prospettati e, quindi, del principio devolutivo, anche su elementi diversi e successivi rispetto a quelli utilizzati dall’ordinanza impugnata, applicandosi anche a tale procedimento l’art. 603, secondo e terzo comma, cod. proc. pen. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato con rinvio l’ordinanza che – in relazione alla dedotta applicabilità della retrodatazione dell’ordinanza cautelare ai sensi dell’art. 297, terzo comma, cod. proc. pen. – aveva ritenuto essere sottratta al suo sindacato la valutazione se la separazione delle indagini in due diversi procedimenti fosse o meno il frutto di una scelta discrezionale del pubblico ministero, per il fatto di non avere a disposizione gli atti di indagine necessari per tale apprezzamento). Cass. pen. sez. VI 3 giugno 2015, n. 23729

In tema di contestazioni a catena, nel caso in cui il meccanismo della retrodatazione degli effetti della misura cautelare successiva sia invocato in relazione a reati connessi ex art. 12 lett. b) e c) cod. proc. pen. contestati in diversi procedimenti, la verifica del giudice circa il requisito di “desumibilità dagli atti” dev’essere ancorata al momento nel quale è stato disposto il rinvio a giudizio dell’imputato; e non a quello dell’emissione della prima misura cautelare, momento che assume rilevanza soltanto quando la retrodatazione sia invocata in assenza di rapporti di connessione qualificata tra i fatti dedotti nei diversi titoli cautelari. Cass. pen. sez. I 15 ottobre 2013, n. 42442

La retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare disposta per differenti reati non solo presuppone, in ogni caso, che la seconda ordinanza abbia ad oggetto fatti anteriori a quelli oggetto della prima, ma, quando i reati siano oggetto di distinti provvedimenti e procedimenti e tra gli stessi non sussista una delle ipotesi di connessione qualificata previste dall’art. 297, comma terzo, c.p.p.richiede anche, come condizioni ulteriori ed autonomamente necessarie, che, al momento dell’emissione della prima ordinanza, fossero già desumibili, dagli atti a disposizione, gli elementi per emettere il successivo provvedimento e che i diversi procedimenti, pendenti davanti alla stessa autorità giudiziaria, fossero stati tenuti separati in conseguenza di una scelta del pubblico ministero. Cass. pen. sez. VI 12 marzo 2013, n. 11807

Nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze le quali dispongano la medesima misura cautelare per fatti diversi, tra i quali non sussiste la connessione prevista dall’art. 297, comma terzo, c.p.p.la regola della retrodatazione dei termini di durata della misura non si applica con riferimento a provvedimenti adottati in procedimenti diversi, anche se, al momento dell’emissione della prima ordinanza, fossero desumibili dagli atti gli elementi che hanno giustificato quelle successive. (Fattispecie in cui la Corte ha ravvisato la diversità dei procedimenti nonostante l’occasionale genesi, nel corso delle investigazioni relative alla vicenda oggetto della prima ordinanza, degli elementi di sospetto dai quali era nata l’indagine che aveva condotto all’emissione del secondo provvedimento). Cass. pen. sez. VI 31 gennaio 2013, n. 5050

In tema di cosiddetta “contestazione a catena”, la disciplina prevista dall’art. 297, comma terzo, c.p.p. per il computo dei termini di durata della custodia cautelare è applicabile nell’ipotesi in cui, al momento dell’emissione della seconda ordinanza custodiale, non sia ancora passata in giudicato la sentenza di condanna relativa ai fatti costituenti oggetto della prima ordinanza cautelare. Cass. pen. sez. I 16 marzo 2010, n. 10443

La questione della retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare per effetto della cosiddetta “contestazione a catena” è rilevabile d’ufficio nel corso del procedimento di riesame nel quale sia stata invocata l’insussistenza delle esigenze cautelari. Cass. pen. sez. III 11 marzo 2010, n. 9946

