Art. 296 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477)

Latitanza

Articolo 296 - Codice di Procedura Penale

1. È latitante chi volontariamente si sottrae alla custodia cautelare (285, 286), agli arresti domiciliari (284), al divieto di espatrio (281), all’obbligo di dimora (283) o a un ordine con cui si dispone la carcerazione (656).
2. Con il provvedimento che dichiara la latitanza (295), il giudice designa un difensore di ufficio (97) al latitante che ne sia privo e ordina che sia depositata in cancelleria copia dell’ordinanza con la quale è stata disposta la misura rimasta ineseguita. Avviso del deposito è notificato al difensore (293).
3. Gli effetti processuali conseguenti alla latitanza operano soltanto nel procedimento penale nel quale essa è stata dichiarata.
4. La qualità di latitante permane fino a che il provvedimento che vi ha dato causa sia stato revocato a norma dell’art. 299 o abbia altrimenti perso efficacia (300 ss., 309) ovvero siano estinti il reato o la pena (150 ss., 171 ss. c.p.) per cui il provvedimento è stato emesso.
5. Al latitante per ogni effetto è equiparato l’evaso (385 c.p.).

Articolo 296 - Codice di Procedura Penale

1. È latitante chi volontariamente si sottrae alla custodia cautelare (285, 286), agli arresti domiciliari (284), al divieto di espatrio (281), all’obbligo di dimora (283) o a un ordine con cui si dispone la carcerazione (656).
2. Con il provvedimento che dichiara la latitanza (295), il giudice designa un difensore di ufficio (97) al latitante che ne sia privo e ordina che sia depositata in cancelleria copia dell’ordinanza con la quale è stata disposta la misura rimasta ineseguita. Avviso del deposito è notificato al difensore (293).
3. Gli effetti processuali conseguenti alla latitanza operano soltanto nel procedimento penale nel quale essa è stata dichiarata.
4. La qualità di latitante permane fino a che il provvedimento che vi ha dato causa sia stato revocato a norma dell’art. 299 o abbia altrimenti perso efficacia (300 ss., 309) ovvero siano estinti il reato o la pena (150 ss., 171 ss. c.p.) per cui il provvedimento è stato emesso.
5. Al latitante per ogni effetto è equiparato l’evaso (385 c.p.).

Note

Massime

Ai fini dell’accertamento della volontarietà della sottrazione ad un provvedimento restrittivo della libertà personale, che costituisce il presupposto psicologico della declaratoria di latitanza, non occorre dimostrare la conoscenza della avvenuta emissione di tale provvedimento, ma è sufficiente che l’interessato si ponga in condizioni di irreperibilità, sapendo che quel provvedimento può essere emesso. Cass. pen. sez. VI 28 ottobre 2013, n. 43962

Il provvedimento dichiarativo della latitanza ha carattere strumentale, in funzione del perseguimento di ben precise finalità; ne consegue che non avrebbe senso una dichiarazione di latitanza fine a sé stessa, avulsa dalle esigenze di rispetto delle garanzie di legge, in relazione sia alla sussidiaria procedura notificatoria che al conferimento al difensore della rappresentanza del condannato. Dall’interpretazione dell’art. 296 c.p.p. si ricavano due distinti profili della disciplina della latitanza: uno sostanziale, afferente alla qualità del latitante, connessa alla consapevole sottrazione ad una delle misure previste nel primo comma (compreso l’ordine di carcerazione), ed un profilo formale, inerente alla mera declaratoria di quella condizione, i cui effetti processuali sono previsti per il solo latitante rispetto ad una misura custodiale e non già per il latitante rispetto ad una sentenza definitiva, per il quale il legislatore non ha previsto, neppure nell’art. 656 c.p.p.relativo all’esecuzione delle pene detentive, alcun riferimento alla disciplina del decreto di latitanza, posto che in questo secondo caso è da ritenere sufficiente che lo stato di latitanza risulti dal verbale di vane ricerche. (Nella fattispecie la Corte ha rigettato il ricorso avverso il provvedimento con cui il Tribunale, in qualità di giudice dell’esecuzione, aveva respinto la richiesta del P.M. di dichiarazione di latitanza per il condannato che si sottrae all’ordine di carcerazione). Cass. pen. sez. V 6 aprile 2000, n. 283

