Spiare il cellulare del partner: quali sono i rischi legali?

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C’era un tempo in cui il rapporto di fiducia tra marito e moglie era esposto a molti meno rischi rispetto a oggi.
Nell’era di internet e delle nuove tecnologie tutto è molto semplice: non solo le attività lecite ma anche quelle illecite. I social network e le moderne tecnologie hanno, infatti, senza ombra di dubbio incrementato le occasioni di tradimento.
Moltissimi sono i casi registrati di matrimoni che finiscono in separazione e divorzio a causa di un tradimento perpetrato on-line. Ne ho parlato anche in un precedente articolo che potete leggere qui.

cellulare

Scoprire un tradimento attraverso lo smartphone risulta abbastanza agevole. È infatti sufficiente dare uno sguardo al cellulare del partner o rubare le password dei social in cui è attivo per introdursi nella vita del compagno o del coniuge, senza permesso, per cercare indizi e per scoprire l’indesiderato.
Spesso, i messaggi scambiati via social, o semplicemente delle e-mail un po’ equivoche si trasformano nella prova ricercata per richiedere e ottenere l’addebito della separazione o del divorzio.

Spiare il cellulare del partner può avere conseguenze di carattere penale? Se sì, quali?

Spiare le conversazioni dallo smartphone del coniuge o di qualunque altra persona integra un vero e proprio reato.
L’articolo 15 della nostra Costituzione sancisce il diritto alla segretezza della corrispondenza precisando che:

la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili

La limitazione della libertà e della segretezza della corrispondenza può essere giustificata solo per atto motivato dall’autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge.
Chi, senza il permesso del legittimo proprietario, legge e-mail, sms ed ogni altro tipo di conversazione, compie una violazione della privacy, un accesso abusivo al sistema informatico ai sensi dell’articolo 615 del codice penale. Il trasgressore è punito con la reclusione fino a tre anni. In più, se la sottrazione del telefono o di altro dispositivo elettronico informatico avviene dietro minaccia o violenza, si può configurare addirittura il reato di rapina.
Va da sé che il reato sussiste anche quando si spiano le conversazioni del coniuge e queste servono per provare in Tribunale il tradimento del coniuge ai fini dell’addebito della separazione o del divorzio.

Qual è la posizione della Cassazione?

La Corte di Cassazione nella sentenza n. 2429 del 10 giugno 2016 ha confermato la condanna ad 1 anno e 8 mesi di reclusione ad un uomo che aveva spiato le conversazioni della moglie dopo averle sottratto il cellulare con violenza.
Ma, sulle conseguenze pratiche, la giurisprudenza non ha adottato un approccio univoco: alcune pronunce sottolineano che se le e-mail sono state acquisite in violazione della privacy, e dunque in modo illegale, non possono essere utilizzate nella causa di separazione; altre sentenze invece lo ritengono possibile, salve le conseguenze penali a carico dell’autore dell’illecito.
In una recente pronuncia, però, la Corte di Cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 30735 del 4 novembre 2020 ha annullato la condanna di un marito che aveva utilizzato nella separazione le e-mail intercettate alla moglie ed aveva fatto leva sul fatto che il sistema di intercettazione tramite keylogger (ovvero uno strumento in grado di intercettare e catturare segretamente tutto ciò che viene digitato sulla tastiera senza che l’utente si accorga di essere monitorato) era stato installato sul computer di casa, condiviso e con il consenso del coniuge, con lo scopo di controllare la figlia adolescente nelle sue attività su Internet.
L’uomo, in primo e secondo grado, era stato condannato per aver prodotto, nel giudizio di separazione, la corrispondenza rilevante come prova del tradimento, rendendosi colpevole del reato violazione di corrispondenza, per l’installazione abusiva di apparati o strumenti, come i programmi spia, al fine di intercettare comunicazioni o conversazioni tra altre persone e per l’intercettazione fraudolenta di comunicazioni informatiche o telematiche.
L’uomo si è difeso facendo leva sulla scriminante dell’esercizio di un diritto, che è una causa in grado di escludere la punibilità nei casi in cui il reato venga commesso allo scopo di far valere legittimamente un proprio diritto davanti all’autorità giudiziaria, in questo caso il giudice della separazione davanti al quale erano stati prodotti i contenuti dei messaggi illecitamente acquisiti.
La Corte ha rilevato che l’utilizzo in giudizio delle conversazioni di posta elettronica intercettate e carpite con il keylogger esclude il reato di diffusione delle conversazioni a terzi: non c’è violazione della privacy perché i contenuti delle e-mail rubate non erano stati divulgati al pubblico, ma soltanto prodotti al Tribunale civile incaricato di stabilire le condizioni della separazione coniugale.
Non è stato confermato nemmeno il reato di violazione della corrispondenza.
Rimangono i reati di installazione abusiva e di intercettazione fraudolenta, ma nel caso non sussistevano in quanto l’uomo è riuscito a dimostrare che il sistema di intercettazione era stato installato di comune accordo con la moglie per controllare le attività su internet della figlia adolescente. Nel processo non era stata accertata l’epoca di installazione del keylogger, per cui questa deduzione non ha potuto essere smentita. Inoltre, anche se poi il software era stato utilizzato per spiare la moglie, tutti i reati contestati si sono prescritti.
In conclusione violare la privacy del partner per cercare prove da produrre nel giudizio di separazione o divorzio potrebbe non essere un’ottima idea. Per questo, prima di esporsi è utile confrontarsi con il proprio avvocato di fiducia che saprà valutare la situazione e aiutarvi a giustificare le prove in maniera lecita.

