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Riflettori puntati sul revenge porn

La cronaca delle ultime settimane ha portato all’attenzione del pubblico il delitto di revenge porn. Tristemente protagoniste dei fatti di cronaca sono state una ex concorrente del reality Grande Fratello, Guendalina Tavassi e una maestra di asilo di Torino, che, in conseguenza della divulgazione di immagini intime che sarebbero dovute rimanere private, ha perso il lavoro.

revenge porn maestra asilo

Entrambe le donne nella loro vita privata, come legittimamente può accadere, avevano girato filmati privati a sfondo sessuale, divenuti pubblici senza consenso. Entrambe vittime quindi di revenge porn. Per l’opinione pubblica colpevoli e poco di buono.

Il delitto di revenge porn

Con l’espressione revenge porn, che tradotto letteralmente significa vendetta porno o vendetta pornografica, si indica il delitto che consiste nel vendicarsi di qualcuno (solitamente un ex partner) diffondendo foto e video a tema sessuale che lo ritraggono. Si tratta, in buona sostanza, di pornografia non consensuale.
L’episodio che forse per la prima volta, ha portato all’attenzione di un largo pubblico questo triste fenomeno è stato il caso di Tiziana Cantone, la giovane donna napoletana che, proprio a causa della diffusione incontrollata on line di un video hard che la vedeva protagonista, nel 2016 ha deciso di togliersi la vita, non prima di aver lottato in tutti i modi per veder riconosciuto il suo diritto all’oblio ossia il diritto dell’individuo ad essere dimenticato per salvaguardare il riserbo imposto dal tempo ad un notizia resa di dominio pubblico.
Ci sono voluti 3 anni di discussioni, battaglie e dibattiti per giungere finalmente a riconoscere il revenge porn non più come un fenomeno, ma come un vero e proprio reato, e come tale disciplinato.

Il codice rosso: l’introduzione del revenge porn nel codice penale

La legge n. 69/2019, in vigore dal 9 agosto 2019, conosciuta come Codice Rosso, intervenendo con modifiche al codice penale e a quello di procedura penale e che ha inteso tutelare le vittime di violenza domestica, ha introdotto, altresì, all’articolo 612ter del codice penale il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti.
La norma vuole tutelare innanzitutto la libertà di autodeterminazione della persona,  oltre all’onore, il decoro, la reputazione e la privacy, nonché l’onore sessuale.

Il trattamento sanzionatorio

La nuova fattispecie introdotta punisce “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate”. La pena prevede la reclusione da uno a sei anni e una multa da euro 5.000 a euro 15.000.
La stessa pena è prevista per chiunque diffonda a sua volta le immagini o i video ricevuti, danneggiando la vittima, condividendole.
La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena aumenta da un terzo alla metà, se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di infermità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.
La vittima di revenge porn può sporgere querela nel termine di sei mesi dall’evento lesivo e potrà rimetterla solo in sede processuale. Questo per tutelare al meglio i diritti della vittima e scongiurare qualche condizionamento esterno o coercizione di volontà.
Il reato è perseguibile d’ufficio nelle ipotesi in cui la vittima si trovi in stato di inferiorità psichica o fisica, o in stato di gravidanza.

La diffusione del revenge porn in Italia

I dati del primo anno successivo al Codice Rosso, contenuti nel dossier «Un anno di codice rosso» del Servizio analisi della Direzione centrale della Polizia criminale, sono preoccupanti. Per il reato di revenge porn sono state avviate 1.083 indagini: per 121 è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio, per 226 quella di archiviazione. Sono state emesse 8 sentenze: 2 condanne con rito abbreviato, 3 patteggiamenti, 1 condanna in Tribunale, 2 proscioglimenti, 3 processi conclusi in Tribunale, 13 sono ancora in corso. Nell’81% dei casi le vittime sono donne, probabilmente a causa del retaggio culturale che vede gli uomini liberi di esporre e vivere liberamente la propria sessualità e le donne come coloro che devono nasconderla.
Le regioni più interessate sono Lombardia, Sicilia, Campania, Emilia Romagna.
Dati allarmanti, che sono aumentati con il lockdown: ci sono due episodi di revenge porn al giorno; ogni 24 ore vengono diffusi video o immagini intime.
Uno studio dell’associazione no-profit PermessoNegato, pubblicato sul quotidiano LaRepubblica il 25 novembre scorso, ha rivelato come il principale covo di pornografia non consensuale sia Telegram, che conta ben 89 gruppi o canali dedicati alla diffusione e condivisione di materiale pornografico, per circa 6 milioni di utenti.
Questo perché Telegram, a differenza di social come Facebook e applicazioni come Whatsapp, non collabora nella lotta al revenge porn, lasciando quindi aperti tutti i gruppi e non fornendo alle forze dell’ordine i nominativi dei soggetti colpevoli.
Di fatto il reato resta impunito.

