La c.d. riserva di violenza nelle associazioni di tipo mafioso

Articolo a cura della Dott.ssa Amelia Asta

Indice

Introduzione

Capitolo I – L’associazione di stampo mafioso ex art. 416 bis c.p.

1 – Gli elementi strutturali tipici dell’associazione di tipo mafioso rispetto alla fattispecie generica dell’associazione per delinquere
2 – Il concetto tecnico-giuridico di mafia e la sua evoluzione: risvolti dottrinali e giurisprudenziali
3 – Il concetto di “mafie storiche” raffrontato con le c.d. “mafie senza nome” e con le “mafie autoctone” alla luce dei nuovi orientamenti giurisprudenziali
3.1 – Le “nuove mafie” e le “mafie delocalizzate”

Capitolo II – Configurazione del metodo mafioso e la riserva di violenza
1 – La nozione del “metodo mafioso” nelle nuove mafie
2 – L’estrinsecazione e la prova del metodo mafioso
3 – La forza intimidatrice (reale ed effettiva) tipica dell’agire mafioso e la condizione di assoggettamento ed omertà
4 – La sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione penale n. 8572 del 28 aprile 2015 e l’ordinanza n. 15768 del 10 aprile 2019

Capitolo III – La sentenza della Corte di Cassazione penale, sezione VI, n. 18125 del 22 Ottobre 2019
1 – La vicenda di “Mafia Capitale” e controversa applicabilità dell’art. 416-bis c.p. ad associazioni criminali diverse dalle mafie “storiche” (Tribunale Roma, sentenza 20 luglio 2017 n. 11730)
2 – Risvolti con la sentenza della Corte di Cassazione penale n. 18125/2019
3 – La sentenza della Cassazione sulla mafia ostiense ribadisce la tesi dell’effettività (Cassazione, Sez. II, n. 10255/2020)
Conclusioni
Parere

Associazione mafiosa

Introduzione

La criminalità organizzata di tipo mafioso non implica soltanto un insieme di comportamenti sanzionati dal nostro codice penale, bensì rappresenta un fenomeno culturale e sociale particolarmente grave e complesso, che mina le fondamenta della convivenza democratica di una collettività. Le mafie costituiscono da più di un secolo un contropotere col quale lo Stato si è dovuto misurare, ora “facendosi la guerra”, ora “mettendosi d’accordo”. A seconda del momento storico, le cosche hanno supplito alle mancanze dell’amministrazione pubblica, ovvero l’hanno infiltrata e asservita alle proprie mire. Il mafioso, nato per dirimere le controversie locali, si è trasformato in un potente uomo d’affari che gestisce immense ricchezze.
L’evoluzione continua del fenomeno ha contribuito a renderlo di difficile decifrazione.
Oggi, viviamo un tempo in cui l’aspetto più feroce delle mafie sembra venir meno. Si è parlato di mafia che non spara, di mafia invisibile; non è vero che le mafie non commettano più reati, anche efferati, ma è senz’altro vero che il modus operandi dei mafiosi, nell’ultimo ventennio, è cambiato profondamente.
Difatti, si assiste, nel panorama giurisprudenziale, ad un fenomeno di espansione, in chiave interpretativa, del delitto di associazione di stampo mafioso ex art. 416-bis c.p. e, più in generale della nozione giuridica di mafia. L’art. 416-bis c.p., infatti, nonostante recepisca in termini giuridici un fenomeno sociologico assai complesso, risulta normativamente connotato da specifici indici qualitativi e quantitativi. Con il passare degli anni, invero, tali indici sembrano aver perso di intensità e di significato prospettando l’esistenza di nuovi modelli associativi di tipo mafioso, caratterizzati da un generale affievolimento dei requisiti tipici della fattispecie. Questo è il tema delle piccole e soprattutto delle nuove mafie, e quindi delle metamorfosi dell’art. 416-bis c.p. che si pongono in tensione con la legalità penale ed i suoi corollari della tassatività e della determinatezza e/o precisione, nonché con il principio di prevedibilità di matrice europea.
Le considerazioni che seguono prendono spunto da una parte molto rilevante della sentenza di primo grado relativamente al processo c.d. di Mafia Capitale.
Infatti, detta sentenza ha derubricato l’originaria imputazione dell’art. 416-bis in due distinte fattispecie di associazione per delinquere semplice: l’una relativa al mondo degli affari e dunque alla corruzione e l’altra attinente più specificamente alla criminalità organizzata.
Quel che più rileva è la questione di diritto, ovvero se sia configurabile o no l’originaria imputazione di cui all’art. 416-bis c.p.: tale vicenda giudiziaria sollecita riflessioni sui limiti di utilizzo della fattispecie di associazione di tipo mafioso in casi nei quali il sodalizio non si presenta secondo le manifestazioni più “tradizionali” del tipo di criminalità incarnato nell’art. 416-bis, ma si esprime con modalità non strettamente riconducibili a quelle che il legislatore del 1982 conosceva e calò nella previsione normativa attraverso la descrizione del c.d. metodo mafioso.
Segnatamente, il dare spazio alla “riserva di violenza”, intesa come violenza solo potenziale, consapevolmente prefigurata dagli associati ma rivolta al futuro, condurrebbe ad un’interpretazione estensiva non ammissibile, senza incorrere nella violazione del principio di legalità (nullum crimen nulla poena sine lege), oltre i limiti già ampi indicati dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento alle sole mafie indicate.
Dunque, estendere ancora l’interpretazione della norma fino ad includervi anche il concetto di riserva di violenza per le mafie non derivate, condurrebbe ad una innovazione legislativa della fattispecie criminosa, che si collocherebbe inevitabilmente fuori dell’ambito della giurisdizione.

Capitolo IL’ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSO EX ART. 416-BIS C.P.

1 – Gli elementi strutturali tipici dell’associazione di tipo mafioso rispetto alla fattispecie generica dell’associazione per delinquere

Intorno alla metà del Novecento, e negli anni successivi, il dibattito sul concetto di “mafia” riemerse in tutta la sua complessità, dovendosi misurare fra l’altro con la nuova natura democratica e costituzionale dello Stato.
Infatti, la dottrina era divisa: secondo Antolisei la mafia costituiva un «fenomeno illecito e immorale ma non necessariamente criminale, accompagnato da sporadiche emergenze delittuose»[1]; d’altra parte Manzini si concentrava sul rapporto tra l’organizzazione e i singoli associati, affermando la necessità di «verificare i comportamenti dei singoli individui che compongono l’associazione», non essendo sufficiente «assodare la loro appartenenza ad una siffatta collettività»[2].
Nei processi era difficile provare i requisiti dell’art. 416 c.p., l’organizzazione e l’adesione dell’affiliato.
Pertanto, come affermato da Turone, «si vuole colmare una lacuna legislativa già evidenziata da giuristi e operatori del diritto, non essendo sufficiente la previsione dell’art. 416 del codice penale a comprendere tutte le realtà associative di mafia che talvolta prescindono da programma criminoso secondo la valenza data a questo elemento tipico dall’art. 416 c.p., affidando il raggiungimento degli obiettivi alla forza intimidatrice che in Sicilia e in Calabria raggiunge i suoi effetti anche senza concretarsi in una minaccia o in una violenza negli elementi tipici prefigurati nel codice penale»[3].
Pertanto, la celebre legge Rognoni-La Torre del 1982 ha introdotto nel codice penale l’art. 416-bis, disciplinando il delitto di associazione mafiosa che costituisce ancor oggi un caposaldo della repressione penale delle forme più temibili della criminalità organizzata.
La definizione del reato associativo in esame risulta dal combinato dei primi tre commi dell’art. 416-bis c.p. I comportamenti descritti nei primi due commi dell’articolo ripetono il modulo tipico dei reati a struttura associativa e perciò non suscitano problemi ermeneuti diversi da quelli affrontati nella letteratura giuridica in argomento. L’attenzione dell’interprete si concentra maggiormente sul 3° comma che tenta di definire, per la prima volta in un testo di legge, la peculiare fisionomia dell’associazione di tipo mafioso[4].
In particolare, tale articolo da un lato ha inteso evidenziare il particolare disvalore della criminalità mafiosa, quale fenomeno socialmente dannoso a diversi livelli; dall’altro, i tratti peculiari dell’incriminazione sono stati delineati per fronteggiare obiettivi immediati di politica criminale e, in particolare, al fine di rimediare alla lamentata inadeguatezza della tradizionale fattispecie di associazione a delinquere comune a reprimere la fenomenologia criminosa di stampo mafioso, la cui forza incriminatrice, specie in alcune zone della penisola, raggiunge i suoi effetti anche senza concretarsi in una minaccia o in una violenza negli elementi tipici prefigurati nel codice penale.
Quindi, con tale norma si vuole colmare quello che appariva essere un deficit di criminalità di realtà associative più complesse delle ordinarie associazioni criminali, in quanto storicamente dedite alla sopraffazione di un determinato territorio per il conseguimento di obiettivi di potere e di utilità economica[5].
Se, infatti, nei primi trent’anni di vita ha consentito di contrastare giudiziariamente le “mafie storiche” (“cosa nostra” siciliana, “’ndrangheta” calabrese e “camorra” napoletana) nei loro territori d’origine come mai era accaduto nell’Italia repubblicana, negli ultimi tempi il reato si è rivelato utile anche alla repressione di fenomeni criminali considerati di più recente emersione. Anzi, proprio l’esperienza giurisprudenziale maturata sul triplice versante delle mafie straniere, “autoctone” e “delocalizzate”, mostra che a dispetto di una morfologia normativamente complessa la fattispecie incriminatrice presenta significativi margini di duttilità applicativa.
Ad ogni modo, l’associazione di stampo mafioso viene qualificata tale in ragione dei mezzi usati e dei fini perseguiti: difatti, il cuore della fattispecie incriminatrice batte nel terzo comma dell’art. 416-bis c.p., laddove il legislatore scolpisce metodo e finalità dell’associazione mafiosa, delineando così un reato associativo del tutto peculiare nel nostro panorama ordinamentale[6].
In particolare, quanto al metodo, è di tipo mafioso l’associazione i cui partecipanti “si avvalgono della forza d’intimidazione del vincolo associativo e dell’assoggettamento e omertà che ne deriva”.
Quanto alle finalità, esse spaziano dalla classica realizzazione di un programma intrinsecamente illecito, come la commissione di delitti o comunque l’ottenimento di profitti e vantaggi ingiusti e il condizionamento della libertà di voto, fino al perseguimento di obbiettivi in sé leciti, quali “acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici” o, ancora, “procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”. Ma la compresenza di finalità lecite e illecite – di per sé anche riscontrabili, ad esempio e rispettivamente, nel programma collettivo di enti perfino legalmente protetti o di comuni sodalizi criminosi – finisce per conferire al metodo imperniato sulla “forza d’intimidazione” il ruolo di elemento cardine della fattispecie, di specifico spartiacque volto a circoscrivere la nozione penalmente rilevante di “associazione mafiosa”.
Proprio l’annosa riflessione intorno ai risvolti sostanziali e probatori del “metodo mafioso” a costituire tuttora, come vedremo nel capitolo successivo, il cantiere interpretativo in cui dottrina e giurisprudenza prendono le misure alla fattispecie incriminatrice sul piano dogmatico, definendone al contempo presupposti e limiti applicativi.
È questa la principale differenza con l’associazione a delinquere comune prevista all’art. 416 c.p.: difatti, nella fattispecie descritta dall’art. 416-bis c.p. il disvalore si incentra non solo sull’esistenza di una organizzazione e sui fini illeciti, quanto soprattutto sul metodo mafioso, consistente nell’agire avvalendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo.[7]
Si tratta, dunque, di un reato associativo a struttura mista, in cui per il perfezionamento della fattispecie occorre un quid pluris rispetto alla sola organizzazione pluripersonale e al programma criminoso, sufficienti, invece, per i reati associativi puri.
Per questo le associazioni che non hanno una connotazione criminale qualificata sotto il profilo “storico”, dovranno essere analizzate nel loro concreto atteggiarsi, in quanto per esse “non basta la parola”, ovvero il nomen di mafia, camorra, ndrangheta, etc.
Occorre, quindi, porre attenzione alle peculiarità di ciascuna specifica realtà delinquenziale, in quanto la norma mette in luce un problema di assimilazione normativa alle mafie storiche che rende necessaria un’attività interpretativa particolarmente attenta a porre in risalto simmetrie fenomeniche tra realtà fattuali, sociali e umane diverse tra loro.

