Art. 1227 – Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262 - Aggiornato alla legge 26 novembre 2021, n. 206)

Concorso del fatto colposo del creditore

Articolo 1227 - codice civile

Se il fatto colposo (2043) del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate (2055 , 2056; 484, 966 c.n.).
Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza (1176).

Articolo 1227 - Codice Civile

Se il fatto colposo (2043) del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate (2055 , 2056; 484, 966 c.n.).
Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza (1176).

Massime

In tema di risarcimento del danno, l’ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell’evento dannoso (di cui al primo comma dell’art. 1227 c.c.) va distinta da quella (disciplinata dal secondo comma della medesima norma) riferibile ad un contegno dello stesso danneggiato che abbia prodotto il solo aggravamento del danno senza contribuire alla sua causazione, giacché – mentre nel primo caso il giudice deve procedere d’ufficio all’indagine in ordine al concorso di colpa del danneggiato, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso – la seconda di tali situazioni forma oggetto di un’eccezione in senso stretto, in quanto il dedotto comportamento del creditore costituisce un autonomo dovere giuridico, posto a suo carico dalla legge quale espressione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede. Cass. civ. sez. III, 19 luglio 2018, n. 19218

In tema di risarcimento del danno, il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al verificarsi dell’evento dannoso (ipotesi regolata dall’art. 1227, primo comma, c.c. ) è rilevabile d’ufficio, per cui la sua prospettazione non richiede la proposizione di un’eccezione in senso proprio, costituendo mera difesa, a differenza dell’aggravamento del danno derivante dal comportamento colposo successivo del danneggiato, previsto dal secondo comma della medesima disposizione ; ma quando, come nella specie, il debitore si sia limitato in primo grado ad una contestazione generale di ogni propria responsabilità, riferendo la causazione del danno interamente al danneggiato ed il giudice abbia accolto tale prospettazione, diviene onere della medesima parte, pur vittoriosa, di prospettare, a seguito dell’appello della controparte, la questione del predetto concorso, al fine di evitare che tale deduzione risulti preclusa nell’ulteriore corso del giudizio, essendo la rilevabilità d’ufficio pur sempre soggetta alle preclusioni processuali maturate. Cass. civ. sez. I, 25 settembre 2008, n. 24080

Il primo comma dell’art. 1227 c.c. concerne il concorso colposo del danneggiato nella produzione dell’evento che configura l’inadempimento, quindi la sua cooperazione attiva, mentre, nel secondo comma, il danno è eziologicamente imputabile al danneggiante, ma le conseguenze dannose dello stesso avrebbero potuto essere impedite o attenuate da un comportamento diligente del danneggiato. Consegue che, in tema di risarcimento del danno, nel caso di giudizio sull’an separato da quello sul quantum le circostanze imputabili al danneggiato, idonee a determinare un suo concorso di colpa, vanno dedotte ed esaminate in sede di accertamento generico per quanto attiene sia alla loro esistenza, sia al grado della loro efficienza causale; pertanto, qualora in detto giudizio sia stato escluso il concorso di colpa del danneggiato, ogni questione sul punto non è più proponibile nel successivo giudizio. Cass. civ. sez. II, 6 giugno 2007, n. 13242

In tema di risarcimento del danno, l’ipotesi disciplinata dal secondo comma dell’art. 1227 c.c. laddove esclude il risarcimento del danno che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza, costituisce oggetto di una eccezione in senso stretto, con la conseguenza che, ove il giudice d’appello l’abbia ritenuta nuova e inammissibile nel secondo grado di giudizio, in sede di legittimità il ricorrente, il quale sostenga che l’eccezione era stata sollevata nella comparsa di costituzione in primo grado, non può limitarsi a sollecitare una diversa interpretazione della suddetta comparsa, ma deve specificamente censurarla sotto il profilo della violazione delle norme ermeneutiche. Cass. civ. sez. II, 19 dicembre 2006, n. 27123

In tema di risarcimento del danno, il primo comma dell’art. 1227 c.c. attiene all’ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell’evento dannoso, mentre il secondo comma ha riguardo a situazione in cui il danneggiato sia estraneo alla produzione dell’evento ma abbia omesso, dopo la relativa verificazione, di fare uso della normale diligenza per circoscriverne l’incidenza, l’accertamento dei presupposti per l’applicabilità della suindicata disciplina integra indagine di fatto, come tale riservata al giudice di merito e sottratta al sindacato di legittimità se assistita da motivazione congrua. Cass. civ. sez. III, 8 aprile 2003, n. 5511

