Art. 203 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Informatori della polizia giudiziaria e dei servizi di sicurezza

Articolo 203 - codice di procedura penale

1. Il giudice non può obbligare gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria (57) nonché il personale dipendente dai servizi per le informazioni e la sicurezza militare o democratica a rivelare i nomi dei loro informatori (204). Se questi non sono esaminati come testimoni, le informazioni da essi fornite non possono essere acquisite né utilizzate (191).
1 bis. L’inutilizzabilità opera anche nelle fasi diverse dal dibattimento, se gli informatori non sono stati interrogati né assunti a sommarie informazioni (1).

Articolo 203 - Codice di Procedura Penale

1. Il giudice non può obbligare gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria (57) nonché il personale dipendente dai servizi per le informazioni e la sicurezza militare o democratica a rivelare i nomi dei loro informatori (204). Se questi non sono esaminati come testimoni, le informazioni da essi fornite non possono essere acquisite né utilizzate (191).
1 bis. L’inutilizzabilità opera anche nelle fasi diverse dal dibattimento, se gli informatori non sono stati interrogati né assunti a sommarie informazioni (1).

Note

(1) Questo comma è stato aggiunto dall’art. 7 della L. 1 marzo 2001, n. 63.

Massime

In tema di autorizzazione alle operazioni di intercettazione, il divieto di utilizzazione di informazioni confidenziali è espressamente limitato alla valutazione dei gravi indizi di reato e non opera qualora la fonte anonima si limiti a riferire agli inquirenti il numero dell’utenza utilizzata dall’indagato già autonomamente attinto da gravi indizi di reità per il reato oggetto del procedimento. Cass. pen. sez. IV 4 gennaio 2008, n. 108

In tema di autorizzazioni all’effettuazione di intercettazioni telefoniche la disposizione di cui all’art. 7 della legge n. 63 del 2001 (relativa alla inutilizzabilità degli elementi da cui desumere i gravi indizi di reato allorché essi provengano da informatori non interrogati o assunti a sommarie informazioni) non opera – per il principio tempus regit actum – per le intercettazioni eseguite prima dell’entrata in vigore della normativa citata: essa ha invero effetto dal momento dell’assunzione della prova e non dal momento della sua valutazione. Cass. pen. sez. IV 21 giugno 2004, n. 27891

Ai fini della valutazione dei sufficienti indizi per l’autorizzazione all’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche nell’ambito di un procedimento per delitti di criminalità organizzata, il divieto di utilizzazione delle notizie confidenziali riferite da ufficiali o agenti di polizia giudiziaria, qualora gli informatori non siano stati interrogati o assunti a sommarie informazioni durante le indagini preliminari come previsto dal comma 1 bis dell’art. 203, c.p.p. (introdotto dall’art. 7 della legge 1 marzo 2001, n. 63), espressamente richiamato dall’art. 13, comma 1, D.L. 13 maggio 1991, n. 152, convertito dalla legge 12 luglio 1991, n. 203 (come modificato dall’art. 23 della legge 1 marzo 2001, n. 63), non si applica ai procedimenti in cui l’intercettazione sia già stata disposta al momento dell’entrata in vigore della nuova disciplina, dovendosi ritenere che in base al principio tempus regit actum, ribadito dall’art. 26 della legge citata, il discrimine per l’applicazione della normativa processuale sopravvenuta è rappresentato dal momento dell’assunzione della prova, non della sua valutazione, poiché in quel momento si produce l’effetto di introdurre nel processo un elemento di prova utilizzabile ai fini della decisione, come si evince dal coordinamento degli artt. 526 e 191 c.p.p. (La Corte, che in applicazione di tale principio ha ritenuto utilizzabili le intercettazioni disposte, prima dell’entrata in vigore della legge 1 marzo 2001, n. 63, sulla base di notizie confidenziali acquisite dalla polizia giudiziaria, ha escluso che l’applicazione retroattiva della nuova disciplina possa desumersi dall’art. 26 della legge citata, disposizione transitoria che è diretta ad assicurare la tutela delle esigenze di economia processuale e dell’affidamento dei destinatari delle norme abrogate e che, peraltro, ai commi 3 e 5, esclude espressamente la retroattività delle disposizioni attinenti al regime di utilizzabilità degli atti). Cass. pen. sez. II 8 marzo 2002, n. 9532

È illegittima l’utilizzazione (nella specie ai fini dell’emissione di provvedimento coercitivo) di dichiarazioni rese da con.dente rifiutatosi di essere sentito ai sensi dell’art. 362 c.p.p.che siano state acquisite sub specie di intercettazione ambientale ritualmente richiesta dal P.M. e autorizzata dal giudice per le indagini preliminari, a nulla rilevando che il dichiarante sia identificato al termine dell’audizione e che le sue generalità vengano registrate, quantunque tenute segrete; e ciò in quanto, risultando tali dichiarazioni sostanzialmente anonime, è preclusa la possibilità di qualificarle come sommarie informazioni assunte da persona informata dei fatti, per le quali la disciplina applicabile è quella prevista per l’acquisizione della testimonianza. (Nella specie l’intercettazione ambientale era stata eseguita nella segreteria dell’ufficio del P.M.) Cass. pen. sez. I 22 marzo 1999, n. 705

Le informazioni assunte da un con.dente della polizia giudiziaria e da questa riferite all’autorità giudiziaria dopo la morte del medesimo (nella specie assassinato) possono essere legittimamente utilizzate all’interno della fase delle indagini preliminari e per l’applicazione delle misure cautelari, siccome informazioni assunte da persona in grado di riferire sui fatti oggetto di indagine. (Con riferimento alla fattispecie concreta, la Cassazione ha altresì evidenziato la necessità di particolare cautela nella valutazione di tali informazioni attesa la virtuale posizione di coindagato del con.dente deceduto). Cass. pen. sez. I 13 gennaio 1993, n. 3952

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