Art. 2047 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262 - Aggiornato alla legge 26 novembre 2021, n. 206)

Danno cagionato dall'incapace

Articolo 2047 - codice civile

In caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere (428; 85 c.p.), il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto (2048).
Nel caso in cui il danneggiato non abbia potuto ottenere il risarcimento da chi è tenuto alla sorveglianza, il giudice, in considerazione delle condizioni economiche delle parti, può condannare l’autore del danno a un’equa indennità (843, 924, 925, 1038, 1053, 1328, 2045).

Articolo 2047 - Codice Civile

In caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere (428; 85 c.p.), il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto (2048).
Nel caso in cui il danneggiato non abbia potuto ottenere il risarcimento da chi è tenuto alla sorveglianza, il giudice, in considerazione delle condizioni economiche delle parti, può condannare l’autore del danno a un’equa indennità (843, 924, 925, 1038, 1053, 1328, 2045).

Massime

Risponde, ai sensi dell’art. 2047, comma 1, c.c., dei danni cagionati dall’incapace maggiorenne non interdetto colui che abbia liberamente scelto di accogliere l’incapace nella propria sfera personale, convivendo con esso ed assumendone spontaneamente la sorveglianza, sicché, per dismettere tale responsabilità, è necessaria una determinazione di volontà uguale e contraria, che può essere realizzata anche trasferendo su altro soggetto l’obbligo di sorveglianza sì da sostituire all’affidamento volontario preesistente un altro quanto meno equivalente la cui idoneità va verificata dal giudice con valutazione prognostico-ipotetica “ex ante” riferita al momento “del passaggio delle consegne”. Cass. civ., sez. , III 26 gennaio 2016, n. 1321

Ai fini del riconoscimento della responsabilità del sorvegliante, a norma dell’art. 2047 c.c., è necessario che il fatto commesso dall’incapace presenti tutte le caratteristiche oggettive dell’antigiuridicità e cioè che sia tale che, se fosse assistito da dolo o colpa, integrerebbe un fatto illecito. Ne consegue che, nell’ipotesi di lesione personale inferta da un minore ad un altro nel corso di una competizione sportiva, occorre verificare, al fine di escludere l’antigiuridicità del comportamento dell’incapace e la conseguente responsabilità del sorvegliante, se il fatto lesivo derivi o meno da una condotta strettamente funzionale allo svolgimento del gioco, che non sia compiuto con lo scopo di ledere e che non sia caratterizzato da un grado di violenza od irruenza incompatibile con lo sport praticato. Cass. civ., sez. , III 30 marzo 2011, n. 7247

Ai fini di cui all’art. 2047 c.c., per affermare o escludere la capacità di intendere e di volere di un minore d’età, autore di un fatto illecito, il giudice di merito non è tenuto a compiere una indagine tecnica di tipo psicologico quando le modalità del fatto e l’età del minore siano tali da autorizzare una conclusione in un senso o nell’altro. (Omissis). Cass. civ., sez. , III 19 novembre 2010, n. 23464

Qualora la responsabilità del genitore per il danno cagionato da fatto illecito del figlio minore trovi fondamento, essendo il minore incapace di intendere e volere al momento del fatto, nella fattispecie autonoma di cui all’art. 2047 c.c. e non in quella di cui all’art. 2048 c.c., incombe sul genitore del danneggiante la prova dell’affidamento ad altro soggetto della sorveglianza dell’incapace. Detta prova è particolarmente rigorosa, dovendo egli provare di non aver potuto impedire il fatto e quindi dimostrare un fatto impeditivo assoluto. (Omissis). Cass. civ. sez. III 20 gennaio 2005, n. 1148

L’accertamento in sede penale della mancanza di prova della colpa dei soggetti tenuti alla sorveglianza dell’incapace non comporta il superamento della presunzione di colpa su di essi gravante ai sensi dell’art. 2047 c.c., nè costituisce prova del caso fortuito. Cass. civ., sez. , III 12 dicembre 2003, n. 19060

In tema di responsabilità civile da fatto illecito, la capacità d’intendere e di volere del minore, la quale esclude l’applicabilità dell’art. 2047 c.c., può essere accertata dal giudice del merito, con valutazione di fatto incensurabile in sede di legittimità se immune da vizi logici e giuridici, anche mediante presunzioni, quale il riferimento alla stessa età del minore e al tipo di studi da lui frequentati. Cass. civ. sez. III 30 gennaio 1985, n. 565.

Il dovere di sorveglianza di un incapace, quale fonte di responsabilità per il danno cagionato dall’incapace medesimo, ai sensi dell’art. 2047 primo comma c.c., può essere l’effetto non soltanto del vincolo giuridico, ma anche di una scelta liberamente compiuta da un soggetto, il quale, accogliendo l’incapace nella sua sfera personale o familiare, assuma spontaneamente il compito di prevenire od impedire che il suo comportamento possa arrecare nocumento ad altri. (Omissis). Cass. civ. sez. III 12 maggio 1981, n. 3142. Conforme, sul principio affermato, Cass. III, 1 giugno 1994, n. 5306, Barone c. Sottile.