cellulare

Scoprire un tradimento attraverso lo smartphone risulta abbastanza agevole. È infatti sufficiente dare uno sguardo al cellulare del partner o rubare le password dei social in cui è attivo per introdursi nella vita del compagno o del coniuge, senza permesso, per cercare indizi e per scoprire l’indesiderato.
Spesso, i messaggi scambiati via social, o semplicemente delle e-mail un po’ equivoche si trasformano nella prova ricercata per richiedere e ottenere l’addebito della separazione o del divorzio.

Spiare il cellulare del partner può avere conseguenze di carattere penale? Se sì, quali?

Spiare le conversazioni dallo smartphone del coniuge o di qualunque altra persona integra un vero e proprio reato.
L’articolo 15 della nostra Costituzione sancisce il diritto alla segretezza della corrispondenza precisando che:

la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili

La limitazione della libertà e della segretezza della corrispondenza può essere giustificata solo per atto motivato dall’autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge.
Chi, senza il permesso del legittimo proprietario, legge e-mail, sms ed ogni altro tipo di conversazione, compie una violazione della privacy, un accesso abusivo al sistema informatico ai sensi dell’articolo 615 del codice penale. Il trasgressore è punito con la reclusione fino a tre anni. In più, se la sottrazione del telefono o di altro dispositivo elettronico informatico avviene dietro minaccia o violenza, si può configurare addirittura il reato di rapina.
Va da sé che il reato sussiste anche quando si spiano le conversazioni del coniuge e queste servono per provare in Tribunale il tradimento del coniuge ai fini dell’addebito della separazione o del divorzio.

Qual è la posizione della Cassazione?

La Corte di Cassazione nella sentenza n. 2429 del 10 giugno 2016 ha confermato la condanna ad 1 anno e 8 mesi di reclusione ad un uomo che aveva spiato le conversazioni della moglie dopo averle sottratto il cellulare con violenza.
Ma, sulle conseguenze pratiche, la giurisprudenza non ha adottato un approccio univoco: alcune pronunce sottolineano che se le e-mail sono state acquisite in violazione della privacy, e dunque in modo illegale, non possono essere utilizzate nella causa di separazione; altre sentenze invece lo ritengono possibile, salve le conseguenze penali a carico dell’autore dell’illecito.
In una recente pronuncia, però, la Corte di Cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 30735 del 4 novembre 2020 ha annullato la condanna di un marito che aveva utilizzato nella separazione le e-mail intercettate alla moglie ed aveva fatto leva sul fatto che il sistema di intercettazione tramite keylogger (ovvero uno strumento in grado di intercettare e catturare segretamente tutto ciò che viene digitato sulla tastiera senza che l’utente si accorga di essere monitorato) era stato installato sul computer di casa, condiviso e con il consenso del coniuge, con lo scopo di controllare la figlia adolescente nelle sue attività su Internet.
L’uomo, in primo e secondo grado, era stato condannato per aver prodotto, nel giudizio di separazione, la corrispondenza rilevante come prova del tradimento, rendendosi colpevole del reato violazione di corrispondenza, per l’installazione abusiva di apparati o strumenti, come i programmi spia, al fine di intercettare comunicazioni o conversazioni tra altre persone e per l’intercettazione fraudolenta di comunicazioni informatiche o telematiche.
L’uomo si è difeso facendo leva sulla scriminante dell’esercizio di un diritto, che è una causa in grado di escludere la punibilità nei casi in cui il reato venga commesso allo scopo di far valere legittimamente un proprio diritto davanti all’autorità giudiziaria, in questo caso il giudice della separazione davanti al quale erano stati prodotti i contenuti dei messaggi illecitamente acquisiti.
La Corte ha rilevato che l’utilizzo in giudizio delle conversazioni di posta elettronica intercettate e carpite con il keylogger esclude il reato di diffusione delle conversazioni a terzi: non c’è violazione della privacy perché i contenuti delle e-mail rubate non erano stati divulgati al pubblico, ma soltanto prodotti al Tribunale civile incaricato di stabilire le condizioni della separazione coniugale.
Non è stato confermato nemmeno il reato di violazione della corrispondenza.
Rimangono i reati di installazione abusiva e di intercettazione fraudolenta, ma nel caso non sussistevano in quanto l’uomo è riuscito a dimostrare che il sistema di intercettazione era stato installato di comune accordo con la moglie per controllare le attività su internet della figlia adolescente. Nel processo non era stata accertata l’epoca di installazione del keylogger, per cui questa deduzione non ha potuto essere smentita. Inoltre, anche se poi il software era stato utilizzato per spiare la moglie, tutti i reati contestati si sono prescritti.
In conclusione violare la privacy del partner per cercare prove da produrre nel giudizio di separazione o divorzio potrebbe non essere un’ottima idea. Per questo, prima di esporsi è utile confrontarsi con il proprio avvocato di fiducia che saprà valutare la situazione e aiutarvi a giustificare le prove in maniera lecita.

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