Art. 7 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Tutela del diritto al nome

Articolo 7 - Codice Civile

La persona, alla quale si contesti il diritto all’uso del proprio nome o che possa risentire pregiudizio dall’uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente (8, 9, 2563 ss.; 9 c.p.c.) la cessazione del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni.
L’autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali (120 c.p.c.).

Articolo 7 - Codice Civile

La persona, alla quale si contesti il diritto all’uso del proprio nome o che possa risentire pregiudizio dall’uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente (8, 9, 2563 ss.; 9 c.p.c.) la cessazione del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni.
L’autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali (120 c.p.c.).

Note

Massime

La tutela civilistica del nome e dell’immagine, ai sensi degli artt. 6, 7 e 10 c.c. è invocabile non solo dalle persone fisiche ma anche da quelle giuridiche e dai soggetti diversi dalle persone fisiche e, nel caso di indebita utilizzazione della denominazione e dell’immagine di un bene, la suddetta tutela spetta sia all’utilizzatore del bene in forza di un contratto di “leasing”, sia al titolare del diritto di sfruttamento economico dello stesso. Cass. civ. sez. I, 11 agosto 2009, n. 18218

In tema di tutela del diritto al nome, l’accoglimento della domanda di cessazione del fatto lesivo, contemplata dall’art. 7 c.c. è subordinata alla duplice condizione che l’utilizzazione del nome altrui sia indebita e che da tale comportamento possa derivare un pregiudizio alla persona alla quale il nome è stato per legge attribuito. Sotto quest’ultimo profilo, quantunque a giustificare l’accoglimento della misura sia sufficiente la possibilità di un pregiudizio, non essendo necessario che esso si sia già verificato, tuttavia la ricorrenza di detta possibilità deve essere accertata in concreto. Cass. civ. sez. I, 16 luglio 2003, n. 11129

L’inserimento del nome di un terzo in una denominazione sociale può essere riconosciuto legittimo solo con il consenso dell’interessato e, in ogni caso, con salvezza di quanto stabilito dall’art. 7 c.c. Cass. civ. sez. I, 16 luglio 2003, n. 11129

In tema di marchi, per verificare se l’uso di un nome geografico possa ritenersi o meno indebito deve farsi riferimento non alla tutela riservata dalla legge ai diritti della personalità (art. 7 c.c.), bensì alla disciplina specifica che la legge riserva a tali «segni distintivi» nell’ambito del diritto commerciale, ossia quella dell’art. 21 della legge n. 929 del 1942 (la S.C. ha così confermato la sentenza che, nella controversia instaurata dal Comune di Capri contro una casa produttrice di sigarette, aveva escluso che l’utilizzo del marchio «Capri» potesse ledere la fama, il credito o il decoro della municipalità dell’isola). Cass. civ. sez. I, 20 dicembre 2000, n. 1602

I predicati di titoli nobiliari (purché «esistenti» prima del 28 ottobre 1922 e riconosciuti prima dell’entrata in vigore della Costituzione, ed, in quanto costituenti veri e propri elementi di individuazione e di identità della persona, a queste condizioni «cognomizzati») fanno parte del nome, e, soltanto come «parte» (il cognome appunto) di esso «valgono» (sono cioè validi ed efficaci) nell’ordinamento. Tale «incorporazione» del predicato di titolo nobiliare «cognomizzato» nel nome, essendo stata costituzionalmente sancita (anche, ma soprattutto) in ossequio al principio di eguaglianza, comporta d’altro canto, che il predicato medesimo, nell’ordinamento giuridico italiano, non può«valere di più, in quanto tale, di quel che «valgono» le «ordinarie» parti del nome e, pispecificamente, del cognome «ordinario» (art. 6, comma secondo c.c.); e ciin quanto, altrimenti opinando, resterebbe frustrata la equilibrata ratio emergente dal combinato disposto del comma primo e secondo dell’art. 14 Cost.: da un lato, l’abolizione giuridica – mediante il «non riconoscimento» dei titoli nobiliari– di privilegi derivanti dalla nascita o dall’appartenenza ad una determinata classe sociale; dall’altro, la riaffermazione del valore del «nome» come fondamentale diritto inerente alla identità della persona in quanto tale, con la conseguente assimilazione, quanto a «valore» giuridico, del predicato di titolo nobiliare «cognomizzato» al nome, e, quindi, di entrambi sul piano della tutela giurisdizionale. Da ciconsegue l’infondatezza e l’insostenibilità della tesi secondo la quale, allorquando oggetto di tutela ex art. 7 c.c. sia un nome comprensivo di predicato di titolo nobiliare «cognomizzato», siffatta circostanza inciderebbe sulla valutazione della sussistenza dei presupposti per la concessione della tutela inibitoria, nel senso che essi – e cioè uso indebito e pregiudizio – sarebbero, per così dire, automaticamente presenti nell’usurpazione del «predicato», a causa della particolare forza individualizzante dello stesso rispetto agli «ordinari» cognomi. Cass. civ. sez. I, 7 novembre 1997, n. 10936

Al fine di verificare se l’uso di un nome altrui, in occasione dell’adozione di una ditta commerciale o di un marchio, possa ritenersi o meno, indebito, deve farsi riferimento alla disciplina specifica che la legge riserva a tali “segni distintivi” nell’ambito del diritto commerciale, non già alla tutela riservata della legge ai diritti della personalità (art. 7 c.c.), con la conseguenza che un provvedimento giudiziario che inibisca ad altri l’uso del proprio nome può essere chiesto solo quando questa utilizzazione si traduca in un uso arbitrario di segni distintivi dell’attività imprenditoriale. Cass. civ. sez. I, 6 aprile 1995, n. 4036

Lutilizzazione della denominazione sociale altrui, disciplinata dagli artt. 2564 e ss. c.c. si sottrae all’applicazione dell’art. 7 dello stesso codice, attesa la prevalenza su tale ultima disposizione, di carattere generale, della normativa specifica suddetta. Cass. civ. sez. I, 7 dicembre 1994, n. 10521

In caso di violazione da parte della moglie divorziata del divieto di uso del cognome del marito (art. 5, comma secondo, legge 1 dicembre 1970, n. 898, nel testo sostituito dall’art. 96 marzo 1987, n. 74) quest’ultimo pu ai sensi dell’art. 7 c.c. chiedere la cessazione del fatto lesivo ed altresì agire per il risarcimento del danno. Tuttavia, mentre per l’inibitoria è sufficiente che l’attore dimostri, oltre all’uso illegittimo del proprio nome, la possibilità che da cigli derivi pregiudizio – il quale puessere, quindi, meramente potenziale ovvero di ordine soltanto morale – ai fini dell’azione risarcitoria, devono sussistere i requisiti soggettivi ed oggettivi dell’illecito aquiliano, ex artt. 2043 ss. c.c. sicché non solo è necessaria l’esistenza di un pregiudizio effettivo, ma questo, se non ha carattere patrimoniale, è risarcibile, ai sensi dell’art. 2059 c.c. soltanto ove nella condotta dell’indebito utilizzatore sia configurabile un illecito penalmente sanzionato. Cass. civ. sez. I, 5 ottobre 1994, n. 3081

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