Una speranza dall’Emme Team

Nonostante la previsione normativa e il severo trattamento sanzionatorio, nella pratica difendersi dal revenge porn è difficile.
La diffusione incontrollata ed incontrollabile di video ed immagini che ritraggono la vittima innesca un vortice di condivisioni infinite, capaci di raggiungere una molteplicità di soggetti.
I contenuti diventano schegge impazzite nelle mani di chiunque per qualunque scopo.
Diventa quasi impossibile impedire la diffusione sul web.
Eppure un metodo per restituire dignità e garantire giustizia alle vittime esiste. Lo ha presentato la madre di Tiziana Cantone, assieme al suo legale.
Si tratta del metodo emme che si basa su un’azione legale che, attraverso l’applicazione di una legge statunitense, la digital millennium copyright act (dmca), ha già permesso di far bloccare contenuti pirata e materiale pedopornografico su diversi server ubicati negli Usa e riconducibili al colosso americano Cloudflare, dove è stata trovata traccia anche dei video della ragazza napoletana.

Slut shaming: il triste fenomeno connesso al revenge porn

  •  “Se l’è cercata”.
  • “Non credevamo che una maestra potesse fare certe cose”.
  • “Poteva evitare di girare quel video”.
  • “Già dalla foto si vede che è una poco di buono”.

Questi sono solo alcuni dei commenti e giudizi rivolti alle vittime di revenge porn, le quali si ritrovano ad essere vittime due volte.
Connesso al revenge porn è quindi il cosiddetto slut shaming. Con questa espressione si indica l’atteggiamento diretto a far vergognare la vittima di revenge porn, di fatto incolpandola, per aver assunto determinati comportamenti o provato determinati desideri sessuali, considerati ancora, purtroppo, contrari alle aspettative tradizionali della donna nella società.
Dello slut shaming  (anche detto blame shaming) parlerò in un prossimo articolo.
La strada è ancora lunga, non sarà certo una legge a fermare tali violenze, perché di violenze si tratta.
In questi casi è fondamentale, se non essenziale, affidarsi ad una rete di professionisti in grado di supportare la vittima, per restituirle dignità e la giustizia che merita.

revenge porn maestra asilo

Entrambe le donne nella loro vita privata, come legittimamente può accadere, avevano girato filmati privati a sfondo sessuale, divenuti pubblici senza consenso. Entrambe vittime quindi di revenge porn. Per l’opinione pubblica colpevoli e poco di buono.

Il delitto di revenge porn

Con l’espressione revenge porn, che tradotto letteralmente significa vendetta porno o vendetta pornografica, si indica il delitto che consiste nel vendicarsi di qualcuno (solitamente un ex partner) diffondendo foto e video a tema sessuale che lo ritraggono. Si tratta, in buona sostanza, di pornografia non consensuale.
L’episodio che forse per la prima volta, ha portato all’attenzione di un largo pubblico questo triste fenomeno è stato il caso di Tiziana Cantone, la giovane donna napoletana che, proprio a causa della diffusione incontrollata on line di un video hard che la vedeva protagonista, nel 2016 ha deciso di togliersi la vita, non prima di aver lottato in tutti i modi per veder riconosciuto il suo diritto all’oblio ossia il diritto dell’individuo ad essere dimenticato per salvaguardare il riserbo imposto dal tempo ad un notizia resa di dominio pubblico.
Ci sono voluti 3 anni di discussioni, battaglie e dibattiti per giungere finalmente a riconoscere il revenge porn non più come un fenomeno, ma come un vero e proprio reato, e come tale disciplinato.

Il codice rosso: l’introduzione del revenge porn nel codice penale

La legge n. 69/2019, in vigore dal 9 agosto 2019, conosciuta come Codice Rosso, intervenendo con modifiche al codice penale e a quello di procedura penale e che ha inteso tutelare le vittime di violenza domestica, ha introdotto, altresì, all’articolo 612ter del codice penale il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti.
La norma vuole tutelare innanzitutto la libertà di autodeterminazione della persona,  oltre all’onore, il decoro, la reputazione e la privacy, nonché l’onore sessuale.