La prova che il creditore avrebbe potuto evitare i danni dei quali chiede il risarcimento usando l’ordinaria diligenza deve essere fornita dal debitore che pretende di non risarcire in tutto o in parte; egli, infatti, deducendo un controdiritto idoneo a paralizzare l’azione risarcitoria del creditore, ha l’onere di prova imposto dall’art. 2697 c.c. (In base al suddetto principio la S.C. ha confermato la pronuncia del giudice del merito che non aveva ridotto l’entità del risarcimento del danno dovuto da un datore di lavoro per licenziamenti illegittimi, respingendo la contraria eccezione del datore di lavoro che si basava sull’assunto secondo cui i lavoratori non avevano fornito la prova di aver tentato di essere assunti da altri imprenditori, in particolare iscrivendosi nelle liste del collocamento). Cass. civ. sez. lav. 20 novembre 2001, n. 14592

Con riguardo all’esimente da responsabilità, prevista dal secondo comma dell’art. 1227 c.c. il giudice del merito è tenuto a svolgere l’indagine in ordine all’omesso uso dell’ordinaria diligenza da parte del creditore, soltanto se vi sia un’espressa istanza del debitore, la cui richiesta integra gli estremi di una eccezione in senso proprio, con la conseguenza che non può essere rilevata dal giudice d’ufficio. (Nella specie la Corte ha cassato la sentenza con cui i giudici di merito hanno valutato d’ufficio, ai fini della riduzione dell’entità del danno derivante dalla diffamazione a mezzo stampa, il mancato esercizio del diritto di rettica da parte del danneggiato). Cass. civ. sez. III, 23 maggio 2001, n. 7025

In tema di esclusione, ai sensi dell’art. 1227 comma secondo c.c. della risarcibilità di quei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza, grava sul debitore responsabile del danno l’onere di provare la violazione, da parte del danneggiato, del dovere di correttezza impostogli dal citato art. 1227 e l’evitabilità delle conseguenze dannose prodottesi, trattandosi di una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, configurabile come eccezione in senso stretto. Cass. civ. sez. III, 9 maggio 2000, n. 588

Poiché il secondo comma dell’art. 1227 c.c. nell’escludere che il creditore possa avere diritto al risarcimento dei danni che lo stesso avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza, e nel porre, quindi, sul suddetto creditore, il dovere di non aggravare con il fatto proprio e con la propria condotta il pregiudizio subito, fa esplicito riferimento all’elemento della colpa, il giudice deve prendere in considerazione non ogni comportamento che astrattamente possa aggravare il danno, ma solamente quel comportamento che eccede i limiti dell’ordinaria diligenza. Cass. civ. sez. lav. 14 giugno 1994, n. 5766

In tema di risarcimento del danno, perché possa farsi luogo alla diminuzione del ristoro per concorso del creditore nella produzione del danno medesimo, è necessario che costui sia tenuto, per legge, o per contratto o per generico dovere di correttezza, ad adottare un determinato comportamento, inerente all’esecuzione del rapporto obbligatorio e idoneo a circoscrivere, se non ad escludere, gli effetti pregiudizievoli dell’inadempimento. Cass. civ. sez. I, 14 novembre 2018, n. 29352

Il concorso del danneggiato nella causazione o nell’aggravamento del danno, ai sensi dell’art. 1227, commi 1 e 2, c.c. sussiste solo quando la sua condotta sia stata colposa e, cioè, irrispettosa di precetti legali, di patti contrattuali o di regole di comune prudenza. Cass. civ. sez. III, 27 marzo 2018, n. 7515

Il fatto colposo del danneggiato, rilevante ai fini dell’applicazione dell’art. 1227, comma 1, c.c. deve connettersi causalmente all’evento dannoso, non potendo quest’ultimo essere pretermesso nella ricostruzione della serie causale giuridicamente rilevante, né potendosi collegare direttamente la condotta colposa del danneggiato con il danno da lui patito; fine consegue che non ogni esposizione a rischio da parte del danneggiato è idonea a determinarne un concorso giuridicamente rilevante, all’uopo occorrendo, al contrario, che tale condotta costituisca concreta concausa dell’evento dannoso. Cass. civ. sez. III, 19 gennaio 2017, n. 1295

L’esposizione volontaria ad un rischio, o, comunque, la consapevolezza di porsi in una situazione da cui consegua la probabilità che si produca a proprio danno un evento pregiudizievole, è idonea ad integrare una corresponsabilità del danneggiato e a ridurre, proporzionalmente, la responsabilità del danneggiante, in quanto viene a costituire un antecedente causale necessario del verificarsi dell’evento, ai sensi dell’art. 1227, primo comma, cod. civ. e, a livello costituzionale, risponde al principio di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost. avuto riguardo alle esigenze di allocazione dei rischi (riferibili, nella specie, all’ambito della circolazione stradale) secondo una finalità comune di prevenzione, nonché al correlato obbligo di ciascuno di essere responsabile delle conseguenze dei propri atti. Cass. civ. sez. III, 26 maggio 2014, n. 11698

