Art. 292 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Ordinanza del giudice

Articolo 292 - codice di procedura penale

1. Sulla richiesta del pubblico ministero il giudice provvede con ordinanza (125; att. 92, 97).
2. L’ordinanza che dispone la misura cautelare contiene, a pena di nullità (181) rilevabile anche d’ufficio:
a) le generalità dell’imputato o quanto altro valga a identificarlo;
b) la descrizione sommaria del fatto con l’indicazione delle norme di legge che si assumono violate;
c) l’esposizione e l’autonoma valutazione (1) delle specifiche esigenze cautelari e degli indizi che giustificano in concreto la misura disposta, con l’indicazione degli elementi di fatto da cui sono desunti e dei motivi per i quali essi assumono rilevanza, tenuto conto anche del tempo trascorso dalla commissione del reato (273, 274);
c bis) l’esposizione e l’autonoma valutazione (2) dei motivi per i quali sono stati ritenuti non rilevanti gli elementi forniti dalla difesa, nonché, in caso di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, l’esposizione e l’autonoma valutazione (2) delle concrete e specifiche ragioni per le quali le esigenze di cui all’art. 274 non possono essere soddisfatte con altre misure;
d) la fissazione della data di scadenza della misura, in relazione alle indagini da compiere, allorché questa è disposta al fine di garantire l’esigenza cautelare di cui alla lett. a) del comma 1 dell’art. 274 (301);
e) la data e la sottoscrizione del giudice.
2 bis. L’ordinanza contiene altresì la sottoscrizione dell’ausiliario che assiste il giudice, il sigillo dell’ufficio e, se possibile, l’indicazione del luogo in cui probabilmente si trova l’imputato.
2 ter. L’ordinanza è nulla se non contiene la valutazione degli elementi a carico e a favore dell’imputato, di cui all’art. 358, nonché all’articolo 327 bis.
2 quater. Quando è necessario per l’esposizione delle esigenze cautelari e degli indizi, delle comunicazioni e conversazioni intercettate sono riprodotti soltanto i brani essenziali (3).
3. L’incertezza circa il giudice che ha emesso il provvedimento ovvero circa la persona nei cui confronti la misura è disposta esime gli ufficiali e gli agenti incaricati dal darvi esecuzione.

Articolo 292 - Codice di Procedura Penale

1. Sulla richiesta del pubblico ministero il giudice provvede con ordinanza (125; att. 92, 97).
2. L’ordinanza che dispone la misura cautelare contiene, a pena di nullità (181) rilevabile anche d’ufficio:
a) le generalità dell’imputato o quanto altro valga a identificarlo;
b) la descrizione sommaria del fatto con l’indicazione delle norme di legge che si assumono violate;
c) l’esposizione e l’autonoma valutazione (1) delle specifiche esigenze cautelari e degli indizi che giustificano in concreto la misura disposta, con l’indicazione degli elementi di fatto da cui sono desunti e dei motivi per i quali essi assumono rilevanza, tenuto conto anche del tempo trascorso dalla commissione del reato (273, 274);
c bis) l’esposizione e l’autonoma valutazione (2) dei motivi per i quali sono stati ritenuti non rilevanti gli elementi forniti dalla difesa, nonché, in caso di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, l’esposizione e l’autonoma valutazione (2) delle concrete e specifiche ragioni per le quali le esigenze di cui all’art. 274 non possono essere soddisfatte con altre misure;
d) la fissazione della data di scadenza della misura, in relazione alle indagini da compiere, allorché questa è disposta al fine di garantire l’esigenza cautelare di cui alla lett. a) del comma 1 dell’art. 274 (301);
e) la data e la sottoscrizione del giudice.
2 bis. L’ordinanza contiene altresì la sottoscrizione dell’ausiliario che assiste il giudice, il sigillo dell’ufficio e, se possibile, l’indicazione del luogo in cui probabilmente si trova l’imputato.
2 ter. L’ordinanza è nulla se non contiene la valutazione degli elementi a carico e a favore dell’imputato, di cui all’art. 358, nonché all’articolo 327 bis.
2 quater. Quando è necessario per l’esposizione delle esigenze cautelari e degli indizi, delle comunicazioni e conversazioni intercettate sono riprodotti soltanto i brani essenziali (3).
3. L’incertezza circa il giudice che ha emesso il provvedimento ovvero circa la persona nei cui confronti la misura è disposta esime gli ufficiali e gli agenti incaricati dal darvi esecuzione.

Note

(1) Le parole: «e l’autonoma valutazione» sono state inserite dall’art. 8, comma 1, della L. 16 aprile 2015, n. 47.
(2) Le parole: «e l’autonoma valutazione» sono state inserite dall’art. 8, comma 2, della L. 16 aprile 2015, n. 47.
(3) Questo comma è stato inserito dall’art. 3, comma 1, lett. f), del D.L.vo 29 dicembre 2017, n. 216. A norma dell’art. 9, comma 1, del medesimo provvedimento, così come da ultimo modificato dall’art. 9, comma 2, lett. a), del D.L. 14 giugno 2019, n. 53, convertito, con modificazioni, nella L. 8 agosto 2019, n. 77, tali disposizioni si applicano alle operazioni di intercettazione relative a provvedimenti autorizzativi emessi dopo il 31 dicembre 2019.

Massime

Il principio della immodificabilità delle ordinanze definitive rebus sic stantibus è principio generale; conseguentemente, anche se il cosiddetto giudicato appare attenuato per i provvedimenti cautelari, esecutivi e di sorveglianza, rispetto all’irrevocabilità delle sentenze e dei decreti penali, tuttavia i limiti del riesame di tali provvedimenti devono ritenersi rigorosi e subordinati alla sopravvenienza di fatti nuovi ovvero non considerati che incidono sulla situazione cautelare o esecutiva in atto: né può considerarsi fatto nuovo una evoluzione giurisprudenziale di norma giuridica già diversamente applicata o una prospettazione diversa dei medesimi fatti, costituendo entrambe le ipotesi censure giuridiche, ormai precluse, ad una decisione definitiva. (Affermando siffatti principi la Cassazione ha ritenuto che correttamente la corte d’appello, quale giudice dell’esecuzione, avesse dichiarato inammissibile un’istanza diretta ad ottenere applicazione della continuazione, costituente riproposizione di altra precedentemente già respinta, non essendosi dedotti fatti nuovi, ma semplicemente erronea applicazione dell’istituto). Cass. pen. sez. I 2 maggio 1994, n. 1876