2 – Il concetto tecnico-giuridico di mafia e la sua evoluzione: risvolti dottrinali e giurisprudenziali

Con l’ultimo comma dell’art. 416-bis il legislatore non ha inteso tanto equiparare, sul piano della nuova previsione normativa, fenomeni criminali di diversa natura, quanto richiamare l’attenzione dell’interprete sul senso dell’effettiva sostanziale convergenza di fenomeni dei quali, dal punto di vista del diritto penale, occorre piuttosto che individuare le distinzioni sotto il profilo delle origini spazio-temporali, individuare i comuni aspetti essenziali che li caratterizzano e che ne contrassegnano la dimensione nazionale. Questi aspetti sono costituiti dall’intimidazione sistematica e dal rapporto di dipendenza personale (assoggettamento e omertà), inseriti in un programma criminoso e finalizzati all’arricchimento illecito ed al controllo di attività economiche e di settori della pubblica amministrazione: il tutto improntato ad una logica di dominio e di conquista illegale e violenta di spazi di potere reale, a scapito delle componenti sociali non mafiose.
La nuova norma penale del 1982 ha saputo formulare una nozione tecnico-giuridica, generale ed astratta, di associazione di tipo mafioso in senso lato, tale da comprendere al suo interno qualsiasi fenomeno associativo localmente denominato (in particolare, si fa riferimento alla mafia calabrese, denominata ‘ndrangheta, e alla camorra napoletana) che presenti i caratteri distintivi sopra menzionati.
Segnatamente, la norma, pur essendo stata evidentemente modellata sul profilo della mafia siciliana e sul presupposto, già individuato dalla giurisprudenza, della equiparazione di questa con la ‘ndrangheta e la camorra napoletana, ha enunciato i caratteri comuni ed essenziali di tali fenomeni costruendo una categoria generale ed astratta che trascende anche l’approccio regionalistico allargato siculo-calabro-campano. Ciò risponde ad una corretta tecnica legislativa, dato che l’art. 416-bis c.p. è una norma dell’ordinamento giuridico nazionale, e non un editto eccezionale applicabile a determinate zone o a determinati gruppi regionali[8].
In particolare, negli anni ‘50-‘70 innanzitutto l’Italia fu interessata da un vasto fenomeno migratorio: anche i mafiosi si spostarono nelle grandi città, alla ricerca di nuovi mercati. Abbandonarono le tradizionali attività agricole per dedicarsi, da una parte, al contrabbando di sigarette e all’adulterazione di vini; dall’altra, all’industria, all’edilizia, ai lavori pubblici. Iniziò così il condizionamento della pubblica amministrazione, vero business della criminalità organizzata. Ed è sempre in questo periodo che arriva la droga, il vero polmone dell’economia mafiosa.
Così, la maggiore ampiezza degli scopi perseguiti, tipicizza alla fattispecie criminosa il nuovo volto della mafia imprenditoriale, che tende ormai all’arricchimento non solo con atti strettamente delittuosi, ma anche attraverso il reimpiego in attività lecite economico-produttive dei proventi che derivano dalla pregressa perpetrazione di reati.
Quindi, la “mafia imprenditrice” mostrava di sapersi adattare benissimo al capitalismo moderno. Il meccanismo era il seguente: i mafiosi accumulavamo ingenti quantità di denaro grazie ad una serie di attività illegali e provvedevano poi a reinvestirlo, ripulendolo, nelle attività lecite. Dalla mediazione all’accumulazione, dalla mera composizione dei conflitti alla produzione di ricchezza. Tutto ciò poteva avvenire solo tramite una fitta rete di relazioni anche all’interno della politica e delle Istituzioni.
In questo modo, gli uomini d’onore vincono gli appalti o costruiscono edifici e non pongono in essere condotte delittuose, sicché emerge con chiarezza l’inadeguatezza dell’articolo 416 c.p.
Ugualmente, le misure di prevenzione si erano rilevate inefficaci, se non dannose, dal momento che di fatto facilitavano la penetrazione mafiosa anche nel nord Italia. Inoltre questi strumenti comportavano l’elusione di un rigoroso accertamento probatorio dell’associazione mafiosa, con i risultati modesti e altalenanti già apprezzati.
Secondo il c.d. modello culturalista, il fenomeno mafioso, nelle sue diverse declinazioni regionali, sarebbe dovuto restare geograficamente circoscritto nel ben delimitato contesto d’origine del Mezzogiorno d’Italia, rappresentando uno dei tanti problemi che alimentano da circa due secoli la questione meridionale.
La progressiva evoluzione sociale e culturale delle aree del sud della penisola, infatti, avrebbe dovuto impedirne l’espansione verso nord in zone con un alto tasso di “civismo” e decretarne la completa estinzione[9]. Sennonché, la ‘‘profezia della palma’’ di Sciascia prima, e la storia e le indagini socio-criminologiche poi, hanno confutato questa fausta e banalizzante prognosi, rivelando lo sconfortante ed opposto dato, non solo, della irradiazione verso il settentrione delle mafie “storiche”’, ma anche, quello solo apparentemente affine, della riproduzione delle loro dinamiche di funzionamento da parte di gruppi criminali autoctoni e stranieri.
Se nessun dubbio si pone oggi circa la possibilità di ritenere configurato il delitto di associazione mafiosa rispetto a sodalizi che operano in aree differenti da quelle classiche del meridione, sia quando ne costituiscano una filiale operativa, sia quando ne siano una ramificazione ancora inerte, molti ne sorgono relativamente all’eventuale qualificazione in termini mafiosi di gruppi criminali locali (sia autoctoni che stranieri) operanti in regioni del centro-nord e completamente svincolati da qualsiasi consorteria riferibile ad una delle tante mafie tradizionali.
Invero, se sotto il primo versante si ritiene che la dilatazione della fattispecie associativa mafiosa al di là del suo archetipo originario non si ponga in contrasto con il principio di legalità, almeno nei casi di concreta estrinsecazione della forza di intimidazione, residuando dubbi solo per quelli delle mafie c.d. silenti, non altrettanto può dirsi sotto il secondo versante, rischiando una simile opzione ermeneutica di alterarne il tipo criminoso sagomato su un preciso substrato empirico-criminologico, tramite l’innesto di fenotipi del tutto eterogenei.
Proprio tale ultima e nuova questione è venuta alla ribalta nelle separate vicende giudiziarie di “mafia capitale” e “mafia ostiense” quando si è trattato di stabilire se le due (ben diverse) associazioni locali laziali fossero effettivamente mafiose e, quindi, se si potesse ravvisare per i loro componenti, in luogo della fattispecie associativa comune di cui all’art. 416 c.p., la più grave di cui all’art. 416 bis c.p.
Dopo una lunga attesa, un grande clamore mediatico e opposti tentativi di deformazione populista da parte, da un lato, dei fautori del “tutto è mafia” e, dall’altro, di quelli del “nulla è mafia”[10], le divergenti decisioni che si annotano hanno dimostrato quanto sia difficile fornire una soluzione corretta del problema. Anche rispetto a questa terza sotto-categoria criminologica mafiosa delle neo-mafie autoctone si diffonde, infatti, l’insidia di assistere ad una pericolosa svalutazione del requisito strutturale modale-oggettivo del c.d. metodo mafioso, a causa del ricorso all’analoga e censurabile per l’altro sottotipo delle “mafie silenti”.

3 – Il concetto di “mafie storiche” raffrontato con le c.d. “mafie senza nome” e con le “mafie autoctone” alla luce dei nuovi orientamenti giurisprudenziali