Il trattamento sanzionatorio

La nuova fattispecie introdotta punisce “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate”. La pena prevede la reclusione da uno a sei anni e una multa da euro 5.000 a euro 15.000.
La stessa pena è prevista per chiunque diffonda a sua volta le immagini o i video ricevuti, danneggiando la vittima, condividendole.
La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena aumenta da un terzo alla metà, se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di infermità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.
La vittima di revenge porn può sporgere querela nel termine di sei mesi dall’evento lesivo e potrà rimetterla solo in sede processuale. Questo per tutelare al meglio i diritti della vittima e scongiurare qualche condizionamento esterno o coercizione di volontà.
Il reato è perseguibile d’ufficio nelle ipotesi in cui la vittima si trovi in stato di inferiorità psichica o fisica, o in stato di gravidanza.

La diffusione del revenge porn in Italia

I dati del primo anno successivo al Codice Rosso, contenuti nel dossier «Un anno di codice rosso» del Servizio analisi della Direzione centrale della Polizia criminale, sono preoccupanti. Per il reato di revenge porn sono state avviate 1.083 indagini: per 121 è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio, per 226 quella di archiviazione. Sono state emesse 8 sentenze: 2 condanne con rito abbreviato, 3 patteggiamenti, 1 condanna in Tribunale, 2 proscioglimenti, 3 processi conclusi in Tribunale, 13 sono ancora in corso. Nell’81% dei casi le vittime sono donne, probabilmente a causa del retaggio culturale che vede gli uomini liberi di esporre e vivere liberamente la propria sessualità e le donne come coloro che devono nasconderla.
Le regioni più interessate sono Lombardia, Sicilia, Campania, Emilia Romagna.
Dati allarmanti, che sono aumentati con il lockdown: ci sono due episodi di revenge porn al giorno; ogni 24 ore vengono diffusi video o immagini intime.
Uno studio dell’associazione no-profit PermessoNegato, pubblicato sul quotidiano LaRepubblica il 25 novembre scorso, ha rivelato come il principale covo di pornografia non consensuale sia Telegram, che conta ben 89 gruppi o canali dedicati alla diffusione e condivisione di materiale pornografico, per circa 6 milioni di utenti.
Questo perché Telegram, a differenza di social come Facebook e applicazioni come Whatsapp, non collabora nella lotta al revenge porn, lasciando quindi aperti tutti i gruppi e non fornendo alle forze dell’ordine i nominativi dei soggetti colpevoli.
Di fatto il reato resta impunito.

Una speranza dall’Emme Team

Nonostante la previsione normativa e il severo trattamento sanzionatorio, nella pratica difendersi dal revenge porn è difficile.
La diffusione incontrollata ed incontrollabile di video ed immagini che ritraggono la vittima innesca un vortice di condivisioni infinite, capaci di raggiungere una molteplicità di soggetti.
I contenuti diventano schegge impazzite nelle mani di chiunque per qualunque scopo.
Diventa quasi impossibile impedire la diffusione sul web.
Eppure un metodo per restituire dignità e garantire giustizia alle vittime esiste. Lo ha presentato la madre di Tiziana Cantone, assieme al suo legale.
Si tratta del metodo emme che si basa su un’azione legale che, attraverso l’applicazione di una legge statunitense, la digital millennium copyright act (dmca), ha già permesso di far bloccare contenuti pirata e materiale pedopornografico su diversi server ubicati negli Usa e riconducibili al colosso americano Cloudflare, dove è stata trovata traccia anche dei video della ragazza napoletana.

Slut shaming: il triste fenomeno connesso al revenge porn

  •  “Se l’è cercata”.
  • “Non credevamo che una maestra potesse fare certe cose”.
  • “Poteva evitare di girare quel video”.
  • “Già dalla foto si vede che è una poco di buono”.

Questi sono solo alcuni dei commenti e giudizi rivolti alle vittime di revenge porn, le quali si ritrovano ad essere vittime due volte.
Connesso al revenge porn è quindi il cosiddetto slut shaming. Con questa espressione si indica l’atteggiamento diretto a far vergognare la vittima di revenge porn, di fatto incolpandola, per aver assunto determinati comportamenti o provato determinati desideri sessuali, considerati ancora, purtroppo, contrari alle aspettative tradizionali della donna nella società.
Dello slut shaming  (anche detto blame shaming) parlerò in un prossimo articolo.
La strada è ancora lunga, non sarà certo una legge a fermare tali violenze, perché di violenze si tratta.
In questi casi è fondamentale, se non essenziale, affidarsi ad una rete di professionisti in grado di supportare la vittima, per restituirle dignità e la giustizia che merita.

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