Art. 2787 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Prelazione del credito pignoratizio

Articolo 2787 - Codice Civile

Il creditore ha diritto di farsi pagare con prelazione sulla cosa ricevuta in pegno (2744, 2748, 2781, 2788, 2794, 2911).
La prelazione non si può far valere se la cosa data in pegno non è rimasta in possesso del creditore o presso il terzo designato dalle parti (2786, 2789).
Quando il credito garantito eccede la somma di € 2,58, la prelazione non ha luogo se il pegno non risulta da scrittura con data certa (2704, 2725), la quale contenga sufficiente indicazione del credito (1794) e della cosa (2800, 2806).
Se però il pegno risulta da polizza o da altra scrittura di enti che, debitamente autorizzati, compiono professionalmente operazioni di credito su pegno, la data della scrittura può essere accertata con ogni mezzo di prova (63 l. fall.).

Articolo 2787 - Codice Civile

Il creditore ha diritto di farsi pagare con prelazione sulla cosa ricevuta in pegno (2744, 2748, 2781, 2788, 2794, 2911).
La prelazione non si può far valere se la cosa data in pegno non è rimasta in possesso del creditore o presso il terzo designato dalle parti (2786, 2789).
Quando il credito garantito eccede la somma di € 2,58, la prelazione non ha luogo se il pegno non risulta da scrittura con data certa (2704, 2725), la quale contenga sufficiente indicazione del credito (1794) e della cosa (2800, 2806).
Se però il pegno risulta da polizza o da altra scrittura di enti che, debitamente autorizzati, compiono professionalmente operazioni di credito su pegno, la data della scrittura può essere accertata con ogni mezzo di prova (63 l. fall.).

Note

Massime

In tema di prelazione pignoratizia per i crediti bancari, il comma 4 dell’art. 2787 c.c. stabilisce un regime “agevolato” circa la prova del tempo della costituzione della garanzia (senza incidere sulla disciplina delle altre condizioni richieste dai commi 2 e 3 per l’operare della prelazione) che esenta le banche, regolarmente autorizzate all’esercizio dell’attività bancaria ex art. 14 T.U.B., dall’onere della data certa non per tutte le operazioni bancarie garantite (anche o solo) da pegno, ma per le sole operazioni di “credito su pegno”, previste dall’art. 48 T.U.B. e disciplinate dalla l. n. 745 del 1939, oltre che dal r.d. n. 1279 del 1939; né il comma 4 cit. esclude che, per poter fruire della prelazione, le banche debbano fornire sufficiente indicazione scritta della cosa ricevuta in garanzia mediante la “polizza” o “altra scrittura” di enti debitamente autorizzati al compimento di dette operazioni, documentazione non sovrapponibile alle scritture private con data certa di cui al comma 3. (Nella specie, la S.C. ha escluso l’operatività della prelazione con riferimento al credito della banca nei confronti del cliente fallito documentato da missive recanti un generico riferimento all’esistenza di titoli dati in garanzia).  Cass. civ., sez. , I, , 6 giugno 2019, n. 15421

In tema di pegno, integra “forma ad regularitatem” quella richiesta dall’art. 2787, comma 3, c.c. per l’istituzione della prelazione, atteso che la scrittura descritta dalla norma richiamata non esprime, né riporta, alcun patto specifico, rispondendo, piuttosto, alla funzione di semplice documentazione degli effetti tipici del negozio.  Cass. civ., sez. , VI, , 4 febbraio 2019, n. 3199

Ai fini dell’ammissibilità in via privilegiata di un credito garantito da pegno al passivo fallimentare, deve escludersi l’opponibilità della prelazione in favore dell’istituto bancario creditore pignoratizio, quando non vengano rispettate le condizioni imposte dall’art. 2787 terzo comma c.c., riguardanti sia la certezza della data che l’indicazione del credito garantito e della cosa data in pegno. Non può, pertanto, ritenersi sufficiente l’annotazione nel libro pegni della banca, ancorchè regolarmente vidimato, che non contenga la riproduzione della scrittura relativa al credito garantito, indicata come prova della costituzione del pegno, ma esclusivamente l’indicazione di un simbolo numerico o altri segni identificativi, con totale omissione del contenuto del contratto.  Cass. civ., , sez. I, , 19 novembre 2007, n. 23839