Come detto, nel corso del tempo, il fenomeno mafioso con il suo carattere estremamente complesso e duttile, ha avuto una continua capacità di adattamento ai sempre diversi e mutevoli settori criminali, alle variazioni economiche e sociali, nonché ai nuovi contesti territoriali.
Il modello di mafia, non più strettamente circoscritto e limitato al contesto d’origine (in particolare alle zone del Mezzogiorno d’Italia), ma con natura camaleontica, ha sollevato diversi e inediti problemi interpretativi, inerenti la configurabilità della fattispecie associativa a struttura mista prevista e punita dall’art. 416 bis c.p. rispetto agli affiorati e distinti fenomeni delle c.d. “mafie senza nome”, “mafie autoctone” ed alle “mafie delocalizzate all’estero”.
Segnatamente, con il termine “mafie senza nome”, meglio identificate come “mafie silenti” ovvero “mafie innominate”, si fa riferimento alle neoformazioni criminali che presentano “struttura autonoma ed originale”, “ancorché caratterizzata dal proposito di utilizzare la stessa metodica delinquenziale delle mafie storiche”[11].
Invece, la natura autoctona dell’associazione criminale fa rifermento alle nuove articolazioni periferiche di sodalizi criminali ben radicati nelle tradizionali aree di competenza. Si tratta di cellule distaccate che conservano uno stabile collegamento con la “struttura madre” del sodalizio di riferimento e che dalla stessa coniano le modalità organizzative, la distinzione dei ruoli, i rituali di affiliazione e l’imposizione di regole interne[12].
Simile demarcazione può tracciarsi con riguardo alle “filiali operative o silenti all’estero”, “costituenti diramazioni estere di mafie storiche italiane”, dotate della medesima struttura organizzativa, nonché facenti applicazione dell’identico modus operandi delle c.d. “case madri”.
Per quanto riguarda le mafie “autoctone”, va detto che una simile nomenclatura si è imposta alla ribalta grazie alle vicende relative al processo denominato “Mafia Capitale”, riguardante una formazione criminale operante a Roma e composta da soggetti “indigeni”.
Si discusse se queste nuove formazioni possano essere annoverate sotto lo schema punitivo dell’art. 416 bis c.p. ovvero essere classificate come mere associazioni per delinquere comuni o qualificate.
Il legislatore del Codice Rocco pensò il delitto di associazione mafiosa come una figura criminosa bifronte, all’interno della quale si riversano due distinte fattispecie, accomunate dal carattere “mafioso” del sodalizio.
In particolare, la fattispecie delittuosa principale, prevista al comma terzo della norma, pone le sue fondamenta su un ben individuato archetipo criminale, qual è la struttura associativa della mafia siciliana, ovvero quella delle tradizionali mafie storiche, diversamente definibili in virtù del contesto sociale di riferimento, in un’ottica che inevitabilmente si rivolge al passato.
Invece, la fattispecie proposto dal comma ottavo dell’art. 416 bis c.p., presenta una formulazione assai più elastica, pensata per conformarsi alle possibili future situazioni associative non ancora conosciute, per mezzo dell’analogica clausola finale.
Anche le riforme normative del 2008 e del 2010 hanno attribuito alla norma un taglio contemporaneo ed elastico, che rompe gli schemi dei prototipi criminali presi in considerazione nel lontano 1982, esplicitando, in rubrica, il riferimento alle mafie straniere e, nel corpo del testo, quello alla c.d. ‘ndrangheta.
Emerge però un problema interpretativo: il comma ottavo della norma che si riferisce alle consorterie diverse dalle mafie storiche e sembra esclusivamente riferirsi al requisito della “forza intimidatrice” e non già alle “condizioni di soggezione e omertà” che ne derivano, le quali, invece, andrebbero a contraddistinguere solamente l’operato di tali mafie tradizionali[13].
Da ciò si sono diramati vari e discordanti orientamenti giurisprudenziali.
Punto nodale quella questione riguarda la c.d. “esteriorizzazione del metodo mafioso”, il quale si compone del duplice lemma della “forza di intimidazione” e delle “condizioni di assoggettamento e omertà” che da essa derivano.

3.1 – Le “nuove mafie” e le “mafie delocalizzate”

La mutevolezza del fenomeno mafioso e le sue nuove forme di espressione impongono, oggi più che mai, una seria riflessione anche sulla attuale adeguatezza degli strumenti di contrasto disponibili. In particolare, deve essere verificata l’idoneità dell’art. 416 bis c.p. a contrastare la colonizzazione dei territori del nord Italia da parte delle mafie storiche: è infatti emersa con chiarezza l’esigenza di contrastare la dilagante diffusione delle mafie oltre i territori d’origine (ed anche oltre i confini nazionali). Come anche quella di riconoscere e contrastare mafie “nuove”, ovvero gruppi criminali agenti con metodo mafioso, ma non riconducibili alle organizzazioni storiche (o “tipiche”).
Difatti, con l’espandersi del fenomeno delle cosiddette “nuove mafie (espressione con cui si intende associazioni criminose di recente genesi, non connesse alle tradizionali mafie presenti sul territorio nazionale) si ci interroga su un altro profilo del delitto di associazione di tipo mafioso e, segnatamente, sull’elemento organizzativo dell’associazione, tradizionalmente secondario rispetto alla condotta di partecipazione del singolo, il cui approfondimento potrebbe acquisire nuova linfa in ragione delle problematiche che sorgono relativamente alla fisionomia e alla prova del metodo mafioso per i sodalizi non tradizionali.
Quindi, ai fini della qualificazione ex art. 416-bis di queste organizzazioni criminali, l’elemento organizzativo può rappresentare un limite all’ampliamento dell’ambito applicativo del delitto di associazione mafiosa o un requisito di tipicità da accertare in aggiunta rispetto al metodo (dell’associazione) e alla partecipazione (del singolo).
Dal concetto di “nuove mafie” è necessario tenere ben distinto quello di “mafie delocalizzate”, che indica quelle cellule di associazioni mafiose operanti in contesti territoriali, culturali ed economici storicamente estranei al fenomeno mafioso. Segnatamente, le associazioni in questione si inseriscono nell’ambito del fenomeno di occupazione di territori una volta immuni da forme di manifestazione delinquenziale mafiosa, ad opera di sodalizi già ben consolidati in diverse realtà territoriali. Tali nuove realtà restano strettamente legate alla casa madre, da cui mutuano le stesse regole organizzative[14].
Quindi, sul fronte delle mafie “delocalizzate”, le associazioni mafiose tradizionali e consolidate si trovano ad agire in un diverso contesto sociale rispetto a quello in cui hanno stabilmente creato un contesto di sudditanza del corpo sociale.
A tal proposito, si deve verificare come questo diverso contesto incida sulla loro intrinseca natura, sulla permanente adeguatezza dello strumento normativo dell’art. 416-bis c.p. per la repressione di tali fenomeni, ma soprattutto sull’eventuale necessità di nuova e diversa interpretazione del requisito dell’avvalimento del metodo mafioso, specie quando si constati l’abbandono dei tradizionali metodi violenti di intimazione, progressivamente sostituiti dall’adozione di schemi comportamentali che assicurano il perseguimento di fini, soprattutto di carattere economico, marginalizzando le attività delittuose in senso stretto.

Capitolo II – CONFIGURAZIONE DEL METODO MAFIOSO E LA RISERVA DI VIOLENZA

1 – La nozione del “metodo mafioso” nelle nuove mafie

Il fulcro del processo d’identificazione dell’associazione mafiosa si fonda sul metodo mafioso.: a norma dell’art. 416 bis c.p. comma terzo, “l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.”
Dunque, il c.d. metodo mafioso si fonda su tre elementi fondamentali: la forza di intimidazione del vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che da esso deriva.
Questi elementi sono necessari ed essenziali perché possa configurarsi il reato di associazione di stampo mafioso.
La forza di intimidazione può essere definita come la capacità che ha uno Stato o un suo apparato, un’organizzazione o un singolo individuo di incutere timore in base all’opinione diffusa della sua forza e della sua predisposizione ad usarla. In altre parole può essere definita come la quantità di paura che una persona (fisica o giuridica) è in grado di suscitare nei terzi in considerazione della sua predisposizione ad esercitare sanzioni o rappresaglie.
Tale forza di intimidazione deve derivare dal vincolo associativo. Ne consegue che l’associazione deve essere dotata di particolare capacità di intimidire a prescindere dal compimento di nuovi atti di violenza e di minaccia; deve possedere, per la ferocia o per l’efficienza dimostrata dai suoi affiliati, una “fama” tale da porre i terzi in una condizione di assoggettamento e di omertà nei confronti di chi, agendo per conto dell’associazione, viene temuto e “accontentato” indipendentemente dagli atti di intimidazione da lui eventualmente posti in essere[15].
Invece, l’assoggettamento e l’omertà costituiscono i risvolti naturali e consequenziali della forza intimidatrice, la quale si configura come tale proprio in funzione di questi due ulteriori parametri.
Si tratta di due elementi tra loro difficilmente scindibili in quanto il primo costituisce la premessa immediata della seconda: l’omertà si manifesta, infatti, come un particolare atteggiamento, che viene assunto dal soggetto passivo di un assoggettamento di tipo mafioso.
Si tratta di due facce della stessa medaglia che si differenziano per il riferimento specifico dell’assoggettamento allo stato di sottomissione psicologica che si manifesta nelle vittime dell’intimidazione; mentre nell’omertà è presente il rifiuto generalizzato a collaborare con la giustizia.
Tale metodo, così come descritto dalla suddetta norma, colloca la fattispecie all’interno di una classe di reati associativi che parte della dottrina definisce a struttura mista, in contrapposizione a quelli puri, il cui modello sarebbe rappresentato dalla generica associazione per delinquere di cui all’art. 416 c.p.
Si è posto il problema di applicare l’art. 416-bis anche a realtà associative che, per caratteristiche sociologiche o, nel caso delle “mafie storiche”, per insediamento territoriale differente rispetto al luogo d’origine, risultano distanti da quelle previste dal legislatore del 1982, ovvero le cosiddette mafie straniere, quelle autoctone e quelle delocalizzate.
Pertanto, si è resa necessaria una rilettura del terzo comma dell’art. 416-bis c.p.
Difatti, a partire dai primi anni Duemila, la giurisprudenza di merito e quella di legittimità sono state chiamate a verificare l’applicabilità della fattispecie associativa di tipo mafioso a gruppi criminali stanziati nelle Regioni del Nord Italia (o all’estero) che talvolta mutuano la propria struttura, organizzazione e regole dalle associazioni di tipo mafioso radicate nei territori “tradizionali”, talaltra ne costituiscono una vera e propria “cellula” operativa.
Si registra un’evoluzione del metodo mafioso: c’è un minore ricorso alla violenza, esercitata o minacciata (ad eccezione della camorra napoletana) per favorire invece relazioni di scambio e collusioni nei mercati legali, utilizzando la disponibilità degli imprenditori ad entrare in relazioni con i mafiosi pur sapendo con chi hanno a che fare, sulla base di semplici valutazioni di convenienza e di competitività delle loro aziende. Emblematico in tal senso è il reinvestimento dei proventi illeciti nell’economia pubblica, dove le mafie prediligono il ricorso sistematico alla corruzione per facilitare l’infiltrazione negli appalti e nei sub-appalti.

