Art. 2135 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262 - Aggiornato alla legge 26 novembre 2021, n. 206)

Imprenditore agricolo

Articolo 2135 - codice civile

(1) È imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse.
Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.
Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge.

Articolo 2135 - Codice Civile

(1) È imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse.
Per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.
Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge.

Note

(1) Questo articolo è stato così sostituito dall’art. 1 del D.L.vo 18 maggio 2001, n. 228.

Massime

L’attività di “catering”, effettuata da un’azienda agrituristica all’esterno della propria sede, diretta non solo alla produzione ma anche alla somministrazione presso il consumatore di cibi e bevande, non costituisce ex art. 2135, comma 3, c.c. un’attività confessa alla coltivazione del fondo bensì una prestazione di servizi ai sensi tanto degli artt. 2 e 3, comma 2, del d.P.R. n. 633 del 1972 quanto dell’art. 6 del Regolamento (CEE) del Consiglio n. 282 del 2011, con conseguente non riconducibilità della stessa, sotto il profilo scale, ad un’attività agricola. Cass. civ. sez. V, 30 settembre 2019, n. 24271

In tema di inquadramento delle aziende a fini previdenziali, le cooperative svolgenti attività di trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli acquisiti da terzi possono essere qualificate agricole, ai sensi dell’art. 2135 c.c. a condizione che esercitino la loro attività prevalentemente nei confronti dei soci o con prodotti derivanti dai fondi da questi ultimi coltivati. Cass. civ. sez. lav. 31 gennaio 2019, n. 2933

La nuova formulazione dell’art. 2135 c.c. ha ampliato la nozione di imprenditore agricolo, rilevante ai fini dell’inquadramento previdenziale nonché della tutela assicurativa (come desumibile dal rinvio alla norma citata operato dall’art. 207 del T.U. n. 1124 del 1965), in quanto, richiamando le attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico, ha ricompreso tra quelle complementari anche le attività che non presentano una connessione necessaria tra produzione e utilizzazione del fondo, ma unicamente un collegamento funzionale e meramente strumentale con il terreno. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto essere agricola, e conseguentemente che sussistesse l’occasione di lavoro necessaria a ricomprendere l’infortunio nella tutela assicurativa, una attività di allevamento equino finalizzata alla riproduzione). Cass. civ. sez. lav. 7 marzo 2018, n. 5391

In relazione all’inquadramento nel settore agricolo ai fini previdenziali, l’elencazione delle attività connesse contenuta nel secondo comma dell’art. 2135 cod. civ. (nel testo vigente anteriormente alla riforma operata ex art. 1, d. lgs. 18 maggio 2001, n. 228, applicabile “ratione temporis”) è meramente esemplicativa, potendosi avere, oltre alle tipiche attività connesse menzionate dalla norma, anche attività atipiche, quali ad esempio la tenuta della contabilità, dietro corrispettivo annuo, per imprese agricole associate. Cass. civ. sez. lav. 15 maggio 2013, n. 11707

A norma dell’art. 2135 c.c. – nel testo, “ratione temporis” applicabile, anteriore alla novella di cui al d.l.vo 18 maggio 2001, n. 228 – è qualificabile come attività agricola quella diretta alla coltivazione del fondo e costituente forma di sfruttamento del fattore terra, sia pure con l’ausilio delle moderne tecnologie, nonché quella confessa a tale coltivazione, che si inserisca nel ciclo dell’economia agricola; ha, invece, carattere commerciale o industriale ed è, quindi, soggetta al fallimento, se esercitata sotto forma di impresa grande e media, quell’attività che, oltre ad essere idonea a soddisfare esigenze connesse alla produzione agricola, risponda a scopi commerciali o industriali e realizzi utilità del tutto indipendenti dall’impresa agricola o, comunque, prevalenti rispetto ad essa. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto correttamente e congruamente motivata la decisione della corte territoriale che aveva qualificato come commerciale e, quindi, soggetta a fallimento, l’attività dell’associazione di cerealicoltori che, oltre a non svolgere in via diretta alcuna attività propriamente agricola, raccoglieva in modo sistematico, con personale ed ausiliari, i mezzi finanziari per i propri associati, anticipando ad essi i contributi pubblici e commercializzando in proprio partite di grano e concimi). Cass. civ. sez. I, 24 marzo 2011, n. 6853

