Art. 235 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Disconoscimento di paternità

Articolo 235 - Codice Civile

[L’azione per il disconoscimento di paternità (244 ss.) del figlio concepito durante il matrimonio è consentita solo nei casi seguenti:
1) se i coniugi non hanno coabitato nel periodo compreso fra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita;
2) se durante il tempo predetto il marito era affetto da impotenza, anche se soltanto di generare (122);
3) se nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio o ha tenuto celata al marito la propria gravidanza e la nascita del figlio. In tali casi il marito è ammesso a provare che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, o ogni altro fatto tendente ad escludere la paternità.
La sola dichiarazione della madre non esclude la paternità (231).
L’azione di disconoscimento può essere esercitata anche dalla madre o dal figlio che ha raggiunto la maggiore età in tutti i casi in cui può essere esercitata dal padre.] (1)

Articolo 235 - Codice Civile

[L’azione per il disconoscimento di paternità (244 ss.) del figlio concepito durante il matrimonio è consentita solo nei casi seguenti:
1) se i coniugi non hanno coabitato nel periodo compreso fra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita;
2) se durante il tempo predetto il marito era affetto da impotenza, anche se soltanto di generare (122);
3) se nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio o ha tenuto celata al marito la propria gravidanza e la nascita del figlio. In tali casi il marito è ammesso a provare che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, o ogni altro fatto tendente ad escludere la paternità.
La sola dichiarazione della madre non esclude la paternità (231).
L’azione di disconoscimento può essere esercitata anche dalla madre o dal figlio che ha raggiunto la maggiore età in tutti i casi in cui può essere esercitata dal padre.] (1)

Note

(1) Questo articolo è stato abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), del D.L.vo 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal trentesimo giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (G.U. n. 5 dell’8 gennaio 2014).

Massime

In tema di disconoscimento di paternità, il quadro normativo (artt. 30 Cost. 24, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali della UE, e 244 c.c.) e giurisprudenziale attuale non comporta la prevalenza del “favor veritatis” sul “favor minoris”, ma impone un bilanciamento fra il diritto all’identità personale legato all’affermazione della verità biologica – anche in considerazione delle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dell’elevatissimo grado di attendibilità dei risultati delle indagini – e l’interesse alla certezza degli “status” ed alla stabilità dei rapporti familiari, nell’ambito di una sempre maggiore considerazione del diritto all’identità personale, non necessariamente correlato alla verità biologica ma ai legami affettivi e personali sviluppatisi all’interno di una famiglia, specie quando trattasi di un minore infraquattordicenne. Tale bilanciamento non può costituire il risultato di una valutazione astratta, occorrendo, invece, un accertamento in concreto dell’interesse superiore del minore nelle vicende che lo riguardano, con particolare riferimento agli effetti del provvedimento richiesto in relazione all’esigenza di un suo sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale. (omissis). Cass. civ. sez. I, 22 dicembre 2016, n. 26767

In tema di azione di disconoscimento di paternità trova applicazione, ai fini della individuazione del “thema probandum”, il principio di non contestazione, dovendosi ritenere tale condotta idonea ad escludere, in via immediata, i fatti non contestati dal novero di quelli bisognosi di prova, mentre resta solo indiretta, ed eventuale, la disposizione giuridica della situazione dedotta in giudizio, che si realizza attraverso la preclusione della mancata opponibilità della dimostrazione dei fatti allegati dalla controparte. L’interesse pubblico posto a base della situazione giuridica esclude, tuttavia, che il giudice possa ritenersi vincolato a considerare sussistenti (o meno) determinati fatti in virtù delle sole dichiarazioni od ammissioni delle parti, restandone rimessa la loro valutazione al suo prudente apprezzamento. Cass. civ. sez. I, 11 giugno 2014, n. 13217

Le azioni rivolte all’accertamento della genitorialità biologica anche in contrasto con quella legittima, individuate dal legislatore nel disconoscimento della paternità e nella dichiarazione giudiziale di paternità (e maternità) presentano caratteristiche oggettive e soggettive diverse, che ne conformano anche i requisiti probatori, sicché non vi è perfetta coincidenza dei medesimi nelle due azioni, e sebbene i mezzi di prova univocamente indicativi della discendenza biologica abbiano crescente rilevanza. Il “favor veritatis” nell’azione giudiziale di paternità e maternità tutela il diritto alla genitorialità ed alla identità personale di chi è stato privato per effetto del mancato riconoscimento; nell’altra azione, al contrario, l’esito positivo dell’accertamento della mancata corrispondenza tra filiazione biologica e filiazione legittima, determina la privazione sopravvenuta dello “status” di figlio legittimo “ex patre” per cause estranee alla sfera di volontà e responsabilità del soggetto destinato a subire gli effetti dell’azione. Cass. civ. sez. I, 19 luglio 2013, n. 17773