2 – L’estrinsecazione e la prova del metodo mafioso

Occorre verificare che l’associazione mafiosa abbia conseguito una capacità di intimidazione reale ed effettiva nel nuovo ambiente in cui opera, oppure se possa bastare anche soltanto che l’associazione in questione abbia conservato la forza di intimidazione già acquisita dall’organizzazione madre.
A tal proposito, si sono fronteggiati due diversi orientamenti: un primo orientamento ha affermato la concezione potenziale secondo cui in zone geografiche storicamente avvezze al fenomeno mafioso tale metodo può consistere nella mera capacità potenziale del gruppo organizzato di suscitare intimidazione a prescindere da un suo effettivo utilizzo; un secondo orientamento, invece, ha affermato la concezione effettiva secondo cui il metodo mafioso va riscontrato unicamente in presenza dell’uso effettivo della forza intimidatrice.
La questione di carattere probatorio è stata risolta diversamente: mentre inizialmente la giurisprudenza negava qualsivoglia contrasto sul punto, ritenendo consolidata la concezione effettiva[16], alcune pronunce successive hanno accolto l’opposta concezione potenziale[17].
Tale persistente contrasto ha spinto le Sezioni Unite della Corte di Cassazione a pronunciarsi sul tema con decisione definitiva, contenuta nel provvedimento di restituzione di atti del 17 luglio 2019.
Per la seconda volta nel giro di appena quattro anni l’attesa riposta sul chiarimento è stata ripagata da un’altra mancata decisione sul tema. Difatti, come accaduto nella precedente occasione tramite l’ordinanza di restituzione degli atti del 2015, il supremo collegio ha sostenuto l’inesistenza di un effettivo contrasto sul tema.  Secondo la Corte ai fini della configurabilità di un’associazione di tipo mafioso (di qualunque tipologia) è necessaria una effettiva capacità intimidatrice del sodalizio criminale da cui derivino le condizioni di assoggettamento ed omertà di quanti vengano con esso in contatto.
Conseguentemente, la differenza fra le due tipologie di “nuove mafie” e “mafie delocalizzate” non risiederebbe nell’esistenza o meno del c.d. metodo mafioso concreto ed effettivo, bensì solamente nella modalità probatoria del metodo stesso: nel caso delle “nuove mafie” è necessario riscontrare l’esternalizzazione del metodo in tutti i suoi elementi; nel caso delle “mafie delocalizzate” è sufficiente la verifica di un collegamento con la cellula principale per inferire nella cellula locale l’esistenza dei tratti distintivi del metodo mafioso. La questione ruota attorno alla corretta valutazione delle evidenze probatorie delle caratteristiche organizzative della cellula delocalizzata, oltre che dei suoi rapporti con la cellula madre, ovvero, in altri termini delle forme di esteriorizzazione del metodo mafioso, anche in forma silente.
L’affermazione in forza della quale è sempre richiesta una capacità intimidatrice effettiva e concretamente riscontrabile ai fini del riconoscimento della natura mafiosa di una qualunque articolazione del sodalizio risulta ineccepibile. Non è, difatti, possibile immaginare una fattispecie associativa mafiosa in cui la consistenza del metodo di cui al comma 3 dell’art. 416 bis c.p. muti a seconda delle caratteristiche delle realtà criminali a cui deve essere applicato. Anche qualora la natura dell’associazione sia quella di sodalizio delocalizzato resta sempre imprescindibile la dimostrazione della effettiva sussistenza del “metodo mafioso”.

3 – La forza intimidatrice (reale ed effettiva) tipica dell’agire mafioso e la condizione di assoggettamento ed omertà

Relativamente alla forza intimidatrice, vi sono dei contrasti dottrinali.
Una parte della dottrina parla di alone diffuso, penetrante, avvertibile di presenza intimidatoria e sopraffattrice che sia anche il frutto di uno stile di vita consolidato nel tempo[18].
Per un’altra parte della dottrina, invece, parlare di “alone di intimidazione diffusa” è di per sé vago in quanto la matrice sociologica della nozione, da un lato, recherebbe il rischio di introdurre nell’applicazione della fattispecie soluzioni riecheggianti il modello del “tipo di autore”, muovendo dalla presupposta “mafiosità” di una certa associazione; dall’altro lato, indurrebbe ad escludere la sussistenza del reato in ambiti regionali nei quali, benché il controllo del territorio da parte delle associazioni di stampo mafioso non sia totale, tuttavia operino associazioni dotate di un’autonoma carica intimidatrice.
Secondo Ingroia il concetto, di “carica intimidatoria autonoma” appare più univoco di quello evocato dall’espressione “alone di intimidazione diffusa”, costituendo quest’ultima espressione un “indizio” della esistenza della “carica intimidatoria autonoma”[19].
Il ricorso alla forza di intimidazione non costituisce una modalità di realizzazione delle condotte tipiche del reato poste in essere dai singoli associati, ma costituisce l’elemento strumentale tipico di cui “si avvalgono” gli associati in vista della realizzazione degli scopi propri dell’associazione.
Con un parallelismo ardito Giuliano Turone afferma che la forza intimidatrice fa parte del “patrimonio aziendale” dell’associazione di tipo mafioso, così come l’avviamento commerciale fa parte dell’azienda[20].
Se è vero che in una situazione statica un’associazione di stampo mafioso di tipo “ottimale” non dovrebbe aver bisogno di far ricorso ad esplicite minacce e ad atti di violenza, è pur vero che atti di intimidazione e di concreto esercizio della violenza possono essere e sono, di regola, necessari, almeno saltuariamente, per rinvigorirne la fama e rafforzare il terrore.
Invece, l’assoggettamento e l’omertà, come già detto, vengono considerate facce della stessa medaglia, esprimendo il primo lo stato di sottomissione e soccombenza psicologica che si manifesta nelle potenziali vittime dell’intimazione e la seconda un rifiuto generalizzato a collaborare con la giustizia,, estrinsecandosi in favoreggiamenti false testimonianze, reticenza nelle deposizioni processuali e condotte similari.
Il legislatore, sulla scorta dell’esperienza giurisprudenziale derivata dall’applicazione delle misure di prevenzione, ha dedotto che il comportamento usuale dei gruppi mafiosi per raggiungere i loro scopi tipici consiste principalmente nell’avvalersi della forza di intimazione promanante dal vincolo associativo ed ha assunto ad indice sintomatico di esistenza della medesima proprio le derivate condizioni di assoggettamento e omertà che non hanno pertanto, al pari della prima, valenza di elementi autonomi volti a designare un quid pluris rispetto alla capacità intimidativa, ma si pongono in stretta relazione di causalità con quest’ultima come univocamente, del resto, evidenzia la locuzione impiegata dal legislatore che ne deriva.
Conseguentemente, ove tali effetti dipendano da fattori diversi dalla forza di intimidazione che promana dal vincolo associativo, si esulerà dallo schema del reato di associazione mafiosa versandosi, semmai, in quella comune ex art. 416 c.p.[21].

4 – La sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione penale n. 8572 del 28 aprile 2015 e l’ordinanza n. 15768 del 10 aprile 2019

Relativamente al metodo mafioso, in particolare in riferimento alle nuove mafie delocalizzate, vi sono diversi e contrapposti orientamenti giurisprudenziali di legittimità circa l’esistenza del reato.
Invero, secondo un primo indirizzo, si qualifica come mafiosa un’organizzazione criminale se vi la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati della medesima organizzazione. Quindi, vi deve essere il collegamento organico e funzionale con la casa madre, lasciando così presagire una già attuale pericolosità per l’ordine pubblico.
Invece, secondo un secondo orientamento, è necessaria la concreta esteriorizzazione del metodo mafioso, ovvero il concreto ed attuale conseguimento dell’effettiva capacità di intimazione, nell’ambiente in cui l’associazione opera.
Tale contrasto ha comportato l’intervento delle Sezioni Unite della Cassazione con il provvedimento presidenziale n. 8572 del 28 aprile 2015, che ha ritenuto che il sodalizio deve avere una capacità di intimidazione non solo potenziale, ma anche attuale, effettiva ed obiettivamente riscontrabile capace di piegare ai propri fini la volontà di quanti vengono in contatto con i suoi componenti[22].
Tuttavia, questo provvedimento non è stato risolutivo, sicché successivamente alcune pronunce hanno ritenuto di poter prescindere dalla concreta manifestazione della forza di intimidazione.
Questa interpretazione, che prescinde dall’avvalimento del metodo mafioso, valorizza, in un’ottica di politica giudiziaria, la mutazione genetica delle associazioni mafiose, che, quando operano in territori diversi da quelli di origine, agiscono diversamente, prescindendo dal metodo mafioso, rimanendo sommerse e mimetizzandosi nel momento in cui si inseriscono nei gangli dell’economia produttiva e finanziaria. Si tratta, tuttavia, di una interpretazione che viene criticata dalla dottrina prevalente perché elimina un elemento del fatto tipico, attraverso una interpretazione in malam partem[23].
Il non sopito contrasto giurisprudenziale è stato recentemente rimesso alle Sezioni Unite dalla Sezione I della Cassazione penale con l’ordinanza n. 15768 del 2019[24].
L’ordinanza, dato atto del contrasto giurisprudenziale, evidenzia che le divergenze manifestate dai due indirizzi suddetti, senza che l’uno o l’altro possa ritenersi superato, non derivano da una semplice disomogeneità di approccio ai fatti da analizzare in chiave probatoria.
L’indirizzo, che si ricollega alla posizione a suo tempo ritenuta, nel citato provvedimento presidenziale, pressoché unanime, continua ad affermare incondizionatamente la necessità della manifestazione di una capacità di intimidazione non solo potenziale, ma attuale, effettiva e obiettivamente riscontrabile, capace di piegare ai propri fini la volontà di quanto vengano a contatto con i componenti dell’associazione.
L’altro indirizzo, invece, ha ormai espressamente chiarito che dovrebbe ritenersi sufficiente, ai fini dell’integrazione del reato, che certe condizioni facciano presagire una pericolosità mafiosa con connotazioni attuali per l’ordine pubblico, senza che occorra la dimostrazione di un’effettiva, e obiettivamente riscontrabile, manifestazione non solo interna, ma anche esterna, sul territorio di insediamento, della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano.
Le divergenze che in tal modo possono cogliersi paiono, invece, risiedere nell’individuazione delle stesse caratteristiche strutturali della fattispecie tipica, che il secondo indirizzo, diversamente dal primo, ritiene di mero pericolo.
Da ciò, dunque, la sussistenza, ad avviso della Sezione, dei presupposti di cui all’art. 618 c.p.p. per rimettere alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto: “se sia configurabile il reato di cui all’art. 416-bis c.p. con riguardo a una articolazione periferica (c.d. locale) di sodalizio mafioso, radicata in un’area territoriale diversa da quella di operatività dell’organizzazione madre, anche in difetto della esteriorizzazione, nel differente territorio di insediamento, della forza intimidatrice e della relativa condizione di assoggettamento e di omertà, qualora emerga la derivazione e il collegamento della nuova struttura territoriale con l’organizzazione e i rituali del sodalizio di riferimento”.