La responsabilità civile per omissione può scaturire non solo dalla violazione di un preciso obbligo giuridico di impedire l’evento dannoso, ma anche dalla violazione di regole di comune prudenza, le quali impongano il compimento di una determinata attività a tutela di un diritto altrui. Tale principio trova applicazione sia quando si tratti di valutare se sussista la colpa dell’autore dell’illecito, sia quando si tratti di stabilire se sussista un concorso di colpa della vittima nella produzione del danno, ex art. 1227, comma primo, c.c. Non può pertanto, ritenersi corresponsabile del danno colui che, senza violare alcuna regola di comune prudenza, correttezza o diligenza, non si sia attivato per rimuovere tempestivamente una situazione di pericolo creata da terzi. (Omissis). Cass. civ. Sezioni Unite, 21 novembre 2011, n. 24406

In tema di responsabilità aquiliana, il nesso causale è regolato dai principi di cui agli artt. 40 e 41 c.p. per i quali un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cosiddetta teoria della “condicio sine qua non”), nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base della quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono – ad una valutazione “ex ante” – del tutto inverosimili; a tal fine il comportamento colposo del danneggiato, quando non sia da solo sufficiente ad interrompere il nesso causale, può tuttavia integrare, ai sensi dell’art. 1227, primo comma, c.c. un concorso di colpa che diminuisce la responsabilità del danneggiante. (Omissis). Cass. civ. sez. III, 30 aprile 2010, n. 10607

Ai fini della determinazione della riduzione del risarcimento del danno in caso di accertato concorso colposo tra danneggiante e danneggiato in materia di responsabilità extracontrattuale, occorre – ai sensi dell’art. 1227, comma primo, c.c. – porre riferimento sia alla gravità della colpa e che all’entità delle conseguenze che fine sono derivate. In particolare, la valutazione dell’elemento della gravità della colpa deve essere rapportata alla misura della diligenza violata e, solo se non sia possibile provare le diverse entità degli apporti causali tra danneggiante e danneggiato nella realizzazione dell’evento dannoso, il giudice può avvalersi del principio generale di cui all’art. 2055, ultimo comma, c.c. ossia della presunzione di pari concorso di colpa, rimanendo esclusa la possibilità di far ricorso al criterio equitativo (previsto dall’art. 1226 c.c. e richiamato dall’art. 2056 c.c.), il quale può essere adottato solo in sede di liquidazione del danno ma non per la determinazione delle singole colpe. Cass. civ. sez. III, 21 gennaio 2010, n. 1002

Il concorso del fatto colposo del danneggiato, che ai sensi dell’art. 1227 cod. civ. esclude o limita il diritto al risarcimento, non può essere invocato allorché la vittima del fatto illecito abbia omesso di rimuovere tempestivamente una situazione pericolosa creata dallo stesso danneggiante, dalla quale – col concorso di ulteriori elementi causali – sia derivato il pregiudizio del quale si chiede il risarcimento. (Omissis). Cass. civ. sez. III, 30 settembre 2008, n. 24320

L’art. 1227, primo comma, c.c. che prevede la diminuzione del risarcimento nei confronti del danneggiato nel caso di concorso della colpa del danneggiato alla causazione del danno, si applica al solo rapporto tra danneggiante e danneggiato, ma non nei rapporti di rivalsa tra più danneggianti responsabili in solido, in quanto soltanto sul versante esterno l’obbligazione solidale comporta l’obbligo di eseguire la prestazione dovuta nella sua totalità, mentre sul versante interno agli obbligati essa si divide tra i diversi debitori e, per quanto riguarda l’obbligazione risarcitoria derivante da illecito, la prestazione si divide tra i corresponsabili, ai sensi dell’art. 2055 c.c. in proporzione alla gravità delle colpe e all’entità delle conseguenze dannose. Cass. civ. sez. I, 5 giugno 2007, n. 13180

Premesso che il fatto colposo del danneggiato, idoneo a diminuire l’entità del risarcimento secondo l’art. 1227 primo comma c.c. comprende qualsiasi condotta negligente od imprudente che costituisca causa concorrente dell’evento, e, quindi, non soltanto un comportamento coevo o successivo al fatto illecito, ma anche un comportamento antecedente, purché legato da nesso eziologico con l’evento medesimo, allorquando il fatto colposo del danneggiante è antecedente al fatto illecito – cioè all’inadempimento ed alle sue conseguenze dannose nella responsabilità contrattuale ed alla condotta integrante il fatto ingiusto di cui all’art. 2043 c.c. ed alle sue conseguenze nella responsabilità extracontrattuale – la sua efficacia di concausa del danno cagionato dall’illecito, se è indubbio che possa estrinsecarsi con riferimento al danno-conseguenza della condotta di inadempimento o della condotta realizzante il fatto ingiusto, può altrettanto indubbiamente estrinsecarsi anche direttamente rispetto alla condotta costituente l’illecito, cioè può giocare ed essere apprezzata come concausa della condotta di inadempimento stesso o di quella determinativa del fatto ingiusto, id est come concausa delle relative condotte illecite. Cass. civ. sez. III, 15 marzo 2006, n. 5677

