(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Infedeltà patrimoniale

Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.
La stessa pena si applica se il fatto è commesso in relazione a beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi, cagionando a questi ultimi un danno patrimoniale.
In ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo.
Per i delitti previsti dal primo e secondo comma si procede a querela della persona offesa.

Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.
La stessa pena si applica se il fatto è commesso in relazione a beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi, cagionando a questi ultimi un danno patrimoniale.
In ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo.
Per i delitti previsti dal primo e secondo comma si procede a querela della persona offesa.

Note

Massime

Ai fini della configurabilità del reato di infedeltà patrimoniale di cui all’art. 2634 cod. civ. è necessario che ricorrano i seguenti presupposti: a) un interesse dell’amministratore in conflitto con quello della società; b) la “deliberazione” di un “atto di disposizione” di beni sociali; c) un evento di danno patrimoniale intenzionalmente cagionato alla società amministrata; d) il fine specifico, in capo all’agente, di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio. (In applicazione del suddetto principio, la Corte ha ritenuto non configurabile il reato nei confronti di amministratori di fatto di una società le cui condotte materiali, piuttosto che concretizzarsi in uno specifico “atto di disposizione” di beni sociali, si erano sostanziate nella reiterata e sistematica distrazione di crediti e di incassi, peraltro non annotati nelle scritture contabili). Cass. pen. sez. V-, 2 ottobre 2019, n. 40446

Ai fini della configurabilità del reato di infedeltà patrimoniale ex art. 2634 cod. civ. è necessario un antagonismo di interessi effettivo, attuale e oggettivamente valutabile tra l’amministratore agente e la società, a causa del quale il primo, nell’operazione economica che deve essere deliberata, si trova in una posizione antitetica rispetto a quella dell’ente, tale da pregiudicare gli interessi patrimoniali di quest’ultimo, non essendo sufficienti situazioni di mera sovrapposizione o commistione di interessi scaturenti dalla considerazione di rapporti diversi ed estranei all’operazione deliberata per conto della società. (Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto immune da censure la decisione del giudice di merito che aveva escluso il reato di infedeltà patrimoniale a carico del presidente del consiglio di amministrazione di una società a partecipazione pubblica che aveva acquistato, a titolo personale, un podere a condizioni particolarmente vantaggiose dalla controparte dell’operazione commerciale deliberata per conto della società). Cass. pen. sez. II, 12 dicembre 2018, n. 55412

Ai fini della configurabilità del reato di infedeltà patrimoniale ex art. 2634 cod. civ. può assumere rilievo anche l’inerzia dell’amministratore, quando sia tale da determinare la compromissione dell’integrità del patrimonio sociale. (Fattispecie in cui l’amministratore della fallita aveva omesso per ben sei anni di far valere un credito vantato dalla società). Cass. pen. sez. V, 28 luglio 2017, n. 37932 

Integra il delitto di infedeltà patrimoniale la condotta dell’amministratore unico di una società, il quale venda un bene di proprietà di quest’ultima ad un soggetto in relazione al quale sussiste conflitto di interessi (nella specie, il padre) rispetto al reale valore di mercato del bene. Cass. pen. sez. V, 27 maggio 2016, n. 22495

Il delitto di infedeltà patrimoniale è configurabile anche nei confronti degli amministratori delle società cooperative. Cass. pen. sez. V, 7 febbraio 2013, n. 6189

Il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione addebitabile, ai sensi del combinato disposto degli artt. 216 e 223, comma primo, l. fall. all’amministratore della società fallita, può concorrere con quello di bancarotta per infedeltà patrimoniale, previsto dal comma secondo, n. 1, del citato art. 223 l. fall. in relazione all’art. 2634 c.c. attesa la diversità degli interessi tutelati dalle due norme anzidette (quello dei creditori sociali, quanto alla prima, e quello della tutela del patrimonio sociale, quanto alla seconda) e dovendosi altresì considerare che si perverrebbe, altrimenti, all’assurda conseguenza per cui la condotta di infedeltà patrimoniale, aggravata dal conflitto d’interessi, sarebbe punibile solo se avesse determinato il dissesto della società mentre la distrazione, commessa senza conflitto d’interessi, sarebbe punibile di per sé, anche in mancanza di un rapporto di causalità con il dissesto. Cass. pen. sez. V, 27 marzo 2008, n. 13110

