Art. 267 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Presupposti e forme del provvedimento

Articolo 267 - codice di procedura penale

1. Il pubblico ministero richiede al giudice per le indagini preliminari (328) l’autorizzazione a disporre le operazioni previste dall’art. 266. L’autorizzazione è data con decreto motivato (125) quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini. Il decreto che autorizza l’intercettazione tra presenti mediante inserimento di captatore informatico su dispositivo elettronico portatile indica le ragioni che rendono necessaria tale modalità per lo svolgimento delle indagini; nonchè, se si procede per delitti diversi da quelli di cui all’articolo 51, commi 3 bis e 3 quater, e dai delitti dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, determinata ai sensi dell’articolo 4, i luoghi e il tempo, anche indirettamente determinati, in relazione ai quali è consentita l’attivazione del microfono (1).
1 bis. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si applica l’articolo 203 (2).
2. Nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, il pubblico ministero dispone l’intercettazione con decreto motivato, che va comunicato immediatamente e comunque non oltre le ventiquattro ore al giudice indicato nel comma 1. Il giudice, entro quarantotto ore dal provvedimento, decide sulla convalida con decreto motivato. Se il decreto del pubblico ministero non viene convalidato nel termine stabilito, l’intercettazione non può essere proseguita e i risultati di essa non possono essere utilizzati.
2 bis. Nei casi di cui al comma 2, il pubblico ministero può disporre, con decreto motivato, l’intercettazione tra presenti mediante inserimento di captatore informatico su dispositivo elettronico portatile soltanto nei procedimenti per i delitti di cui all’articolo 51, commi 3 bis e 3 quater e per i delitti dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, determinata a norma dell’articolo 4. A tal fine indica, oltre a quanto previsto dal comma 1, secondo periodo, le ragioni di urgenza che rendono impossibile attendere il provvedimento del giudice. Il decreto è trasmesso al giudice che decide sulla convalida nei termini, con le modalità e gli effetti indicati al comma 2.
3. Il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non può superare i quindici giorni, ma può essere prorogata dal giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni, qualora permangano i presupposti indicati nel comma 1.
4. Il pubblico ministero procede alle operazioni personalmente ovvero avvalendosi di un ufficiale di polizia giudiziaria (57, 370).
5. In apposito registro riservato gestito, anche con modalità informatiche, e tenuto sotto la direzione e la sorveglianza del Procuratore della Repubblica, sono annotati, secondo un ordine cronologico, i decreti che dispongono, autorizzano, convalidano o prorogano le intercettazioni e, per ciascuna intercettazione, l’inizio e il termine delle operazioni (att. 89).

Articolo 267 - Codice di Procedura Penale

1. Il pubblico ministero richiede al giudice per le indagini preliminari (328) l’autorizzazione a disporre le operazioni previste dall’art. 266. L’autorizzazione è data con decreto motivato (125) quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini. Il decreto che autorizza l’intercettazione tra presenti mediante inserimento di captatore informatico su dispositivo elettronico portatile indica le ragioni che rendono necessaria tale modalità per lo svolgimento delle indagini; nonchè, se si procede per delitti diversi da quelli di cui all’articolo 51, commi 3 bis e 3 quater, e dai delitti dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, determinata ai sensi dell’articolo 4, i luoghi e il tempo, anche indirettamente determinati, in relazione ai quali è consentita l’attivazione del microfono (1).
1 bis. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si applica l’articolo 203 (2).
2. Nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, il pubblico ministero dispone l’intercettazione con decreto motivato, che va comunicato immediatamente e comunque non oltre le ventiquattro ore al giudice indicato nel comma 1. Il giudice, entro quarantotto ore dal provvedimento, decide sulla convalida con decreto motivato. Se il decreto del pubblico ministero non viene convalidato nel termine stabilito, l’intercettazione non può essere proseguita e i risultati di essa non possono essere utilizzati.
2 bis. Nei casi di cui al comma 2, il pubblico ministero può disporre, con decreto motivato, l’intercettazione tra presenti mediante inserimento di captatore informatico su dispositivo elettronico portatile soltanto nei procedimenti per i delitti di cui all’articolo 51, commi 3 bis e 3 quater e per i delitti dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, determinata a norma dell’articolo 4. A tal fine indica, oltre a quanto previsto dal comma 1, secondo periodo, le ragioni di urgenza che rendono impossibile attendere il provvedimento del giudice. Il decreto è trasmesso al giudice che decide sulla convalida nei termini, con le modalità e gli effetti indicati al comma 2.
3. Il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non può superare i quindici giorni, ma può essere prorogata dal giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni, qualora permangano i presupposti indicati nel comma 1.
4. Il pubblico ministero procede alle operazioni personalmente ovvero avvalendosi di un ufficiale di polizia giudiziaria (57, 370).
5. In apposito registro riservato gestito, anche con modalità informatiche, e tenuto sotto la direzione e la sorveglianza del Procuratore della Repubblica, sono annotati, secondo un ordine cronologico, i decreti che dispongono, autorizzano, convalidano o prorogano le intercettazioni e, per ciascuna intercettazione, l’inizio e il termine delle operazioni (att. 89).

