Art. 143 – Codice di Procedura Penale

(D.P.R. 22 settembre 1988, n. 477 - aggiornato al D.Lgs. 08.11.2021, n. 188)

Diritto all'interprete e alla traduzione di atti fondamentali

Articolo 143 - codice di procedura penale

(1) 1. L’imputato (60, 61) che non conosce la lingua italiana ha diritto di farsi assistere gratuitamente, indipendentemente dall’esito del procedimento, da un interprete al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata (att. 94) e di seguire il compimento degli atti e lo svolgimento delle udienze cui partecipa (109). Ha altresì diritto all’assistenza gratuita di un interprete per le comunicazioni con il difensore prima di rendere un interrogatorio, ovvero al fine di presentare una richiesta o una memoria nel corso del procedimento.
2. Negli stessi casi l’autorità procedente dispone la traduzione scritta, entro un termine congruo tale da consentire l’esercizio dei diritti e della facoltà della difesa, dell’informazione di garanzia, dell’informazione sul diritto di difesa, dei provvedimenti che dispongono misure cautelari personali, dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, dei decreti che dispongono l’udienza preliminare e la citazione a giudizio, delle sentenze e dei decreti penali di condanna.
3. La traduzione gratuita di altri atti o anche solo di parte di essi, ritenuti essenziali per consentire all’imputato di conoscere le accuse a suo carico, può essere disposta dal giudice, anche su richiesta di parte, con atto motivato, impugnabile unitamente alla sentenza.
4. L’accertamento sulla conoscenza della lingua italiana è compiuto dall’autorità giudiziaria. La conoscenza della lingua italiana è presunta fino a prova contraria per chi sia cittadino italiano.
5. L’interprete e il traduttore sono nominati anche quando il giudice, il pubblico ministero o l’ufficiale di polizia giudiziaria ha personale conoscenza della lingua o del dialetto da interpretare.
6. La nomina del traduttore per gli adempimenti di cui ai commi 2 e 3 è regolata dagli articoli 144 e seguenti del presente titolo. La prestazione dell’ufficio di interprete e di traduttore è obbligatoria (366, 373 c.p.; 133; att. 52).

Articolo 143 - Codice di Procedura Penale

(1) 1. L’imputato (60, 61) che non conosce la lingua italiana ha diritto di farsi assistere gratuitamente, indipendentemente dall’esito del procedimento, da un interprete al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata (att. 94) e di seguire il compimento degli atti e lo svolgimento delle udienze cui partecipa (109). Ha altresì diritto all’assistenza gratuita di un interprete per le comunicazioni con il difensore prima di rendere un interrogatorio, ovvero al fine di presentare una richiesta o una memoria nel corso del procedimento.
2. Negli stessi casi l’autorità procedente dispone la traduzione scritta, entro un termine congruo tale da consentire l’esercizio dei diritti e della facoltà della difesa, dell’informazione di garanzia, dell’informazione sul diritto di difesa, dei provvedimenti che dispongono misure cautelari personali, dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, dei decreti che dispongono l’udienza preliminare e la citazione a giudizio, delle sentenze e dei decreti penali di condanna.
3. La traduzione gratuita di altri atti o anche solo di parte di essi, ritenuti essenziali per consentire all’imputato di conoscere le accuse a suo carico, può essere disposta dal giudice, anche su richiesta di parte, con atto motivato, impugnabile unitamente alla sentenza.
4. L’accertamento sulla conoscenza della lingua italiana è compiuto dall’autorità giudiziaria. La conoscenza della lingua italiana è presunta fino a prova contraria per chi sia cittadino italiano.
5. L’interprete e il traduttore sono nominati anche quando il giudice, il pubblico ministero o l’ufficiale di polizia giudiziaria ha personale conoscenza della lingua o del dialetto da interpretare.
6. La nomina del traduttore per gli adempimenti di cui ai commi 2 e 3 è regolata dagli articoli 144 e seguenti del presente titolo. La prestazione dell’ufficio di interprete e di traduttore è obbligatoria (366, 373 c.p.; 133; att. 52).

