Art. 2288 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262 - Aggiornato alla legge 26 novembre 2021, n. 206)

Esclusione di diritto

Articolo 2288 - codice civile

È escluso di diritto il socio nei confronti del quale è stata aperta o al quale è stata estesa la procedura di liquidazione giudiziale o di liquidazione controllata(1).
Parimenti è escluso di diritto il socio nei cui confronti un suo creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota a norma dell’art. 2270.

Articolo 2288 - Codice Civile

È escluso di diritto il socio nei confronti del quale è stata aperta o al quale è stata estesa la procedura di liquidazione giudiziale o di liquidazione controllata(1).
Parimenti è escluso di diritto il socio nei cui confronti un suo creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota a norma dell’art. 2270.

Note

(1) Il presente comma è stato così sostituito dall’art. 382, comma 1, D.Lgs. 12.01.2019, n. 14 con decorrenza dal 16.05.2022, così come modificato dall’art. 39, comma 2, D.Lgs. 26.10.2020, n. 147 con decorrenza dal 16.05.2022. Si riporta di seguito il testo in vigore  fino al 15.05.2022:

“E’ escluso di diritto il socio che sia dichiarato fallito.(147 l. fall.)”.

Massime

La dichiarazione di fallimento del socio illimitatamente responsabile di società di persone determina la sua esclusione di diritto dalla società, ai sensi dell’art. 2288 cod. civ. applicabile, come nella specie, ex art. 2293 cod. civ. alla società in nome collettivo – ed il bilanciamento tra la tutela della società e la massa creditoria del fallimento del socio si realizza, da un lato, evitando alla società l’eventualità pregiudizievole di avere il fallimento nella compagine e precludendo al fallimento di vendere la quota in via esecutiva; dall’altro, nel rendere oggetto della massa attiva fallimentare il credito di liquidazione della quota. Cass. civ. sez. I, 18 marzo 2015, n. 5449

La dichiarazione di fallimento del socio illimitatamente responsabile di società di persone determina la sua esclusione di diritto dalla società, ai sensi dell’art. 2288 c.c. – applicabile, come nella specie, ex art. 2293 c.c. alla società in nome collettivo – e tuttavia la revoca di tale dichiarazione di fallimento produce la reviviscenza della predetta qualità con effetti “ex tunc”, quando lo scioglimento del vincolo sociale particolare, pur riferibile al momento dell’originaria dichiarazione di fallimento, non sia seguito dal completo esaurimento, ex art. 72 legge fallim. del rapporto societario pendente mediante la liquidazione della quota societaria stessa ovvero, per la società costituita da due soci, come nella specie, mediante la liquidazione della società, ex art. 2272, n. 4, c.c.; fine consegue che, non verificandosi alcuno dei predetti eventi, il socio risponde anche dei debiti della società sorti durante il periodo in cui egli è restato assoggettato al fallimento poi revocato. Cass. civ. sez. III, 24 marzo 2011, n. 6734

Il fallimento delle società di persone non determina lo scioglimento del vincolo sociale, poiché l’esclusione di diritto del socio che sia dichiarato fallito, prevista dall’art. 2288 c.c. applicabile alle società di fatto in virtù del disposto dell’art. 2297 c.c. tende a preservare la società in bonis dagli effetti dell’insolvenza personale del socio e non opera, quindi, nell’ipotesi in cui il fallimento del socio sia effetto di quello della società, in forza della responsabilità illimitata del primo per le obbligazioni della seconda. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva escluso che il decorso di un anno dalla dichiarazione di fallimento della società impedisse la dichiarazione di fallimento del socio ai sensi dell’art. 147 legge fall. ). Cass. civ. sez. I, 1 luglio 2008, n. 17953

In tema di Irpef e con riguardo ai redditi prodotti in forma associata, il fallimento (conseguente ad un’attività esercitata in proprio dal medesimo) del socio accomandante di una società in accomandita semplice produce l’effetto dell’esclusione di diritto del socio stesso dalla società, con conseguente venir meno dell’imputazione automatica del reddito sociale ex art. 5 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597 (applicabile ratione temporis, ora art. 5 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917). Tale conclusione deriva dalla mancanza, per le società in accomandita semplice, di una norma specifica di deroga alla disciplina dettata dall’art. 228 c.c. – il quale prevede il prodursi di detto effetto per i soci, dichiarati falliti, delle società semplici ed è applicabile alle società in accomandita semplice in base ai richiami contenuti negli artt. 2293 e 2315 dello stesso codice – dalla assimilazione dello status di socio accomandante a quello di socio di società semplice, dell’applicabilità al socio di società in accomandita semplice dell’istituto della esclusione di cui all’art. 2287 c.c. nonché, inne, dalla «equiparazione» delle società di persone effettuata, ai fini scali, dalla suddetta normativa in tema di redditi prodotti in forma associata. Cass. civ. sez. V, 22 maggio 2003, n. 8091

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