Note

(1) Il presente comma è stato così modificato prima dall’art. 4, D.Lgs. 29.12.2017, n. 216 con decorrenza dal 26.01.2018, poi dall’art. 1, comma 4, lett. a), L. 09.01.2019, n. 3 con decorrenza dal 31.01.2019, e da ultimo dall’art. 2, comma 1, lett. d), D.L. 30.12.2019, n. 161 con decorrenza dal 01.01.2020, convertito in legge dalla L. 28.02.2020, n. 7, con decorrenza dal 29.02.2020. Ai sensi dell’art. 9 del citato decreto 216/2017, così come da ultimo modificato dall’art. 1, comma 1, D.L. 30.04.2020, n. 28 e ai sensi dell’art. 2, comma 8, del citato decreto 161/2019, così come da ultimo modificato dall’art. 1, comma 2, D.L. 30.04.2020, n. 28, convertito in legge dalla L. 25.06.2020, n. 70 con decorrenza dal 30.06.2020, la disposizione di modifica si applica ai procedimenti penali iscritti dopo il 31 agosto 2020;
(2) Questo comma è stato inserito dall’art. 10 della L. 1 marzo 2001, n. 63.

Massime

In tema di presupposti per l’autorizzazione a disporre intercettazioni telefoniche, i gravi indizi richiesti dall’art. 267, comma primo cod.proc.pen. non attengono alla colpevolezza di un determinato soggetto ma alla esistenza di un reato; ne consegue che per sottoporre l’utenza di una persona ad intercettazione non è necessario che gli stessi riguardino anche la riferibilità a questa del reato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto utilizzabili intercettazioni telefoniche disposte nei confronti di indagato nei confronti del quale, al momento del provvedimento autorizzativo, non risultavano elementi indiziari ma solo dichiarazioni provenienti da fonte confidenziale). Cass. pen. sez. II 23 ottobre 2015, n. 42763

In tema di intercettazione di conversazioni o comunicazioni, il presupposto della sussistenza dei gravi indizi di reato, non va inteso in senso probatorio (ossia come valutazione del fondamento dell’accusa), ma come vaglio di particolare serietà delle ipotesi delittuose configurate, che non devono risultare meramente ipotetiche. Cass. pen. sez. III 13 aprile 2015, n. 14954

In tema di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, è legittima l’autorizzazione conferita dal Gip a fronte della sola richiesta di convalida del decreto, emesso in via d’urgenza, dal Pubblico Ministero, allorquando tale istanza, riferendosi ad una situazione non destinata ad esaurirsi nel ristretto contesto temporale oggetto del decreto d’urgenza, contiene implicitamente anche la richiesta di procedere alle captazioni. Cass. pen. sez. V 17 marzo 2014, n. 12458

In tema di intercettazioni telefoniche, in assenza di autorizzazione della Camera di appartenenza, non può escludersi l’utilizzabilità nei confronti del terzo delle conversazioni captate sull’utenza nella sua disponibilità cui abbia preso parte casualmente un parlamentare, anche dopo che quest’ultimo sia stato identificato come interlocutore del soggetto intercettato, salvo che si accerti che le stesse erano finalizzate ad intercettare indirettamente il parlamentare. Cass. pen. sez. II 22 febbraio 2013, n. 8739

Presupposti della intercettazione sono la sua indispensabilità ai fini delle indagini e la sussistenza dei gravi indizi di reato. Tale secondo requisito va inteso non in senso probatorio (ossia come valutazione del fondamento dell’accusa), ma come vaglio di particolare serietà delle ipotesi delittuose configurate, che non devono risultare meramente ipotetiche, richiedendosi una ricognizione sommaria degli elementi dai quali sia dato desumere la probabilità dell’avvenuta consumazione di un reato e non un’esposizione analitica, né tanto meno l’evidenziazione di un esame critico degli stessi. Cass. pen. sez. VI 21 dicembre 2006, n. 42178

Il decreto con cui il pubblico ministero dispone l’intercettazione di comunicazioni tra presenti non deve contenere l’indicazione dei soggetti che interverranno nella fase esecutiva dell’attività intercettativa, in quanto la legge non impone tale specificazione, ma richiede solo l’indicazione delle modalità e della durata delle operazioni. Cass. pen. sez. IV 4 dicembre 2002, n. 40790

È utilizzabile, anche senza che vi sia stato provvedimento dell’autorità giudiziaria, il contenuto di colloqui privati registrati su nastro magnetico da uno degli interlocutori, a nulla rilevando né che la registrazione sia stata da lui effettuata su richiesta della polizia giudiziaria, né che egli stesso agisca utilizzando materiale da questa fornito ovvero addirittura appartenga alla polizia giudiziaria, sempre che il partecipante si limiti solo a registrare la conversazione, senza utilizzare apparecchi mediante i quali terzi estranei e, in particolare, la polizia possano captarne il contenuto durante il suo svolgimento e procedere all’ascolto diretto, perché in tal caso sussisterebbe una vera e propria intromissione nella sfera di segretezza e libertà delle comunicazioni costituzionalmente presidiata e si realizzerebbe indirettamente una intercettazione ambientale senza la previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Cass. pen. sez. I 27 agosto 2002, n. 30082

La normativa in materia di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, nel richiedere come presupposto per il ricorso a questo mezzo di ricerca della prova l’esistenza di «gravi indizi di reato», non postula affatto che questi ultimi siano a carico esclusivo dei soggetti le cui conversazioni o comunicazioni debbono essere, a fine di indagine, intercettate. Cass. pen. sez. I 8 agosto 2000, n. 8860

I gravi indizi che, ai sensi dell’art. 267, comma 1, c.p.p. costituiscono presupposto per il ricorso alle intercettazioni, attengono all’esistenza del reato e non alla colpevolezza di un determinato soggetto; per procedere ad intercettazione non è pertanto necessario che i detti indizi siano a carico dei soggetti le cui comunicazioni debbano essere, a fine di indagine, intercettate. Cass. pen. sez. VI 22 luglio 1999, n. 9428

La registrazione di una conversazione con persona di ciò ignara, che renda dichiarazioni autoindizianti, ad opera dell’interlocutore, anche su previo accordo con la polizia giudiziaria, può essere effettuata senza necessità di autorizzazione del Gip ed è utilizzabile come prova documentale nel processo. Cass. pen. sez. IV 27 luglio 1998, n. 8759  .

