Art. 822 – Codice di Procedura Civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443 - Aggiornato alla legge 26 novembre 2021, n. 206)

Norme per la deliberazione

Articolo 822 - codice di procedura civile

Gli arbitri decidono secondo le norme di diritto, salvo che le parti abbiano disposto con qualsiasi espressione che gli arbitri pronunciano secondo equità.

Articolo 822 - Codice di Procedura Civile

Gli arbitri decidono secondo le norme di diritto, salvo che le parti abbiano disposto con qualsiasi espressione che gli arbitri pronunciano secondo equità.

Massime

L’arbitrato irrituale non si configura come un giudizio necessario di equità nemmeno in epoca anteriore alla riforma introdotta dal d.lgs. 2 febbraio 2006 n. 40 a seguito della quale trova applicazione l’art. 822 cod. proc. civ. ben potendo attribuirsi agli arbitri il vincolo a quantificare le spettanze delle parti “iuxta alligata et probata” Cass. civ. sez. I 7 aprile 2015 n. 6909 

L’inammissibilita dell’impugnazione del lodo arbitrale per inosservanza di regole di diritto ai sensi dell’art 829 secondo comma c.p.c. nel caso in cui le parti abbiano autorizzato gli arbitri a decidere secondo equità sussiste anche qualora gli arbitri abbiano in concreto applicato norme di legge ritenendole corrispondenti alla soluzione equitativa della controversia non risultando per questo trasformato l’arbitrato di equità in arbitrato di diritto. Cass. civ. sez. I 20 gennaio 2006 n. 1183

Il principio sancito dall’art. 822 c.p.c. secondo cui gli arbitri decidono secondo le norme di diritto salvo che le parti li abbiano autorizzati a pronunciare secondo equità concerne l’arbitrato rituale; esso pertanto non è applicabile all’arbitrato irrituale che diversamente dal primo mette capo ad una composizione della lite attuata mediante una decisione che le parti si impegnano a considerare come espressione della loro stessa volontà Cass. civ. sez. I 10 ottobre 2003 n. 15150

Gli arbitri autorizzati a pronunciare secondo equità ai sensi dell’art. 822 c.p.c. ben possono decidere secondo diritto allorché essi ritengano che diritto ed equità coincidano senza che sia per essi necessario affermare e spiegare tale coincidenza che potendosi considerare presente in via generale può desumersi anche implicitamente. L’esistenza di un vizio riconducibile alla violazione dei limiti del compromesso nell’arbitrato rituale può configurarsi quando gli arbitri neghino a priori l’esercizio di poteri equitativi pur se conferiti o se pur riscontrando ed evidenziando una difformità tra il giudizio di equità e quello di diritto pronuncino poi secondo diritto Cass. civ. sez. I 7 maggio 2003 n. 6933 

Ove gli arbitri siano autorizzati a pronunciare secondo equità non può trovare ingresso come motivo di impugnazione del lodo l’error in iudicando. (Nella specie il ricorrente pur affermando di avere impugnato il lodo assumendo il superamento dei limiti del compromesso in realtà si era doluto della violazione del principio di diritto che vieta l’ingiustificato arricchimento e di quello che impone di comportarsi nell’esecuzione del contratto secondo correttezza e buona fede) Cass. civ. sez. I 7 maggio 2003 n. 6933

Nel lodo pronunciato secondo equità la questione relativa alla carenza di legittimazione e di titolarità del rapporto controverso avendo natura di merito deducibile in sede di giudizio arbitrale non è deducibile come motivo di impugnazione per nullità se non prospettata dinanzi agli arbitri Cass. civ. sez. I 23 gennaio 2003 n. 995

Non sussiste contrapposizione tra diritto ed equità atteso che il giudizio di equità richiede pur sempre il riferimento ad una fattispecie normativa e la comparazione tra norma di legge ed eventuale criterio equitativo prescelto il quale può operare ove sia obbiettivamente giustificata una disparità di trattamento rispetto a quello che deriverebbe dall’applicazione delle norme di diritto. È pertanto potere degli arbitri chiamati al giudizio secondo equità applicare il diritto ogni volta in cui essi ne ravvisino la coincidenza con l’equità ed il loro apprezzamento al riguardo si sottrae ad ogni censura poiché un controllo su di esso equivarrebbe ad un sindacato sul retto esercizio dei poteri equitativi Cass. civ. sez. I 4 luglio 2000 n. 8937

La disposizione dell’art. 2231 c.c. – secondo cui «quando l’esercizio di un’attività professionale è condizionata alla iscrizione in un albo od elenco la prestazione eseguita da chi non è iscritto non gli dà azione per il pagamento della retribuzione» – avendo carattere cogente ed inderogabile deve essere applicata anche negli arbitrati di equità giacché gli arbitri se pure debbono giudicare in conformità di questa e non dello stretto diritto nondimeno hanno il dovere di osservare le norme di ordine pubblico e cioè quelle dettate in vista d’interessi generali non derogabili dalla volontà delle parti Cass. civ. sez. I 4 maggio 1994 n. 4330

 

Qualora il compromesso affidi agli arbitri rituali il compito di decidere secondo equità è nel potere dei medesimi applicare il diritto ogni volta in cui ravvisino la sua coincidenza con l’equità senza che ciò comporti vizio di eccesso di potere nel caso in cui non siano state enunciate le specifiche ragioni di siffatta ritenuta coincidenza oggetto di un apprezzamento che si sottrae ad ogni censura in quanto un controllo su di esso equivarrebbe ad un sindacato sul retto esercizio dei poteri equitativi Cass. civ. sez. I 9 settembre 1992 n. 10321

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