Successivamente, con l’ordinanza del 17 luglio 2019, il Primo Presidente aggiunto della Corte di Cassazione non ha ravvisato l’effettiva sussistenza del contrasto ermeneutico dedotto dall’ordinanza di rimessione e, ai sensi dell’art. 172 disp. att. c.p.p., ha nuovamente restituito gli atti al Presidente della Prima Sezione per una più attenta valutazione[25].
Con tale ordinanza si è ritenuta erronea la prospettazione dei giudici remittenti e, al contrario, si è ribadito il saldo punto di vista del suo predecessore (l’ordinanza di restituzione degli atti del 28 aprile 2015), ovvero la non esistenza di alcun contrasto interpretativo sulla necessità della esteriorizzazione del metodo mafioso nel nuovo territorio di insediamento da parte di una articolazione periferica di un sodalizio tradizionalmente mafioso.
Quindi, sembrerebbe definitivamente conclusa l’intricata questione della configurabilità della fattispecie associativa di tipo mafioso rispetto alle c.d. mafie delocalizzate al Nord Italia o all’estero, vale a dire alle articolazioni o locali periferiche costituite da una consorteria mafiosa tradizionale (c.d. casa madre) in un territorio diverso da quello in cui normalmente essa è radicata.
Il dibattito sulla natura ‘giuridicamente’ mafiosa di un gruppo criminale concerne, difatti, piuttosto che la sfera del significato da attribuire alla articolata definizione del metodo mafioso contenuta nella fattispecie associativa c.d. mista di cui all’art. 416 bis, comma 3, c.p., la dimensione concreta e fenomenologica della struttura unitaria o duale delle associazioni coinvolte nella singola vicenda processuale e, quindi, il versante della prova della loro ‘mafiosità’.
In particolare, per il Presidente Aggiunto, il panorama giurisprudenziale sulle mafie delocalizzate “appare consolidato nell’affermare che ai fini della configurabilità di un’associazione di tipo mafioso è necessaria una effettiva capacità intimidatrice del sodalizio criminale da cui derivino le condizioni di assoggettamento ed omertà di quanti vengano con esso effettivamente in contatto”.
La differenza risiederebbe solamente nella prova del metodo mafioso: per le mafie di nuova creazione, che costituiscono al di fuori dei territori di appartenenza una struttura autonoma ed originale che si ripropone di adottare la metodica delinquenziale della ‘casa madre’, si dovrebbe sempre riscontrare nel nuovo ambiente l’esteriorizzazione del metodo mafioso in tutte le sue componenti; invece, per i nuovi aggregati che si pongono come mera articolazione territoriale di una tradizionale organizzazione mafiosa» sarebbe sufficiente la verifica di tale collegamento funzionale ed organico per inferire l’esistenza nella cellula dei tratti distintivi di un’associazione di tipo mafioso, «compresa la forza intimidatrice e la capacità di condizionare l’ambiente circostante.
Dunque, la questione sembrerebbe riguardare la corretta valutazione delle evidenze probatorie e, quindi, delle caratteristiche organizzative della cellula delocalizzata, dei suoi rapporti con la casa madre, nonché delle forme di esteriorizzazione del metodo mafioso, anche in forma silente.
Quest’ultimo provvedimento, nella sua parte conclusiva, enuncia implicitamente il principio di diritto, secondo cui non è possibile immaginare una fattispecie associativa mafiosa a geometria variabile, in cui la consistenza del tipo criminoso dell’art. 416 bis c.p. muti a seconda delle caratteristiche concrete dei fenotipi criminali a cui deve essere in concreto applicato.
Qualunque sia la natura dell’associazione non tradizionale (delocalizzata, estera o autoctona) resta sempre imprescindibile la dimostrazione della effettiva sussistenza del metodo mafioso così come definito dal comma 3 della medesima disposizione di legge[26].

Capitolo III – La sentenza della Corte di Cassazione penale, sezione VI, n. 18125 del 22 Ottobre 2019

1 – La vicenda di “Mafia Capitale” e controversa applicabilità dell’art. 416-bis c.p. ad associazioni criminali diverse dalle mafie “storiche” (Tribunale Roma, sentenza 20 luglio 2017 n. 11730)

Con la vicenda nota alle cronache con il nome di Mafia capitale o Mondo di mezzo la casistica sulle c.d. “nuove mafie”, ossia su quelle organizzazioni criminali che, pure non presentano i tratti consueti del fenomeno mafioso ma rispetto alle quali, tuttavia, si ipotizza una qualificazione ai sensi dell’art. 416-bis c.p., si è arricchita di un ulteriore e significativo capitolo.
Ciò ha offerto notevoli spunti sulla questione della qualificazione penalistica delle consorterie che si annidano nella “zona grigia” politico-affaristica.
L’opera di esplorazione dei margini della fattispecie, ormai da tempo condotta dalla giurisprudenza, è giunta al cuore del delitto associativo, andando ad interessare il requisito del metodo mafioso e, in particolare, il profilo della (formazione della) carica intimidatoria autonoma.
Nella vicenda di Mafia capitale il profilo problematico più chiaramente incidente concerne la conoscenza reciproca tra i partecipi dei due gruppi originari che, a mente della sentenza di primo grado, non avrebbero mai stretto alcun rapporto di collaborazione. Si trascende, quindi, dalle vicissitudini del sodalizio capitolino e si guarda al modo in cui sono strutturate quelle reti criminali che si costituiscono per effetto dell’incontro, nel mondo di mezzo, tra classe dirigente deviata e delinquenza “tradizionale”.
Quindi, la questione essenziale era se può dirsi “mafiosa” un’associazione che per acquisire e gestire gli appalti pubblici si avvaleva di consolidate pratiche corruttive che impegnavano, spesso di persona, gli stessi appartenenti al sodalizio e che solo “all’occorrenza” aveva a disposizione una capacità d’intimidazione “esterna” legata al riconosciuto “spessore criminale” del “capo” dell’associazione; e a quali livelli allignassero, nella realtà imprenditoriale e amministrativa della Capitale, assoggettamento e omertà.
Il 16 ottobre 2017 il Tribunale di Roma[27] ha depositato le corpose motivazioni (oltre tremila pagine) della sentenza relativa al suddetto processo, all’esito del quale hanno tuttavia ritenuto di escludere il carattere della mafiosità con riferimento alle associazioni criminali organizzate, reputando più corretto qualificare le due entità come associazioni per delinquere “semplici” ai sensi dell’art. 416 c.p.
Il profilo giuridico maggiormente controverso del processo è rappresentato proprio dall’applicabilità del reato di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416-bis c.p. anche ad un gruppo criminale per così dire “non tradizionale”, ossia non appartenente e non riconducibile ad una delle organizzazioni mafiose “storiche”, gruppo che, tra l’altro, opera all’interno di un territorio – quello capitolino – rispetto al quale non è conosciuta (giudiziariamente) una strutturale e radicata presenza strettamente mafiosa[28].
Il Tribunale di Roma precisa che, perché si realizzi il delitto di cui all’art. 416-bis c.p., non sia indispensabile che l’associazione abbia origine mafiosa o sia ispirata o collegata necessariamente alla mafia: in tal modo, vengono subito prese le distanze dall’opinione di chi, soprattutto in passato, aveva manifestato riserve rispetto alla possibilità di estendere il paradigma definitorio del metodo mafioso a gruppi criminali storicamente e sociologicamente lontani dalle mafie tradizionali.
Con riferimento, poi, all’origine e alla utilizzazione del metodo intimidatorio, i giudici correttamente affermano che è l’associazione e soltanto essa, indipendentemente dal compimento di specifici atti di intimidazione da parte dei singoli associati, ad esprimere il metodo mafioso e la sua capacità di sopraffazione, che rappresenta l’elemento strutturale tipico del quale gli associati si servono in vista degli scopi propri dell’associazione. Così facendo, l’associazione deve aver conseguito, nell’ambiente in cui opera, un’effettiva capacità prevaricatrice, sino ad estendere intorno a sé un alone di intimidazione diffusa, che si mantenga vivo anche a prescindere da singoli atti di intimidazione concreti posti in essere da questo o quell’associato.
Inoltre, tale Tribunale opera poi una distinzione tra mafie “storiche” ed associazioni non riconducibili alle mafie tradizionali: per le prime, la carica intimidatoria autonoma rappresenta il risultato di una pregressa pratica criminale, già attuata in un determinato ambito territoriale; invece, è necessario accertare il verificarsi di atti di violenza e/o di minaccia e se tali atti abbiano sviluppato intorno al gruppo un alone permanente di diffuso timore, tale da determinare assoggettamento ed omertà e tale da consentire alla associazione di raggiungere i suoi obiettivi proprio in conseguenza della fama di violenza ormai raggiunta.
Più in particolare, i giudici puntualizzano che il beneficio della “riserva di violenza” può realizzarsi “solo in quelle associazioni criminali che siano derivate da altre associazioni, già individuabili come mafiose per il metodo praticato, e non può invece configurarsi nei casi delle mafie di nuova formazione”, in quanto una tale interpretazione sarebbe in contrato con la lettera dell’art. 416-bis c.p.
In tal modo, i giudici di primo grado hanno adottato un approccio più rigoroso rispetto all’applicazione del reato di associazione mafiosa ex art. 416-bis c.p. a contesti criminali diversi da quelli “tradizionali”.
In altri termini, il timore reverenziale suscitato dal “mito del capo” non può mai bastare per qualificare una associazione come mafiosa ai sensi dell’art. 416-bis c.p.: in caso contrario, ci si troverebbe di fronte alla paradossale situazione in cui il connotato della mafiosità sarebbe più facilmente riconosciuto in capo a gruppi, magari molto piccoli ma, caratterizzati dalla presenza “ingombrante” di un leader che ostenta il suo potere e la sua influenza, rispetto a quelle ben più pericolose consorterie che, pur efficientemente organizzate, non espongono le figure di vertice e privilegiano una “mimetizzazione” nel territorio d’azione.
Esisterebbe, così, una carica intimidatoria autonoma, a prescindere dai singoli atti di violenza o minaccia.
Altresì, secondo tali giudici, i destinatari della forza di intimidazione non possono essere i pubblici ufficiali, dal momento che l’associazione avrebbe instaurato con essi rapporti di tipo eminentemente corruttivo.
Pertanto, secondo il loro ragionamento non si tratterebbe di mafia, ma di una consolidata e stabile prassi corruttiva tra soggetti, peraltro in parte uniti da trascorsi politici o criminali comuni.
Quindi, in questa vicenda si è limitata la libera concorrenza, attraverso forme di corruzione sistematica, non precedute da alcun metodo intimidativo mafioso, sicché vi era un “sistema” gravemente inquinato, non dalla paura, ma dal mercimonio della pubblica funzione: la vendita delle funzioni avveniva, invero, non per il timore di ritorsioni violente da parte di un gruppo già noto per l’impiego pregresso di simili modalità operative e per la sua comune storia criminale, ma grazie alla stipula di intese sinallagmatiche nel reciproco interesse delle parti nell’ambito di un “fenomeno diverso, di collusione generalizzata, diffusa e sistemica”.