Il primo comma dell’art. 1227 c.c. concerne il concorso colposo del danneggiato, configurabile solamente in caso di cooperazione attiva nel fatto colposo del danneggiante (Nell’affermare il suindicato principio la S.C. ha escluso la configurabilità di un concorso colposo del danneggiato nella mera accettazione, da parte del medesimo, del trasporto su autovettura con alla guida conducente in evidente stato di ebbrezza, non assurgendo tale condotta a comportamento materiale di cooperazione incidente nella determinazione dell’evento dannoso). Cass. civ. sez. III, 7 dicembre 2005, n. 27010

Il concorso del fatto colposo del creditore è inconciliabile con le situazioni nelle quali operi il principio dell’apparenza del diritto, atteso che quest’ultimo, riconducibile al più generale principio dell’affidamento incolpevole (che può essere invocato, in tema di rappresentanza, dal terzo che in buona fede sia stato tratto in inganno sulla qualità del rappresentante apparente, allorquando l’apparente rappresentato abbia tenuto un comportamento colposo) presuppone che risulti sempre accertata la buona fede del terzo non dipendente da errore colpevole, circostanza quest’ultima incompatibile con un comportamento concorrente colposo dello stesso terzo, che, ove esistente, fa venir meno la situazione di affidamento. Cass. civ. sez. III, 26 maggio 2004, n. 10133

In tema di concorso di colpa del creditore, l’art. 1227 c.c. ha riguardo al comportamento del creditore di un’obbligazione inadempiuta (o non ritualmente adempiuta), ma non concerne i rapporti tra coobbligati in solido né le rispettive responsabilità nell’inadempimento della comune obbligazione. Cass. civ. sez. I, 19 febbraio 2003, n. 2469

In tema di concorso del fatto del danneggiato nella produzione dell’evento dannoso, a norma dell’art. 1227 c.c. – applicabile, per l’espresso richiamo contenuto nell’art. 2056 c.c. anche nel campo della responsabilità extracontrattuale – il risarcimento del danno deve essere proporzionalmente ridotto in ragione dell’entità percentuale dell’efficienza causale del comportamento della vittima, atteso che il danno che taluno arreca a sé medesimo non può essere posto a carico dell’autore della causa concorrente, sia per il principio che il risarcimento va proporzionato all’entità della colpa di ciascun concorrente, sia per l’esigenza di evitare un indebito arricchimento. Cass. civ. sez. III, 28 marzo 1997, n. 2763

L’art. 1227, primo comma, c.c. a norma del quale, quando vi è concorso di colpa del danneggiato, la responsabilità del danneggiante è diminuita secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che fine sono derivate, si applica anche nei casi di responsabilità (presunta) del custode perché è espressione del principio che esclude la possibilità di considerare danno risarcibile quello che ciascuno procura a se stesso. Cass. civ. sez. III, 26 aprile 1994, n. 3957

In tema di responsabilità civile, se la vittima di un fatto illecito ha concorso, con la propria condotta, alla produzione del danno, l’obbligo risarcitorio del responsabile si riduce proporzionalmente ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c. anche nel caso in cui la vittima (minore di età) sia incapace di intendere e di volere al tempo del fatto; ciin quanto l’espressione “fatto colposo” che compare nel citato art. 1227 c.c. non va intesa come riferita all’elemento psicologico della colpa, che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l’imputabilità, ma deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, stabilita da norme positive e/o dettata dalla comune prudenza. L’accertamento in ordine allo stato di capacità naturale della vittima e delle circostanze riguardanti la verificazione dell’evento, anche in ragione del comportamento dalla stessa vittima tenuto, costituisce “quaestio facti” riservata esclusivamente all’apprezzamento del giudice di merito. Cass. civ. sez. III, 1 febbraio 2018, n. 2483

Il principio di cui all’art. 1227 c.c. (riferibile anche alla materia del danno extracontrattuale per l’espresso richiamo contenuto nell’art. 2056 del codice) della riduzione proporzionale del danno in ragione dell’entità percentuale dell’efficienza causale del soggetto danneggiato si applica anche quando questi sia incapace di intendere o di volere per minore età o per altra causa, e tale riduzione deve essere operata non solo nei confronti del danneggiato, che reclama il risarcimento del pregiudizio direttamente patito al cui verificarsi ha contribuito la sua condotta, ma anche nei confronti dei congiunti che, in relazione agli effetti riflessi che l’evento di danno subito proietta su di essi, agiscono per ottenere il risarcimento dei danni iure proprio restando, peraltro, esclusa – ove essi avessero avuto sull’incapace un potere di vigilanza – la possibilità di far luogo ad una ulteriore riduzione del danno risarcibile sulla base di un loro concorso nella sua causazione per culpa in educando o in vigilando. (Omissis). Cass. civ. sez. III, 10 febbraio 2005, n. 2704