Il principio per cui i provvedimenti soggetti ad impugnazione divengono definitivi allorquando sia infruttuosamente decorso il termine per impugnare o siano stati esauriti i gravami previsti dalla legge, coprendo il dedotto ed il deducibile, vale anche per i provvedimenti concernenti la libertà personale i quali, tuttavia, sono caratterizzati da una definitività particolare in quanto riconducibili alla categoria dei provvedimenti sottoposti alla clausola rebus sic stantibus nel senso che è consentito un costante adeguamento del diritto alla libertà alla evoluzione della situazione di diritto sostanziale e processuale, le cui modifiche, pertanto, consentono di rivedere lo status detentionis. (La Cassazione ha osservato che il principio di cui in massima è ricavabile anche dall’art. 299 commi primo, secondo e quarto c.p.p. ove sono considerate e regolate le ipotesi di revoca o di sostituzione sia delle misure coercitive personali che di quelle interdittive appunto in dipendenza dei mutamenti che intervengono e che possono influire sulle condizioni di legittimità per l’applicazione delle misure od in ordine alle esigenze cautelari). Cass. pen. sez. I 21 aprile 1993, n. 1197

Il giudicato che si forma in relazione ad un procedimento incidentale riguardante l’applicazione di una misura cautelare copre il dedotto, ma non il deducibile. Diversamente, si introdurrebbe un limite preclusivo di ammissibilità ignoto allo stesso giudizio principale, nel quale è consentito alle parti devolvere al giudice d’appello questioni non prospettate a quello di prima istanza. (La S.C.ha annullato l’ordinanza del Tribunale della libertà che rigettava l’appello contro il provvedimento con cui il G.I.P. aveva respinto l’istanza di revoca della misura cautelare personale, rilevando che la doglianza sulla legittimità delle intercettazioni telefoniche eseguite, formulata per la prima volta, era preclusa dal giudicato implicito, formatosi a seguito di due precedenti istanze di revoca, disattese dal G.I.P. e non impugnate dall’interessato). Cass. pen. sez. V 15 dicembre 1992, n. 1748

La mancata o ritardata proposizione delle impugnazioni previste dalla legge avverso le ordinanze applicative di misure cautelari, oppure la loro reiezione, rendono definitive, sia pure di una definitività allo stato degli atti (in quanto si deve tener conto dell’evoluzione procedimentale e del contesto probatorio sopravveniente) le statuizioni in esso contenute. Cass. pen. sez. V 13 giugno 1992

Le misure cautelari (nella specie interdittiva: divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale), pur attenendo alle fondamentali libertà costituzionali sulle quali vengono ad incidere, appartengono al diritto processuale, proprio perché improntate alla garanzia di situazioni contingenti in vista di future possibilità di sviluppo. Esse sono prive del carattere di definitività, pur presentando quello della afflittività. Ne deriva che sono disciplinate dalla regola tempus regit actum. (Nella specie la Corte ha ritenuto che correttamente i giudici del merito avessero applicato l’art. 278 c.p.p. nel testo modificato dal D.L. 1 marzo 1991, n. 60 conv. in L. 22 aprile 1991, n. 133). Cass. pen. sez. III 15 aprile 1992

In tema di misure cautelari personali, il requisito dell’autonoma valutazione del giudice cautelare, di cui all’art. 292, comma 2, lett. c) bis cod. proc. pen. è compatibile con la redazione dell’ordinanza con la tecnica c.d. dell’”incorporazione” quando dal contenuto complessivo del provvedimento emerga la conoscenza degli atti del procedimento, e, ove necessaria, la rielaborazione critica degli elementi sottoposti al vaglio del riesame, giacché la valutazione autonoma non necessariamente comporta la valutazione difforme. Cass. pen. sez. V 11 gennaio 2019, n. 1304

In tema di misure cautelari personali, ricorre un’autonoma valutazione da parte del giudice ex art. 292, comma 2, lett.c) bis, cod. proc. pen. – anche in sede di gravame ­quando venga richiamato in maniera pio meno estesa il provvedimento impugnato con la tecnica di redazione “per incorporazione”, con condivisione delle considerazioni già svolte da altri, poiché valutazione autonoma non vuol dire valutazione diversa o difforme, sempre chè emerga dal provvedimento una conoscenza degli atti del procedimento e, se necessario, una rielaborazione critica degli elementi sottoposti a vaglio giurisdizionale, eventualmente con la graduazione o rigetto delle misure. Cass. pen. sez. V 2 gennaio 2019, n. 70

In tema di motivazione delle ordinanze cautelari personali, la necessità di una “autonoma valutazione” delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, introdotta all’art. 292, comma 1, lett.c), cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, impone al giudice di esplicitare le valutazioni sottese all’adozione della misura, mentre invece gli elementi fattuali possono essere trascritti così come indicati nella richiesta del pubblico ministero e senza alcuna aggiunta, costituendo il dato oggettivo posto alla base della richiesta. (In motivazione, la Corte ha aggiunto che non vi sono schemi rigidi l’osservanza dei quali consente di ritenere soddisfatto il requisito dell’autonoma valutazione, essendo il giudice libero di adottare le formule pù opportune a giustificare la decisione). Cass. pen. sez. VI 11 ottobre 2017, n. 46792

In tema di motivazione delle ordinanze cautelari personali, la previsione di “autonoma valutazione” delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, introdotta all’art. 292, comma primo, lett.c), cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, impone al giudice di esplicitare, indipendentemente dal richiamo in tutto o in parte di altri atti del procedimento, i criteri adottati a fondamento della decisione e non implica, invece, la necessità di una riscrittura “originale” degli elementi o circostanze rilevanti ai fini della disposizione della misura. Cass. pen. sez. VI 21 marzo 2017, n. 13864

È inammissibile il ricorso per cassazione avverso un provvedimento di correzione di errore materiale emesso dal giudice con procedura “de plano”, invece che ritualmente, previa celebrazione di camera di consiglio, se il ricorrente non deduce un concreto interesse a partecipare alla camera di consiglio per allegare fatti o situazioni decisive, direttamente incidenti sul provvedimento impugnato. Cass. pen. sez. IV 23 settembre 2016, n. 39523