Note

(1) Questo articolo è stato così sostituito dall’art. 1, comma 1, lett. b), del D.L.vo 4 marzo 2014, n. 32.

Massime

La mancata traduzione della sentenza in una lingua nota all’imputato alloglotta non integra la nullità prevista dll’art. 178, comma primo, lett. c) cod. proc. pen. – sotto il profilo della lesione recata alla effettiva partecipazione al giudizio e alla completa esplicazione del diritto di difesa – qualora sia stata proposta tempestiva impugnazione da parte del difensore e non siano stati allegati elementi specifici in ordine al pregiudizio derivante dalla omessa traduzione. Cass. pen. sez. III 9 maggio 2017, n. 22261   Conforme Cass. pen. sez. V, 18 ottobre 2018, n. 47534  .

In tema di traduzione degli atti, l’accertamento di cui all’art. 143 cod. proc. pen. come modificato dal D.Lgs. n. 32 del 2014, circa la conoscenza, da parte dell’imputato, della lingua italiana, non esige che ad effettuarlo sia direttamente l’autorità giudiziaria, né che vi partecipi il difensore, in quanto trattasi di una semplice verifica di qualità e circostanze e non di un atto a valenza difensiva. (Fattispecie in cui l’imputato, nella fase delle indagini, aveva sottoscritto i verbali di arresto e di sequestro e, in dibattimento, dinanzi al giudice di primo grado, aveva dichiarato di comprendere la lingua italiana). Cass. pen. sez. II 17 febbraio 2017, n. 7913

In tema di traduzione degli atti, anche dopo l’attuazione della direttiva 2010/64/UE ad opera del D.Lgs. 4 marzo 2014 n.32, la mancata nomina di un interprete all’imputato che non conosce la lingua italiana dà luogo ad una nullità a regime intermedio, che deve essere eccepita dalla parte prima del compimento dell’atto ovvero, qualora ciò non sia possibile, immediatamente dopo e, comunque, non può più essere rilevata nè dedotta dopo la deliberazione della sentenza di primo grado o, se si sia verificata nel giudizio, dopo la deliberazione della sentenza del grado successivo. Cass. pen. sez. II 22 giugno 2016, n. 26078

L’obbligo di traduzione degli atti processuali in favore dell’imputato alloglotta che non comprende la lingua italiana, anche a seguito della riformulazione dell’art. 143 cod. proc. pen.è escluso ove lo stesso si sia reso, per causa a lui imputabile, irreperibile o latitante, con conseguente notificazione degli atti che lo riguardano al difensore. Cass. pen. sez. II 23 marzo 2015, n. 12101

In tema di diritto alla assistenza linguistica, l’art. 143 cod. proc. pen. nella formulazione introdotta dal D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 32, non prevede la traduzione del decreto di convalida del sequestro in lingua comprensibile all’indagato alloglotta, per cui dal mancato espletamento di tale adempimento non discende alcuna conseguenza giuridica o influenza sulla decorrenza del termine per proporre impugnazione al tribunale del riesame. Cass. pen. sez. II 29 gennaio 2015, n. 4283

In tema di traduzione degli atti, l’accertamento relativo alla conoscenza da parte dell’imputato della lingua italiana, previsto dall’art. 143, cod. proc. pen. come modificato dal D.Lgs n. 32 del 2014, non deve necessariamente essere compiuto personalmente dall’autorità giudiziaria, in quanto la conoscenza della lingua italiana può essere verificata anche sulla base degli elementi risultanti dagli atti di polizia giudiziaria, rimanendo comunque salva la facoltà per il giudice di compiere ulteriori veri.che ove tali elementi non siano concludenti. (Fattispecie in cui la Corte ha considerato immune da vizi l’ordinanza del Tribunale del riesame che aveva ritenuto accertata la conoscenza della lingua italiana sulla base della annotazione della polizia giudiziaria in cui si dava atto che l’indagato aveva in italiano declinato le proprie generalità, risposto alle domande rivoltegli, affermato di non voler sottoscrivere alcun atto se non alla presenza del difensore, ed aveva intrattenuto con questi un colloquio di circa quindici minuti in lingua italiana). Cass. pen. sez. V 16 dicembre 2014, n. 52245