Soltanto se la condotta dell’incapace di intendere o volere, stante l’applicabilità anche in tal caso dell’art. 1227, primo comma c.c. ha contribuito a cagionare il danno dal medesimo subito, il responsabile che deve risarcirlo può eccepire il concorso di colpa del soggetto obbligato alla sorveglianza di quegli (art. 2047 c.c.). Cass. civ. sez. III, 24 maggio 1997, n. 4633

Quando un soggetto incapace di intendere e di volere, per minore età o per altra causa, subisca un evento di danno, in conseguenza del fatto illecito altrui in concorso causale con il proprio fatto colposo, l’indagine deve essere limitata all’esistenza della causa concorrente alla produzione dell’evento dannoso, prescindendo dall’imputabilità del fatto all’incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo, ed il risarcimento al danneggiato incapace è dovuto dal terzo danneggiante solo nella misura in cui l’evento possa farsi risalire a colpa di lui, con l’esclusione della parte di danno ascrivibile al comportamento dello stesso danneggiato. Cass. civ. sez. III, 5 maggio 1994, n. 4332

Con riguardo all’azione risarcitoria contro un medico, per lesioni personali che l’attore, all’epoca minorenne ed a carico dei genitori, abbia subito a causa di errori di diagnosi e cura commessi da detto convenuto, la configurabilità di un concorso di colpa del danneggiato, ai sensi ed agli effetti dell’art. 1227 c.c. in relazione al ritardo con cui sia stato sottoposto a nuovo ed appropriato intervento specialistico, va riscontrata esclusivamente in relazione alla colpevolezza del comportamento del minore e non di quello dei suoi genitori, tenuto conto della mancanza di autonomia decisionale del minore medesimo in ragione della dipendenza, anche economica, dai genitori obbligati a tutelare la sua salute ed a prendere le decisioni necessarie a tal fine. Cass. civ. sez. III, 7 marzo 1991, n. 2384

In tema di responsabilità per fatto illecito doloso, l’art. 1227 c.c. concernente la diminuzione della misura del risarcimento in caso di concorso del fatto colposo del danneggiato, non è applicabile nell’ipotesi di provocazione da parte della persona offesa del reato, in quanto la determinazione dell’autore del delitto, di tenere la condotta illecita che colpisce la persona offesa, costituisce causa autonoma del danno, non potendo ritenersi che la consecuzione del delitto al fatto della provocazione esprima una connessione rispondente ad un principio di regolarità causale. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso la riduzione del risarcimento del danno conseguente a lesioni personali subite all’interno di una discoteca e consumate da “buttafuori”). Cass. civ. sez. III, 23 marzo 2016, n. 5679

In tema di concorso del fatto colposo del danneggiato, idoneo a giustificare una diminuzione del risarcimento secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze derivatene – art. 1227, richiamato dall’art. 2056 c.c. – occorre distinguere l’ipotesi della provocazione da quella dell’azione aggressiva. La prima è irrilevante ai fini indicati, non potendo il comportamento del provocatore essere considerato causa mediata del danno a lui successivamente cagionato dal provocato. Invece, il fatto dell’aggressore danneggiato si pone rispetto all’evento dannoso in rapporto di causalità efficiente, come fattore concorrente alla sua produzione, ed è, perciò valutabile ai fini di una ragionevole diminuzione del risarcimento. Cass. civ. sez. III, 20 ottobre 1975, n. 3445

In materia di responsabilità civile, nell’ipotesi di concorso della condotta colposa della vittima di un illecito mortale nella produzione dell’evento dannoso, il risarcimento del danno, patito “iure proprio” dai congiunti della vittima, deve essere ridotto in misura corrispondente alla percentuale di contributo causale a quell’evento ascrivibile al comportamento colposo del deceduto, non potendosi al danneggiante fare carico di quella parte di danno che non è a lui causalmente imputabile secondo il paradigma della causalità del diritto civile, la quale conferisce rilevanza alla concausa umana colposa. Cass. civ. sez. III, 17 febbraio 2017, n. 4208

In tema di infortuni sul lavoro, qualora il comportamento del lavoratore che ha determinato l’evento dannoso sia scaturito dall’inosservanza, da parte del datore di lavoro, di specifici doveri informativi o formativi rispetto all’attività da svolgere, tali da rendere altamente presumibile che, ove quegli obblighi fossero stati assolti, l’infortunio non vi sarebbe stato, non è possibile addossare al lavoratore l’ignoranza delle circostanze che dovevano essere oggetto di informativa o di formazione, al fine di fondare una colpa idonea a concorrere con l’inadempimento datoriale e tale da ridurre, ai sensi dell’art. 1227 c.c. la misura del risarcimento dovuto. Cass. civ. sez. L, 25 novembre 2019, n. 30679