Non costituisce causa di inutilizzabilità, ai fini cautelari, dei risultati di intercettazioni telefoniche, la mancata trasmissione, da parte del pubblico ministero al giudice, con la richiesta di applicazione della misura cautelare, anche dei decreti di autorizzazione previsti dall’art. 267 c.p.p.quando tali decreti, a suo tempo regolarmente emessi, siano poi stati acquisiti dallo stesso giudice (nella specie dopo l’emissione dell’ordinanza custodiale). Cass. pen. sez. I 5 giugno 1998, n. 2383

In materia di intercettazioni telefoniche, l’inutilizzabilità va riferita solo alla violazione delle norme degli artt. 267 e 268, commi primo e terzo, c.p.p.mentre le eventuali illegittimità formali (come quelle relative a violazione delle altre previsioni del citato art. 268 o alla mancata motivazione del decreto autorizzativo) ne determinano, semmai, l’invalidità. (Fattispecie relativa a censura di asserita inutilizzabilità delle intercettazioni dovuta ad aspetti motivazionali dei relativi provvedimenti). Cass. pen. Sezioni Unite 2 giugno 1998, n. 11

La normativa in materia di intercettazioni, nel richiedere come presupposto per il ricorso a questo mezzo di ricerca della prova, l’esistenza di «gravi indizi di reato», non postula affatto che questi ultimi siano a carico esclusivo dei soggetti le cui comunicazioni debbano essere, a fine di indagine, intercettate. Cass. pen. sez. I 30 settembre 1996, n. 8832

La registrazione di una conversazione – sia telefonica, sia tra persone presenti – da parte di uno degli interlocutori, non necessita dell’autorizzazione del Gip ai sensi dell’art. 267 c.p.p. In tale ipotesi, infatti, viene meno l’esigenza di tutela della riservatezza ed ogni interlocutore diventa lecitamente un potenziale testimone, che compie attività di memorizzazione, mediante apposito strumento, di notizie che apprende dall’altro. (Fattispecie in tema di custodia cautelare in ordine al delitto ex art. 416 bis c.p.relativa alla registrazione di un colloquio fra un boss mafioso ed un ufficiale di P.G.da questi effettuata). Cass. pen. sez. I 18 giugno 1996, n. 3023

In tema di intercettazioni telefoniche, premesso che queste sono sempre da considerare come uno strumento di indagine di carattere eccezionale, in quanto incidente sul diritto, costituzionalmente garantito, di libertà e di segretezza delle comunicazioni (art. 15 Cost.), va poi ricordato che, anche quando trattasi di intercettazioni finalizzate ad indagini relative a delitti di criminalità organizzata, deve essere adeguatamente motivata la ritenuta sussistenza delle condizioni atte a legittimarle, quali indicate, in parziale deroga all’art. 267 c.p.p.dall’art. 13, comma 1, del D.L. 13 maggio 1991 n. 152, conv. con modif. in L. 12 luglio 1991 n. 203; condizioni costituite dalla accertata preesistenza di «sufficienti indizi» di reato e dalla parimenti accertata «necessità» – da non confondere con la mera utilità – del ricorso allo strumento investigativo in questione ai fini della pro.cua conclusione delle indagini stesse. Detta motivazione, poi, non può consistere in mere citazioni o parafrasi apodittiche delle norme summenzionate né, tanto meno, limitarsi ad un generico richiamo ai contenuti, pio meno analitici, delle richieste inoltrate dagli investigatori, essendo invece onere del P.M.prima (in casi di urgenza) e del Gip dopo, in sede di convalida, esprimere una propria valutazione sulla presenza delle condizioni previste dalla legge; valutazione che, per le finalità di garanzia processuale alle quali è predisposta, non può certamente esaurirsi in una passiva e acritica ricezione delle indicazioni espresse da coloro che sono preposti alla materiale esecuzione delle indagini. Cass. pen. sez. V 3 agosto 1995, n. 8925  .

Poiché, a norma dell’art. 267, comma 3, c.p.p.il decreto del P.M.che dispone la intercettazione deve indicare le modalità e la durata delle operazioni, con il termine modalità il legislatore non ha inteso riferirsi alle operazioni tecnico manuali ma alla scelta del tipo tra quelli previsti dalla norma regolatrice, alla individuazione del soggetto passivo e dell’ambiente ove il procedimento dovrà svolgersi. Cass. pen. sez. I 28 aprile 1994, n. 4831

In materia di intercettazioni telefoniche, la modificazione dell’art. 267 c.p.p. (D.L. 13 maggio 1991 n. 152, convertito in L. 12 luglio 1991 n. 203), in tema di indagini relative a delitti di criminalità organizzata, disciplina l’autorizzazione ad eseguire intercettazioni telefoniche allorché le stesse appaiono «necessarie» (non «indispensabili») in presenza di «sufficienti» (e non gravi) indizi di reato; le informazioni confidenziali fornite dagli organi di polizia al P.M. possono essere utilizzate legittimamente quali «sufficienti indizi di reato» (e non già «di colpevolezza. . .») ai fini dell’autorizzazione alle intercettazioni telefoniche, i cui esiti potranno invece, a determinate condizioni, essere utilizzati ai fini probatori. E per quanto attiene alla motivazione dei provvedimenti autorizzativi deve ritenersi sufficiente il riferimento alle specifiche informative della polizia, espressamente richiamate. Cass. pen. sez. II 13 aprile 1994, n. 4273

In tema di intercettazione di comunicazione, mentre dà luogo ad inutilizzabilità dei relativi risultati la mancanza, nei provvedimenti autorizzatori, della prescritta motivazione (da intendersi non solo come mancanza fisico-testuale, ma anche come mera apparenza, riscontrabile quando la motivazione sia semplicemente ripetitiva della formula normativa e del tutto incongrua rispetto al provvedimento di cui deve fornire giustificazione), non comporta invece inutilizzabilità la presenza di una motivazione che sia soltanto difettosa, nel senso della incompletezza, insufficienza o non perfetta adeguatezza, ben potendo, in tal caso, il difetto essere emendato dal giudice cui la relative doglianza venga prospettata, sia esso il giudice del merito che deve utilizzare i risultati delle intercettazioni, sia quello dell’impugnazione, tanto di merito quanto di legittimità. Cass. pen. sez. IV 1 ottobre 2002, n. 32667   in Arch. nuova proc. pen. 2002, 688.