In tema di disconoscimento di paternità, la disciplina contenuta nell’art. 235 c.c. è applicabile anche a filiazioni scaturite da fecondazione artificiale, tenuto conto che il quadro normativo, a seguito dell’introduzione della legge 19 febbraio 2004, n. 40, per come formulata e interpretabile alla luce del principio del “favor veritatis”, si è arricchito di una nuova ipotesi di disconoscimento, che si aggiunge a quelle previste dalla citata disposizione codicistica; pertanto, stante l’identità della “ratio” e per evidenti ragioni sistematiche, è applicabile anche il termine di decadenza previsto dal successivo art. 244 c.c. che decorre dal momento in cui sia acquisita la certezza del ricorso a tale metodo di procreazione. Cass. civ. sez. I, 11 luglio 2012, n. 11644

In tema di fecondazione assistita eterologa, il marito che ha validamente concordato o comunque manifestato il proprio preventivo consenso alla fecondazione assistita della moglie con seme di donatore ignoto non ha azione per il disconoscimento della paternità del bambino concepito e partorito in esito a tale inseminazione. Cass. civ. sez. I, 16 marzo 1999, n. 2315

L’azione di disconoscimento della paternità verte in materia di diritti indisponibili, in relazione ai quali non è ammesso alcun tipo di negoziazione o di rinunzia. Nel consegue la inammissibilità, nel relativo giudizio, dell’interrogatorio formale della moglie, diretto a dimostrare unicamente l’insussistenza del rapporto di paternità biologica, per l’impossibilità di attribuire valore confessorio alle eventuali dichiarazioni della moglie stessa. Tale impossibilità, sancita in via generale dall’art. 2733, secondo comma, c.c. – il quale esclude che la confessione giudiziale faccia prova contro colui che l’ha resa se verta su fatti relativi a diritti non disponibili – è riaffermata in relazione all’azione di disconoscimento della paternità dal secondo comma dell’art. 235 c.c. ai sensi del quale la dichiarazione della madre non vale ad escludere la paternità. Cass. civ. sez. I, 17 agosto 1998, n. 8087

In tema di disconoscimento della paternità del figlio concepito durante il matrimonio, per effetto della L. 19 maggio 1975, n. 151, per quanto riguarda l’ipotesi della mancata coabitazione, la nuova formulazione dell’art. 235, n. 1, c.c. ha sostituito la nozione di fisica impossibilità di coabitare per causa di allontanamento od altro fatto con quella più generica ed ampia di «non coabitazione»: nozione – quest’ultima – che (al di là del significato testuale delle parole usate ed alla luce della ratio legis, da identificarsi nella presunzione che la coabitazione tra i coniugi comporti naturalmente il mantenimento dei rapporti sessuali) va intesa come comprensiva delle ipotesi in cui i coniugi – pur avendo abitato nello stesso alloggio o vissuto nella stessa città o avuto comunque possibilità di visita o d’incontro – si siano trovati insieme in circostanze di tempo e di luogo e in condizioni personali e soggettive tali da rendere improbabile che essi abbiano potuto avere rapporti intimi. Dal che consegue che, quando l’attore abbia dimostrato la «non coabitazione», nel senso precisato, la parte convenuta deve, essa provare, fornendo idonei elementi presuntivi il ripristino anche temporaneo della coabitazione ovvero, che eventuali incontri occasionali o saltuari – sul piano di una ragionevole probabilità (e non di una mera possibilità) – siano sfociati in rapporti intimi. Cass. civ. sez. I, 25 gennaio 1986, n. 498

Qualora l’azione di disconoscimento della paternità venga fondata sul difetto di coabitazione dei coniugi, intesa come convivenza coniugale, nel periodo compreso fra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita (art. 235, primo comma n. 1 c.c.), la prova contraria deve riguardare l’esistenza in quel periodo di rapporti sessuali fra i coniugi medesimi, deducibili dal ripristino, anche temporaneo, della convivenza, o da incontri occasionali. Nell’indagine diretta a stabilire il fondamento dell’azione di disconoscimento della paternità, il giudice del merito à tenuto ad accogliere la richiesta delle prove genetiche od ematologiche nei casi di ammissibilità dell’azione medesima contemplati dall’art. 235, primo comma n. 3 (nuovo testo) c.c. (adulterio, occultamento della gravidanza ed occultamento della nascita), non anche nel diverso caso di azione esperita in base al n. 1 di detta norma (mancanza di coabitazione dei coniugi), nel quale l’accoglimento di quella richiesta è rimesso all’apprezzamento delle circostanze da parte del giudice medesimo, non censurabile in sede di legittimità se correttamente motivato. Cass. civ. sez. I, 23 gennaio 1984, n. 541