Anche nel caso di più ordinanze cautelari emesse in distinti procedimenti dinanzi alla medesima autorità giudiziaria nei confronti della stessa persona per fatti diversi non legati dalla connessione qualificata prevista dall’art. 297, comma terzo, c.p.p.opera la retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia allorché le notizie di reato siano pervenute a quella autorità precedentemente all’adozione della prima misura, a nulla rilevando la conoscenza effettiva, da parte di essa, della notizia sulla quale si fonda la misura ulteriore. Cass. pen. sez. I 5 marzo 2010, n. 8839

La disciplina dettata dall’art. 297, comma 3, c.p.p. per il caso di c.d. “contestazione a catena” può trovare applicazione solo con riguardo alla fase delle indagini preliminari e non già nel corso del dibattimento ovvero quando sia stata pronunciata sentenza di condanna di primo grado, giacchè solo nella detta fase la decorrenza del termine massimo di custodia cautelare coincide con il giorno di applicazione della misura, mentre per la fase dibattimentale il termine decorre dal decreto di citazione a giudizio e per la fase successiva decorre dalla pronuncia della sentenza di primo grado. Cass. pen. sez. I 30 dicembre 2009, n. 50000

Il meccanismo di computo dei termini di durata delle misure cautelari previsto dal terzo comma dell’art. 297 c.p.p. (cd. “contestazione a catena”) non si applica al caso in cui la precedente ordinanza cautelare sia stata emessa nell’ambito di un procedimento conclusosi con sentenza divenuta irrevocabile prima dell’adozione della seconda misura. Cass. pen. Sezioni Unite 18 maggio 2009, n. 20780

Quando nei confronti dello stesso imputato sono emesse in distinti procedimenti pendenti dinanzi alla medesima autorità giudiziaria ordinanze di custodia cautelare per fatti diversi tra i quali non sussiste la connessione qualificata prevista dall’art. 297, comma terzo, c.p.p.ai fini della valutazione circa la conoscibilità, da parte del pubblico ministero, degli elementi giustificativi della seconda ordinanza al momento di emissione della prima e della conseguente retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia, sono irrilevanti sia la provenienza delle notizie di reato da parte di autorità di polizia diverse, sia l’eventuale assegnazione dei procedimenti a magistrati diversi dello stesso ufficio. Cass. pen. sez. I 29 ottobre 2008, n. 40321

In tema di cosiddetta «contestazione a catena » la retrodatazione dei termini di durata della custodia cautelare relativi a misura disposta con ordinanza successiva opera anche quando la precedente ordinanza sia stata emessa nell’ambito di procedimento conclusosi con sentenza di condanna passata in giudicato. Cass. pen. sez. VI 15 ottobre 2008, n. 38852

In tema di rapporti tra estinzione di misure cautelari personali e computo dei relativi termini di durata, poichè l’art. 297, comma terzo, prima parte, c.p.p. non pone una deroga ai principi dettati dall’art. 300 c.p.p.è ininfluente la mancata emissione di una nuova ordinanza cautelare in caso di riqualificazione giuridica del fatto contenuta nella richiesta di rinvio a giudizio o nella sentenza di condanna di primo grado, salvo che ai fini del computo dei termini di durata massima della custodia cautelare. Cass. pen. sez. III 15 gennaio 2008, n. 2021

In tema di termini di durata della custodia cautelare, l’assoluzione nel giudizio di primo grado dal reato più grave – nell’ipotesi di pluralità di ordinanze cautelari concernenti fatti diversi ma desumibili al momento della emissione della prima ordinanza, ex art. 297, comma terzo, c.p.p. – non spiega effetti in ordine al computo del termine di fase del giudizio di primo grado, concernente i reati superstiti, in quanto in detta fase occorre tener conto solo della contestazione. Cass. pen. sez. V 17 dicembre 2007, n. 46835

In tema di cd. contestazione a catena, la questione attinente all’asserita violazione dell’art. 297, comma terzo, c.p.p. non riguarda l’intrinseca legittimità dell’ordinanza cautelare, ma l’efficacia della misura, sicchè non è deducibile in sede di riesame, dovendo essere proposta con istanza di revoca della misura cautelare al giudice procedente. Cass. pen. sez. I 19 settembre 2007, n. 35113

