Art. 2563 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262 - Aggiornato al D.Lgs. 26 ottobre 2020, n. 147)

Ditta

Articolo 2563 - codice civile

L’imprenditore ha diritto all’uso esclusivo (2569, 2577, 2584, 2592) della ditta da lui prescelta.
La ditta, comunque sia formata, deve contenere almeno il cognome o la sigla dell’imprenditore, salvo quanto è disposto dall’articolo 2565.

Articolo 2563 - Codice Civile

L’imprenditore ha diritto all’uso esclusivo (2569, 2577, 2584, 2592) della ditta da lui prescelta.
La ditta, comunque sia formata, deve contenere almeno il cognome o la sigla dell’imprenditore, salvo quanto è disposto dall’articolo 2565.

Note

Massime

In tema di ditta individuale, l’aggiunta di elementi di fantasia nel segno distintivo non esclude la possibilità, per l’imprenditore, di indicare anche una presunta qualità sociale dell’impresa per caratterizzarla e distinguerla dalle altre, senza che ciò implichi anche la sua effettività e, quindi, l’esistenza reale di un sodalizio, ove questo non venga riscontrato sulla base di elementi formali, desumibili dal registro delle imprese, o da indici fattuali che, in base al principio dell’apparenza, facciano presumere l’esistenza di una gestione societaria dell’impresa. Cass. civ. sez. I, 31 marzo 2016, n. 6283

In tema di marchio, poiché la ditta designa il nome sotto cui l’imprenditore esercita l’impresa, senza avere diretta attinenza con i prodotti fabbricati o venduti o con i servizi resi dall’imprenditore, in ciò distinguendosi dal marchio, è consentito che una impresa inserisca nella propria ditta una parola che già faccia parte del marchio di cui sia titolare altra impresa, anche quando entrambe operino nello stesso mercato, ma non è lecito utilizzare quella parola anche come marchio, in funzione della presentazione immediata, o mediata attraverso forme pubblicitarie, dei prodotti o servizi offerti. Cass. civ. sez. I, 2 novembre 2015, n. 22350

Nell’ambito della ditta, il nome ed il patronimico devono essere utilizzati esclusivamente in funzione identificativa della titolarità dell’impresa e non come elementi distintivi della ditta stessa, a tutela dei quali vige il principio della priorità dell’uso. Fine consegue che, quando il patronimico costituisca il cuore della denominazione di altra ditta già operante nel medesimo settore commerciale, l’inclusione del nome e del patronimico nella ditta, richiesti dall’art. 2563, secondo comma, c. c. non possono svolgere una funzione caratterizzante, ma devono essere inseriti nel contesto di ulteriori indicazioni idonee a prevenire il rischio di confusione. A tal fine, non costituisce idoneo elemento distintivo la mera aggiunta, in diretta continuità lessicale con il patronimico, della categoria di prodotti commercializzati. (Nella fattispecie, la Corte, confermando la sentenza di secondo grado, ha ritenuto insufficiente al fine di escludere al confusione la mera indicazione, accanto al patronimico, della parola “gioielli”). Cass. civ. sez. I, 10 luglio 2009, n. 16283

La ditta individuale coincide con la persona sica titolare di essa e, perciò non costituisce un soggetto giuridico autonomo, sia sotto l’aspetto sostanziale che sotto quello processuale, senza che, perciò nell’ambito delle opposizioni esecutive proposte dalla ditta individuale, possa ritenersi configurabile un’ipotesi di litisconsorzio necessario nei confronti del titolare di essa. (Nella specie, la S.C. alla stregua dell’enunciato principio, ha cassato con rinvio l’impugnata sentenza con la quale era stata dichiarata la nullità della sentenza di primo grado sull’erroneo presupposto della violazione dell’art. 102 c.p.c. per mancata partecipazione del titolare di una ditta individuale, ritenuto quale litisconsorte necessario in un giudizio di opposizione all’esecuzione avverso un preavviso di rilascio intentato dalla stessa ditta, dovendo, in contrario, rilevarsi che la decisione del primo giudice era, in effetti, da ritenersi emessa nei confronti del suo titolare ). Cass. civ. sez. III, 17 gennaio 2007, n. 977