È legittima la motivazione per relationem dei provvedimenti adottati dal giudice in materia di intercettazione di comunicazioni quando l’atto al quale si fa riferimento sia a sua volta congruamente motivato, nonché conosciuto o conoscibile dall’interessato, e la motivazione del giudice sia, inoltre, tale da dimostrare che egli abbia preso cognizione delle ragioni esposte nell’atto anzidetto e le abbia meditate e ritenute coerenti alla propria decisione. Cass. pen. sez. IV 1 ottobre 2002, n. 32667

In tema di intercettazioni di comunicazioni tra presenti, è legittima la motivazione per relationem del decreto del pubblico ministero che disponga lo svolgimento delle operazioni di captazione mediante impianti in dotazione della polizia giudiziaria, allorché: 1) il provvedimento a tal fine richiamato (nella specie il decreto autorizzativo del ricorso al mezzo di ricerca della prova emesso dal giudice per le indagini preliminari) contenga idonea giustificazione della sussistenza di eccezionali ragioni di urgenza e dell’insufficienza o inidoneità degli apparati installati presso l’ufficio di procura; 2) abbia natura di atto del medesimo procedimento; 3) sia, se non allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, conosciuto dall’interessato ovvero a lui ostensibile quanto meno al momento – giudizio di riesame – in cui si rende attuale l’esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed eventualmente di gravame, con conseguente controllo dell’organo dell’impugnazione. Cass. pen. Sezioni Unite 28 novembre 2001, n. 42792

La motivazione per relationem di un provvedimento giudiziale è da considerare legittima quando: 1) faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2) fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione; 3) l’atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall’interessato o almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l’esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e, conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione. (Fattispecie concernente provvedimenti di autorizzazione all’intercettazione di conversazioni e di proroga delle originarie autorizzazioni, in relazione ai quali la S.C. ha affermato che, ai fini dell’assolvimento dell’obbligo di motivazione, è sufficiente che dalla lettura del provvedimento si possa dedurre l’iter cognitivo e valutativo seguito dal giudice e se ne possano conoscere i risultati, che devono essere conformi alle prescrizioni di legge con la precisazione ulteriore, per i provvedimenti di proroga, che essi possono scontare un minore impegno motivazionale quanto ai presupposti, se accertati come ancora sussistenti, ma devono ugualmente dar conto della ragione di persistenza dell’esigenza captativa). Cass. pen. Sezioni Unite 21 settembre 2000, n. 17

La mancanza di motivazione dei decreti che autorizzano o prorogano le operazioni di intercettazioni telefoniche o tra presenti, di quelli che convalidano i decreti emessi in caso d’urgenza dal pubblico ministero, nonché di questi ultimi, comporta l’inutilizzabilità dei risultati delle operazioni captative. Nell’occasione, la S.C. ha avuto modo di precisare che si ha mancanza della motivazione non solo quando l’apparato giustificativo manchi in senso fisico-testuale, ma anche quando la motivazione sia apparente, semplicemente ripetitiva della formula normativa, del tutto incongrua rispetto al provvedimento che dovrebbe giusti.care; mentre si ha difetto della motivazione – emendabile dal giudice cui la doglianza venga prospettata, sia esso il giudice del merito che deve utilizzare i risultati delle intercettazioni, sia esso quello dell’impugnazione nella fase di merito o in quella di legittimità – allorché quest’ultima sia incompleta, insufficiente, non perfettamente adeguata, affetta da vizi che non negano, né compromettono la giustificazione, ma la rendono non puntuale. Cass. pen. Sezioni Unite 21 settembre 2000, n. 17

In caso di provvedimento applicativo di misura cautelare personale basato sul risultato di intercettazioni telefoniche o ambientali, avverso il quale sia stata esperita la procedura di riesame conclusasi con la conferma di detto provvedimento, non è deducibile per la prima volta, in sede di ricorso per cassazione proposto avverso la decisione del Tribunale del riesame, l’inutilizzabilità delle suddette intercettazioni, quando si voglia farla derivare da un asserito difetto di motivazione del decreto di autorizzazione, precedentemente mai denunciato. Cass. pen. sez. V 29 marzo 2000, n. 795

L’inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni telefoniche, dichiarata nell’ambito di un procedimento de libertate sul presupposto che, non essendo stati trasmessi i relativi decreti autorizzativi, il Gip prima e, successivamente, il tribunale del riesame non avevano potuto esercitare il potere-dovere di verificare la legittimità delle intercettazioni al fine di valutare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, opera soltanto in detto procedimento, e non in altri. Ne consegue che è legittima, nell’ambito dello stesso procedimento, ma in diverso e autonomo procedimento de libertate, l’applicazione di misura cautelare personale ad opera di altro giudice, sulla base della piena cognizione dei decreti di autorizzazione, allegati agli atti, delle dette intercettazioni telefoniche, dalle quali emergano gravi indizi di colpevolezza. (Nella specie il ricorrente aveva lamentato che il giudice di merito avesse posto a base del provvedimento cautelare le stesse intercettazioni telefoniche dichiarate inutilizzabili dalle sezioni unite con sentenza 20 novembre 1996, n. 21). Cass. pen. sez. I 28 settembre 1998, n. 3117