In tema di motivazione delle ordinanze cautelari personali, la previsione dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza (ad opera dalla legge 16 aprile 2015, n. 47 che ha novellato l’art.292 co.1 lett.c cod.proc.pen.) non ha carattere innovativo, trattandosi della sottolineatura di un obbligo già sussistente per il giudice di manifestare all’esterno in modo percepibile il proprio convincimento, obbligo correlato ai principi di terzietà ed imparzialità che sovrintendono alla funzione giudicante. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la necessità di un’autonoma valutazione è compatibile con una tecnica redazionale “per relationem”, sempre che dal contenuto complessivo del provvedimento emerga in modo chiaro che si sia presa cognizione dei contenuti dimostrativi dell’atto richiamato o incorporato e li si abbia autonomamente rapportati ai parametri normativi di riferimento). Cass. pen. sez. I 11 febbraio 2016, n. 5787

In tema di motivazione dell’ordinanza cautelare, le modifiche introdotte negli artt. 292 e 309 cod. proc. pen. dalla L. 16 aprile 2015, n. 47, non hanno carattere innovativo, essendo stata solo esplicitata la necessità che, dall’ordinanza, emerga l’effettiva valutazione della vicenda da parte del giudicante; ne consegue che deve ritenersi nulla, ai sensi dell’art. 292 cod. proc. pen. l’ordinanza priva di motivazione o con motivazione meramente apparente e non indicativa di uno specifico apprezzamento del materiale indiziario. Cass. pen. sez. VI 12 ottobre 2015, n. 40978

Il potere dovere del tribunale del riesame di integrazione delle insufficienze motivazionali del provvedimento impugnato non opera, oltre che nel caso di carenza grafica, anche quando l’apparato argomentativo, nel recepire integralmente il contenuto di altro atto del procedimento, o nel rinviare a questo, si sia limitato all’impiego di mere clausole di stile o all’uso di frasi apodittiche, senza dare contezza alcuna delle ragioni per cui abbia fatto proprio il contenuto dell’atto recepito o richiamato o comunque lo abbia considerato coerente rispetto alle sue decisioni. (Fattispecie in cui l’ordinanza applicativa di misura coercitiva personale era costituita dalla copia di parti di motivazioni di ordinanze emesse nell’ambito di differenti vicende giudiziarie e dell’integrale contenuto della richiesta del pubblico ministero, senza che si fosse neppure provveduto alle modifiche formali rese necessarie dal mutamento del tipo di atto e dell’autorità procedente). Cass. pen. sez. VI 2 luglio 2012, n. 25631

Il tribunale del riesame non può annullare il provvedimento cautelare impugnato ravvisando difetto di motivazione, potendo il solo giudice di legittimità pronunciare il relativo annullamento per tale vizio, ma deve provvedere integrativamente ad un’autonoma valutazione del quadro indiziario già conosciuto dal giudice delle indagini preliminari. (Fattispecie relativa ad ordinanza del Tribunale del riesame che aveva annullato l’ordinanza applicativa di custodia cautelare emessa dal Gip asserendo che questa fosse priva di autonoma valutazione rispetto alla richiesta del P.M.). Cass. pen. sez. II 29 febbraio 2012, n. 7967

In materia di misure cautelari personali, l’obbligo previsto dal secondo comma dell’art. 292, lett. c bis) c.p.p.di esporre i motivi per i quali non sono ritenuti rilevanti gli elementi addotti dalla difesa, è imposto sia al giudice che emette l’ordinanza sia al tribunale della libertà che rigetta la richiesta di riesame, allorchè tali elementi siano prospettati dinanzi a quest’ultimo. Cass. pen. sez. I 7 febbraio 2012, n. 4777

L’ordinanza applicativa di una misura cautelare è legittimamente motivata con la integrale riproduzione della richiesta del P.M.purché sia consentito al giudice del riesame ed a quello di legittimità, nell’ambito delle rispettive competenze, di controllare il quadro indiziario e la correttezza dell’ “iter” logico seguito dal giudice di prime cure. Cass. pen. sez. II 23 febbraio 2011, n. 6966

In tema di misure cautelari personali, l’omissione del riferimento al tempo trascorso dalla commissione del reato non determina la nullità dell’ordinanza allorchè risulti l’incidenza complessiva degli elementi di giudizio a carico dell’indagato, atteso che il riferimento al decorso del tempo, introdotto nel testo dell’art. 292, comma secondo lett. c), c.p.p. dall’art. 1 della L. 8 agosto 1995 n. 332, non ha valenza semantica autonoma ed indipendente dalla disposizione nella quale è inserito, ma ne specifica il contenuto con riferimento alla dimensione indiziaria degli elementi acquisiti ed alla configurazione delle esigenze cautelari, ed è integrabile dal giudice del riesame che può esplicitarne i contenuti. Cass. pen. sez. I 28 gennaio 2010, n. 3634

La motivazione per relationem di un provvedimento giudiziale è da considerarsi legittima quando: a) faccia riferimento ad altro atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; b) fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto delle ragioni del provvedimento di riferimento ritenendole coerenti con la sua decisione; c) l’atto di riferimento sia conosciuto dall’interessato o almeno a lui ostensibile. (Fattispecie relativa all’integrale recepimento da parte del G.i.p. della richiesta del P.M. circa l’applicazione della misura cautelare). Cass. pen. sez. IV 28 gennaio 2008, n. 4181

È illegittimo, per omesso esame dei motivi e motivazione apparente, il provvedimento con il quale il tribunale, nell’esaminare la richiesta di revoca di una ordinanza di custodia cautelare, la respinga motivando la propria decisione mediante la mera elencazione descrittiva di elementi di fatto, apoditticamente affermati come indizianti, senza alcuna argomentazione valutativa di essi, né singolarmente assunti né complessivamente considerati. (Nella specie, la Corte ha ritenuto inidonea una siffatta motivazione del provvedimento di riesame di una ordinanza cautelare già di per sè eccessivamente sintetica e priva di riferimento agli elementi essenziali indicati nell’art. 292 c.p.p.tanto piquando ognuno di tali elementi aveva costituito oggetto di censura da parte del ricorrente). Cass. pen. sez. VI 5 settembre 2002, n. 30257