Il diritto all’assistenza dell’interprete, nei casi e nei termini previsti dall’art. 104, comma quarto-bis e dall’art. 143, comma primo, cod. proc. pen nella formulazione introdotta dal D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 32, non è configurabile in relazione ad atti e attività compiuti antecedentemente alla data di entrata in vigore della citata modifica normativa. Cass. pen. sez. III 23 giugno 2014, n. 27067

La sentenza non è compresa tra gli atti rispetto ai quali la legge processuale assicura all’imputato alloglotta, che non conosca la lingua italiana, il diritto alla nomina di un interprete per la traduzione nella lingua a lui conosciuta. Cass. pen. sez. II 22 marzo 2011, n. 11311

In tema di mandato di arresto europeo, non sussiste alcun obbligo di traduzione nella lingua nazionale della persona richiesta, che non conosce la lingua italiana, della motivazione della sentenza della corte di appello che dispone la consegna. Il consegnando, anche senza oneri personali (quando sussistano i presupposti del patrocinio a spese dello Stato), ha infatti la facoltà di avvalersi di un interprete di fiducia per la traduzione della sentenza, con eventuale differimento del relativo termine per l’impugnazione. (Fattispecie in cui il consegnando si era avvalso della facoltà di non comparire all’udienza di trattazione e decisione). Cass. pen. sez. VI 5 ottobre 2009, n. 38639

La necessità che l’ordinanza cautelare emessa nei confronti di una persona straniera, della quale risulti dagli atti la mancata conoscenza della lingua italiana, sia tradotta immediatamente in una lingua a lui nota, non implica che tale adempimento debba essere contestuale all’emissione o all’esecuzione dell’ordinanza stessa, dovendosi tener conto dei tempi tecnici richiesti per il reperimento dell’interprete e l’effettuazione della traduzione, con la conseguenza che nessuna nullità sussiste quando tali tempi siano contenuti nell’arco di pochi giorni. (Fattispecie relativa al decorso di sei giorni dalla data di emissione dell’ordinanza custodiale a quella della sua notificazione alla persona interessata, previa traduzione in lingua a lei nota). Cass. pen. sez. VI 30 dicembre 2008, n. 48469

In tema di misure cautelari disposte nei confronti d’indagato alloglotta che non conosca la lingua italiana, il diritto all’assistenza linguistica previsto dall’art. 143 c.p.p. richiede che l’ordinanza cautelare sia tradotta nelle parti che lo riguardano direttamente, mentre è escluso un obbligo di traduzione per quelle parti dell’ordinanza relative ad altri indagati. Cass. pen. sez. III 4 dicembre 2008, n. 45060

La sentenza non rientra tra gli atti rispetto ai quali grava sull’autorità giudiziaria l’obbligo di traduzione nei confronti dello straniero che non comprenda la lingua italiana (fattispecie relativa a sentenza di condanna). Cass. pen. sez. VI 26 novembre 2008, n. 44101

Sia la sentenza, in quanto atto scritto, che l’estratto contumaciale non rientrano tra gli atti per i quali, a norma dell’art. 143 c.p.p.è assicurata la traduzione gratuita nella lingua conosciuta dall’imputato di nazionalità straniera. Cass. pen. sez. I 31 maggio 2006, n. 19136

L’art. 23 della Convenzione europea di estradizione, resa esecutiva in Italia con legge 30 gennaio 1963 n. 300, nello stabilire che «gli atti da produrre saranno redatti sia nella lingua della parte richiedente, sia in quella della parte richiesta» e che «quest’ultima potrà richiedere una traduzione nella lingua ufficiale del Consiglio d’Europa che essa sceglierà», riguarda soltanto gli Stati come organismi di diritto internazionale e non il singolo estradando, con riguardo al quale, nel procedimento di estradizione svolto in Italia, trova applicazione, in materia di lingua, soltanto la disciplina dettata dall’art. 143 c.p.p. Cass. pen. sez. VI 3 dicembre 2004, n. 47039