In materia di infortuni sul lavoro, al di fuori dei casi di rischio elettivo, nei quali la responsabilità datoriale è esclusa, qualora ricorrano comportamenti colposi del lavoratore, trova applicazione l’art. 1227, comma 1, c.c. tuttavia, la condotta incauta del lavoratore non comporta un concorso idoneo a ridurre la misura del risarcimento ogni qual volta la violazione di un obbligo di prevenzione da parte del datore di lavoro sia munita di incidenza esclusiva rispetto alla determinazione dell’evento dannoso; in particolare, tanto avviene quando l’infortunio si sia realizzato per l’osservanza di specifici ordini o disposizioni datoriali che impongano colpevolmente al lavoratore di affrontare il rischio, quando l’infortunio scaturisca dall’integrale impostazione della lavorazione su disposizioni illegali e gravemente contrarie ad ogni regola di prudenza o, inne, quando vi sia inadempimento datoriale rispetto all’adozione di cautele, tipiche o atipiche, concretamente individuabili, nonché esigibili ex ante ed idonee ad impedire, nonostante l’imprudenza del lavoratore, il verificarsi dell’evento dannoso. Cass. civ. sez. L-, 25 novembre 2019, n. 30679

Una volta allegato, da parte del debitore inadempiente, il fatto colposo del creditore danneggiato, il giudice, ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c. è tenuto a esaminare d’ufficio l’eventuale incidenza causale del comportamento colposo di quest’ultimo nella produzione dell’evento dannoso. Cass. civ. sez. III, 10 maggio 2018, n. 11258

L’accertamento del concorso del fatto colposo del danneggiato nella produzione del danno, così come la determinazione del grado di efficienza causale di ciascuna colpa, rientrano nel potere di indagine del giudice del merito e sono incensurabili in sede di legittimità, quando siano sorretti da adeguata e logica motivazione. Cass. civ. sez. I, 10 gennaio 2017, n. 272

In tema di concorso del fatto colposo del danneggiato nella produzione dell’evento dannoso, a norma dell’art. 1227 c.c. applicabile, per l’espresso richiamo contenuto nell’art. 2056 c.c. anche nel campo della responsabilità extracontrattuale la prova che il creditore-danneggiato avrebbe potuto evitare i danni dei quali chiede il risarcimento usando l’ordinaria diligenza deve essere fornita dal debitore-danneggiante che pretende di non risarcire, in tutto o in parte, il creditore. (Omissis ). Cass. civ. sez. III, 2 marzo 2007, n. 4954

Ai fini della concreta risarcibilità dei danni subiti dal creditore, l’art. 1227, comma 2, c.c. nel porre la condizione dell’inevitabilità dei danni attraverso l’uso dell’ordinaria diligenza, impone al creditore anche una condotta attiva o positiva diretta a limitare le conseguenze dannose di tale comportamento; tuttavia, nell’ambito dell’ordinaria diligenza richiesta, sono ricomprese soltanto quelle attività che non siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrici. Cass. civ. sez. I, 30 luglio 2018, n. 20146

Il dovere di correttezza e di normale diligenza imposto al danneggiato dall’art 1227, secondo comma, cod. civ. non lo obbliga a svolgere attività che, pur nel fine lecito di contenere l’”iter” evolutivo dei danni, incidano sulla situazione dei luoghi in senso modificativo o sostitutivo di opere e cose comunque connesse geneticamente alla precedente azione od omissione dell’autore dell’illecito. Cass. civ. sez. II, 5 dicembre 2013, n. 27298

L’obbligo di non aggravare il danno, imposto dall’art. 1227, comma secondo, c.c. a carico del danneggiato, impone a quest’ultimo di attivarsi per scegliere la condotta maggiormente idonea a contemperare il proprio interesse con quello del debitore alla limitazione del danno e deve ritenersi violato nel caso in cui il danneggiato trascuri di adottare tale condotta, pur potendolo fare senza sacricio. Cass. civ. sez. II, 5 aprile 2011, n. 7771

Il dovere del danneggiato di attivarsi per evitare il danno secondo l’ordinaria diligenza ex art. 1227, secondo comma, c.c. va inteso come sforzo di evitare il danno attraverso un’agevole attività personale, o mediante un sacrificio economico relativamente lieve, mentre non sono comprese nell’ambito dell’ordinaria diligenza quelle attività che siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrici. Cass. civ. sez. III, 11 febbraio 2005, n. 2855

In tema di risarcimento del danno, il principio secondo cui la scelta del tipo di risarcimento (se in forma specifica o per equivalente) spetta al danneggiato non osta a che il danneggiante, secondo i principi generali in tema di obbligazione e no a quando non intervenga la sentenza esecutiva, risarcisca spontaneamente il danno anche in forma diversa da quella scelta dal creditore, salva la possibilità per quest’ultimo di rifiuto, che, ove ingiustificato e determinante un aggravamento del danno, comporta tuttavia la riduzione del risarcimento dovuto, ai sensi dell’art. 1227, secondo comma, c.c. Cass. civ. sez. III, 21 maggio 2004, n. 9709

