Art. 880 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262 - Aggiornato alla legge 26 novembre 2021, n. 206)

Presunzione di comunione del muro divisorio

Articolo 880 - codice civile

Il muro che serve di divisione tra edifici si presume comune (874, 881) fino alla sua sommità e, in caso di altezze ineguali, fino al punto in cui uno degli edifici comincia ad essere più alto (882, 897, 903).
Si presume parimenti comune il muro che serve di divisione tra cortili, giardini e orti o tra recinti nei campi (881, 886).

Articolo 880 - Codice Civile

Il muro che serve di divisione tra edifici si presume comune (874, 881) fino alla sua sommità e, in caso di altezze ineguali, fino al punto in cui uno degli edifici comincia ad essere più alto (882, 897, 903).
Si presume parimenti comune il muro che serve di divisione tra cortili, giardini e orti o tra recinti nei campi (881, 886).

Massime

L’accertata funzione divisoria di un muro di recinzione esistente tra le confinanti proprietà costituisce, ai fini della tutela possessoria dello stesso, prova presuntiva del suo compossesso. Cass. civ. sez. II, 27 settembre 2013, n. 22275

In tema di presunzione di comunione del muro divisorio tra edifici prevista dall’art. 880 c.c. i limiti di operatività di detta presunzione sono determinati dallo stesso articolo (secondo periodo del primo comma) facendo espresso riferimento «al punto i cui uno degli edifici comincia ad essere più alto» nel senso che, in ipotesi che uno dei due edifici sia pialto rispetto all’altro, la presunzione suddetta opera sino al punto in cui le altezze dei due edifici combaciano. (omissis). Cass. civ. sez. II, 10 marzo 2006, n. 5261

Un muro di recinzione di un fondo si presume comune al proprietario di quello limitrofo se: 1) sorge su suolo comune ad entrambi i confinanti proprietari; 2) divide, conformemente alla sua funzione, entità prediali omogenee tra loro (quali edifici, cortili, etc.), appartenenti a diversi proprietari; 3) mancano sporti e simili o altri elementi contrari, indicati dall’art. 881 c.c. Cass. civ. sez. II, 28 giugno 1999, n. 6678

L’intercapedine, sotterranea o non, non può presumersi di proprietà comune (come il muro divisorio, ex art. 880 c.c.) per il solo fatto di essere realizzata sul confine, essendo costituita da uno spazio vuoto e non pieno (a differenza del muro), così che essa (purché di dimensioni apprezzabili per essere definita tale) va considerata parte dell’una o dell’altra proprietà frontistante (ovvero di entrambe, a seconda dell’andamento della linea di confine che le separi), in considerazione della sua attuale funzione e della finalità originariamente riservatele da chi ebbe a realizzarla, secondo le sue caratteristiche oggettive, potendo in relazione ad essa configurarsi, di volta in volta (e ricorrendone i presupposti), un vincolo pertinenziale ovvero un asservimento di fondi reciproco ed incrociato. Cass. civ. sez. II, 22 maggio 1998, n. 5115

La presunzione di comunione del muro divisorio, stabilita dall’art. 880 c.c. ha carattere relativo e spiega la sua piena operatività– sino a rendere irrilevante nel caso di muro di separazione fra due edifici l’eventuale anteriorità di uno di questi rispetto all’altro– soltanto in mancanza di prova contraria, non operando invece quando risulti altrimenti che il muro rientra nel dominio esclusivo di uno dei due confinanti in forza di uno qualunque dei modi di acquisto, a titolo originario o derivativo, della proprietà immobiliare. Pertanto, poiché tra i modi di acquisto della proprietà si annovera l’accessione, a norma dell’art. 934 c.c. la presunzione anzidetta è vinta anche dall’accertamento che il muro è stato costruito nella sua interezza su una sola delle aree contigue, salvi gli effetti di un titolo pattizio successivamente intervenuto ovvero dell’usucapione. Cass. civ. sez. II, 24 dicembre 1994, n. 11162