La motivazione per relationem è ammissibile allorché rinvii ad altri provvedimenti dello stesso procedimento, atteso che in tal caso è possibile per il giudice dell’impugnazione controllare l’iter logico e giuridico che sorregge la decisione impugnata attraverso l’esame degli atti del fascicolo, diversamente da quanto accade in caso di rinvio a provvedimenti di altri procedimenti che non possono essere attinti dal giudice dell’impugnazione. Cass. pen. sez. III 15 settembre 2001, n. 33648

L’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari che, per quanto concerne l’esposizione degli indici di colpevolezza, recepisca integralmente la richiesta del pubblico ministero, non può ritenersi mancante di motivazione. Cass. pen. sez. V 11 febbraio 2000, n. 6234

La mancanza assoluta di motivazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza è annoverabile fra le ragioni meramente formali di annullamento dell’ordinanza applicativa di misura cautelare, la cui riscontrata sussistenza non impedisce la reiterazione della suddetta ordinanza. Cass. pen. sez. I 20 gennaio 2000, n. 7266

In tema di provvedimenti cautelari, la motivazione può essere fatta anche per relationem, ma perché essa possa in tal caso essere considerata legittima è necessario che non faccia riferimento ad un precedente, lontano, altro provvedimento – (in quanto, in tal caso, mancherebbe una aggiornata valutazione delle risultanze probatorie e delle esigenze cautelari) – ma faccia bensì rinvio ad altro, analogo e recente provvedimento (sempre che, nelle more, non siano intervenuti mutamenti nella situazione di fatto e processuale). È necessario, altresì, che l’ordinanza richiamata sia conosciuta o conoscibile dall’interessato per modo che questi sia posto in grado di controllarne (esaminando il precedente provvedimento) la congruenza, la logicità e, quindi, la legittimità. Cass. pen. sez. II 20 dicembre 1999, n. 2218

Il ricorso diretto per cassazione avverso l’ordinanza applicativa di una misura coercitiva è consentito solo per violazione di legge e non anche per vizio della motivazione. Tra le ipotesi di violazione di legge rientrano la mancanza assoluta di motivazione, il cui obbligo è prescritto a pena di nullità dall’art. 125 comma terzo c.p.p. e la mancanza di uno degli elementi previsti, sempre a pena di nullità, dall’art. 292, comma secondo, stesso codice. Ne consegue che, qualora il Gip abbia esposto in modo specifico le esigenze cautelari, nonché gli indizi che giustificano in concreto la misura coercitiva disposta, indicando la loro genesi, il loro contenuto e la loro rilevanza, è improponibile in sede di legittimità ogni censura diretta a rilevare eventuali illogicità o contraddizioni del provvedimento impugnato, sia con riferimento alla gravità dei fatti, sia con riferimento alla ritenuta sussistenza di esigenze cautelari. Cass. pen. sez. I 20 maggio 1999, n. 2888

La motivazione per relationem dell’ordinanza impositiva di misura cautelare, la quale recepisca, per economia processuale, la richiesta del pubblico ministero, deve ritenersi legittima, in quanto comunque idonea a consentire una precisa delimitazione del quadro indiziario ed a dar luogo, quindi, all’instaurazione, nel procedimento incidentale, di un effettivo e trasparente contraddittorio che assicuri all’indagato il diritto di difesa ed al giudice del riesame la possibilità di controllare la rilevanza degli elementi posti a base del giudizio di probabile reità e la correttezza dell’iter logico attraverso il quale il giudice che ha emesso l’ordinanza è pervenuto alla propria decisione. Cass. pen. sez. I 12 maggio 1999, n. 2503

Una dichiarazione accusatoria dal contenuto frammentario, perché documentata in un verbale coperto da vari omissis, e anonima in ordine alla identità della persona che l’ha resa, può essere valutata quale fonte di prova, agli effetti della applicazione di una misura cautelare, soltanto nella ipotesi in cui le omissioni, sia relative alla identità del dichiarante che al relativo contenuto, siano state giustificate da obiettive e dichiarate esigenze di cautela processuale, tali da poter essere positivamente valutate dal giudice che deve controllarne la valenza processuale, e che il contenuto residuo della dichiarazione possa essere proficuamente utilizzato per un giudizio da parte del giudice in ordine alla sua credibilità oggettiva. In mancanza di tali caratteristiche, la dichiarazione è equiparabile ad un documento anonimo, la cui utilizzazione processuale è espressamente vietata dall’art. 240 c.p.p. Cass. pen. sez. I 10 maggio 1999, n. 1872

In tema di motivazione dei provvedimenti cautelari, così come la motivazione del tribunale del riesame può integrare e completare la motivazione elaborata dal giudice che ha emesso il provvedimento restrittivo, quest’ultima ben pu a sua volta, essere utilizzata per colmare le eventuali lacune del successivo provvedimento; infatti, trattandosi di ordinanze complementari e strettamente collegate, esse, vicendevolmente e nel loro insieme, connotano l’unitario giudizio di sussistenza in ordine ai presupposti di applicabilità della misura cautelare. Cass. pen. sez. II 18 febbraio 1999, n. 672

Solo la mancanza della motivazione nell’ordinanza applicativa di misura cautelare, cui va equiparata la mera apparenza della medesima, può rientrare nella nozione di violazione di legge, a sostegno del ricorso per saltum previsto dall’art. 311, comma secondo, c.p.p. L’eventuale illogicità di essa implica l’esistenza di una motivazione, e quindi l’assenza della violazione di legge con riferimento all’art. 292, comma secondo, lett. c), secondo cui l’ordinanza deve contenere, a pena di nullità, anche l’esposizione degli indizi che giuti.cano in concreto la misura disposta. Cass. pen. sez. III 29 luglio 1998, n. 1889