In tema di reati societari, non sussiste continuità normativa tra il reato di indebita concessione di prestiti e garanzie ad amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società commerciali (art. 2624 c.c.) e il reato di infedeltà patrimoniale (art. 2634 c.c. introdotto con il D.L.vo n. 61 del 2002), in quanto, dall’esame strutturale delle suddette fattispecie incriminatrici, emerge un’irriducibile divergenza degli elementi strutturali. Infatti, mentre il reato di cui al previgente 2624 c.c. è delitto di mera condotta e di pericolo presunto, il delitto di cui al vigente art. 2634 è reato di evento, richiedendo la sussistenza di un danno patrimoniale, intenzionalmente arrecato alla società, che deve essere, pertanto, previsto e legato alla condotta da un rapporto di diretta ed immediata causalità. Diverso è, inoltre, l’elemento soggettivo richiesto dalle due fattispecie, dolo specifico per il reato di cui all’art. 2634 c.c. e dolo generico per il previgente art. 2624 c.c. Fine deriva che, stante la radicale novità introdotta dall’art. 2634 c.c. è applicabile l’art. 2, comma secondo, c.p. in forza della sopravvenuta, integrale abrogazione della previgente norma incriminatrice. Cass. pen. sez. V, 20 luglio 2007, n. 29268

La condotta dell’amministratore di una società a responsabilità limitata che ceda i diritti d’autore ad altra società di cui sia pure amministratore integra il delitto di bancarotta patrimoniale per distrazione (art. 223 comma primo in relazione all’art. 216, comma primo, 1 L.F.) e non già il delitto di infedeltà patrimoniale (art. 2634 c.c.), con cui è in rapporto di specialità reciproca, perché è possibile un’attività distrattiva che non integri l’infedeltà patrimoniale per mancanza di conitto di interessi e una condotta di infedeltà patrimoniale che non integri distrazione trattandosi di reati preordinati alla tutela di interessi diversi, l’uno (art. 216 L.F.) i creditori sociali, l’altro (art. 2634 c.c.) il patrimonio sociale. Non è pertanto in tal caso necessario per l’integrazione della bancarotta fraudolenta che la condotta cagioni il dissesto ex art. 223, comma secondo n. 1, in riferimento all’art. 2634 c.c. Cass. pen. sez. V, 14 febbraio 2007, n. 6140

In tema di reati fallimentari, la previsione di cui all’art. 2634 c.c. – che esclude, relativamente alla fattispecie incriminatrice dell’infedeltà patrimoniale degli amministratori, la rilevanza penale dell’atto depauperatorio in presenza dei c.d. vantaggi compensativi dei quali la società apparentemente danneggiata abbia fruito o sia in grado di fruire in ragione della sua appartenenza a un più ampio gruppo di società – conferisce valenza normativa a principi – già desumibili dal sistema, in punto di necessaria considerazione della reale offensività – applicabili anche alle condotte sanzionate dalle norme fallimentari e, segnatamente, a fatti di disposizione patrimoniale contestati come distrattivi o dissipativi. Pertanto, ove si accerti che l’atto compiuto dall’amministratore non risponda all’interesse della società ed abbia determinato un danno al patrimonio sociale, è onere dello stesso amministratore dimostrare l’esistenza di una realtà di gruppo, alla luce della quale quell’atto assuma un significato diverso, si che i benefici indiretti della società fallita risultino non solo effettivamente connessi ad un vantaggio complessivo del gruppo, ma altresì idonei a compensare efficacemente gli effetti immediati negativi dell’operazione compiuta, di guisa che nella ragionevole previsione dell’agente non sia capace di incidere sulle ragioni dei creditori della società. Cass. pen. sez. V, 10 dicembre 2013, n. 49787

Integra la distrazione rilevante ex artt. 216 e 223, comma primo, l. fall. (bancarotta fraudolenta impropria) la condotta di colui che trasferisca, senza alcuna contropartita economica, beni di una società in difficoltà economiche – di cui sia socio ed effettivo gestore – ad altra del medesimo gruppo in analoghe difficoltà, considerato che, in tal caso, nessuna prognosi positiva è possibile e che, pur a seguito dell’introduzione nel vigente ordinamento dell’art. 2634, comma terzo, c.c. la presenza di un gruppo societario non legittima per ciò solo qualsivoglia condotta di asservimento di una società all’interesse delle altre società del gruppo, dovendosi, per contro, ritenere che l’autonomia soggettiva e patrimoniale che contraddistingue ogni singola società imponga all’amministratore di perseguire prioritariamente l’interesse della specifica società cui sia preposto e, pertanto, di non sacrificarne l’interesse in nome di un diverso interesse, ancorché riconducibile a quello di chi sia collocato al vertice del gruppo, che non procurerebbe alcun effetto a favore dei terzi creditori dell’organismo impoverito. Cass. pen. sez. V, 15 febbraio 2008, n. 7326