In base al testuale tenore dell’art. 143, comma 1, c.p.p.secondo cui l’imputato che non conosca la lingua italiana ha diritto all’assistenza di un interprete «al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti a cui partecipa», deve escludersi che già all’atto dell’arresto in flagranza di uno straniero non a conoscenza della lingua italiana si debba provvedere a farlo assistere da un interprete, atteso che, per un verso, l’arresto in flagranza non comporta la immediata «formulazione» di un’accusa a carico dell’arrestato, avendo luogo la medesima soltanto con l’interrogatorio che il giudice deve effettuare in sede di convalida dell’arresto, nell’osservanza delle forme previste dall’art. 65 c.p.p. (tra cui, in particolare, la contestazione del fatto «in forma chiara e precisa»); per altro verso, non può neppure dirsi che l’arresto in flagranza sia un atto al quale «partecipi» l’arrestato, dal momento che questi non può che limitarsi a subirlo, spettando l’iniziativa dell’atto medesimo ed il suo compimento solo ed esclusivamente alla polizia giudiziaria. Cass. pen. sez. I 19 dicembre 2003, n. 48797

Il diritto all’assistenza gratuita di un interprete per l’imputato che non conosce la lingua italiana è riconosciuto dall’art. 143 primo comma c.p.p. per quegli atti attraverso i quali egli deve essere messo in grado di conoscere e comprendere l’accusa formulata contro di lui e per gli atti del procedimento cui sia chiamato a partecipare e non invece per quegli atti che l’imputato decida di redigere nel proprio interesse, quale l’atto di impugnazione, per i quali può e deve provvedere alla traduzione a sua cura. Cass. pen. sez. VI 20 novembre 2002, n. 39015

Lo straniero, pur quando non abbia conoscenza della lingua italiana, non ha diritto a che l’ordinanza applicativa di una misura cautelare emessa nei suoi confronti sia accompagnata dalla traduzione in una lingua a lui nota, essendo la sua tutela assicurata dall’art. 94, comma 1 bis, att. c.p.p. (in base al quale il direttore dell’istituto penitenziario deve accertare, se del caso con l’ausilio di un interprete, che l’interessato abbia precisa conoscenza del provvedimento custodiale, illustrandogliene, a tal fine, se occorre, il contenuto); disposizione, questa, la cui eventuale inosservanza diviene, peraltro, irrilevante qualora trattasi di ordinanza emessa all’esito di udienza di convalida del fermo o dell’arresto, nel corso della quale l’interessato, assistito dall’interprete, abbia avuto piena contezza delle accuse mosse a suo carico e degli elementi a sostegno delle stesse. Cass. pen. sez. III 6 novembre 2002, n. 37153

In tema di traduzione delle dichiarazioni di persona straniera, la previsione dell’art. 143, comma 2 del c.p.p. non è violata quando l’interprete nominato non conosce la lingua madre della persona esaminata, ma altra lingua che gli consenta di comunicare con essa in maniera effettiva ed efficace. (Nell’affermare tale principio la Corte ha inoltre ritenuto che l’apprezzamento circa la comprensione linguistica in concreto rappresenti una valutazione rimessa al giudice di merito). Cass. pen. sez. III 22 settembre 2001, n. 34444  .

In tema di interpretazione degli atti, poiché l’efficacia operativa dell’art. 143 c.p.p. è subordinata all’accertamento dell’ignoranza della lingua italiana da parte dell’imputato, qualora l’imputato straniero mostri, in qualsiasi maniera, di rendersi conto del significato degli atti compiuti con il suo intervento o a lui indirizzati e non rimanga completamente inerte ma, al contrario, assuma particolarmente iniziative rivelatrici della sua capacità di difendersi adeguatamente, al giudice non incombe l’obbligo di provvedere alla nomina dell’interprete, non essendo del resto rinvenibile nell’ordinamento processuale un principio generale da cui discenda il diritto indiscriminato dello straniero, in quanto tale, a giovarsi di tale assistenza. (Nell’affermare detto principio la Corte ha altresì precisato che l’accertamento dell’ignoranza della lingua italiana da parte dell’imputato costituisce indagine di mero fatto il cui esito, se riferito dal giudice con argomentazioni esaustive e concludenti, sfugge al sindacato di legittimità). Cass. pen. Sezioni Unite 23 giugno 2000, n. 12