In tema di riesame delle misure cautelari, se l’ordinanza del tribunale della libertà può fare riferimento a quanto indicato in altri provvedimenti al fine di evitare la ripetizione di elementi già conosciuti dalle parti, tuttavia il mero appiattimento del giudice su valutazioni emergenti da altro provvedimento, senza alcun apporto critico e senza la presa in considerazione delle specifiche doglianze rivolte dagli interessati al provvedimento oggetto dell’impugnazione, concreta il vizio di mancanza della motivazione di cui all’art. 606, lett. e), c.p.p.; e ciò perché in subiecta materia vige il principio secondo cui l’obbligo di esporre i motivi per i quali non sono stati ritenuti rilevanti gli elementi addotti dalla difesa, previsto dall’art. 292, secondo comma, lett. c) bis c.p.p.è imposto sia al giudice che emette l’ordinanza applicativa della misura cautelare sia al tribunale del riesame, quando in tal sede detti elementi siano stati prospettati. Cass. pen. sez. II 23 gennaio 1998, n. 6757

In materia di misure cautelari l’obbligo di una motivazione organica, anche se sintetica ed essenziale, non è adempiuto con la cosiddetta motivazione per relationem – generalmente legittima – qualora essa si traduca nel riferimento ad atti non conosciuti e non conoscibili dalle parti, che non sono in grado conseguentemente di esercitare in concreto il diritto di difesa, e dal giudice sovraordinato, che non avendo contezza dell’atto, frequentemente neppure inserito nel fascicolo processuale, non è posto nelle condizioni di svolgere il sindacato di legittimità. (Fattispecie in cui la motivazione della misura si basava su un generico riferimento alla «comunicazione di notizia di reato» e ad una «annotazione», non allegate agli atti e ritenute perciòdalla Corte prive di contenuto concreto). Cass. pen. sez. V 30 agosto 1997, n. 2147

La disposizione dell’art. 292 comma secondo lett. c) c.p.p.come modificato dall’art. 9 legge 8 agosto 1995 n. 332, impone l’obbligo di motivazione, a tutela del fondamentale diritto di difesa, che non può essere assolto con il semplice riferimento ad altra ordinanza emessa in precedenza, nell’ambito di un procedimento cui l’attuale indagato non abbia partecipato. La motivazione per relationem è consentita, in materia di misure cautelari, qualora il giudice del riesame faccia riferimento al provvedimento impositivo – presupposto come conosciuto – che abbia dato luogo all’impugnazione, cioè all’interno del procedimento de libertate. Per contro, qualora l’indagato sia rimasto estraneo al procedimento, neppure basterebbe la notifica del provvedimento per supplire alla carenza della legale presunzione di conoscenza. Cass. pen. sez. V 14 gennaio 1997, n. 4840

In materia di misure cautelari la motivazione deve investire, a norma dell’art. 292 c.p.p. non le fonti di prova in sè, ma i contenuti concreti e specifici dell’accusa, le circostanze ed i fatti significativi dell’ipotesi delittuosa formulata, enucleati dalle fonti ad opera del pubblico ministero, prima, e del giudice delle indagini preliminari, dopo. Soltanto con una precisa delimitazione del quadro indiziario è possibile, infatti, instaurare, nel procedimento incidentale, un effettivo e trasparente contraddittorio tra le parti, assicurare concretamente all’indagato il diritto di difesa e permettere al giudice sovraordinato di controllare la rilevanza, la pertinenza e la concludenza degli elementi posti a base del giudizio di probabile reità e l’iter logico attraverso il quale si perviene alla decisione. Ne consegue che è legittima la motivazione per relationem dell’ordinanza impositiva che recepisce, per economia processuale, la richiesta del pubblico ministero. (La Corte ha tuttavia precisato che quando tale richiesta si limita ad affastellare fotocopie di rapporti di polizia giudiziaria e dichiarazioni rese da soggetti collaboratori o informati sui fatti, la motivazione per relationem non è più legittima in quanto impone al giudice di merito prima, ed a quello di legittimità poi, un criterio soggettivo ed arbitrario nella valutazione degli atti proposti). Cass. pen. sez. V 17 dicembre 1996, n. 4144

L’ordinanza di custodia cautelare è integrabile per relationem, con altri provvedimenti, come quello di fermo adottato dal pubblico ministero, al fine di assolvere gli obblighi di motivazione e di descrizione sommaria del fatto, di cui all’art. 292 c.p.p. Cass. pen. sez. IV 15 novembre 1996, n. 2203

L’art. 292 c.p.p. non impedisce l’emissione di una ordinanza di custodia cautelare cumulativa, nella quale cioè la stessa motivazione si riferisce a più indagati, purché sia in ogni caso rispettata la condizione che per ciascuno di essi si provveda alla esposizione delle specifiche esigenze che giustificano in concreto la misura disposta. È perciò manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma nei limiti in cui non fa esplicito divieto di emissione di ordinanze cumulative. Cass. pen. sez. IV 7 settembre 1996, n. 19820

In tema di motivazione dei provvedimenti sulla libertà personale, l’ordinanza applicativa della misura e quella che decide sulla richiesta di riesame sono tra loro strettamente collegate e complementari, sicché la motivazione del tribunale del riesame integra e completa l’eventuale carenza di motivazione del provvedimento del primo giudice e, viceversa, la motivazione insufficiente del giudice del riesame può ritenersi integrata da quella del provvedimento impugnato, allorché in quest’ultimo siano state indicate le ragioni logico-giuridiche che, ai sensi degli artt. 273, 274 e 275 c.p.p. ne hanno determinato l’emissione. (In applicazione di detto principio la Corte, rilevando la completezza della motivazione dell’ordinanza di riesame, ha ritenuto infondato il motivo di ricorso con il quale si deduceva la nullità del provvedimento del G.I.P. – e la conseguente nullità della ordinanza del tribunale – sotto il profilo della carenza della motivazione, costituita dal semplice richiamo alla richiesta del pubblico ministero). Cass. pen. Sezioni Unite 3 luglio 1996, n. 7

La mancanza di motivazione costituisce violazione di legge che, come tale, può dare luogo, ai sensi dell’art. 311, comma 2, c.p.p.a ricorso immediato per cassazione avverso l’ordinanza applicativa di misura cautelare. Detta mancanza si concretizza non solo quando la motivazione sia graficamente assente, ma anche quando essa sia del tutto apparente; il che, in tema di misure cautelari, si verifica allorché il giudice indichi in modo del tutto generico le fonti dalle quali ha inteso trarre gli indizi di colpevolezza, ovvero si richiami in modo indeterminato al tipo di prova acquisita o, ancora accenni solo vagamente agli elementi di discolpa dell’interessato, apoditticamente ritenendoli superati da quelli a suo carico. Cass. pen. sez. I 17 giugno 1996, n. 2613

In tema di applicazione di misure cautelari personali, la custodia in carcere non può essere disposta sulla base del rilievo che la difficoltà del continuo controllo richiesto dalla misura degli arresti domiciliari rende questi ultimi insufficienti. Ciò in quanto tale motivazione non risponde al requisito della specificità imposto dall’art. 272 c.p.p. facendosi in tal modo carico all’indagato di un problema organizzativo e di efficienza estraneo agli elementi da considerare nella valutazione. Cass. pen. sez. IV 11 aprile 1996, n. 367  .