2 – Risvolti con la sentenza della Corte di Cassazione penale n. 18125/2019

La Corte di Cassazione ha concluso la saga ‘Mafia Capitale riscrivendone il finale e decretando che non fu vera mafia.
Invero, i giudici di legittimità hanno escluso definitivamente la possibilità di sussumere i fatti contestati agli imputati della nota vicenda romana nel delitto di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416 bis c.p., derubricandoli in quello sensibilmente meno grave di cui all’art. 416 c.p.
Tali conclusioni sono l’esito di un percorso logico-argomentativo piano e lineare che muove dalla descrizione di una premessa di tipo metodologico, passa per la previa ricostruzione della tipicità rafforzata dell’art. 416 bis c.p. rispetto a quella dell’art. 416 c.p. e termina con una meticolosa descrizione dei vizi di legittimità della decisione dei giudici del gravame che, ribaltando il giudizio di primo grado, avevano ravvisato nella vicenda mafia capitale una associazione di tipo mafioso[29].
Per la Corte, ai fini della configurabilità del delitto di associazione di tipo mafioso, in ragione della sua natura giuridica di fattispecie associativa mista o ‘che delinque’, non può essere accertata la mera potenzialità, per quanto seria, di un futuro uso del metodo mafioso, dovendosi verificare in concreto la sua effettiva incidenza nell’ambito di operatività del sodalizio.
Diversamente dall’art. 416 c.p., che rappresenta al contrario una fattispecie associativa pura o per delinquere, per la sua integrazione non è sufficiente la mera intenzione della futura commissione di delitti attraverso una stabile organizzazione di mezzi e persone, ma il concreto innesco di una serie di “effettive derivazioni causali” tra la condotta di ‘avvalimento’ della forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo e l’assoggettamento e l’omertà diffuse nella cerchia di persone che con il sodalizio si relazionano.
L’art. 416 bis, comma 3, c.p., infatti, seppure con terminologia di derivazione socio-criminologica inevitabilmente elastica, descrive a livello normativo generale ed astratto il modus operandi che deve contraddistinguere un’associazione di tipo mafioso, individuandolo, da un lato, nella esternazione della forza di intimidazione da parte dell’intero sodalizio e, dall’altro, nella produzione (concretamente apprezzabile) nei territori in cui questo opera di uno stato latente di assoggettamento omertoso obiettivamente riscontrabile.
Contrariamente a quanto sostenuto in taluni arresti giurisprudenziali formatisi negli ultimi anni soprattutto in materia di mafie delocalizzate, la capacità intimidatrice del metodo mafioso deve avere necessariamente un riscontro esterno e non può essere limitata ad una mera potenzialità astratta.
Il c.d. metodo mafioso deve necessariamente avere una sua esteriorizzazione quale forma di condotta positiva richiesta dalla norma con il termine avvalersi. Ciò che è essenziale è che la fonte della forza di intimidazione derivi dall’associazione, cioè dal gruppo, dal suo prestigio criminale, dalla sua fama, dal vincolo associativo e non dal prestigio criminale del singolo associato.
Inoltre, ai fini della sua concretizzazione non è però sempre richiesto il compimento di atti integranti gli estremi della violenza o minaccia, almeno in forma tentata, quale riflesso empirico del suo avvalimento.
Infatti, gli Ermellini hanno statuito che “la necessità di esteriorizzazione della capacità di intimidazione non presuppone necessariamente il ricorso alla violenza o alla minaccia da parte dell’associazione e dei singoli partecipi; la violenza e la minaccia, rivestendo natura strumentale nei confronti della forza di intimidazione, costituiscono solo un modo, uno strumento – eventuale, possibile, come altri – con cui quella forza di intimidazione può manifestarsi, ben potendo quest’ultima esternarsi anche con il compimento di atti non violenti, ma pur sempre espressione della esistenza attuale, della fama criminale e della notorietà del vincolo associativo[30].
Dunque, la forza di intimidazione rappresenta all’interno della fattispecie associativa mafiosa un requisito di tipicità a forma libera, declinabile in modi eterogenei a seconda della sotto-tipologia mafiosa considerata e non predeterminabili tassativamente ex ante dal legislatore[31].
Questa conclusione circa la dimensione concreta e non potenziale del metodo mafioso vale indistintamente per tutte le tipologie di mafie atipiche: le straniere, le delocalizzate e le autoctone. Ciò che muta è solamente il materiale probatorio utile a configurarlo, potendo crearsi sottotipi applicati in base alle caratteristiche assunte dai diversi gruppi criminali nei loro contesti di azione, come dimostra, ad esempio, l’erosione del requisito della territorialità per le mafie straniere.
In ogni caso, per qualsiasi nuova formazione illecita associata, non basta ad integrare tale requisito di tipicità dell’art. 416 bis c.p. la mera riproduzione all’interno del sodalizio di regole, strutture e ripartizioni gerarchiche dei ruoli analoghe a quelle dei gruppi mafiosi storici, essendo imprescindibile l’esteriorizzazione in concreto della capacità di intimidazione all’esterno e la connessa produzione di un assoggettamento omertoso diffuso[32].
Si rileva che la sentenza di “Mafia Capitale” – soprattutto se considerata non in maniera isolata, ma in stretta connessione con altre tre decisioni coeve della stessa Corte di Cassazione, l’ordinanza di restituzione alla Sezione remittente del Presidente della S.C. del 17 luglio del 2019 con cui si è negata l’esistenza di un contrasto interpretativo in materia di mafie delocalizzate, la successiva decisione della Prima Sezione[33] e la sentenza che ha ravvisato la sussistenza dell’art. 416 bis c.p. nel caso Fasciani[34] – segnala una oramai stabile inversione di tendenza della giurisprudenza di legittimità rispetto al problema della qualificazione giuridica delle mafie atipiche, dopo anni di pericolosi sbandamenti[35].

3 – La sentenza della Cassazione sulla mafia ostiense ribadisce la tesi dell’effettività (Cassazione, Sez. II, n. 10255/2020)

La tesi secondo cui il sodalizio deve essere concretamente avvalso del metodo mafioso (provocando assoggettamento ed omertà) è stata recentemente ribadita dagli Ermellini con la sentenza n. 10255/2020, sulla c.d. mafia ostiense[36].
Tale metodo, per integrare la fattispecie incriminatrice, allorché attenga a struttura autonoma ed originale caratterizzata dal proposito di utilizzare la stessa metodica delinquenziale delle mafie storiche, deve andare al di là di una mera dichiarazione di intenti, altrimenti si rischia di far sconfinare il “tipo” normativo in connotazioni meramente soggettivistiche, sulla falsariga di modelli di “tipo d’autore”, ormai preclusi al sistema.
In sostanza, l’associazione mafiosa è strutturalmente aperta: chiunque dia vita o partecipi ad un sodalizio che persegua quei fini con quel metodo, è chiamato a rispondere del reato, a prescindere dal nomen, dal territorio e dagli eventuali delitti specifici riferibili a quel sodalizio.
Non è la “mafiosità” del singolo o dei singoli a qualificare, in sé, l’associazione; ma è il “il modo di essere e di fare” che individua il tratto che rende quella associazione “speciale” rispetto alla comune associazione per delinquere ex art. 416 c.p., e che rappresenta il coefficiente di disvalore aggiunto che giustifica, anche sul piano costituzionale, il più grave trattamento sanzionatorio[37].
Altresì, la presenza, seppur necessariamente adattata alla realtà dimensionale, di un livello oggettivo del metodo mafioso vale a consegnare alla fattispecie un coefficiente di offensività tale da giustificare, sul piano della proporzionalità, le rigorose sanzioni[38].

CONCLUSIONI

Dalla sentenza in commento è possibile ricavare una serie di punti fermi in argomento che possibilmente condizioneranno i futuri orientamenti interpretativi in questa materia così insidiosa.
In primo luogo, la decisione ha l’indiscusso merito di fornire una risposta al dilemma circa la qualificazione mafiosa dei fenotipi associativi differenti da quelli classici attraverso un impianto argomentativo rigoroso e scevro da precomprensioni extragiuridiche e, all’opposto, incardinato su un approccio strettamente giuspenalistico, illuminato dai principî costituzionali di legalità, offensività e proporzionalità-ragionevolezza della pena.
Infatti, la questione della natura mafiosa di un sodalizio criminale autoctono deve essere affrontata adoperando un paradigma valutativo di tipo rigorosamente giuridico, segnalando come questo sia l’unico utilizzabile per tutte le c.d. nuove mafie di cui all’art. 416 bis, ultimo comma, c.p., qualunque sia la loro declinazione. La qualificabilità in termini mafiosi delle nuove associazioni criminali diverse dai sodalizi storici non può essere esclusa o ammessa incondizionatamente apriori, ma deve essere sempre subordinata all’accertamento in concreto, nel singolo caso, dell’effettiva sussistenza dei requisiti di tipicità del delitto associativo mafioso esplicitati nel comma 3 dell’art. 416 bis c.p.
Pertanto, il tratto identitario più forte del metodo mafioso è costituito dalla forza intimidatrice che deve promanare dal vincolo associativo, essendo al contempo strumento primario per l’affermarsi della mafia in un dato contesto storico/sociale e requisito fondamentale e specializzante della fattispecie.
In secondo luogo, proprio la scelta di metodo di far discendere la risposta al quesito sulla caratura mafiosa o meno della vicenda ‘mafia capitale’ da un rigoroso apprezzamento di tipo normativo-valutativo, lascia intravedere una riaffermazione forte del valore vincolante del principio di legalità legicentrico in ambito penale.
Inoltre, la sentenza conferma l’importanza della funzione della nomofilachia in un sistema penale a legalità formale come il nostro, consentendo di emendare a violazioni di legge emerse nelle decisioni di merito per motivi di legittimità e di cristallizzare una interpretazione delle medesime norme incriminatrici più fedele al dato normativo.
Infine, la sentenza in commento conferma l’intreccio tra profili probatori e questioni di diritto sostanziale.
Anche questa decisione sembra infatti rimarcare, ancora una volta, come spesso in materia di mafia non sia in discussione il tipo criminoso descritto dall’art. 416 bis c.p. e, soprattutto, la centralità al suo interno del requisito strutturale del metodo mafioso, ma unicamente il materiale probatorio necessario a provarlo.
Non è, dunque, possibile individuare una tipicità differenziata per le mafie tradizionali e per quelle nuove, sicché il modello delittuoso di associazione di tipo mafiosa è e resta unico, variando solamente gli elementi da prendere in considerazione per affermarne la sussistenza a seconda del sotto-tipo fenomenologico di volta in volta in gioco.
Questo vuol dire che se non è stata ragionevolmente ravvisata in questa vicenda specifica una associazione di tipo mafioso, non è però preclusa la possibilità che in altri casi all’apparenza analoghi di mafie autoctone o di altre mafie nuove possa pervenirsi a soluzioni opposte, purché nei giudizi di merito si accerti in concreto l’effettiva esplicitazione del metodo mafioso nelle sue plurime componenti.
In conclusione, la decisione in commento costituisce il punto di partenza per la soluzione dei problemi analoghi che, in futuro, potranno affiorare rispetto a tutte le mafie atipiche.
Difatti, la criminalità organizzata oggi cresce e prospera utilizzando la corruzione e affermando il suo potere nella società, sicché occorre adattare e migliorare gli strumenti per contrastare le nuove forme della criminalità mafiosa, modificando il delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso.
Invero, la mafia contemporanea è silente e mercatistica e non più violenta come nel passato.
Pertanto, nel metodo mafioso vanno inserite le condotte corruttive che sono la caratteristica dominante delle nuove mafie.
Tuttavia, bisogna considerare il rischio che il processo di stabilizzazione giurisprudenziale in atto, funzionale alla garanzia della legalità convenzionale, possa subire battute d’arresto a causa di ulteriori “disorientamenti” giurisprudenziali di vario genere, dovuti all’influenza del dato fattuale e probatorio sull’interpretazione della fattispecie stessa, intrisa di elementi elittici.