La mancanza di motivazione dei decreti che autorizzano o prorogano le operazioni di intercettazioni telefoniche o tra presenti e di quelli che convalidano i decreti emessi in caso d’urgenza dal pubblico ministero, così come la motivazione meramente apparente, comporta l’inutilizzabilità dei risultati delle operazioni captative. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto apparente la motivazione dei decreti di convalida e di proroga contenuta in moduli prestampati – compilati a penna solo quanto al numero del procedimento e dei decreti, al nome del giudice, alla data del decreto da convalidare e della richiesta di proroga, al numero dell’utenza interessata e al nome del suo utilizzatore – e consistente in una formula di stile, utilizzabile per qualsiasi atto da convalidare o da prorogare, sostanzialmente ripetitiva della formula normativa, in quanto non espressiva dell’”iter” cognitivo e valutativo seguito dal giudice per la delibazione della richiesta). Cass. pen. sez. IV 24 ottobre 2018, n. 48543

In tema di autorizzazione di intercettazioni ambientali, la valutazione dei gravi indizi di reato può fondarsi su relazioni di servizio redatte da un ausiliario di polizia giudiziaria aventi ad oggetto il contenuto di conversazioni a cui egli abbia partecipato, e quindi fatti da lui immediatamente percepiti, non ravvisandosi, in tal caso, la violazione del divieto di testimonianza “de relato”. Cass. pen. sez. IV 12 ottobre 2017, n. 46953

In tema di intercettazioni telefoniche, la motivazione dei decreti autorizzativi deve necessariamente dar conto delle ragioni che impongono l’intercettazione di una determinata utenza telefonica, facente capo ad una specifica persona, indicando il collegamento tra l’indagine in corso e la medesima persona, affinchè possa essere verificata, alla luce del complessivo contenuto informativo e argomentativo del provvedimento, la sua adeguateza rispetto alla funzione di garanzia prescritta dall’art. 15, comma secondo, Cost. Cass. pen. sez. V 12 gennaio 2017, n. 1407

In tema di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, è legittima la motivazione “per relationem” dei decreti autorizzativi quando in essi il giudice faccia richiamo alle richieste del P.M. ed alle relazioni di servizio della polizia giudiziaria, ponendo così in evidenza, per il fatto d’averle prese in esame e fatte proprie, l’”iter” cognitivo e valutativo seguito per giusti.care l’adozione del particolare mezzo di ricerca della prova. (Principio affermato, nella specie, relativamente ad intercettazioni disposte nell’ambito d’indagini sulla criminalità organizzata, per cui era richiesta la sola presenza di “sufficienti indizi di reato”, ai sensi dell’art. 13 del D.L. n. 152 del 1991, conv. con modif. in L. n. 203 del 1991). Cass. pen. sez. VI 12 dicembre 2008, n. 46056

I gravi «indizi di reato» (e non di reità) che, ai sensi dell’articolo 267 c.p.p.costituiscono presupposto per il ricorso alle intercettazioni di conversazioni o di comunicazioni, attengono all’esistenza dell’illecito penale e non alla colpevolezza di un determinato soggetto, sicchè per procedere legittimamente ad intercettazione non è necessario che tali indizi siano a carico di persona individuata o del soggetto le cui comunicazioni debbano essere captate a fine di indagine. Cass. pen. sez. IV 18 gennaio 2006, n. 1848

In tema di presupposti sulla cui base può essere adottato il provvedimento autorizzatorio delle intercettazioni, benché l’articolo 267, comma 1, del c.p.p. individui, tra questi, quello dei «gravi indizi di reato» (o dei «sufficienti indizi», allorché si verta in ipotesi di reati di criminalità organizzata: articolo 13 del decreto legge 13 maggio 1991 n. 152, convertito dalla legge 12 luglio 1991 n. 203), è escluso che a quel presupposto possa essere attribuito un connotato di tipo «probatorio» in chiave di prognosi, seppure indiziaria, di colpevolezza, posto che ciò che è dirimente è l’esistenza (in chiave altamente probabilistica o, nel caso dei reati di criminalità organizzata, nel più ristretto ambito della sufficienza indiziaria) di un «fatto storico» integrante una determinata ipotesi di reato, il cui accertamento imponga l’adozione del mezzo di ricerca della prova, da circoscrivere di particolari garanzie in ragione della peculiare invasività del mezzo rispetto all’area dei valori presidiati dall’articolo della Costituzione. Da ciò deriva che il legislatore, mirando a prevenire qualsiasi uso non necessario di uno strumento tanto insidioso per la sfera della libertà e segretezza delle comunicazioni, espressamente prescrive soltanto un controllo penetrante circa l’esistenza delle esigenze investigative e la finalizzazione delle intercettazioni al relativo soddisfacimento; senza, quindi, alcun riferimento alla delibazione, nel merito, di una ipotesi accusatoria, che può ancora non avere trovato una sua consistenza. In una tale prospettiva, la motivazione del decreto non deve esprimere una valutazione sulla fondatezza dell’accusa, ma solo un vaglio di effettiva serietà del progetto investigativo, conseguendone che la principale funzione di garanzia della motivazione del decreto risiede nell’individuazione della specifica vicenda criminosa cui l’autorizzazione si riferisce, in modo da prevenire il rischio di autorizzazione in bianco. Cass. pen. sez. II 18 marzo 2005, n. 10881