In tema di provvedimenti concernenti la libertà personale dell’indagato, deve ritenersi legittima la motivazione per relationem del provvedimento, sempre che quella richiamata sia conosciuta o conoscibile dall’interessato in modo che questi sia in grado di controllarne – sia pure esaminando un provvedimento diverso – la congruenza, la logicità e la legittimità. Cass. pen. sez. I 16 marzo 1994, n. 955

La mancanza di motivazione dell’ordinanza che dispone una misura coercitiva costituisce una violazione di legge, può dare luogo al ricorso immediato per cassazione a norma dell’art. 311, comma secondo, c.p.p. ed è deducibile unicamente a norma dell’art. 606, comma primo lett. e), c.p.p. Cass. pen. Sezioni Unite 24 aprile 1991

La motivazione dell’ordinanza che dispone la misura coercitiva, come quella degli altri provvedimenti che il giudice è chiamato a emettere su richiesta del pubblico ministero, senza sentire l’altra parte, può essere di adesione alle argomentazioni del richiedente. Cass. pen. Sezioni Unite 24 aprile 1991

In tema di riesame di misure cautelari personali, il controllo da parte del tribunale sulla sussistenza del requisito dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, prescritto dall’art. 292, comma 1, lett.c), cod. proc. pen.come modificato dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, deve essere svolto analizzando l’ordinanza cautelare nel suo complesso, prescindendo dalla sua struttura formale e dalla sua eventuale suddivisione in paragrafi dedicati all’analisi di singoli reati, in quanto la valutazione in ordine ad un singolo reato, pur mancando un paragrafo specifico allo stesso dedicato, può essere contenuta in altre parti del provvedimento, anche riferibili ad altre fattispecie criminose. Cass. pen. sez. VI 23 gennaio 2018, n. 3067

Ai fini dell’osservanza del disposto di cui all’art. 292, comma 1, lett. b), c.p.p. secondo cui tra i requisiti dell’ordinanza applicativa di misura cautelare dev’esservi quello costituito dalla «descrizione sommaria del fatto con l’indicazione delle norme di legge che si assumono violate», deve ritenersi sufficiente che tali elementi siano ricavabili dalla richiesta del pubblico ministero, cui nell’ordinanza sia stato fatto espresso riferimento, ovvero anche dal contesto motivazionale dell’ordinanza medesima, sempre che, in detta seconda ipotesi, la loro indicazione risulti funzionale all’adozione della misura cautelare e non trattisi, invece, di affermazioni discorsive o di obiter dicta. Cass. pen. sez. I 16 luglio 2003, n. 29653

Il requisito della descrizione sommaria del fatto con l’indicazione delle norme di legge che si assumono violate, imposto a pena di nullità dall’art. 292, comma secondo, lett. b) c.p.p.come contenuto minimo dell’ordinanza che dispone la misura cautelare, ha la funzione di informare l’indagato o l’imputato circa il tenore delle accuse che gli vengono mosse, al fine di consentirgli l’esercizio del diritto di difesa. Ne consegue che esso pudirsi soddisfatto quando i fatti addebitati siano indicati in modo tale che l’interessato ne abbia immediata e compiuta conoscenza, a nulla rilevando che risultino richiamati esclusivamente gli articoli di legge relativi all’oggetto della contestazione. (Nella specie procedendosi, tra l’altro, per associazione mafiosa, l’indicazione, nel capo di imputazione della circostanza aggravante di cui all’art. 629, comma secondo, c.p.correlata alla aggravante di cui all’art. 7 D.L. n. 152 del 1991, è stata ritenuta un chiaro rinvio alla circostanza soggettiva, cosiddetta di posizione, espressamente prevista dall’art. 628, comma terzo, n. 3, stesso codice). Cass. pen. Sezioni Unite 3 settembre 1999, n. 16

Nei provvedimenti cautelari personali, in tema di contestazione dell’accusa, si deve aver riguardo alla specificazione del fatto che non può considerarsi insufficiente o inidonea quando l’indagato sia stato posto in grado di comprendere i termini, in linea di fatto, dell’accusa, senza alcuna compromissione del suo diritto di predisporre un’adeguata e congrua difesa. (Fattispecie relativa a censura di genericità e incompletezza della data del commesso reato nell’enunciazione del fatto, che la S.C. ha ritenuto inidonee a determinare nullità del provvedimento coercitivo, costituendo la data solo un elemento accessorio del fatto, che non incide sul requisito della enunciazione del medesimo). Cass. pen. sez. I 4 maggio 1998, n. 1700

A norma dell’art. 292, comma 2, lett. b) c.p.p.l’ordinanza che dispone la misura cautelare richiede soltanto «la descrizione sommaria del fatto». L’aggettivo «sommario» indica soltanto che la descrizione deve essere sintetica e schematica, senza alcuna specificazione di elementi di dettaglio. È cioè sufficiente che siano tratteggiate le linee esterne della contestazione, in modo che l’indagato sia posto in grado di conoscere il fatto per cui gli è applicata la misura cautelare e di poter approntare la propria difesa, riservata poi la contestazione al momento in cui il P.M. esercita l’azione penale. Ne consegue che l’indicazione della data in cui si assume essere stato consumato un determinato reato, non è un elemento necessariamente indispensabile nella «descrizione sommaria del fatto», tanto pinelle ipotesi in cui si tratti di un reato permanente che quindi non si è consumato in uno specifico momento, ma copre un lungo arco di tempo, in quanto in ogni caso l’indagato è messo in grado di conoscere il fatto per cui è stata applicata la misura cautelare e di approntare le proprie difese. Cass. pen. sez. VI 9 febbraio 1996, n. 4820