La previsione dell’obbligo di traduzione in lingua, cui si riferisce l’art. 143 c.p.p.trova il proprio spazio in relazione allo svolgimento degli atti processuali ai quali l’indagato o imputato partecipa, e per i quali è assicurata l’assistenza dell’interprete. La necessità di garantire la consapevole partecipazione agli atti del procedimento non è tuttavia prospettabile in relazione all’ordinanza cautelare, la quale non contiene, al proprio «interno», dati informativi ovvero mirati avvertimenti in ordine alla esistenza, ed alle modalità di esercizio, di diritto e facoltà dell’indagato, «in relazione» agli effetti dell’atto, cui il difetto della traduzione in lingua si porrebbe come concreto ostacolo. Ciò tanto pinella fattispecie, laddove la misura cautelare risulta aver fatto seguito ad udienza di convalida dell’arresto, sede nella quale i motivi dell’accusa erano stati già resi noti agli indagati che, assistiti dall’interprete, avevano avuto esatta cognizione delle ragioni e della finalità dell’atto. Cass. pen. sez. V 4 giugno 1999, n. 2128  .

In materia di traduzione degli atti l’esistenza, negli atti del procedimento penale, di scritti compilati in lingua straniera, costituisce un caso di nullità del procedimento stesso solo quando il difensore dell’imputato chiede la nomina di un interprete per la traduzione, ex art. 143 secondo comma c.p.p.e il giudice si rifiuti di provvedere in conformità. Detta nullità peraltro ha carattere relativo ed è sanata dall’acquiescenza del difensore. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto che non può costituire causa di annullamento il fatto che il giudice di merito abbia disatteso la certificazione medica attestante l’impedimento a comparire dell’imputato, siccome redatta in lingua rumena in modo altresì illeggibile, senza averne disposta la traduzione, neppure richiesta dal difensore). Cass. pen. sez. V 20 febbraio 1998, n. 2156

L’art. 143, primo comma, c.p.p.presuppone che l’imputato non conosca la lingua italiana o la conosca tanto imperfettamente da non poter comprendere il contenuto dell’accusa e degli atti processuali cui partecipi. Inoltre anche nei casi in cui sussiste il diritto dell’imputato straniero ad essere assistito da un interprete, condizione indispensabile per l’esercizio di tale diritto è che egli dimostri o, almeno, dichiari di non sapersi esprimere in lingua italiana, o di non comprenderla. Ciò perché l’art. 143 c.p.p. non prevede l’obbligo indiscriminato dell’assistenza di un interprete allo straniero in quanto tale, ma lascia a costui la libertà di decidere se richiedere o non tale assistenza, ed attribuisce all’autorità giudiziaria il potere-dovere di valutarne la necessità. Cass. pen. sez. VI ord. 4 febbraio 1994, n. 3052  

Né la convenzione europea sui diritti dell’uomo, né il codice di rito impongono la traduzione nella lingua dell’imputato straniero degli atti che gli vengono notificati. L’unica eccezione alla regola generale dell’uso esclusivo della lingua italiana, stabilita dall’art. 109 c.p.p.è costituita dall’art. 169, terzo comma, c.p.p.secondo il quale l’invito a dichiarare o ad eleggere domicilio nel territorio dello Stato dev’essere redatto nella lingua dell’imputato straniero, cui la raccomandata contenente la notizia del procedimento e l’invito in questione debba essere notificata all’estero, quando dagli atti non risulti che egli conosce la lingua italiana. Siffatta esplicita previsione conferma la regola generale, che è quella dell’uso della lingua italiana, senza necessità di traduzioni per lo straniero che si trovi in Italia, di tutti gli altri atti scritti del procedimento, salvo il diritto, per l’imputato che non conosca la lingua italiana, di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di comprendere l’accusa formulata contro di lui e di seguire il compimento degli atti cui partecipa (art. 143 c.p.p.). Cass. pen. sez. V 19 marzo 1993, n. 2642