In caso di distrazione di beni sociali in favore di altra società appartenente al medesimo soggetto, la configurabilità, qualora intervenga il fallimento, del reato di cui al combinato disposto degli artt. 223, comma secondo, n. 1, legge fallimentare, e 2634 c.c. non può essere esclusa, ai sensi del comma terzo del citato art. 2634 (secondo cui «in ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo»), per il solo fatto che il soggetto abbia il controllo di entrambe le società, occorrendo invece che egli abbia svolto una vera e propria funzione imprenditoriale di indirizzo e coordinamento delle società controllate (cosiddetto holding pura), eventualmente anche accompagnata da attività ausiliaria o finanziaria (cosiddetto holding operativa) dotandosi, a tal fine, di apposita, idonea organizzazione, con correlativa assunzione di responsabilità ai sensi dell’art. 2497 c.c. Cass. pen. sez. V, 18 marzo 2005, n. 10688

Il “vantaggio compensativo” nell’ipotesi del collegamento o del gruppo di società, ai sensi dell’art. 2634, terzo comma, c.c. come riformulato dall’art. 1 del D.L.vo 11 aprile 2002, n. 61 (secondo cui “in ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo), presuppone un conflitto di interessi tra il soggetto agente (amministratore, direttore generale e liquidatore) che compie l’atto dispositivo e la società. Tale conflitto deve essere effettivo ed attuale e non può ritenersi insito in ogni atto che vada a nocumento di una società ed a vantaggio di un’altra, collegata o facente parte del gruppo. Il vantaggio compensativo non può tuttavia, andare oltre la sfera dell’“infedeltà patrimoniale” per la quale è previsto e non è, dunque, applicabile all’ipotesi di bancarotta fraudolenta impropria riguardante una società collegata od appartenente al gruppo, in quanto il fenomeno del collegamento societario non vulnera il principio dell’autonomia soggettiva delle società interefissate ed il fallimento di una di esse prescinde dalla considerazione degli interessi del gruppo societario. Cass. pen. sez. V, 27 maggio 2003, n. 23241

La legittimazione alla proposizione della querela per il reato di infedeltà patrimoniale dell’amministratore spetta anche al socio receduto della società di persone, potendo la condotta infedele determinare un depauperamento del valore della quota alla cui liquidazione il socio ha diritto a norma dell’art. 2289 comma primo, cod. civ. Cass. pen. sez. V, 23 agosto 2016, n. 35384

La legittimazione alla proposizione della querela per il reato di infedeltà patrimoniale dell’amministratore prevista dal vigente testo dell’art. 2634 c.c. introdotto dal D.L.vo n. 61 del 2002, spetta non solo alla società nel suo complesso ma anche – e disgiuntamente – al singolo socio. (In motivazione la S.C. ha rilevato che siffatta conclusione è corroborata dal rilievo che quando il socio è anche «unico» egli è chiamato, dall’art. 2362 c.c. a rispondere illimitatamente delle obbligazioni in caso di insolvenza della società, sicché la tutela apprestata dalla norma, non sollecitabile dall’amministratore in conitto di interessi, non punon considerarsi concepita in via immediata anche a favore della posizione del socio. Cass. pen. sez. V, 9 novembre 2006, n. 37033

Integra il delitto di appropriazione indebita, e non quello di infedeltà patrimoniale previsto dall’art. 2634 c.c. l’erogazione di denaro compiuta dall’amministratore di una società di capitali in violazione delle norme organizzative di questa e per realizzare un interesse esclusivamente personale, in assenza di una preesistente situazione di conflitto d’interessi con l’ente, senza che possa rilevare l’assenza di danno per i soci. (Fattispecie in cui è stato rigettato il ricorso avverso ordinanza che aveva confermato il sequestro preventivo di somme formalmente appostate in bilancio, riconducibili ad operazioni inesistenti giustificate da false fatturazione, o comunque provento di evasione scale, e sottratte alla società senza valida giustificazione economica). Cass. pen. sez. II, 23 gennaio 2013, n. 3397