Ai fini della concreta risarcibilità di danni subiti dal creditore – che pure sia in astratto sussistente, configurandosi i danni medesimi ai sensi dell’art. 1223 c.c. come conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento – l’art. 1227, secondo comma c.c. nel porre la condizione dell’inevitabilità, da parte del creditore, con l’uso dell’ordinaria diligenza, non si limita a richiedere a quest’ultimo la mera inerzia, di fronte all’altrui comportamento dannoso, o la semplice astensione dall’aggravare, con fatto proprio, il pregiudizio già verificatosi, ma, secondo i principi generali di correttezza e buona fede di cui all’art. 1175 c.c. gli impone altresì una condotta attiva o positiva diretta a limitare le conseguenze dannose di detto comportamento, intendendosi comprese nell’ambito dell’ordinaria diligenza, all’uopo richiesta, soltanto quelle attività che non siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici. La valutazione del comportamento del creditore è compito riservato al giudice del merito, ed è insindacabile in sede di legittimità, se sorretta da idonea motivazione. (Omissis). Cass. civ. sez. III, 9 febbraio 2004, n. 2422

In materia di responsabilità contrattuale, l’art. 1227, secondo comma, c.c. laddove esclude il risarcimento del danno che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza, pone a carico del creditore medesimo l’onere di non concorrere ad aggravare i danni derivanti dall’inadempimento con un comportamento contrario alla buona fede, nei limiti dell’ordinaria diligenza: tale obbligo di comportamento quindi non si spinge no ad imporre al creditore di sostituirsi al debitore nell’adempimento dell’obbligazione; l’eccezione relativa al mancato adempimento di un tale onere del creditore costituisce eccezione in senso stretto, e come tale deve essere sollevata dal debitore, sul quale grava il relativo onere probatorio. Cass. civ. sez. III, 14 luglio 2003, n. 10995

A norma dell’art. 1227 comma secondo c.c. ed al fine di escludere la risarcibilità dei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza, vanno presi in considerazione soltanto i comportamenti tenuti dal creditore-danneggiato successivamente all’inadempimento del debitore-danneggiante ed al verificarsi del danno, restando irrilevanti i comportamenti tenuti in epoca antecedente al verificarsi dell’inadempimento. Cass. civ. sez. III, 9 maggio 2000, n. 5883

La norma di cui all’art. 1227, secondo comma, c.c. secondo la quale il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza non opera quando le parti abbiano preventivamente e convenzionalmente liquidato il danno causato dal ritardo. Cass. civ. sez. III, 21 dicembre 1995, n. 13023

Nei contratti con prestazioni corrispettive, il contraente che abbia adempiuto la propria prestazione non è tenuto, nel caso di inadempimento totale o parziale dell’altro contraente, a svolgere attività per conseguire aliunde la controprestazione, dato che gli artt. 1175, 1227 e 1375, pur prevedendo per entrambi i contraenti un dovere di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto, sono dettati allo scopo di vietare comportamenti vessatori ed ostruzionistici, ma non possono essere intesi nel senso di trasferire a carico del creditore le obbligazione specifiche del debitore, o le conseguenze dell’inadempimento a lui imputabile. Cass. civ. sez. III, 7 agosto 1990, n. 7987

Il dovere – imposto al creditore o al danneggiato dall’art. 1227, secondo comma, c.c. – di evitare, usando la normale diligenza, i danni che possono essere arrecati alla propria sfera giuridica dall’altrui comportamento illecito, sussiste anche se questo si protrae nel tempo, sempre che la sua osservanza non si riveli troppo onerosa e non incida in misura apprezzabile sulla propria libertà di azione; pertanto, non può sigersi che il creditore o il danneggiato, per non aggravare le conseguenze dannose che gli derivano dall’inadempimento o dal fatto illecito altrui si assoggetti ad un’attività abnorme e più onerosa di quel che comporti l’ordinaria diligenza, divenendo la sua inerzia rilevante solo quando essa sia ascrivibile a dolo o colpa. Cass. civ. sez. III, 27 giugno 1990, n. 6547

La norma dell’art. 1227 c.c. concernente il concorso del fatto colposo del creditore, si limita a fare applicazione concreta alla colpa del danneggiato del più generale principio di causalità, ma non implica l’affermazione di un dovere primario del danneggiato di ovviare all’inerzia del responsabile, accollandosi attività straordinarie e particolarmente onerose, per limitare gli effetti dannosi determinati dall’illecita condotta altrui. Cass. civ. sez. II, 25 marzo 1988, n. 2589