Ai fini dell’individuazione della nozione di allevamento di bestiame, il principio affermato dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento alla nozione di imprenditore agricolo delineata dall’art. 2135 c.c. nel testo precedente alla riforma introdotta dall’art. 1 del D.L.vo 228 del 2001 appare pienamente applicabile alla norma di cui all’art. 2 della legge n. 9 del 1963, ai fini del diritto del coltivatore diretto, dedito all’allevamento di bestiame, all’assicurazione di invalidità e vecchiaia, costituendo l’allevamento del bestiame, in entrambi i casi, specificazione di un particolare tipo di attività alla quale, per la sua caratterizzazione agricola, l’ordinamento giuridico attribuisce una speciale disciplina, codicistica per l’impresa agricola, previdenziale per il coltivatore diretto. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione della corte territoriale che, sul presupposto che l’allevamento del bestiame avesse natura agricola solo se collegato con rapporto di complementarietà e subordinazione con la coltivazione del fondo, aveva ritenuto l’attività diretta alla riproduzione e all’allevamento dei cavalli da corsa non qualificabile come attività agricola, richiedendo un complesso di conoscenze tecniche in settore sostanzialmente estraneo a quello propriamente agricolo). Cass. civ. sez. lav. 18 maggio 2007, n. 11630

La nozione di imprenditore agricolo contenuta nell’art. 2135 c.c. (nel testo precedente alla novella di cui al D.L.vo n. 228 del 2001), alla quale occorre necessariamente fare riferimento per il richiamo contenuto nell’art. 1 l. fall. (Imprese soggette al fallimento), presuppone che l’attività economica sia svolta con la terra o sulla terra e che l’organizzazione aziendale ruoti attorno al «fattore terra». Fine consegue che il riferimento al solo ciclo biologico del prodotto (pur se esatto dal punto di vista tecnico) non esaurisce il tema d’indagine devoluto al giudice di merito per l’accertamento, ai fini della soggezione al fallimento, della natura dell’impresa (la S.C. ha così cassato la sentenza che aveva ritenuto che l’attività di ortoorivivaistica potesse essere qualificata agricola, non in base alla coltivazione diretta del fondo, bensì in relazione al fatto che la produzione dipende da un ciclo biologico che, nonostante le tecniche di perfezionamento, non è mai controllabile e, rispetto al quale, il fondo può ridursi a sede dell’attività produttiva). Cass. civ. sez. I, 5 dicembre 2002, n. 17251

A norma dell’art. 2135 c.c. l’attività di allevamento del bestiame può considerarsi agricola e, come tale, non assoggettabile a fallimento, ancorché svolta con l’ausilio di tecniche moderne, quando si presenta in collegamento funzionale con il fondo, nel senso che trae occasione o forza dallo sfruttamento del fondo stesso, mentre qualora tale attività, per le dimensioni, l’ubicazione e le modalità di esercizio, si configuri come autonoma rispetto ai fini dell’azienda agricola – come nel caso in cui il terreno funga soltanto da luogo di stazionamento degli animali – si è in presenza di impresa industriale. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto correttamente e congruamente motivata la decisione della Corte territoriale che aveva qualificato come commerciale e, quindi, soggetta a fallimento, l’attività di allevatore di conigli, sulla scorta di una serie di elementi, quali le caratteristiche dell’allevamento e del capannone all’uopo costruito, le dimensioni dello stesso, il numero e la sistemazione delle gabbie impiegate, i quantitativi di mangime acquistati, la circostanza che l’imprenditore di cui si trattava fosse conosciuto a livello internazionale quale allevatore di conigli da pelliccia – e non da carne – la produzione ed il conferimento di numerosissime pelli, l’ingente entità del passivo accumulato, non addebitabile ai costi di conduzione del fondo). Cass. civ. sez. Iav. 23 ottobre 1998, n. 10527

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