In materia di intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nell’ambito di procedimenti riguardanti delitti di criminalità organizzata, la motivazione del decreto autorizzativo del Gip in ordine al presupposto dei «sufficienti indizi di reato», previsto dall’art. 13 della L. 12 luglio 1991 n. 203 – che ha innovato sul punto l’originaria disciplina contenuta nell’art. 267 c.p.p. – deve contenere la sintetica illustrazione degli elementi essenziali di indagine, sì da consentire alle parti e al giudice del riesame di stabilire la ritualità del provvedimento adottato, e può legittimamente recepire, previo adeguato vaglio critico, le risultanze delle informative redatte dalla polizia giudiziaria. Cass. pen. sez. VI 15 gennaio 2003, n. 1625

La motivazione per relationem di un provvedimento giudiziale è da considerare legittima quando: 1) faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2) fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione; 3) l’atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall’interessato o almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l’esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e, conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione. (Fattispecie concernente provvedimenti di autorizzazione all’intercettazione di conversazioni e di proroga delle originarie autorizzazioni, in relazione ai quali la S.C. ha affermato che, ai fini dell’assolvimento dell’obbligo di motivazione, è sufficiente che dalla lettura del provvedimento si possa dedurre l’iter cognitivo e valutativo seguito dal giudice e se ne possano conoscere i risultati, che devono essere conformi alle prescrizioni di legge con la precisazione ulteriore, per i provvedimenti di proroga, che essi possono scontare un minore impegno motivazionale quanto ai presupposti, se accertati come ancora sussistenti, ma devono ugualmente dar conto della ragione di persistenza dell’esigenza captativa). Cass. pen. Sezioni Unite 21 settembre 2000, n. 17

La mancanza di motivazione dei decreti che autorizzano o prorogano le operazioni di intercettazioni telefoniche o tra presenti, di quelli che convalidano i decreti emessi in caso d’urgenza dal pubblico ministero, nonché di questi ultimi, comporta l’inutilizzabilità dei risultati delle operazioni captative. Nell’occasione, la S.C. ha avuto modo di precisare che si ha mancanza della motivazione non solo quando l’apparato giustificativo manchi in senso fisico-testuale, ma anche quando la motivazione sia apparente, semplicemente ripetitiva della formula normativa, del tutto incongrua rispetto al provvedimento che dovrebbe giusti.care; mentre si ha difetto della motivazione – emendabile dal giudice cui la doglianza venga prospettata, sia esso il giudice del merito che deve utilizzare i risultati delle intercettazioni, sia esso quello dell’impugnazione nella fase di merito o in quella di legittimità – allorché quest’ultima sia incompleta, insufficiente, non perfettamente adeguata, affetta da vizi che non negano, né compromettono la giustificazione, ma la rendono non puntuale. Cass. pen. Sezioni Unite 21 settembre 2000, n. 17

In tema di motivazione di decreti autorizzativi di attività di intercettazione, non essendo necessaria un’analitica esposizione degli elementi dai quali è dato desumere la probabilità della avvenuta consumazione di un reato, è consentito che detta motivazione (che ben può richiamare atti contenuti nella richiesta del P.M. o che siano comunque nella disponibilità delle parti) si esaurisca nella sommaria esposizione di tali elementi. Peraltro, un eventuale difetto di motivazione, potendo essere sanato dall’integrazione, effettuata secondo le regole generali, dal giudice dell’impugnazione cautelare, non dà luogo a nullità né ad inutilizzabilità. Cass. pen. sez. V 9 marzo 2000, n. 776

In tema di intercettazioni, l’obbligo di motivazione del provvedimento di autorizzazione o proroga non può ritenersi correttamente adempiuto dal giudice attraverso il semplice riferimento alla richiesta del P.M.; tuttavia, in presenza di una richiesta, proveniente dall’organo di accusa, che appaia esaustiva ed ampiamente argomentata, non incorre nel vizio di motivazione il provvedimento del giudice che ne recepisce il contenuto, facendo emergere che esso è stato criticamente valutato ed assimilato. Cass. pen. sez. III 13 ottobre 1999, n. 2780

In tema di decreti autorizzativi di intercettazioni (telefoniche od ambientali) la motivazione può essere la minima necessaria a chiarire le ragioni del provvedimento, in ordine alla indispensabilità del mezzo probatorio richiesto, ai fini della prosecuzione delle indagini, ed alla sussistenza dei gravi indizi di reato. Tuttavia, il giudice non deve limitarsi ad espressioni che costituiscano perifrasi del contenuto delle norme che disciplinano l’assunzione del mezzo probatorio, né deve limitarsi a recepire le richieste degli organi investigativi se non a seguito di autonoma valutazione. Inoltre, nel caso di ripetitività di decreti autorizzativi che abbiano come presupposto la sussistenza di gravi indizi di un reato, il giudice può richiamare per relationem la motivazione di altro proprio precedente decreto, emesso per lo stesso reato e nello stesso procedimento, trattandosi di situazioni concrete già valutate e di argomentazioni già esposte. Cass. pen. sez. VI 6 ottobre 1999, n. 4057

In tema di decreto di autorizzazione delle intercettazioni telefoniche è legittima la motivazione per relationem, costituita dal richiamo alle considerazioni ed alle argomentazioni svolte dal pubblico ministero nella richiesta con rinvio alle note investigative alla stessa allegate. È però necessario che il decreto sia formulato in modo che possa evincersi che il giudice ha esaminato gli atti, facendo proprie le considerazioni e le argomentazioni sviluppate nella richiesta e nella documentazione allegata, e che, al momento del deposito di cui all’art. 268, comma 4, e 6, c.p.p.tutti i soggetti interessati siano stati posti in grado di prendere effettiva cognizione degli atti richiamati. Cass. pen. sez. I 17 giugno 1999, n. 2505