In tema di prelazione del creditore pignoratizio, il requisito della «sufficiente indicazione della cosa » nella scrittura costitutiva del pegno, di cui all’art. 2787, terzo comma c.c., mira essenzialmente ad evitare che la cosa medesima possa essere sostituita con altre di maggior valore, a tutela degli interessi degli altri creditori, e, pertanto, nel caso di pegno di titolo di credito al portatore (nella specie, obbligazioni pubbliche ), deve ritenersi soddisfatto dalla menzione della natura del titolo e dell’ammontare del credito in esso incorporato, senza necessità di ulteriore specificazione di tutti gli elementi occorrenti per l’esatta identificazione del documento.  Cass. civ., sez. , I, , 28 ottobre 2005, n. 21084

Agli effetti dell’art. 2787, terzo comma, c.c., in tema di prelazione del creditore pignoratizio, perché il credito garantito possa ritenersi sufficientemente indicato, non occorre che esso venga specificato, nella scrittura costitutiva del pegno, in tutti i suoi elementi oggettivi, bastando che la scrittura medesima contenga elementi idonei a consentirne la identificazione. A tal fine, l’eventuale ricorso a dati esterni all’atto di costituzione del pegno richiede che l’atto contenga un indice di collegamento da cui possa desumersi l’individuazione dei menzionati dati, sicché non vi è luogo alla prelazione se, per effetto della estrema genericità delle espressioni usate, il credito garantito possa essere individuato soltanto mediante l’ausilio di ulteriori elementi esteriori, come nel caso in cui si sia fatto riferimento alle «linee di credito accordate » dalla banca, anche se risulti poi che contestualmente alla costituzione del pegno quest’ultima abbia concesso un’apertura di credito in conto corrente ovvero come nel caso di riferimenti al solo conto corrente bancario, senza che si possa far ricorso al ?libro-fidi? tenuto dalla banca, oppure al concreto svolgimento del rapporto, per accertare che l’atto si riferiva a uno o più specifici rapporti. (omissis ).  Cass. civ., sez. , I, , 19 marzo 2004, n. 5561

In tema di pegno, dal combinato disposto degli artt. 2786, primo comma, e 2787, terzo comma, c.c. si evince che la garanzia reale de qua è, nel rapporto tra le parti, validamente costituita con la sola consegna della cosa, senza necessità di ulteriori formalità, mentre l’atto scritto contenente l’identificazione del credito garantito e dei beni assoggettati alla garanzia è richiesto ai soli fini della prelazione, vale a dire dell’opponibilità della garanzia agli altri creditori del soggetto datore di pegno. Ne consegue che della mancanza dell’atto scritto non dando essa luogo a nullità, bensì a mera inopponibilità (ossia inefficacia relativa ) è inibito il rilievo di ufficio, e la relativa eccezione (in senso stretto ) può essere sollevata soltanto con l’osservanza, a pena di decadenza, delle norme stabilite dall’art. 183 c.p.c. (nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990 ), e dunque non per la prima volta in sede di precisazione delle conclusioni.  Cass. civ., sez. , I, , 19 novembre 2002, n. 16261

In tema di credito eccedente la somma di lire cinquemila garantito da pegno, la mancanza della data certa della scrittura da cui risulta il pegno stesso non implica mera inefficacia della prelazione, ma esclude la giuridica esistenza del titolo di essa, essendo il requisito della data certa richiesto “ad substantiam” dall’art. 2787, terzo comma, c.c.  Cass. civ., , sez. I, , 9 febbraio 1999, n. 1097

La apposizione, ad un contratto di pegno, di una clausola contenente un generico riferimento «ad ogni altro eventuale credito presente e futuro, diretto o indiretto, vantato dal creditore» oltre alla puntuale indicazione di quello per il quale il pegno risulti convenuto, benché affetta da nullità per contrarietà al disposto dell’art. 2787, comma terzo, c.c., non travolge ipso facto la efficacia della prelazione pignoratizia anche con riferimento al singolo credito specificamente e ritualmente indicato nel contratto qualora il giudice di merito, in applicazione di tutti i parametri interpretativi funzionali alla individuazione della «essenzialità» o meno della singola pattuizione al fine di dichiarare la nullità dell’intero atto ovvero solo quella, parziale, della clausola viziata (interpretazione della volontà delle parti; ricostruzione oggettiva della perdurante utilità del negozio dopo la rimozione della clausola nulla; mancata prova della inesistenza al mantenimento del contratto da parte dell’interessato), pervenga alla conclusione che la singola convenzione rappresenti null’altro che una clausola di stile (attesane, tra l’altro, la predisposizione a stampa), la cui nullità parziale non si comunica all’intero negozio. L’apprezzamento in proposito formulato, se adeguatamente e razionalmente motivato, non è censurabile da parte del giudice di legittimità.  Cass. civ., , sez. I, , 11 agosto 1998, n. 7871

 

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