Sospensione per i medici no-vax: come funziona?

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Dopo mesi di dibattiti sulla necessità di vaccinare obbligatoriamente gli operatori sanitari, trattandosi dell’imposizione di un trattamento sanitario, si è reso necessario un intervento legislativo.

no vax

Il Governo il 1 aprile 2021 ha quindi emanato il decreto legge n. 44 (in vigore fino al 31 dicembre 2021 salvo proroghe) che all’art. 4 ha espresso la finalità di “tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza”.
I destinatari sono “gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario”, siano essi lavoratori subordinati o autonomi, che svolgono le proprie attività in “strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie e parafarmacie e negli studi professionali…”.

Cosa dice il decreto riguardo al personale sanitario che rifiuti di vaccinarsi? 

Il datore deve cercare una soluzione ragionevole, sia nel senso di: 

  • adibire il soggetto che rifiuta a mansioni “inferiori” oppure 
  • di assegnare allo stesso mansioni “anche diverse”.

Il primo caso appare come una punizione per chi sceglie di non vaccinarsi, con incidenza sulla retribuzione in caso di ricollocamento a mansioni inferiori; il secondo caso presenta la possibilità che i lavoratori possano essere lasciati nella stessa mansione, una volta fornite le adeguate protezioni individuali. A tal fine dovrebbe essere coinvolto il medico competente, che, dialogando e collaborando con il datore di lavoro, è tenuto a valutare la complessiva esposizione al rischio del lavoratore così come dell’ambiente di lavoro. Sembra invece escluso il licenziamento disciplinare e per motivo economico, anche se potrebbero sorgere problemi laddove la sospensione duri a lungo e la prestazione risulti non più necessaria.

Qual è la posizione della giurisprudenza?

Tale novità normativa è in linea con le recenti pronunce della giurisprudenza, da ultimo l’ordinanza 12/2021 del Tribunale di Belluno, che – a fronte del rifiuto di dieci sanitari di vaccinarsi e della loro collocazione in ferie forzate – ha stabilito che la struttura sanitaria ha legittimamente disposto il provvedimento, in quanto i dipendenti che si sono opposti alle vaccinazioni hanno pregiudicato l’adempimento della prestazione del datore di lavoro, che ai sensi dell’articolo 2087 codice civile è “tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità dei prestatori di lavoro”. La collocazione obbligatoria in ferie dei sanitari disposta dall’azienda risponde “alle esigenze dell’impresa e degli interessi del prestatore di lavoro” come stabilito dall’articolo 2109 codice civile.

La procedura di sospensione

L’accertamento viene comunicato dalla Asl all’interessato, al datore di lavoro e agli Ordini professionali, perché ne prendano atto e adottino i provvedimenti e le relative misure di competenza.
Il comma 7 dell’articolo 4 stabilisce testualmente che la sospensione è comunicata immediatamente all’interessato dall’Ordine professionale.
Dunque “una volta ricevuto l’atto di accertamento della Asl, l’Ordine e, nello specifico, la competente Commissione d’Albo deve adottare tempestivamente delibera di Commissione, la quale si sostanzia in una mera presa d’atto della sospensione del professionista interessato, riportando l’annotazione relativa nell’Albo” (articolo 4).
Dunque a stabilire la sospensione è la Asl. 
L’Ordine competente si trova nei confronti dell’accertamento della Asl in una posizione di semplice esecutore rispetto a quello che è il provvedimento adottato dalla Asl, al quale deve necessariamente dar seguito. Al contempo, l’Ordine deve dare comunicazione all’interessato degli effetti che derivano dall’atto di accertamento della Asl. Questi consistono nella sospensione temporanea dall’esercizio della professione fino a quando il soggetto sospeso non decida di vaccinarsi e comunque non oltre il 31 dicembre 2021.
Nella comunicazione deve inoltre essere evidenziato che, nei confronti del provvedimento di sospensione, è ammesso il ricorso amministrativo al Tar. Il termine per presentare ricorso è di 60 giorni dalla data della ricezione della notifica di sospensione.
Non sono mancati i preannunciati ricorsi al Tar da parte del personale sanitario “no-vax”.
Solo in Lombardia, sarebbero 500 i medici ad aver proposto ricorso al Tar di Milano e Brescia contro Ats Milano Città metropolitana, Ats Pavia, Ats Insubria e Ats Brianza, motivato dalla presunta illegittimità costituzionale di un obbligo riferito ad un vaccino di cui non è garantita né la sicurezza né l’efficacia, essendo la comunità scientifica pressoché unanime nel ritenere insufficiente, sia dal punto di vista oggettivo sia dal punto di vista temporale, la sperimentazione eseguita (questo è quanto si legge nel testo).
Ne è prova l’ulteriore illegittima pretesa di condizionare la somministrazione del vaccino obbligatorio al rilascio di una totale esenzione e la conseguente mancata previsione di un indennizzo ritenuto invece dalla giurisprudenza costituzionale condizione essenziale ed imprescindibile per l’imposizione di un obbligo vaccinale. 
Il ricorso fa infine leva sulla rivendicazione della libertà di scelta della cura e sulla libertà della ricerca scientifica sancite rispettivamente dagli articoli 2, 9, 32 e 33 della nostra Costituzione.
Se verrà accettata dal Tar la richiesta di anticipazione dell’udienza, questa potrebbe tenersi già settimana prossima, altrimenti slitterà a fine luglio.
Una riflessione: la sospensione, in termini molto pratici, pone un grosso problema di sanità pubblica: nel momento in cui viene sospeso un infermiere di sala operatoria o un medico ospedaliero non c’è personale per sostituirli e questo rischia di fare un danno altrettanto importante, bloccando il funzionamento delle strutture sanitarie pubbliche e private.

no vax

Il Governo il 1 aprile 2021 ha quindi emanato il decreto legge n. 44 (in vigore fino al 31 dicembre 2021 salvo proroghe) che all’art. 4 ha espresso la finalità di “tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza”.
I destinatari sono “gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario”, siano essi lavoratori subordinati o autonomi, che svolgono le proprie attività in “strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie e parafarmacie e negli studi professionali…”.