In tema di azione di disconoscimento di paternità, incombe sul preteso padre, che fonda la domanda sulla propria impotenza di generare, fornire la prova che tale impotenza è durata per tutto il periodo corrispondente a quello del concepimento. Cass. civ. sez. I, 28 marzo 2017, n. 7965,

In tema di disconoscimento della paternità, l’onere di provare la tempestiva conoscenza della causa d’incapacità procreativa nel termine decadenziale, previsto dall’art. 235, n. 3, c.c. non può essere sostituito dal riscontro diagnostico dell’esistenza dell’impotenza generativa eseguito nell’anno antecedente l’azione, poiché tale riscontro riguarda i presupposti del fondamento dell’incompatibilità genetica tra padre e figlio legittimo e non la tempestiva conoscenza del presupposto legittimante. Cass. civ. sez. I, 8 giugno 2012, n. 9380

In tema di disconoscimento della paternità, ove l’azione sia promossa per l’impotenza del marito, l’esperimento della prova ematico-genetica non è subordinato all’esito positivo della prova dell’impotenza, anche solo di generare, in tal senso deponendo sia una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 235, primo comma, n. 2, c.c. imposta dalla dichiarazione d’illegittimità costituzionale del n. 3 dello stesso articolo, nella parte in cui subordinava l’esame delle prove tecniche alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie (cfr. Corte cost. sent. N. 266 del 2006 ), sia l’alto grado di affidabilità ormai raggiunto dalla prova ematico-genetica, e, per converso, la difficoltà della prova dell’impotenza. Cass. civ. sez. I, 6 giugno 2008, n. 15089

In tema di disconoscimento della paternità, ove l’azione sia promossa per celamento della gravidanza, l’esperimento della prova ematologica e genetica non è subordinato all’esito positivo della prova della predetta circostanza, in tal senso deponendo una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 235, primo comma, n. 2, c.c. imposta dalla dichiarazione d’illegittimità costituzionale del n. 3 dello stesso articolo, nella parte in cui subordinava l’esame delle prove tecniche alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie (cfr. Corte cost. sent. n. 266 del 2006 ), nonché il rilievo che tale fattispecie si pone come ipotesi parallela all’adulterio, in quanto l’anomalia del comportamento della moglie consente di dubitare, secondo l’id quod plerumque accidit che il figlio sia stato generato dal presunto padre. Cass. civ. sez. I, 6 giugno 2008, n. 15088

In tema di disconoscimento della paternità, a seguito della dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale dell’art. 235, primo comma, numero 3), c.c. (Corte cost. sentenza 266 del 2006), è possibile dare ingresso alle prove genetiche e a quelle ematologiche, rivolte ad acclarare che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, indipendentemente dalla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie. Cass. civ. sez. I, 3 aprile 2007, n. 8356

A seguito della sentenza della Corte costituzionale 6 luglio 2006, n. 266, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 235, secondo comma c.c. nella parte in cui subordinava l’esame delle prove ematologiche alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie, il giudice di merito deve procedere agli accertamenti genetici anche in mancanza di prova dell’adulterio, traendo argomenti di prova ex art. 116 c.p.c. dall’eventuale rifiuto di una parte di sottoporsi al prelievo. Cass. civ. sez. I, 22 febbraio 2007, n. 4175

 

In tema di disconoscimento della paternità del figlio concepito durante il matrimonio, fondato sull’adulterio della moglie, la prova di tale adulterio nel periodo del concepimento consente in ogni caso – nonostante l’eventuale prosecuzione, in detto periodo, della convivenza e dei rapporti intimi con il coniuge – di superare la presunzione legale di paternità del marito mediante la prova del contrario, ossia dimostrando, ai sensi dell’art. 235, primo comma, n. 3, secondo periodo, c.c. che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre o ogni altro fatto tendente ad escludere la paternità; ne consegue che, raggiunta la prova dell’adulterio, gli altri elementi di prova acquisiti al giudizio, tra cui il rifiuto di sottoporsi alle indagini per la ricerca delle compatibilità emato-genetiche, debbono essere valutati dal giudice di merito al fine di escludere o confermare la paternità, e cia prescindere dal fatto che, per un lungo periodo di tempo, comprendente l’epoca di concepimento del figlio, la donna, pur intrattenendo rapporti sessuali con altro uomo, abbia continuato a convivere con il marito e ad avere rapporti intimi con il medesimo. Cass. civ. sez. I, 23 aprile 2004, n. 7747