PARERE

Tizio, Caio e Sempronio si associavano al fine di commettere reati contro il patrimonio e contro la pubblica amministrazione nel settore degli appalti comunali. Tizio e Caio, in particolare, avevano riportato nel tempo diverse sentenze di condanna per rapina, sequestro di persona e corruzione. Attraverso lo sfruttamento della rispettiva caratura criminale, si vedevano aggiudicare gare di cui riuscivano a condizionare i termini dei bandi e le relative aggiudicazioni, il tutto senza commettere atti di violenza esplicita. Tizio viene ristretto con l’accusa di associazione di tipo mafioso. Lo specializzando assunte le vesti di legale di Tizio, soffermandosi in particolare sulla riserva di violenza e sui nuovi modelli associativi prospettati dalla giurisprudenza (le cc.dd. piccole e nuove mafie), rediga un parere motivato sulla possibile linea di difesa da seguire.

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Al fine di rendere motivato parere, in ordine alle problematiche oggetto di odierna disamina, è preliminare la trattazione della disciplina principale in materia, relativa all’art. 416 bis c.p., ovvero associazione di tipo mafioso.
Dall’attenta analisi di suddetto articolo, si evince chiaramente che la norma in questione punisce tutte le ipotesi di compartecipazione nel delitto di associazione di stampo mafioso e cioè le connivenze politiche, economiche e sociali.
In particolare, la norma in esame è diretta a tutelare l’ordine pubblico, minacciato dall’utilizzo della forza di intimidazione e dalla conseguente condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva.
Proprio per tale motivo, la disposizione in esame si differenzia dall’associazione per delinquere, prevista all’416, relativamente alle finalità, in quanto, oltre alla commissione di delitti, l’associazione in esame può perseguire anche finalità lecite avvalendosi del mezzo illecito della forza di intimidazione. Di conseguenza, è sufficiente la presenza di una soltanto delle finalità indicate dalla norma, al cui elencazione è tassativa.
L’oggetto precipuo della traccia impone all’odierna scrivente di stabilire, tra l’altro, se la condotta di Tizio sia attribuibile alla fattispecie prevista dall’art. 416 bis c.p. e se abbia agito secondo rientra tra i nuovi modelli associativi prospettati dalla giurisprudenza, ovvero le cosiddette piccole e nuove mafie.
Nella fattispecie che ci occupa, in particolare, Tizio, Caio e Sempronio si associavano al fine di commettere reati contro il patrimonio e contro la pubblica amministrazione nel settore degli appalti comunali.
Segnatamente, Tizio e Caio, avevano riportato nel tempo diverse sentenze di condanna per rapina, sequestro di persona e corruzione. Data la loro caratura criminale, si vedevano aggiudicare gare di cui riuscivano a condizionare i termini dei bandi e le relative aggiudicazioni, senza però commettere atti di violenza diretta.
Successivamente, Tizio viene ristretto con l’accusa di associazione di tipo mafioso.
Ad una prima attenta analisi, sembrerebbe che Tizio fosse compartecipe nel delitto di associazione di stampo mafioso ex art. 416 bis c.p., in quanto tramite la forza di intimidazione e la conseguente condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva, abbia ottenuto l’aggiudicazione delle gare condizionando i termini dei bandi e le relative aggiudicazioni, senza però commettere atti di violenza esplicita.
Per qualificare come mafiosa un’organizzazione criminale è necessaria la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare, per il solo fatto dell’esistenza, una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati all’organismo criminale.
A tal proposito, la giurisprudenza prevalente ritiene che la formula “si avvalgono della forza di intimidazione” debba essere intesa nel senso che l’associazione abbia come programma il ricorso alla forza di intimidazione per realizzare i propri scopi, quindi non viene ritenuto necessario l’effettivo ricorso dell’associazione al compimento di atti intimidatori. Quindi non necessariamente deve esservi il ricorso ad atti di minaccia, deve però sussistere un alone penetrante e avvertibile di presenza intimidatoria e sopraffattrice, frutto di uno stile di vita consolidato nel tempo.
Ai fini dell’individuazione del sodalizio ex art. 416 bis c.p. sono determinanti l’elemento personale (con la distribuzione gerarchica dei ruoli), le strutture organizzative e logistiche, l’ambito territoriale e la tipologia dei reati-fine, tratti distintivi che indiziano la diversità, ai fini della preclusione dell’art. 649 c.p.p., delle compagini, sempre che ciascuna sia dotata di autonomia decisionale ed operativa rispetto all’altra.
L’associazione di stampo mafioso si distingue dall’associazione a delinquere ex art. 461 c.p. per il principale ed imprescindibile metodo mafioso.
In particolare, il metodo mafioso si concretizza dal lato attivo per l’utilizzo da parte degli associati della forza intimidatrice scaturente dal vincolo associativo mafioso e, dal lato passivo, per la situazione di assoggettamento ed omertà che tale forza intimidatrice determina nella collettività, in modo da indurre comportamenti non voluti, anche a prescindere dall’utilizzo di vere e proprie minacce o violenze.
Quindi, è sufficiente che l’associazione goda di una certa fama di violenza di potenzialità di sopraffazione, sviluppando attorno a sé e nella comunità di riferimento una potenza intimidatrice attuale, concreta e stabile.
La prova degli elementi caratterizzanti l’ipotesi criminosa di cui alla citata norma può essere desunta con metodo logico induttivo in base al rilievo che il clan presenti tutti gli indici rilevatori del fenomeno mafioso: ovvero la segretezza del vincolo, i rapporti di comparaggio, il rispetto assoluto del vincolo gerarchico, l’accollo delle spese di giustizia da parte della cosca, il diffuso clima di omertà come conseguenza e indice rivelatore dell’assoggettamento alla consorteria[39].
Tuttavia, la presenza, tra gli affiliati di un sodalizio criminale, di persone già condannate per delitti di mafia non costituisce elemento decisivo per configurare il sodalizio come mafioso, se la caratura mafiosa del singolo soggetto non sia trasmessa all’intera struttura associativa, non potendo essere accolta in astratto, in difetto di una concreta verifica, la regola “semel mafioso, semper mafioso[40].
Oggi, rispetto al passato, le nuove manifestazioni del metodo mafioso sono diverse poiché le nuove mafie s’infiltrano nei circuiti legali in maniera “occulta” per riciclare i proventi illegali, di conseguenza, si evidenziano non pochi problemi dal punto di vista giuridico.
Innanzitutto, la giurisprudenza ha prospettato nuovi modelli associativi (le cosiddette piccole e nuove mafie).
In particolare, le nuove mafie si adattano e si mimetizzano in qualsiasi ambiente come i camaleonti: si trovano ovunque, ovvero nell’imprenditoria, nella politica, nella Chiesa, nelle istituzioni pubbliche. Non ci sono più coppola e lupara ma denaro e corruzione. La loro natura criminale, però, non viene meno, ma si modifica e si adatta alle circostanze.
Quindi, le nuove organizzazioni criminali si distinguono nettamente dalle mafie violente e intimidatrici di trent’anni fa ormai quasi scomparse. Oggi la mafia a livello normativo dovrebbe essere anche quella silente e mercatistica che si fa forte del potere economico corruttivo stabilmente infiltrato, senza intimidazione e violenza. Crimine organizzato e corruzione costituiscono ormai un unicum indifferenziato. La criminalità organizzata moderna utilizza la corruzione come strumento privilegiato di operatività. Essa s’infiltra nell’amministrazione pubblica e nell’economia attraverso metodi non violenti.
In ogni caso, il tratto caratteristico della delinquenza mafiosa rimane, nelle aree vecchie come nelle nuove, la presa sulla società, il controllo diretto del territorio.
Pertanto, tale natura camaleontica delle consorterie mafiose ha sollevato diversi e inediti problemi interpretativi, inerenti la configurabilità della fattispecie associativa a struttura mista prevista e punita dall’art. 416 bis c.p. rispetto agli affiorati e distinti fenomeni delle c.d. “mafie senza nome”, “mafie autoctone” ed alle “mafie delocalizzate all’estero”.
Il tema delle cc.dd. nuove e piccole mafie che, pur aggiungendosi alle mafie storiche, sembrano rimanere svincolate dalle originarie caratterizzazioni della fattispecie. Si prospetta, così, una sorta di dequalificazione del delitto attraverso una deminutio del modello associativo tradizionale, sia in termini di dimensione strutturale, che di estensione di operatività, con conseguente realizzazione di un illecito «a geometria variabile».
Dal concetto di “nuove mafie” è necessario tenere ben distinto quello di “mafie delocalizzate”, che indica quelle cellule di associazioni mafiose operanti in contesti territoriali, culturali ed economici storicamente estranei al fenomeno mafioso. Segnatamente, le associazioni in questione si inseriscono nell’ambito del fenomeno di occupazione di territori una volta immuni da forme di manifestazione delinquenziale mafiosa, ad opera di sodalizi già ben consolidati in diverse realtà territoriali. Tali nuove realtà restano strettamente legate alla casa madre, da cui mutuano le stesse regole organizzative.
Quindi, sul fronte delle mafie “delocalizzate”, le associazioni mafiose tradizionali e consolidate si trovano ad agire in un diverso contesto sociale rispetto a quello in cui hanno stabilmente creato un contesto di sudditanza del corpo sociale.
Si è così affermato nel panorama giurisprudenziale, un modello di associazione mafiosa svincolato dal modello storico o tradizionale che viene a prospettare la configurabilità di nuove forme di associazioni di tipo mafioso, di origine non remota, comunque in grado di sviluppare intimidazione.
In tale percorso di degradazione degli indici qualitativi della fattispecie – a considerare l’omertà e l’assoggettamento come semplici corollari dell’intimidazione (ovvero, meglio, l’assoggettamento come il risultato esterno della forza di intimidazione e l’omertà come un aspetto particolare dell’assoggettamento) – è proprio la forza di intimidazione, quale primario elemento strumentale tipico finalizzato alla realizzazione degli scopi dell’associazione a subire il primo e più profondo ridimensionamento in termini di intensità e di significato.