In tema di decreto di autorizzazione delle intercettazioni telefoniche è legittima la motivazione per relationem, costituita dal richiamo alle considerazioni ed alle argomentazioni svolte dal pubblico ministero nella richiesta con rinvio alle note investigative alla stessa allegate. È però necessario che il decreto sia formulato in modo che possa evincersi che il giudice ha esaminato gli atti, facendo proprie le considerazioni e le argomentazioni sviluppate nella richiesta e nella documentazione allegata, e che, al momento del deposito di cui all’art. 268, comma 4, e 6, c.p.p.tutti i soggetti interessati siano stati posti in grado di prendere effettiva cognizione degli atti richiamati. Cass. pen. sez. I 17 giugno 1999, n. 2505

Il difetto (ed a maggior ragione l’insufficienza) di motivazione del decreto di autorizzazione all’effettuazione di intercettazioni telefoniche non è deducibile per la prima volta in sede di ricorso per cassazione proposto avverso l’ordinanza del tribunale del riesame confermativa della misura disposta sulla base dell’esito delle suddette intercettazioni. Cass. pen. sez. I 12 maggio 1999, n. 2507

Anche quando si proceda per reati di criminalità organizzata, i decreti con i quali il giudice per le indagini preliminari autorizzi l’effettuazione di intercettazioni di comunicazioni ovvero convalidi i provvedimenti d’urgenza adottati in materia dal pubblico ministero devono contenere adeguate, ancorché succinta motivazione, non potendosi ritenere sufficiente il mero riferimento alle informative di polizia. Cass. pen. sez. I 11 febbraio 1999, n. 163

È legittimo il provvedimento del Gip di autorizzazione ad eseguire intercettazioni telefoniche che sia motivato per relationem rispetto alle richieste del P.M. o alle informazioni di polizia, purché il giudice non si limiti a un mero rinvio, ma, nel richiamarsi agli argomenti esposti dagli organi investigativi, faccia comunque emergere che essi sono stati criticamente valutati e recepiti. La motivazione dei provvedimenti di proroga dell’autorizzazione, invece, può anche essere ispirata a criteri di minore specificità, per cui purisolversi anche nel dare atto della constatata plausibilità delle ragioni esposte nella richiesta del P.M.dato che di un provvedimento reso al di fuori di una contrapposizione dialettica di posizioni contrastanti, l’adeguatezza della motivazione non può che essere valutata in relazione alla fondatezza della tesi della parte istante. In nessun caso, peraltro, i decreti di proroga possono essere motivati con il semplice richiamo ai preesistenti provvedimenti autorizzativi. (Fattispecie, nella quale la S.C. ha ritenuto corretta la motivazione del giudice di merito che, dato atto dell’esistenza di precedenti decreti autorizzativi delle intercettazioni stesse, aveva osservato, per alcuni, che il protrarsi delle autorizzazioni appariva indispensabile per la prosecuzione delle indagini e, per altri, aveva fatto riferimento, richiamandolo, al contenuto dei rapporti di polizia giudiziaria o alla richiesta del P.M.). Cass. pen. sez. I 4 maggio 1998, n. 1495

In materia di intercettazione di comunicazioni, nessuna norma dispone, tanto meno a pena di nullità (o di inutilizzabilità), che le operazioni debbano avere inizio nel giorno prefissato dal P.M. Quel che importa è – per intuitive ragioni di necessario contenimento temporale della invasione della sfera privata – che sia rispettato l’arco di tempo, normalmente espresso in giorni, entro il quale le operazioni si debbono svolgere. Cass. pen. sez. VI 2 dicembre 1999, n. 3541

In tema di intercettazione di telefonate dirette ad un’utenza all’estero la particolarità tecnica del sistema allo scopo utilizzabile – quello del cosiddetto «istradamento», comportante la necessità dell’intercettazione di tutte le telefonate ad utenze con numeri aventi le prime cifre identiche – fa sì che il provvedimento autorizzativo venga necessariamente ed implicitamente ad investire tutte le utenze (ovviamente non individuate e non individuabili) «strumentalmente» intercettate. Di conseguenza, seppure «strumentali» e finalizzate ad intercettare l’utenza estera «mirata», tali intercettazioni debbono ritenersi formalmente «assistite» e legittimate dall’autorizzazione giudiziale, con la conseguenziale piena utilizzabilità dei relativi risultati. Cass. pen. sez. IV 23 febbraio 1999, n. 2321

La mancanza di trasmissione al Gip dei decreti autorizzativi delle intercettazioni telefoniche (esistenti e regolari) costituisce una irregolarità che va eccepita immediatamente, con richiesta di riesame, per consentire alla difesa di verificare la legittimità delle intercettazioni. Peraltro, quando l’acquisizione della prova è avvenuta regolarmente, essendo stati emessi i decreti tempestivamente, non si produce alcuna lesione dei diritti di difesa e va pertanto esclusa la possibilità del giudice di rilevarne di ufficio l’inutilizzabilità, essendo tale potere esercitabile solo in presenza di una inutilizzabilità effettiva per essere stati i mezzi di prova acquisiti illecitamente, con violazione delle norme poste a tutela dei diritti della difesa e della par condicio tra le parti del processo. Cass. pen. sez. V 6 aprile 1998, n. 788