Il provvedimento che dichiara la latitanza presuppone il verbale di vane ricerche, che la polizia giudiziaria redige a seguito della mancata esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare, indicando in modo specifico le indagini svolte nei luoghi nei quali si presume che l’imputato possa trovarsi, senza essere vincolata, quanto ai luoghi di ricerca, dai criteri indicati in tema di irreperibilità. Sulla base di tale verbale il giudice dichiara lo stato di latitanza, qualora ritenga esaurienti le ricerche eseguite, salvo integrazioni, come si evince dall’ultimo comma dell’art. 295 c.p.p.compiendo una valutazione ispirata ad un criterio – rebus sic stantibus – di certezza, cioè con riferimento alla situazione concreta accertata in quel momento, senza che possano avere rilevanza, ai fini della legittimità del provvedimento, e quindi delle notificazioni in virtù di questo eseguite, le eventuali informazioni successivamente pervenute. Cass. pen. sez. VI 20 agosto 1992, n. 2978

La sospensione dei termini di durata della custodia cautelare, in pendenza dei termini per il deposito della motivazione della sentenza, opera nei confronti della situazione processuale obiettivamente considerata ed esplica, pertanto, i suoi effetti nei confronti di tutti coloro che vi sono sottoposti, sia degli imputati già detenuti nel corso del giudizio, sia di quelli che, giudicati in stato di latitanza o di libertà, siano sottoposti a misura cautelare dopo la lettura del dispositivo. Cass. pen. sez. VI 28 settembre 2007, n. 35767

L’ordinanza di sospensione dei termini di custodia cautelare che, a norma dell’art. 304, comma 2, c.p.p.riconosca in via generale la particolare complessità del dibattimento, opera anche nei confronti del latitante, impedendo che il suo successivo arresto faccia iniziare il decorso dei termini di cui all’art. 303 c.p.p. fino a quando non venga a cessare la causa di sospensione e salvi, ovviamente, i limiti di cui al comma 6 del medesimo art. 304 c.p.p. D’altra parte, ove così non fosse, la persona volontariamente sottrattasi alla esecuzione del provvedimento coercitivo verrebbe ad essere paradossalmente favorita rispetto a coloro nei cui confronti il provvedimento sia stato invece eseguito. Cass. pen. sez. I 20 settembre 1999, n. 4666

Ai fini della decorrenza del termine per presentare richiesta di riesame avverso un’ordinanza cautelare, l’arresto ai fini estradizionali eseguito su ordine del giudice estero non è assimilabile all’esecuzione della misura disposta dal giudice italiano. Pertanto nell’ipotesi del latitante arrestato all’estero, il suddetto termine inizia a decorrere dal momento in cui allo stesso, una volta estradato, viene notificata nel territorio nazionale l’ordinanza applicativa della misura cautelare. Cass. pen. sez. IV 21 gennaio 2008, n. 3032

Lo stato di latitanza viene meno, oltre che per le cause previste dall’art. 296, comma 4, c.p.p.soltanto con la cattura o la costituzione spontanea in Italia ovvero con l’arresto dell’imputato all’estero a fini estradizionali, in relazione al reato per il quale si procede, poiché in questo modo l’imputato viene a trovarsi anche nella disponibilità dell’autorità giudiziaria italiana. Cass. pen. sez. II 18 settembre 2002, n. 31253

In tema di titolo esecutivo, la notifica dell’estratto della sentenza contumaciale è validamente effettuata al difensore di fiducia, qualora, in fase dibattimentale, nei confronti dell’imputato latitante sia stato erroneamente emesso il decreto di irreperibilità anziché il provvedimento dichiarativo dello stato di latitanza ai sensi dell’art. 296 c.p.p. (In motivazione la Corte osserva che le noti.che devono essere eseguite a mani del difensore sia in caso di irreperibilità che di latitanza e che in entrambi i casi l’imputato è rappresentato a tutti gli effetti dal difensore a norma degli artt. 159, comma secondo, e 165, comma terzo, c.p.p.). Cass. pen. sez. I 13 gennaio 2006, n. 1382

In tema di liquidazione del compenso al difensore di ufficio, la disciplina prevista a favore del professionista nominato all’imputato irreperibile, che gli consente di rivolgersi direttamente al giudice, secondo le regole dettate per il patrocinio dei non abbienti, esonerandolo dall’onere di esperire previamente le procedure di recupero del credito, si applica anche nel caso di imputato latitante, in quanto la dichiarazione di latitanza presuppone le vane ricerche, ad opera della polizia giudiziaria, della persona colpita da misura cautelare personale, e tale situazione è assimilabile, ai fini della possibilità di azionare utilmente quelle procedure, alla condizione di irreperibilità. Cass. pen. sez. I 4 marzo 2004, n. 10367

Lo stato di latitanza dell’imputato, quando si risolve in un negativo comportamento processuale, può essere valutato dal giudice che può tenerne conto ai fini dell’applicazione ovvero della misura dell’incidenza delle circostanze attenuanti generiche. Cass. pen. sez. IV 4 ottobre 2002, n. 33283

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