Ai fini della responsabilità civile per danno cagionato da persona incapace d’intendere e di volere (art. 2047 c.c.), al fine di accertare se un minore sia incapace di intendere o di volere, il giudice non può limitarsi a tener presente l’età dello stesso e le modalità del fatto, ma deve anche considerare lo sviluppo intellettivo del soggetto, quello fisico, l’assenza (eventuale) di malattie, la forza del carattere, la capacità del minore di rendersi conto della illiceità della sua azione, la capacità del volere con riferimento all’attitudine ad autodeterminarsi. L’art. 2047 c.c. sulla responsabilità per danni cagionati da persona incapace, nel riferirsi alla capacità d’intendere e di volere, non enuncia i criteri in base ai quali il relativo accertamento deve essere compiuto, ma affida al giudice di compiere il detto accertamento alla stregua dei criteri tratti dalla comune esperienza e dalle nozioni della scienza. Questi criteri, pertanto, sono implicitamente assunti dalla norma, per cui il giudice è tenuto a rispettarli; con la conseguenza che la mancata applicazione di essi si risolve in violazione di legge. Cass. civ. sez. III 28 aprile 1975, n. 1642

Nei confronti di persona ospite di reparto psichiatrico o di altra struttura equipollente, ancorchè non interdetta nè sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio ai sensi della legge 13 maggio 1978, n. 180, la configurabilità di un dovere di sorveglianza, a carico del personale sanitario addetto al reparto, e della conseguente responsabilità risarcitoria per i danni cagionati dal o al ricoverato, presuppone soltanto la prova concreta della incapacità di intendere e di volere del ricoverato medesimo. (Nella fattispecie la Corte ha confermato la pronuncia del giudice di secondo grado che aveva ravvisato il difetto di sorveglianza del personale della struttura nei confronti di persona adulta affetta da oligofrenia di grado elevato con note mongoloidi rimasta vittima di violenza sessuale all’interno della struttura psichiatrica presso la quale si trovava ricoverata). Cass. civ., sez. , III 11 novembre 2010, n. 22818

La presunzione di responsabilità prevista dall’art. 2047 c.c. nei confronti di chi sia tenuto alla sorveglianza dell’incapace è configurabile a carico della struttura sanitaria soltanto in caso di ricovero ospedaliero del malato mentale, dovendosi, peraltro, considerare priva di tutela a carico del Servizio Sanitario l’esigenza di assicurare la pubblica incolumità che possa essere messa in pericolo dal malato mentale, rientrando tale compito tra quelli demandati in via generale agli organi che si occupano di pubblica sicurezza. (Nella specie, la S.C., sulla scorta dell’enunciato principio, ha rigettato il ricorso proposto dai parenti di un congiunto ucciso da un soggetto affetto da vizio totale di mente all’interno di un bar nei confronti dell’Azienda sanitaria, non potendosi configurare nei riguardi di quest’ultima uno stretto obbligo di sorveglianza a carico dell’omicida risultato malato di mente nell’ipotesi esaminata, considerandosi, altresì, che il T.S.O. può essere disposto solo se esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure extraospedaliere e, senza trascurare che, nel caso in questione, l’aggressore omicida, fino a pochi giorni prima del compimento del fatto delittuoso, non aveva dato segni di squilibrio e premonitori di una possibile manifestazione di follia ). Cass. civ. sez. III 20 giugno 2008, n. 16803

In tema di responsabilità civile, l’applicabilità dell’art. 2048 c.c. postula l’esistenza di un fatto illecito compiuto da un minore capace di intendere e di volere, in relazione al quale soltanto sono configurabili la “culpa in educando” e la “culpa in vigilando”; ne consegue che, ove il minore incapace, con il proprio comportamento illecito, cagioni un danno a se stesso, sono applicabili le disposizioni di cui agli artt. 1218 o 2043 c.c., a seconda che ricorra una responsabilità contrattuale o extracontrattuale del soggetto tenuto alla vigilanza. Peraltro, a causa del richiamo contenuto nell’art. 2056 c.c. all’art. 1227 c.c., il fatto del minore incapace di intendere e di volere che con il suo comportamento abbia contribuito alla produzione del danno a se stesso è valutabile dal giudice al fine di stabilire il concorso delle colpe e l’eventuale riduzione proporzionale del danno da risarcire. (Omissis). Cass. civ., sez. , III 2 marzo 2012, n. 3242

Nel caso di danno arrecato dall’incapace (nella specie una bambina di tre anni) a se stesso, la responsabilità del sorvegliante e della struttura nella quale l’incapace è ammesso (nella specie un asilo nido comunale) va ricondotta non già nell’ambito della responsabilità extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c., bensì nell’ambito della responsabilità contrattuale, ai sensi dell’art. 1218 c.c. Cass. civ. sez. III 18 luglio 2003, n. 11245

Soltanto se la condotta dell’incapace di intendere o volere, stante l’applicabilità anche in tal caso dell’art. 1227, primo comma, c.c., ha contribuito a cagionare il danno dal medesimo subito, il responsabile che deve risarcirlo può eccepire il concorso di colpa del soggetto obbligato alla sorveglianza di quegli (art. 2047 c.c.). Cass. civ. sez. III 24 maggio 1997, n. 4633

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