Le norme incriminatrici dell’infedeltà patrimoniale (2634 c.c. ) e dell’appropriazione indebita (646 c.p. ) sono in rapporto di specialità reciproca. L’infedeltà patrimoniale tipizza la necessaria relazione tra un preesistente conflitto di interessi, con i caratteri dell’attualità e dell’obiettiva valutabilità, e le finalità di profitto o altro vantaggio dell’atto di disposizione, finalità che si qualificano in termini di ingiustizia per la proiezione soggettiva del preesistente conflitto. L’appropriazione indebita presenta caratteri di specialità per la natura del bene (denaro o cosa mobile ), che solo fine può essere oggetto, e per l’irrilevanza del perseguimento di un semplice «vantaggio » in luogo del «prfiotto ». L’ambito di interferenza tra le due fattispecie è dato dalla comunanza dell’elemento costitutivo della deminutio patrimonii e dell’ingiusto profitto, ma esse differiscono per l’assenza nell’appropriazione indebita di un preesistente ed autonomo conflitto di interessi, che invece connota l’infedeltà patrimoniale. Cass. pen. sez. II, 10 novembre 2005, n. 40921

Il reato di appropriazione indebita e quello di infedeltà patrimoniale, introdotto dal D.L.vo 11 aprile 2002 n. 61, modificativo dell’art. 2634 c.c. si pongono in rapporto di specialità reciproca, in quanto il citato art. 2634 configura un reato proprio dell’amministratore, direttore generale o liquidatore e, sotto il profilo oggettivo, richiede un qualsiasi danno patrimoniale per la società, non necessariamente consistente nell’appropriazione di beni da parte dell’autore del fatto, e sul piano soggettivo prevede, in alternativa all’ingiustizia del profitto perseguito, il fine di conseguire «altro vantaggio» così estendendo l’ambito di punibilità. (Fattispecie in cui la Corte ha confermato l’ordinanza del giudice dell’esecuzione che aveva respinto l’istanza di revoca della sentenza di condanna per il reato di appropriazione indebita aggravata, formulata dalla difesa sull’assunto dell’intervenuta abolitio criminis del reato di cui all’art. 646 c.p. a seguito dell’introduzione, ad opera del D.L.vo 61/2002, modificativo dell’art. 2634 c.c. del reato di infedeltà patrimoniale, norma penale successiva più favorevole in rapporto di specialità con la norma generale). Cass. pen. sez. I, 13 luglio 2004, n. 30546

Il reato di infedeltà patrimoniale di cui all’art. 2634 c.c. introdotto dal D.L.vo 11 aprile 2002, n. 61, ha carattere speciale rispetto al reato di appropriazione indebita previsto dall’art. 646 c.p. che, proprio per la sua natura generica, è inidoneo a tutelare il patrimonio societario dagli abusi degli amministratori, ed oggi anche dei direttori generali e dei liquidatori. Fine consegue che, per effetto dell’entrata in vigore della nuova disciplina sui reati societari, non possono ritenersi depenalizzati i fatti appropriativi commessi in precedenza (nella specie per finanziare illecitamente partiti politici ) sulla base della mera aspettativa che quegli stessi fatti fossero finalizzati a procurare un vantaggio per la società. Ed infatti, la disposizione del terzo comma del menzionato art. 2634 c.c. (secondo cui non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo ) trova applicazione in presenza di vantaggi compensativi effettivamente conseguiti o «fondatamente » prevedibili, sulla base di elementi certi e non meramente aleatori dell’appropriazione e del conseguente danno provocato alle singole società, non essendo sufficiente la mera speranza o l’aspettativa di benefici futuri. (Omissis ). Cass. pen. sez. V, 7 ottobre 2003, n. 38110,

Ai fini della configurabilità del concorso dell’”extraneus” nel reato “proprio” di cui all’art. 2634 cod. civ. non è sufficiente che la condotta di questi sia stata anche solo “lato sensu” ausiliatrice rispetto all’azione dell’autore qualificato, ma occorre che in essa sia ravvisabile un “quid pluris”, ricavabile dalle modalità e circostanze del fatto, ovvero dai rapporti personali intercorsi con le parti, che dimostri concretamente il raggiungimento di un’intesa con il concorrente qualificato o, quanto meno, una pressione diretta a sollecitarlo o persuaderlo al compimento dell’atto illecito. (Fattispecie in cui la S.C. ha annullato senza rinvio l’impugnata sentenza, ritenendo irrilevante, ai fini dell’affermazione della responsabilità concorsuale del terzo, il fatto che egli, figlio dell’ammnistratore della società, avesse acquistato sottocosto un immobile dalla stessa e lo avesse poi rivenduto ad un prezzo doppio). Cass. pen. sez. III, 20 luglio 2017, n. 35767

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