Il comma 1 dell’art. 291 c.p.p. espressamente prevede che le misure cautelari personali siano disposte dal giudice competente «su richiesta del P.M.» che presenta gli elementi su cui essa si fonda. Non occorre che detta richiesta e, corrispondentemente, la conseguente ordinanza impositiva del giudice siano, rispettivamente, formulata e recepita nel provvedimento con l’indicazione delle ipotesi di reato formalmente trasfuse in autonomi, specifici capi d’imputazione, potendo invece risultare una o pidi esse (anche) dal contesto motivazionale. Quel che è indispensabile è che non solo le ipotesi di reato non esplicitamente formulate in capi di imputazione siano contenute nel contesto motivazionale del provvedimento, ma che queste risultino non inserite in maniera soltanto discorsiva, ovvero obiter tantum o comunque in un contesto non legato funzionalmente all’emissione dell’ordinanza applicativa della misura cautelare verso la quale la richiesta del P.M. è stata diretta. (Fattispecie relativa a richiesta formulata in relazione ai reati di omicidio e illegale detenzione di arma comune da sparo, ma non anche in relazione alla detenzione illegale di ordigni esplosivi, menzionata nella motivazione dell’ordinanza impositiva di custodia cautelare unicamente a fini di indicazione degli indizi di colpevolezza per il reato di omicidio. Con riferimento ad essa, la Suprema Corte ha ritenuto che i termini massimi di custodia cautelare – una volta intervenuta l’assoluzione dal delitto di omicidio – dovessero computarsi esclusivamente con riguardo alla residua imputazione di detenzione illegale di arma comune da sparo, e non anche in relazione all’ipotesi di detenzione illegale di ordigni esplosivi). Cass. pen. sez. I 3 agosto 1995, n. 4038

Non sussiste la nullità del provvedimento applicativo della custodia cautelare in carcere per la violazione dell’art. 292, comma 1, lett. b), c.p.p. (che impone «la descrizione sommaria del fatto, con l’indicazione delle norme che si assumono violate») allorquando la mancata consegna all’indagato della richiesta del P.M. contenente gli estremi dei fatti in relazione ai quali la misura cautelare viene disposta e qualificata nell’ordinanza stessa come parte integrante di questa, sia da attribuire alla mera omissione, di carattere materiale, dell’ufficiale incaricato dell’esecuzione. (Fattispecie nella quale, secondo la Suprema Corte, correttamente l’organo giudiziario ovvi all’omissione suddetta mediante l’ordine volto alla notificazione del documento all’indagato). Cass. pen. sez. V 13 giugno 1994, n. 2495

Nelle ordinanze che dispongono misure cautelari il requisito della descrizione sommaria del fatto di cui all’art. 292, lettera b), c.p.p. può risultare per relationem dall’espresso riferimento fatto nell’ordinanza alla richiesta del P.M. E invero, tale riferimento determina una cosiddetta incorporazione, nel provvedimento del giudice, dei dati e degli elementi (oltreché delle considerazioni) risultanti dalla richiesta del pubblico ministero. Cass. pen. sez. III 11 settembre 1993, n. 1868  . Conforme, Cass. pen. sez. I, 8 maggio 1993, n. 1144, M. e Cass. pen. sez. V, 28 agosto 1991, n. 795

In tema di motivazione delle ordinanze cautelari personali, ai fini dell’accertamento dell’osservanza della prescrizione della necessaria autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, prevista dall’art. 292, comma 1, lett. c), cod. proc. pen.come modificato dalla legge n. 47 del 16 aprile 2015, non è sufficiente il dato del parziale accoglimento della richiesta del pubblico ministero dovendosi, invece, verificare che il giudice, anche mediante un richiamo, in tutto o in parte, ad altri atti del procedimento, abbia svolto, per ciascun addebito e per ciascun destinatario del provvedimento, un distinto ed effettivo vaglio degli elementi di fatto ritenuti decisivi, fermo restando che, in presenza di posizioni analoghe o di imputazione descrittive di fatti commessi con modalità “seriali” non è necessario che il giudice ribadisca ogni volta le regole di giudizio alle quali si è ispirato potendo, in tal caso, ricorrere ad una trattazione unitaria. Cass. pen. sez. V 13 luglio 2018, n. 32444

In tema di misure cautelari personali, la necessità di un’autonoma valutazione da parte del giudice delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, richiesta dall’art. 292, comma 1, lett. c), cod. proc. pen.così come modificato dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, deve ritenersi assolta quando l’ordinanza, benché redatta con la tecnica del c.d. copia-incolla, accolga la richiesta del P.M. solo per talune imputazioni cautelari ovvero solo per alcuni indagati, in quanto il parziale diniego opposto dal giudice o la diversa graduazione delle misure costituiscono, di per sé, indice di una valutazione critica, e non meramente adesiva, della richiesta cautelare, nell’intero complesso delle sue articolazioni interne, atteso che la modifica normativa vuole evitare una acritica trasposizione della richiesta del P.M. con riferimento alla totalità della stessa e non alla singola imputazione. Cass. pen. sez. IV 11 luglio 2018, n. 31646

In tema di motivazione delle ordinanze cautelari personali, la prescrizione della necessaria autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, contenuta nell’art. 292, comma 1, lett. c), cod. proc. pen.come modificato dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, impone al giudice di effettuare uno specifico vaglio degli elementi di fatto ritenuti decisivi in relazione alle singole posizioni e contestazioni, spiegandone la rilevanza ai fini dell’affermazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari; ne consegue che tale prescrizione non può ritenersi assolta per il solo fatto che l’ordinanza, redatta con la tecnica del c.d. copia-incolla, accolga la richiesta del pubblico ministero solo per talune imputazioni cautelari ovvero solo per alcuni indagati, in quanto il parziale diniego opposto dal giudice, così come la diversa gradazione delle misure cautelari, non costituiscono, di per sé, indice di una valutazione critica, e non meramente adesiva, della richiesta cautelare. Cass. pen. sez. VI 10 luglio 2018, n. 31370