Sono inutilizzabili le conversazioni in lingua straniera qualora non siano indicate, nel verbale di esecuzione delle operazioni di intercettazione, le generalità dell’interprete che ha proceduto all’ascolto, traduzione e trascrizione. (In motivazione, la S.C. ha osservato che la mancata indicazione del nominativo del traduttore impedisce il controllo sulla capacità tecnica di svolgere ed eseguire adeguatamente l’incarico affidatogli). Cass. pen. sez. III 7 luglio 2016, n. 28216

L’art. 143 c.p.p. non prevede il diritto dell’imputato ad un interprete che conosca la sua lingua di origine, ma riconosce all’imputato che ignora la lingua italiana di farsi assistere da un interprete al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa. L’idoneità dell’interprete a soddisfare in concreto le suddette esigenze costituisce questione di fatto rimessa all’apprezzamento del giudice di merito. Cass. pen. sez. VI 23 giugno 1993, n. 6318

L’ordine di esecuzione della pena detentiva emesso dal P.M. nei confronti dello straniero alloglotta deve essere tradotto, a pena di nullità, in lingua a lui nota, a meno che non risulti dagli atti del procedimento che egli comprendesse la lingua italiana, circostanza che si deve presumere qualora da tali atti si rilevi che il soggetto si è sempre reso conto della portata dell’accusa, contrapponendovi un’adeguata difesa. Cass. pen. sez. I 20 maggio 2004, n. 25688

Il diritto di farsi assistere da un interprete, previsto dall’art. 143 c.p.p.è limitato – ove ne concorrano i presupposti – agli atti orali, e la traduzione è prescritta solo per l’atto di cui all’art. 169 stesso codice da notificare all’imputato straniero all’estero e, a richiesta dell’interessato, per gli atti indirizzati ad un cittadino italiano appartenente ad una minoranza linguistica riconosciuta nel corso di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria avente competenza sul territorio ove tale minoranza è insediata. Cass. pen. sez. VI 20 maggio 1993, n. 5221

È legittima la notifica all’imputato straniero di atti redatti in lingua italiana perché nessuna disposizione impone di norma la traduzione degli atti scritti da notificare all’imputato che non conosce la lingua italiana. Il diritto di farsi assistere da un interprete, riconosciuto dall’art. 143 c. p.p. all’imputato, italiano o straniero, che non conosca la lingua è limitato agli atti orali e la traduzione è prevista solo per l’atto di cui all’art. 169 c.p.p. da notificare all’imputato straniero all’estero e a richiesta dell’interessato, per gli atti indirizzati al cittadino italiano appartenente a una minoranza linguistica riconosciuta, nel corso di un procedimento davanti all’autorità giudiziaria avente competenza sul territorio ove tale minoranza è insediata. Cass. pen. sez. II 31 gennaio 1991, n. 5908

Negli uffici giudiziari in cui vige il regime bilinguista, il giudice ha la possibilità di utilizzare la lingua tedesca anche a tutela dell’imputato straniero che dichiari di non conoscere la lingua italiana e di esprimersi solo in tale lingua, senza che occorra la nomina di un interprete. Cass. pen. sez. III 8 gennaio 2003, n. 35

L’imputato alloglotta che non conosca la lingua italiana non ha diritto ad ottenere la traduzione della sentenza “tout court” ma solo se ne faccia espressa richiesta, sulla base dei principi contenuti nell’art. 3 della direttiva 2010/64/UE, che impongono agli Stati membri di assicurare la traduzione scritta dei documenti fondamentali per l’esercizio del diritto di difesa, ivi comprese le sentenze. (Fattispecie riferita al regime precedente al recepimento nell’ordinamento interno della citata normativa europea, avvenuto con il D.L. 32 del 4 marzo 2014, emanato successivamente ai fatti oggetto della decisione) Cass. pen. sez. VI 2 gennaio 2014, n. 32

Non è abnorme e, pertanto, non è ricorribile in cassazione, il provvedimento del giudice che dichiara la nullità del decreto di citazione a giudizio per omessa traduzione dell’atto nella lingua conosciuta dall’imputato, in quanto la valutazione sulla necessità della traduzione si connota del carattere della discrezionalità e la motivazione, anche se presuntiva e basata sulla sola richiesta dell’imputato di traduzione, può al massimo essere valutata come erronea. Cass. pen. sez. VI 8 marzo 2003, n. 10717