In tema di determinazione del danno risarcibile, non assurge a fatto colposo del creditore, idoneo a ridurre o a escludere il risarcimento del danno, la circostanza che il danneggiato abbia agito tardivamente nei confronti dell’autore della violazione, quand’anche un’ipotetica tempestiva azione fosse astrattamente suscettibile di circoscrivere l’entità del pregiudizio. Invero, l’art. 1227, comma 2, c.c. che costituisce un’applicazione dell’art. 1175 c.c. pur imponendo al creditore di tenere una condotta attiva, diretta a limitare le conseguenze dannose dell’altrui comportamento, non arriva a pretendere il compimento di attività gravose o implicanti rischi, tra le quali ben può ricomprendersi l’avvio di un’azione giudiziale. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha cassato la decisione di merito che aveva escluso il risarcimento dei danni per la perdita della possibilità di sfruttamento commerciale di alcuni modelli ornamentali, conseguente alla registrazione e alla successiva caduta in pubblico dominio di questi ultimi, in ragione del fatto che la relativa domanda era stata proposta dopo più di cinque anni dalla registrazione in parola). Cass. civ. sez. I, 8 febbraio 2019, n. 3797

In tema di risarcimento del danno cui è tenuto il datore di lavoro in conseguenza del licenziamento illegittimo e con riferimento alla limitazione dello stesso, ex art. 1227, secondo comma, c.c. in relazione alle conseguenze dannose discendenti dal tempo impiegato per la tutela giurisdizionale da parte del lavoratore, le stesse non sono imputabili al lavoratore tutte le volte che – sia che si tratti di inerzia endoprocessuale che di inerzia preprocessuale – le norme attribuiscano poteri paritetici al datore di lavoro per la tutela dei propri diritti e per la riduzione del danno. Cass. civ. sez. lav. 11 maggio 2005, n. 9898

In tema di risarcimento del danno nei rapporti obbligatori, nella nozione di ordinaria diligenza del creditore di cui all’art. 1227, comma 2, c.c. rientra anche il tempestivo esercizio del proprio diritto, ossia l’esercizio non differito no al limite del termine di prescrizione, qualora il trascorrere del tempo possa determinare un incremento del danno. Fine consegue che, con riferimento alla disciplina del collocamento obbligatorio, il danno subito dall’invalido, o da altro soggetto appartenente alle categorie protette avviato al lavoro ai sensi della L. 2 aprile 1968, n. 482, a causa dell’ingiustificato rifiuto di assunzione opposto dall’imprenditore, e corrispondente alle retribuzioni non percepite, non è risarcibile, ai sensi dell’art. 1227, comma 2, c.c. nella misura in cui il danneggiato abbia trascurato di attivarsi per evitarlo, mostrando una negligenza di cui possono essere sintomi, complessivamente considerati, la mancata reiscrizione nelle liste di collocamento e l’aver lasciato trascorrere alcuni anni tra il suddetto rifiuto e l’azione giudiziaria intesa alla realizzazione del diritto all’assunzione ed al risarcimento; in tal caso la misura del danno risarcibile può essere determinata, eventualmente per sottrazione, in via equitativa ex art. 1226 c.c. Cass. civ. sez. lav. 26 novembre 1994, n. 10072

Il dovere di correttezza imposto dall’art. 1227 c.c. al danneggiato presuppone un’attività dalla quale certamente il danno sarebbe stato evitato o ridotto, ma non implica l’obbligo di iniziare un’azione giudiziaria o un’azione esecutiva, in quanto il creditore non è tenuto ad un’attività gravosa o implicante rischi o spese, né a provvedere ad esecuzione forzata, anche se cirientra nelle sue facoltà. Cass. civ. sez. III, 7 maggio 1991, n. 5035

In tema di azione per risarcimento danni, grava in capo al convenuto l’onere della prova (positiva) di diverse opportunità di guadagno e non in capo al danneggiato la prova (negativa) della mancanza di esse; il c.d. “aliunde perceptum”, non costituendo oggetto di eccezione in senso stretto, è però rilevabile d’ufficio dal giudice se le relative circostanze di fatto risultano ritualmente acquisite al processo. Cass. civ. sez. III-, 21 novembre 2019, n. 30330

In tema di concorso del fatto colposo del creditore, previsto dall’art. 1227, comma 2, c.c. al giudice del merito è consentito svolgere l’indagine in ordine all’omesso uso dell’ordinaria diligenza da parte del creditore solo se sul punto vi sia stata espressa istanza del debitore, la cui richiesta integra gli estremi di una eccezione in senso proprio, dato che il dedotto comportamento che la legge esige dal creditore costituisce autonomo dovere giuridico, espressione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede. Il debitore deve inoltre fornire la prova che il creditore avrebbe potuto evitare i danni, di cui chiede il risarcimento, usando l’ordinaria diligenza. Cass. civ. sez. III, 27 luglio 2015, n. 15750

In tema di esclusione, ai sensi dell’art. 1227, comma secondo, cod. civ. della risarcibilità di quei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza, grava sul debitore responsabile del danno l’onere di provare la violazione, da parte del danneggiato, del dovere di correttezza impostogli dal citato art. 1227 e l’evitabilità delle conseguenze dannose prodottesi, trattandosi di una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, configurabile come eccezione in senso stretto. Cass. civ. sez. III, 16 aprile 2013, n. 9137

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