La presunzione di comunione prevista dall’art. 880 c.c. riguarda soltanto il muro divisorio e non anche il muro di contenimento tra fondi a dislivello, il quale non si elevi in altezza al di sopra del livello del fondo sovrastante. Cass. civ. sez. II, 28 agosto 1993, n. 9137

La presunzione di cui all’art. 880 c.c. è invocabile ogni qual volta un’unica struttura divisoria separi entità fondiarie finitime appartenenti a proprietari diversi; pertanto essa ricorre, per il solo fatto che tale struttura assolva in concreto alla funzione di distinguere e dividere proprietà limitrofe, mentre non rileva, agli stessi fini, che essa abbia origine naturale o sia dovuta all’opera dell’uomo. Cass. civ. sez. II, 1 febbraio 1993, n. 1220

La presunzione iuris tantum di comunione prevista dall’art. 880 c.c. relativamente a muri che separano entità prediali omogenee è vinta dalla prova della proprietà esclusiva del muro mediante riferimento ad uno dei modi di acquisto della proprietà originario o derivato. In mancanza di prova contraria la presunzione di comunione spiega piena operatività, non valendo contro di essa neppure l’eventuale anteriorità di una delle due costruzioni separate, potendo sovvenire ai fini dell’acquisto della proprietà esclusiva solo il principio dell’accessione (art. 934 c.c.) sempre che il muro sia stato costruito completamente sul suolo appartenente ad uno dei confinanti. Cass. civ. sez. II, 11 gennaio 1993, n. 177

La presunzione di comproprietà di un muro divisorio, a norma dell’art. 880 c.c. fondandosi su uno stato di fatto, qual è l’esistenza di due edifici confinanti divisi da un muro di eguale utilità per l’uno e l’altro, comporta, in mancanza di prova contraria, la presunzione anche del compossesso del muro stesso, in considerazione dell’utilità che esso fornisce ad entrambi gli immobili, sicché in funzione dell’eccezione feci sed iure feci può spiegare rilevanza nel giudizio possessorio che abbia oggetto la tutela del detto manufatto. Cass. civ. sez. II, 23 febbraio 1990, n. 1348

La presunzione di comunione del muro di cui all’art. 880 c.c. – appartenente alla categoria delle presunzioni legali iuris tantum – presuppone l’esistenza certa di due fatti, che non possono essere a loro volta oggetto di presunzione, per il divieto della presumptio de presumpto, e cioè che si tratti di muro divisorio e che esso abbia la funzione di dividere edifici, cortili, giardini, orti o recinti nei campi, con la conseguenza che, ove sorga controversia sulla comunione di un muro (asserito divisorio dalla parte che sostiene l’esistenza della comunione al fine di far dichiarare illegittima l’apertura di una luce ad opera del confinante) la presunzione deve ritenersi operante (con conseguente onere della controparte di provare la sua proprietà esclusiva) soltanto se è pacifica e comunque dimostrata l’esistenza dei due suddetti presupposti di fatto, mentre, in difetto, incombe alla parte che assume l’esistenza della comunione di provare la stessa. Cass. civ. sez. II, 9 febbraio 1989, n. 796

La presunzione di comunione del muro divisorio prevista dalla norma dell’art. 880 c.c. riguarda soltanto il muro che divide entità prediali omogenee (edificio da edificio, cortile da cortile, orto da orto), e non è, quindi, operante quando trattisi di entità prediali diverse. Pertanto, detta presunzione non sussiste rispetto alla parte di muro che divide un edificio da un cortile interno di altro edificio contiguo, neppure nel caso in cui i corpi di fabbrica di quest’ultimo che circolano il cortile, si appoggiano ad altri tratti del muro stesso e debba presumersi che per tali tratti il muro sia comune. Cass. civ. sez. II, 20 dicembre 1985, n. 6539

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