In tema di intercettazioni telefoniche, la durata delle operazioni di intercettazione, entro i limiti previsti dalla legge, è rimessa esclusivamente al pubblico ministero, come espressamente previsto dall’art. 267, comma terzo, c.p.p.secondo cui il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Al giudice per le indagini preliminari non compete invece determinare nel provvedimento autorizzativo tale durata, fatta eccezione del caso di proroga del termine di durata, in relazione al quale il legislatore ha ragionevolmente devoluto al giudice la valutazione della necessità di comprimere, oltre il termine ordinario, la sfera di riservatezza delle comunicazioni private. Pertanto, nel caso in cui il giudice, nel provvedimento di convalida del decreto emesso in via di urgenza dal pubblico ministero, abbia illegittimamente ridotto il termine di durata indicato nel decreto, tale erronea indicazione deve ritenersi come non apposta, con la conseguenza che le intercettazioni effettuate per tutto il periodo determinato nel decreto del pubblico ministero sono pienamente utilizzabili. (Fattispecie in cui il P.M.vertendosi in tema di indagini attinenti a delitti di criminalità organizzata, aveva in via di urgenza emesso il decreto che disponeva le intercettazioni fissando la durata massima di quaranta giorni, a norma dell’art. 13 D.L. 13 maggio 1991, n. 152, mentre il Gip, nel convalidare tale decreto, aveva rideterminato in quindici giorni la durata delle operazioni). Cass. pen. sez. VI 13 giugno 1997, n. 5655

In tema di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, l’indicazione delle modalità delle operazioni da parte del P.M.di cui all’art. 267, comma 3, c.p.p.è da ritenersi soddisfatta mediante il riferimento all’impiego di attrezzature da predisporre per quello specifico scopo, senza che occorra individuare le caratteristiche tecniche od indicare la precisa ubicazione del luogo di ascolto, da tenere, del resto, comprensibilmente riservata a tutela della sicurezza di terzi. Cass. pen. sez. I 31 agosto 1994, n. 9370

In tema di intercettazione di comunicazioni o conversazioni, il decreto del Gip di proroga della durata delle operazioni non comporta, di per sé, il venir meno delle condizioni legittimanti il ricorso ad apparati diversi da quelli esistenti presso la procura della Repubblica, e pertanto non è necessaria, neanche nelle ipotesi in cui l’attività di captazione sia effettuata mediante impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria, l’adozione, da parte del P.M.di un ulteriore provvedimento esecutivo delle operazioni medesime, che si limiterebbe solo a confermare quanto già precedentemente disposto in ordine alle modalità spazio-temporali dell’intercettazione e, in particolare, all’impiego di apparecchiature alternative. Cass. pen. Sezioni Unite 28 novembre 2001, n. 42792

È legittimo e non abbisognevole di convalida il provvedimento con il quale il pubblico ministero, perdurando la validità del decreto con il quale il giudice abbia ritualmente autorizzato l’intercettazione di comunicazioni effettuate da taluno mediante un apparecchio telefonico mobile, disponga la prosecuzione delle operazioni su apparecchio contrassegnato da un numero di scheda telefonica diverso da quello originariamente indicato nel summenzionato decreto ma comunque sempre in uso al medesimo oggetto. Cass. pen. sez. IV 3 maggio 2001, n. 17832

I decreti di proroga delle intercettazioni telefoniche non abbisognano di alcuna motivazione in quanto traggono la propria legittimità dal provvedimento originario cui implicitamente rinviano per ogni necessaria indicazione. Cass. pen. sez. VI 7 luglio 1999, n. 8645

La proroga tardiva dell’autorizzazione ad intercettare conversazioni non può valere a legittimare ex post la mancanza di autorizzazione e a consentire l’utilizzazione delle intercettazioni svoltesi medio tempore, ma ha soltanto efficacia per il futuro, alla stregua di nuova autorizzazione. (Fattispecie concernente l’emissione di provvedimento coercitivo basato su indizi ricavati anche dal contenuto di intercettazioni svoltesi in periodo di carenza di autorizzazione; in relazione ad essa, la S.C. ha annullato l’ordinanza impugnata con rinvio al giudice di merito per la valutazione di persistenza, in relazione al residuo materiale di indagine, della gravità indiziaria). Cass. pen. sez. I 15 giugno 1999, n. 3323

In tema di proroga delle intercettazioni di comunicazioni o conversazioni telefoniche di cui all’art. 267, comma 3, c.p.p.il provvedimento del Gip, implicando una valutazione della necessità di comprimere per un ulteriore termine la sfera di riservatezza delle comunicazioni private, incide esclusivamente sulla durata dell’intercettazione, ferma restando, in difetto di esplicita modi.ca, ogni altra modalità precedentemente fissata. Pertanto, intervenuto il decreto di proroga del Gip non è richiesto alcun altro provvedimento dispositivo dell’intercettazione da parte del P.M. non previsto dalla legge e, di norma, sfornito di utilità, non influendo né sulla durata delle operazioni né sulle loro modalità, sempreché queste ultime siano rimaste invariate. Cass. pen. sez. VI 1 giugno 1998, n. 1592

In tema di intercettazione di comunicazioni telefoniche, mentre il primo provvedimento autorizzativo deve contenere una motivazione che non si limiti ad un mero rinvio alle richieste del pubblico ministero o alle informazioni della polizia giudiziaria, ma faccia comunque emergere che esse sono state criticamente valutate e recepite, i successivi provvedimenti di proroga ben possono essere motivati anche per relationem, con riferimento alle richieste degli organi investigativi, in cui siano indicate le ragioni giustificative della proroga, rimanendo peraltro escluso che sia invece sufficiente un semplice riferimento ai preesistenti provvedimenti autorizzativi, del tutto inidoneo, come tale, ad esplicitare le ragioni anzidette. In tale ultima ipotesi, tuttavia, la nullità del provvedimento, con conseguente inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni, non si trasmette ai decreti successivi, quando questi, pur richiamandosi al precedente, siano conformi alla legge. Cass. pen. sez. I 4 maggio 1998, n. 1495

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