In tema di motivazione delle ordinanze cautelari personali, la prescrizione della necessaria autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, contenuta nell’art. 292, comma 1, lett. c), cod. proc. pen.come modificato dalla legge n. 47 del 16 aprile 2015, è osservata anche quando l’ordinanza cautelare operi un richiamo, in tutto o in parte, ad altri atti del procedimento, a condizione che il giudice, per ciascuna contestazione e posizione, svolga un effettivo vaglio degli elementi di fatto ritenuti decisivi, senza il ricorso a formule stereotipate, spiegandone la rilevanza ai fini dell’affermazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari nel caso concreto; tuttavia, in presenza di posizioni analoghe o di imputazioni descrittive di fatti commessi con modalità “seriali”, non è necessario che il giudice ribadisca ogni volta le regole di giudizio alle quali si è ispirato, potendo ricorrere ad una valutazione cumulativa purchè, dal contesto del provvedimento, risulti evidente la ragione giustificativa della misura in relazione ai soggetti attinti ed agli addebiti, di volta in volta, considerati per essi sussistenti. Cass. pen. sez. VI 6 luglio 2018, n. 30774

In tema di motivazione delle ordinanze cautelari personali, la prescrizione della necessaria autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, contenuta nell’art. 292, comma primo, lett. c), cod. proc. pen.come modificato dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, impone al giudice di trarre dagli atti di indagine e dai mezzi di ricerca della prova le proprie valutazioni che esplicitino il concreto esame della fattispecie oggetto della richiesta di misura cautelare; ne consegue, che tale obbligo è osservato anche quando il giudice riporti – pure in maniera pedissequa ­atti del fascicolo per come riferiti o riassunti nella richiesta del PM (nella specie, il contenuto delle dichiarazioni rese, gli esiti dei tabulati telefonici, delle intercettazioni e delle operazioni di appostamento e controllo), riguardando tali elementi esclusivamente i profili espositivi del fatto. Cass. pen. sez. II 21 marzo 2017, n. 13838

Anche a seguito delle modifiche apportate agli artt. 292 e 309 cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, l’ordinanza che decide sulla richiesta di riesame può integrare l’eventuale carenza o insufficienza della motivazione di quella adottata dal primo giudice, salve le ipotesi di motivazione mancante o apparente, ovvero priva dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari, degli indizi e degli elementi forniti dalla difesa, in quanto, ricorrendo tali ipotesi, il tribunale del riesame è tenuto ad annullare il provvedimento impositivo della misura. Cass. pen. sez. III 14 dicembre 2015, n. 49175

Non è viziata l’ordinanza del giudice che, nel respingere la richiesta presentata da più imputati di sostituzione della misura della custodia cautelare con quella degli arresti domiciliari, dia una motivazione “collettiva” delle ragioni della decisione, in quanto tale tipo di motivazione non viola l’obbligo di individualizzazione delle decisioni nei casi in cui la sovrapponibilità delle situazioni consenta anche una sovrapponibilità delle argomentazioni. Cass. pen. sez. II 4 febbraio 2014, n. 5566

In tema di misure cautelari, il riferimento in ordine al “tempo trascorso dalla commissione del reato” di cui all’art. 292, comma secondo, lett. c) c.p.p.impone al giudice di motivare sotto il profilo della valutazione della pericolosità del soggetto in proporzione diretta al tempo intercorrente tra tale momento e la decisione sulla misura cautelare, giacché ad una maggiore distanza temporale dai fatti corrisponde un affievolimento delle esigenze cautelari. (Fattispecie di ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa in relazione a fatti commessi pidi tre anni prima). Cass. pen. Sezioni Unite 20 ottobre 2009, n. 40538

In tema di misure cautelari, nella nozione di «elementi a favore», che devono essere valutati dal giudice a pena di nullità dell’ordinanza, rientrano soltanto gli elementi di natura oggettiva e, di fatto, aventi natura concludente, mentre restano escluse le mere posizioni difensive negatorie, le semplici prospettazioni di tesi alternative e gli assunti chiaramente defatigatori, così come non rientrano in tale nozione le interpretazioni alternative degli elementi indiziari, che restano assorbite nell’apprezzamento complessivo operato dal giudice della libertà. Cass. pen. sez. IV 12 settembre 2006, n. 29999

In relazione al contenuto che deve assumere «a pena di nullità», l’ordinanza che dispone una misura cautelare, deve ritenersi che il riferimento al tempo trascorso dalla commissione del reato (articolo 292, comma 2, lettera c, del c.p.p.), non ha una valenza semantica autonoma e concettualmente indipendente dalla disposizione in cui è inserito, ma ne specifica il contenuto, globalmente afferente alla dimensione indiziaria degli elementi acquisiti e alla configurazione delle esigenze cautelari. In altri termini, il dato cronologico costituisce solo uno dei parametri di riferimento che deve essere valutato all’interno dell’apprezzamento del quadro indiziario e cautelare al fine di verificarne l’attualità e la concretezza. Ne deriva, da un lato, che la sanzione della nullità dell’ordinanza cautelare non può discendere ex se dalla mera omissione materiale di un riferimento testuale al decorso del tempo, allorché risulti evidente, dall’intero contesto motivazionale, l’incidenza assoluta e prevalente che hanno assunti taluni elementi di giudizio a carico dell’indagato, come la gravità del fatto, le sue modalità e la causale, la personalità dell’accusato. Ne discende, dall’altro, che, in tal caso, la mancata menzione testuale del denegato valore del tempo trascorso è carenza legittimamente rimediabile dal giudice del riesame, il quale ben può integrare la motivazione, esplicitandone i contenuti. Cass. pen. sez. I 22 marzo 2005, n. 11518

È nulla l’ordinanza di custodia cautelare motivata, quanto ai gravi indizi di colpevolezza, per relationem ad altra ordinanza dello stesso giudice la quale non sia stata trascritta, né allegata all’ordinanza applicativa della misura in questione, in quanto, trattandosi di provvedimento limitativo della libertà personale, debbono sussistere i requisiti di cui all’art. 292 c.p.p. contestualmente alla sua esecuzione o notificazione, dato che è da tale momento che decorre il termine per la proposizione della richiesta di riesame, ex art. 309, comma 1, c.p.p. e diviene, quindi, attuale l’esigenza della piena conoscenza dell’atto richiamato al fine di garantire l’esercizio del diritto di difesa. Cass. pen. sez. IV 11 febbraio 2003, n. 6583

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