In tema di c.d. contestazione a catena, la disciplina prevista dall’art. 297, comma terzo, c.p.p. presuppone la coesistenza delle diverse ordinanze applicative di una misura cautelare per il medesimo fatto ovvero per fatti connessi o teleologicamente collegati; ne consegue che tale disciplina non trova applicazione se il secondo provvedimento cautelare non è stata adottato in costanza di esecuzione del primo, perchè per i fatti oggetto di quest’ultimo l’imputato è già stato condannato con sentenza divenuta irrevocabile. Cass. pen. sez. IV 9 luglio 2007, n. 26434

La ratio della disposizione dettata dall’articolo 297, comma 3, del c.p.p.in tema di «retrodatazione della misura cautelare in caso di «contestazioni a catena», è quella di impedire la strumentale diluizione dei termini di custodia cautelare per effetto di episodiche o frazionate disaggregazioni di più fattispecie cautelari. (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. VI 24 aprile 2007, n. 16492

Ai fini dell’applicazione dell’articolo 297, comma 3, del c.p.p.la nozione di anteriore «desumibilità» delle fonti indiziarie, poste a fondamento dell’ordinanza cautelare successiva, dagli atti inerenti la prima ordinanza cautelare, non va confusa con quella di semplice «conoscenza» o «conoscibilità» di determinate evenienze fattuali. Infatti, la desumibilità, per essere rilevante ai fini del meccanismo di cui all’articolo 297, comma 3, del c.p.p.deve essere individuata nella condizione di conoscenza, da un determinato compendio documentale o dichiarativo, degli elementi relativi a un determinato fatto-reato che abbiano in sé una specifica «significanza processuale»; ciò che si verifica allorquando il pubblico ministero procedente sia nella reale condizione di avvalersi di un quadro sufficientemente compiuto ed esauriente (sebbene modificabile nel prosieguo delle indagini) del panorama indiziario, tale da consentirgli di esprimere un meditato apprezzamento prognostico della concludenza e gravità delle fonti indiziarie (articolo 273 del c.p.p.), suscettibili di dare luogo – in presenza di concrete esigenze cautelari (articolo 274 del c.p.p.) – alla richiesta e all’adozione di una (nuova) misura cautelare. In altri termini, la sola conoscenza o conoscibilità di un determinato evento o dato, discendente dalla sua storica esistenza, non può essere equiparata a una desumibilità processualmente significativa e finalisticamente orientata a valutazioni e apprezzamenti propri dell’attività di indagine preliminare, quale è quella richiesta ai fini dell’articolo 297, comma 3, del codice di procedura penale. (Mass. redaz.). Cass. pen. sez. VI 24 aprile 2007, n. 16492

La regola della retrodatazione della decorrenza dei termini di custodia cautelare, nel caso di emissione di più ordinanze che dispongono la medesima misura nei confronti dello stesso imputato per fatti diversi, trova applicazione pur quando, in assenza di connessione qualificata, si sia proceduto separatamente, sempre che i fatti siano stati commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza e gli elementi indiziari posti a fondamento della seconda ordinanza fossero già desumibili dagli atti al momento della emissione della precedente. Cass. pen. sez. II 23 maggio 2006, n. 18003

Quando nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze cautelari per fatti diversi in relazione ai quali esiste una connessione qualificata, opera la retrodatazione prevista dall’art. 297, comma terzo, c.p.p. anche rispetto a fatti oggetto di un « diverso» procedimento, se questi erano desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio per il fatto o i fatti oggetto della prima ordinanza. Cass. pen. sez. II 2 marzo 2006, n. 7615

La retrodatazione, ai sensi dell’art. 297, comma 3, c.p.p.della decorrenza dei termini di custodia cautelare alla data della esecuzione o notificazione di una prima ordinanza cautelare, cui ne siano seguite altre relative a fatti diversi, non opera qualora questi ultimi formino oggetto di un diverso procedimento e non siano in rapporto di connessione qualificata (quale indicato nella citata disposizione normativa) con gli altri ai quali si riferisce la prima ordinanza, nulla rilevando, in tale situazione, il momento della desumibilità dagli atti degli elementi indizianti atti a giustificare l’emissione delle ordinanze successive. Cass. pen. sez. I 12 gennaio 2006, n. 1077

Nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare per fatti diversi, commessi anteriormente all’emissione della prima ordinanza, legati da concorso formale, da continuazione o da connessione teleologica, la retrodatazione della decorrenza dei termini delle misure disposte con le ordinanze successive, prevista dall’art. 297, comma terzo, c.p.p.opera indipendentemente dalla possibilità, al momento dell’emissione della prima ordinanza, di desumere dagli atti l’esistenza dei fatti oggetto delle ordinanze successive, e, a maggior ragione, indipendentemente dalla possibilità di desumere dagli atti l’esistenza degli elementi idonei a giustificare le relative misure. Cass. pen. Sezioni Unite 10 giugno 2005, n. 21957

La retrodatazione della misura custodiale non vale per la fase successiva all’emissione del provvedimento che dispone il giudizio ordinario o abbreviato ovvero della sentenza di applicazione della pena su richiesta, stante l’inapplicabilità dell’art. 297, comma terzo, c.p.p. in mancanza di specifica disposizione di legge (in motivazione, la Corte ha chiarito che l’«omissione» legislativa si giustifica, in quanto solo nella fase delle indagini preliminari si pone la concreta esigenza di evitare possibili elusioni dei termini di durata delle misure cautelari). Cass. pen. sez. VI 18 febbraio 2004, n. 6841

Agli effetti di quanto previsto dall’art. 297 terzo comma c.p.p.l’esclusione della continuazione o del vincolo della connessione teleologica fra il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed i singoli reati fine deve essere adeguatamente motivata dal giudice del riesame, in quanto il carattere specialistico del programma criminoso, finalizzato alla commissione di reati connessi al traffico illecito delle sostanze stupefacenti, non consente di negare, sulla base di una semplice massima d’esperienza, che i singoli reati fine siano stati ideati sin dal momento costitutivo dell’associazione. Cass. pen. sez. VI 14 agosto 2003, n. 34479

Ai sensi dell’art. 297, comma terzo, c.p.p.il quale fa divieto di applicare la così detta contestazione a catena, il termine al quale riferire la “desumibilità dagli atti” è diverso a seconda che in relazione al fatto oggetto della prima ordinanza cautelare sia o meno intervenuto rinvio a giudizio, al momento della emissione della seconda ordinanza cautelare, poiché, nella prima ipotesi (prevista dalla seconda parte dell’art. 297, comma terzo), la desumibilità dagli atti deve farsi risalire ad epoca anteriore al disposto rinvio a giudizio, mentre, nella seconda ipotesi (prevista dalla prima parte dell’art. 297, comma terzo), la desumibilità dagli atti deve essere riferita ad epoca anteriore all’emissione della prima ordinanza cautelare. Cass. pen. sez. V 24 gennaio 2003, n. 3632

In tema di divieto di c.d. «contestazione a catena», i termini di efficacia della nuova ordinanza cautelare emessa per lo stesso fatto oggetto di precedente ordinanza, ovvero per fatti diversi commessi antecedentemente e legati ad esso dal rapporto di connessione qualificata di cui alla prima parte dell’art. 297, comma 3, c.p.p.decorrono dal giorno in cui è stata notificata o eseguita la prima, se il quadro legittimante la seconda misura era già desumibile anteriormente ad essa, mentre decorrono dal momento in cui è emerso il quadro indiziante – inteso come notizia del fatto-reato e presenza delle condizioni legittimanti la custodia – se questo si è reso concreto in una data successiva al primo provvedimento, dovendosi escludere, ai fini della valutazione di «desumibilità degli atti» e della conseguente retrodatazione di efficacia dell’ulteriore provvedimento, la rilevanza delle sole acquisizioni precedenti alla prima ordinanza, qualora quella successiva sia emanata in pendenza della fase delle indagini preliminari. Cass. pen. sez. VI 17 dicembre 2002, n. 42271

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