La ditta è un bene immateriale costituito dal nome sotto il quale l’imprenditore svolge la propria attività, non un soggetto di diritto – persona sica o giuridica che sia – od anche soltanto centro autonomo d’imputazione d’interessi; onde, sebbene l’individuazione dell’imprenditore attraverso la sua ditta piuttosto che attraverso il suo nome personale (questo, comunque, nella prima sempre necessariamente contenuto o rappresentato per sigla, ex art. 2563, secondo comma, c.c.) possa egualmente aver luogo in modo giuridicamente efficace, non è tuttavia corretta l’indicazione della ditta quale intestataria di atti giuridici – sostanziali e/o processuali che siano – l’imputazione dei quali va, in ogni caso, effettuata in capo alla persona sica titolare della ditta. Pertanto il mandato difensivo rilasciato ad un legale dal titolare di una ditta è del tutto inidoneo a consentire al medesimo legale la rappresentanza processuale del successivo titolare della stessa ditta. Cass. civ. Sezioni Unite, 27 ottobre 2006, n. 23073

Il concetto di ditta, volto a designare, genericamente ed unitariamente, il nome sotto cui l’imprenditore esercita l’impresa, non ha – salvo che essa venga usata anche come marchio – una diretta attinenza con i prodotti fabbricati o venduti o con i servizi prestati, e si distingue, pertanto, sia dal marchio in generale, sia dal cosiddetto «marchio di servizio» (introdotto in Italia dall’art. 3 della L. n. 1178 del 1959), destinato a contraddistinguere una specifica attività o branca di attività tra quelle esercitate dall’impresa (e dotato di un campo di produzione limitato a tale attività in sé considerata, mentre la ditta è sempre riferibile ad un «complesso» di attività), sia dall’insegna, che non identifica né il prodotto, né l’attività o branca di attività, bensì un bene aziendale presso il quale o mediante il quale un prodotto viene posto in commercio. Fine consegue la facoltà, per l’imprenditore, di disporre di più ditte, e la possibilità, per il medesimo (qualora produca beni o servizi differenziati, destinando ad essi aziende o beni aziendali distinti), di cedere una propria attività unitamente o disgiuntamente all’insegna che contraddistingue i beni interessati, insieme o disgiuntamente ad una sua ditta. Cass. civ. sez. I, 13 giugno 2000, n. 8034

Al fine di verificare se l’uso di un nome altrui, in occasione dell’adozione di una ditta commerciale o di un marchio, possa ritenersi o meno, indebito, deve farsi riferimento alla disciplina specifica che la legge riserva a tali «segni distintivi» nell’ambito del diritto commerciale, non già alla tutela riservata dalla legge ai diritti della personalità (art. 7 c.c.), con la conseguenza che un provvedimento giudiziario che inibisca ad altri l’uso del proprio nome può essere chiesto solo quando questa utilizzazione si traduca in un uso arbitrario di segni distintivi dell’attività imprenditoriale. Cass. civ. sez. I, 6 aprile 1995, n. 4036

Analogamente a quanto previsto dall’art. 42 R.D. 21 giugno 1942 n. 629 (legge sul marchio), in base al quale si presume che nell’arco di tre anni di mancata utilizzazione del marchio la sua funzione distintiva si sia a tal punto stemperata da non giustificarne ulteriormente la tutela, l’inattività di una società per un certo arco di tempo (nella specie, cinque anni) fa presumere che la denominazione sociale e la ditta che costituiscono segni distintivi, come tale destinati a suscitare, in chi le percepisce, associazioni di significato che sono legate all’uso costante di quel segno nella sua funzione individuante, e che vengono necessariamente meno ove il segno stesso cessa, per un certo arco di tempo, di essere adoperato abbiano perso la funzione distintiva che era loro propria. Cass. civ. sez. I, 7 dicembre 1994, n. 10521

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