Art. 2221 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

ARTICOLO ABROGATO - Fallimento e concordato preventivo

Articolo 2221 - Codice Civile

(1)[Gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale (2195), esclusi gli enti pubblici (2093, 2201; 1, 3, 195 l. fall.) e i piccoli imprenditori (2083; 1 l. fall.), sono soggetti, in caso d’insolvenza (5 l. fall.), alle procedure del fallimento e del concordato preventivo, salve le disposizioni delle leggi speciali.]

Articolo 2221 - Codice Civile

(1)[Gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale (2195), esclusi gli enti pubblici (2093, 2201; 1, 3, 195 l. fall.) e i piccoli imprenditori (2083; 1 l. fall.), sono soggetti, in caso d’insolvenza (5 l. fall.), alle procedure del fallimento e del concordato preventivo, salve le disposizioni delle leggi speciali.]

Note

(1) A norma dell’art. 384, comma 1, del D.L.vo 12 gennaio 2019, n. 14, questo articolo è abrogato.

Massime

Tutte le società commerciali a totale o parziale partecipazione pubblica, quale che sia la composizione del loro capitale sociale, le attività in concreto esercitate, ovvero le forme di controllo cui risultano effettivamente sottoposte, restano assoggettate al fallimento, essendo loro applicabile l’art. 2221 c.c. in forza del rinvio alle norme del codice civile, contenuto prima nell’art. 4, comma 13, del d.l. n. 95 del 2012, conv. con modif. dalla l. n. 135 del 2012 e poi nell’art. 1, comma 3, del d.l.vo n. 175 del 2016. Cass. civ. sez. I, 2 luglio 2018, n. 17279

L’art. 1, secondo comma, del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, nel testo modificato dal d.l.vo 12 settembre 2007, n. 169, aderendo al principio di “prossimità della prova”, pone a carico del debitore l’onere di provare di essere esente dal fallimento gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri dimensionali ivi prescritti, ed escludendo quindi la possibilità di ricorrere al criterio sancito nella norma sostanziale contenuta nell’art. 2083 c.c. il cui richiamo da parte dell’art. 2221 c.c. (che consacra l’immanenza dello statuto dell’imprenditore commerciale al sistema dell’insolvenza, salve le esenzioni ivi previste), non spiega alcuna rilevanza; il regime concorsuale riformato ha infatti tratteggiato la figura dell’”imprenditore fallibile” affidandola in via esclusiva a parametri soggettivi di tipo quantitativo, i quali prescindono del tutto da quello, canonizzato nel regime civilistico, della prevalenza del lavoro personale rispetto all’organizzazione aziendale fondata sul capitale e sull’altrui lavoro. Cass. civ. sez. I, 28 maggio 2010, n. 13086

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