Il passaggio in giudicato della sentenza che accerta l’inesistenza del rapporto biologico di filiazione, quale presupposto del diritto al mantenimento in favore del figlio riconosciuto, ha effetto retroattivo, in quanto rende privo di ogni reale giustificazione il successivo proseguirsi di ogni contribuzione, e consente, pertanto, di superare l’autorità del giudicato della pronuncia emessa in sede di separazione, avente ad oggetto il diritto al mantenimento medesimo. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, accertando l’inesistenza del rapporto di procreazione, aveva rigettato la richiesta di corresponsione di quanto dovuto per il mantenimento del figlio per come statuito in sede separazione). Cass. civ. sez. I, 24 novembre 2015, n. 23973

La sentenza che accolga la domanda di disconoscimento della paternità, in quanto pronunciata nei confronti del P.M. e di tutti gli altri contraddittori necessari, assume autorità di cosa giudicata “erga omnes”, essendo inerente allo “status” della persona; pertanto, nè colui che è indicato come padre naturale, nè i suoi eredi, sono legittimati passivi nel relativo giudizio e la sentenza che accolga la domanda di disconoscimento è a loro opponibile, anche se non hanno partecipato al relativo giudizio. Cass. civ. sez. I, 16 gennaio 2012, n.430

La pronuncia che accolga la domanda di disconoscimento di paternità non elide, per ciò stesso per il solo fatto di attenere allo status delle persone tutte le già eventualmente intervenute pronunce giurisdizionali presupponenti quella condizione di ?stato? acclarata poi come inesistente, ormai munite dell’efficacia del giudicato. Da ciò consegue che, di fronte ad una pregressa pronuncia di separazione personale passata in giudicato, la quale abbia fissato, a carico del supposto padre l’obbligo di corrispondere un assegno alla moglie per il mantenimento del minore, la eliminazione del suddetto obbligo non potrà che passare attraverso la tipica via di attivazione rappresentata dalla procedura prevista dall’art. 155 c.c. e dall’art. 710 c.p.c. E tuttavia, la peculiarità del quadro sotteso dalla pronuncia che affermi il difetto di paternità non può che comportare una retroattività del tutto peculiare della pronuncia di revisione, la quale produrrà pertanto i suoi effetti fin dalla data del passaggio in giudicato della pronuncia ex art. 235 c.c.. Cass. civ. sez. I, 16 aprile 2003, n. 6011

La sentenza che accoglie l’azione di disconoscimento di paternità del figlio concepito durante il matrimonio, avendo natura di pronuncia di accertamento, travolge, con effetti ex tunc ed erga omnes, lo stato di figlio legittimo del disconosciuto. Ne consegue che l’atto con il quale quest’ultimo sia stato in precedenza riconosciuto da altri come figlio naturale (nella specie, testamento olografo), se originariamente privo di effetti, perché inidoneo a contrastare il più favorevole stato di figlio legittimo (art. 253 c.c.), viene ad acquistare piena operatività a seguito della retroattiva caducazione di tale stato per il passaggio in giudicato della predetta sentenza. Cass. civ. sez. II, 3 giugno 1978, n. 2782

Il genitore può rinunziare all’azione di disconoscimento della paternità che abbia promosso ma, vertendosi in materia di diritti indisponibili, in relazione ai quali non è ipotizzabile rinuncia o transazione, l’azione può essere successivamente riproposta, dallo stesso genitore e pure dal figlio che abbia raggiunto la maggiore età. Cass. civ. sez. I, 15 giugno 2017, n. 14879

Nell’azione di disconoscimento della paternità, il mantenimento da parte del figlio disconosciuto del cognome paterno è espressione di un diritto potestativo e personalissimo che deve tradursi in una espressa domanda di accertamento da proporsi in sede giudiziale, anche in via riconvenzionale ed eventualmente subordinata all’accoglimento di quella principale, non potendosi ritenere ricompresa nella generica opposizione all’azione di disconoscimento proposta nei suoi confronti. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva dichiarato la perdita del cognome paterno del figlio disconosciuto, nonostante il padre che aveva intrapreso l’azione di disconoscimento, avesse manifestato la volontà di non opporsi al mantenimento del suo cognome). Cass. civ. sez. I, 6 novembre 2019, n. 28518

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