Cosa dice il decreto riguardo al personale sanitario che rifiuti di vaccinarsi? 

Il datore deve cercare una soluzione ragionevole, sia nel senso di: 

  • adibire il soggetto che rifiuta a mansioni “inferiori” oppure 
  • di assegnare allo stesso mansioni “anche diverse”.

Il primo caso appare come una punizione per chi sceglie di non vaccinarsi, con incidenza sulla retribuzione in caso di ricollocamento a mansioni inferiori; il secondo caso presenta la possibilità che i lavoratori possano essere lasciati nella stessa mansione, una volta fornite le adeguate protezioni individuali. A tal fine dovrebbe essere coinvolto il medico competente, che, dialogando e collaborando con il datore di lavoro, è tenuto a valutare la complessiva esposizione al rischio del lavoratore così come dell’ambiente di lavoro. Sembra invece escluso il licenziamento disciplinare e per motivo economico, anche se potrebbero sorgere problemi laddove la sospensione duri a lungo e la prestazione risulti non più necessaria.

Qual è la posizione della giurisprudenza?

Tale novità normativa è in linea con le recenti pronunce della giurisprudenza, da ultimo l’ordinanza 12/2021 del Tribunale di Belluno, che – a fronte del rifiuto di dieci sanitari di vaccinarsi e della loro collocazione in ferie forzate – ha stabilito che la struttura sanitaria ha legittimamente disposto il provvedimento, in quanto i dipendenti che si sono opposti alle vaccinazioni hanno pregiudicato l’adempimento della prestazione del datore di lavoro, che ai sensi dell’articolo 2087 codice civile è “tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità dei prestatori di lavoro”. La collocazione obbligatoria in ferie dei sanitari disposta dall’azienda risponde “alle esigenze dell’impresa e degli interessi del prestatore di lavoro” come stabilito dall’articolo 2109 codice civile.

La procedura di sospensione

L’accertamento viene comunicato dalla Asl all’interessato, al datore di lavoro e agli Ordini professionali, perché ne prendano atto e adottino i provvedimenti e le relative misure di competenza.
Il comma 7 dell’articolo 4 stabilisce testualmente che la sospensione è comunicata immediatamente all’interessato dall’Ordine professionale.
Dunque “una volta ricevuto l’atto di accertamento della Asl, l’Ordine e, nello specifico, la competente Commissione d’Albo deve adottare tempestivamente delibera di Commissione, la quale si sostanzia in una mera presa d’atto della sospensione del professionista interessato, riportando l’annotazione relativa nell’Albo” (articolo 4).
Dunque a stabilire la sospensione è la Asl. 
L’Ordine competente si trova nei confronti dell’accertamento della Asl in una posizione di semplice esecutore rispetto a quello che è il provvedimento adottato dalla Asl, al quale deve necessariamente dar seguito. Al contempo, l’Ordine deve dare comunicazione all’interessato degli effetti che derivano dall’atto di accertamento della Asl. Questi consistono nella sospensione temporanea dall’esercizio della professione fino a quando il soggetto sospeso non decida di vaccinarsi e comunque non oltre il 31 dicembre 2021.
Nella comunicazione deve inoltre essere evidenziato che, nei confronti del provvedimento di sospensione, è ammesso il ricorso amministrativo al Tar. Il termine per presentare ricorso è di 60 giorni dalla data della ricezione della notifica di sospensione.
Non sono mancati i preannunciati ricorsi al Tar da parte del personale sanitario “no-vax”.
Solo in Lombardia, sarebbero 500 i medici ad aver proposto ricorso al Tar di Milano e Brescia contro Ats Milano Città metropolitana, Ats Pavia, Ats Insubria e Ats Brianza, motivato dalla presunta illegittimità costituzionale di un obbligo riferito ad un vaccino di cui non è garantita né la sicurezza né l’efficacia, essendo la comunità scientifica pressoché unanime nel ritenere insufficiente, sia dal punto di vista oggettivo sia dal punto di vista temporale, la sperimentazione eseguita (questo è quanto si legge nel testo).
Ne è prova l’ulteriore illegittima pretesa di condizionare la somministrazione del vaccino obbligatorio al rilascio di una totale esenzione e la conseguente mancata previsione di un indennizzo ritenuto invece dalla giurisprudenza costituzionale condizione essenziale ed imprescindibile per l’imposizione di un obbligo vaccinale. 
Il ricorso fa infine leva sulla rivendicazione della libertà di scelta della cura e sulla libertà della ricerca scientifica sancite rispettivamente dagli articoli 2, 9, 32 e 33 della nostra Costituzione.
Se verrà accettata dal Tar la richiesta di anticipazione dell’udienza, questa potrebbe tenersi già settimana prossima, altrimenti slitterà a fine luglio.
Una riflessione: la sospensione, in termini molto pratici, pone un grosso problema di sanità pubblica: nel momento in cui viene sospeso un infermiere di sala operatoria o un medico ospedaliero non c’è personale per sostituirli e questo rischia di fare un danno altrettanto importante, bloccando il funzionamento delle strutture sanitarie pubbliche e private.