La mancata consegna di copia della richiesta di rinvio a giudizio e del decreto di citazione a giudizio con la traduzione nella lingua di origine degli imputati stranieri, che siano stati presenti all’udienza preliminare con l’assistenza dell’interprete, non impedisce a questi ultimi di comprendere appieno la portata dell’accusa contestata e non comporta quindi alcuna lesione del diritto di difesa, atteso che lo svolgimento dell’udienza preliminare in presenza degli imputati ha consentito agli stessi di conoscere il contenuto delle richieste del P.M. e del decreto di citazione a giudizio mediante la contestuale traduzione orale ad opera dell’interprete. Cass. pen. sez. IV 5 luglio 2001, n. 27347

La mancata consegna di copia della richiesta di rinvio a giudizio e del decreto di citazione a giudizio con la traduzione nella lingua di origine degli imputati stranieri, che siano stati presenti all’udienza preliminare con l’assistenza dell’interprete, non impedisce a questi ultimi di comprendere appieno la portata dell’accusa contestata e non comporta quindi alcuna lesione del diritto di difesa, atteso che lo svolgimento dell’udienza preliminare in presenza degli imputati ha consentito agli stessi di conoscere il contenuto delle richieste del P.M. e del decreto di citazione a giudizio mediante la contestuale traduzione orale ad opera dell’interprete. Cass. pen. sez. IV 5 luglio 2001, n. 27347

Il fatto che un imputato di nazionalità straniera non abbia mai affermato di essere a conoscenza della lingua italiana non vale, di per sè, a far presumere che di tale conoscenza egli sia privo e non può quindi comportare la necessità – ammesso che questa possa esservi – che l’ordinanza cautelare emessa nei di lui confronti sia accompagnata da una traduzione nella lingua a lui nota. Cass. pen. sez. II 15 marzo 2001, n. 10675

Non è abnorme ed anzi legittimo il provvedimento del giudice del dibattimento che dichiara la nullità del decreto di citazione a giudizio per mancata traduzione di tale atto nella lingua dell’imputato che non conosca la lingua italiana, con conseguente restituzione degli atti al pubblico ministero. Cass. pen. sez. III 14 giugno 2000

L’art. 143 c.p.p.interpretato alla luce tanto dell’art. 6 della Convenzione internazionale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo resa esecutiva in Italia con legge 4 agosto 1955 n. 848 quanto delle pronunce della Corte costituzionale n. 10/1993 e n. 64/1994, non impone affatto che il decreto di citazione a giudizio dell’imputato straniero ignaro della lingua italiana debba essere redatto, in via esclusiva o con testo italiano a fronte, della lingua nota al destinatario, avendo quest’ultimo soltanto il diritto all’assistenza gratuita di un interprete – da nominarsi immediatamente – che provveda alla traduzione dell’atto, come previsto dal citato art. 6 della Convenzione, «nel più breve tempo». Cass. pen. sez. I 21 dicembre 1999, n. 5599

L’art. 143, primo comma, c.p.p. che prevede, per l’imputato che non conosce la lingua italiana, il diritto di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di poter comprendere l’accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa, va applicato ogni volta che l’imputato abbia bisogno della traduzione nella lingua da lui conosciuta in ordine a tutti gli atti a lui indirizzati, sia scritti che orali. Da ciconsegue il diritto dell’imputato a vedersi notificato, tradotto nella lingua a lui nota, il decreto di citazione a giudizio, che costituisce l’atto fondamentale per instaurare un corretto rapporto processuale. La violazione di tale diritto, concernendo la citazione dell’imputato, integra una nullità assoluta, insanabile e rilevabile in ogni stato e grado del procedimento (artt. 178 e 179, primo comma, c.p.p.). (Nella fattispecie la Corte di cassazione ha annullato con rinvio l’impugnata sentenza di condanna di imputati, che ignoravano la lingua italiana, a cui era stato notificato il decreto di citazione per il giudizio, senza la traduzione in una lingua a loro nota). Cass. pen. sez. VI 14 gennaio 1994, n. 293

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