Il criterio del collegamento, infatti, non potrebbe da solo costituire l’unico indice di riferimento per la sussunzione delle consorterie delocalizzate sotto al genus normativo dell’art.416 bis c.p., poiché un sistema di diritto penale costituzionalmente incentrato sul principio di legalità dei reati e delle pene, non può che ammettere la riconduzione di una determinata fattispecie criminosa sotto l’ipotesi normativamente prevista, esclusivamente in presenza di tutti gli elementi strutturali ex lege previsti.
Secondo l’orientamento tradizionale e restrittivo, difatti, la forza di intimidazione verrebbe ad esprimere una carica autonoma e sistematica, diffusa, così profonda e radicata nel tessuto sociale da lasciare interpretare la condizione di assoggettamento e dell’omertà come uno stato di assoluta compromissione della libertà di autodeterminazione: in sintesi, uno stato di immanenza intimidatoria.
Secondo l’indirizzo nuovo ed estensivo, invero, la carica intimidatoria del sodalizio non richiederebbe particolari connotazioni, potendosi prospettare anche allo stato generico, potenziale o, addirittura, occasionale.
Per tale orientamento, infatti, anche una singola condotta, considerata in rapporto alle sue specifiche modalità ed al tessuto sociale di incidenza, sarebbe in grado di esprimere di per sé la forza intimidatrice di un vincolo associativo.
Tale degradazione di significato del principale indice di mafiosità viene, quindi, a riflettersi sulle conseguenze della carica intimidatoria ed, in particolare, sul controllo del territorio.
Secondo l’indirizzo estensivo, difatti, il controllo del territorio da parte del sodalizio sarebbe solo una conseguenza eventuale della esistenza di un’associazione, peraltro priva di particolari connotazioni, potendo riguardare indifferentemente “territori più o meno estesi ma anche solo limitati settori ed attività o a limitati aggregati sociali e ciò, nonostante la dottrina avesse qualificato il controllo sul territorio come una naturale finalità della associazione.
In tal modo, si è ben lontani da quella effettiva e permanente capacità di intimidazione richiesta dalla giurisprudenza come “patrimonio” ed elemento strutturale del sodalizio, da quell’alone permanente che si manteneva vivo a prescindere dal compimento dei singoli atti di intimidazione.
Dunque, la carica intimidatoria autonoma è l’intera fattispecie a risultare ridimensionata.
È proprio sul terreno dell’intimidazione, difatti, che si gioca la partita dei confini della fattispecie, in quanto il primo quesito da risolvere, al fine di uniformare i diversi indirizzi interpretativi in tema di associazione mafiosa, è stabilire con chiarezza se la carica intimidatoria percepita all’esterno, sia essa esplicita , implicita o anche solo larvata, debba risultare immanente, sistematica e radicata sul territorio, ovvero possa essere anche solo occasionale, isolata o allo stato embrionale o potenziale.
Pertanto, al di là del criticabile ricorso all’idea di un metodo mafioso ridotto a mero oggetto di dolo specifico, occorre a questo punto verificare se nella vicenda in esame si è effettivamente manifestata almeno una “capacità potenziale di sprigionare una pressione idonea a suscitare soggezione verso i soggetti non affiliati all’organizzazione”, ovvero se sussiste l’effettivo stato di assoggettamento e di omertà, a prescindere dal compimento dei delitti fine.
D’altra parte, tanto più si potrà prescindere dal compimento dei singoli atti di intimidazione per accertare la presenza di un sodalizio mafioso, quanto maggiore e più intensa dovrà risultare la manifestazione della carica intimidatoria autonoma.
Dovrà, dunque, trattarsi non di una forza intimidatrice qualunque, bensì di una carica di intimidazione qualificata, attuale, abituale, autonoma, sistematica, diffusa e fortemente radicata sul territorio: una sorta di intimidazione ambientale.
Ma non solo, l’intimidazione dovrà mostrare un’intensità così elevata, forte e pungente da risultare in grado di sviluppare nella comunità dei consociati una “diffusa propensione al timore nei confronti del sodalizio” , una “fama di violenza e di potenzialità sopraffattrice”, una fama criminale di intensità così elevata da determinare il silenzio ed il piegamento della volontà di fronte al sodalizio.
Dunque, secondo l’indirizzo interpretativo tradizionale la carica intimidatoria dovrà risultare in grado di condizionare, limitandola, la libertà di scelta di quanti entreranno in contatto con l’associazione, sprigionando così quell’aurea di paura ingenerata dal potere arbitrario tipico del sodalizio mafioso.
Non è un caso che, secondo l’impostazione originaria, il sodalizio mafioso venisse strettamente collegato all’uso delle armi.
D’altra parte, la tipica carica intimidatoria di un sodalizio mafioso “non nasce dal nulla”, traendo pur sempre origine “da una pregressa e più o meno antica pratica di violenza e di intimidazione coltivata sistematicamente” nell’intero territorio di riferimento.
Per quanto riguarda la categoria dei pubblici funzionari l’utilizzabilità stessa di un’intimidazione, pur “di riserva”, nei loro confronti sembra rivestire in quella vicenda un carattere meno che residuale: si insiste sulla “preferenza” del sodalizio per il metodo corruttivo.
I pubblici funzionari coinvolti nella vicenda non sembrano essere stati, insomma, plausibile bersaglio di alcuna intimidazione, neppure potenziale.
Infatti, pare eccessiva l’affermazione che sarebbe stata la “paura de lui” la chiave che consentiva di aprire tutte le porte, anche quelle della pubblica amministrazione.
Ma se anche i funzionari addetti a gare d’appalto, autorizzazioni ecc. fossero stati attinti da un’attività di intimidazione esercitata direttamente verso di loro, la qualificazione mafiosa del sodalizio sarebbe tutt’altro che scontata. Perché ci sia associazione di tipo mafioso, in effetti, non può bastare che un gruppo di soggetti pratichi, anche sistematicamente, violenza o minaccia – anche in maniera larvata o implicita – nei confronti dei soggetti da cui vogliono ottenere le prestazioni che servono per acquisire le posizioni di vantaggio o monopolio indicate nell’art. 416-bis, o semplicemente per conseguire profitti ingiusti. I riflessi negativi sulla libertà morale dei destinatari delle intimidazioni sono già “calcolati” nella modalità di tutela penale che viene apprestata attraverso le fattispecie di violenza privata, estorsione, minaccia aggravata ecc., che possono costituire i reati-scopo di associazioni dedite a siffatte attività. L’art. 416-bis richiede molto di più della avvenuta vittimizzazione di una pluralità di soggetti: per quanto possa essere un’operazione impegnativa, esige che sia riscontrato un clima di soggezione all’interno di uno o più contesti di vita sociale.
Può avere un senso, piuttosto, verificare se almeno i prodromi di una dinamica intimidazione/assoggettamento, tipica della realtà mafiosa, possono essersi sviluppati presso un’altra categoria potenzialmente interessata: quella degli imprenditori concorrenti dei soggetti “favoriti” nei settori economici che il sodalizio intendeva controllare.
Sotto questo profilo, non sembra invero emergere alcun avvalimento significativo di una forza di intimidazione da parte del nuovo sodalizio, anche solo nello specifico ambito di infiltrazione, nel senso di una prospettazione, pur implicita o meramente evocativa, nei confronti di soggetti estranei, di conseguenze pregiudizievoli (per la vita o l’integrità fisica) in caso di ribellione (cioè di mancato assoggettamento) alla logica predatoria che anima imprenditori e funzionari associati.
Quindi, non sembrano emergere da essi profili idonei a segnalare l’utilizzazione di intimidazioni mafiose.
Dunque, le nuove e piccole mafie, si caratterizzano sulla necessaria prevedibilità dell’illecito penale, principio di matrice europea sussunto nel principio di legalità di derivazione costituzionale e convenzionale, reclamato dalla giurisprudenza internazionale unitamente ai principi della tassatività e della determinatezza.
La norma incriminatrice deve risultare prevedibile e conoscibile al momento della commissione del fatto ad evitare che l’interpretazione possa assumere cadenze inusitate, travalicando le finalità perseguite dall’incriminazione.
È, dunque, rimessa al principio di prevedibilità, richiamato dall’art. 7 CEDU e dall’art. 46 Carta di Nizza, la protezione della libertà di autodeterminazione dell’individuo in modo da assicurare a quest’ultimo una piena consapevolezza nella scelta della propria condotta.
Il messaggio intimidatorio può acquisire diverse forme che si pongono in stretta correlazione con il livello raggiunto dalla “fama criminale” dell’associazione.
In particolare, la prima forma è rappresentata dall’esplicito e mirato avvertimento mafioso rispetto al quale il timore, già consolidato, funge da rafforzamento della minaccia formulata specificamente.
A tal proposito, per esempio, la condotta di affiliati attraverso la spendita del nome dell’associazione mafiosa di appartenenza, con minaccia o violenza costringano la persona offesa a consegnare denaro o altra utilità facendo esplicito riferimento allo stato di detenzione di alcuni sodali.
La seconda forma di manifestazione del metodo mafioso è caratterizzata da un messaggio intimidatorio avente forma larvata ed indiretta che costituisce un chiaro avvertimento della sussistenza di un interesse dell’associazione verso un comportamento attivo o omissivo del destinatario con implicita richiesta di agire in conformità. Così, la condotta di affiliati che chiedano denaro per l’assistenza di persone detenute non meglio individuate e, senza ricorrere a minacce esplicite, evidenzino il ricorrere di un interesse dell’associazione mafiosa alla consegna del denaro.
In tal caso, la condotta della persona offesa è determinata dalla consapevolezza della qualità “mafiosa” dei richiedenti e dall’essere costoro organici di un sodalizio criminale di stampo mafioso.
La terza ed ultima forma di manifestazione del metodo intimidatorio si sostanzia nell’assenza di messaggio e in una contestuale e correlativa richiesta (implicita e quindi silente) finalizzata ad ottenere una condotta attiva o passiva da parte del destinatario.
Tale ultima forma può integrarsi solo nel caso in cui l’associazione abbia raggiunto una tale forza intimidatrice da rendere superfluo l’avvertimento mafioso, sia pure implicito.
Al riguardo, si pensi alla condotta della persona offesa che si determini “spontaneamente” alla consegna del denaro per i carcerati a seguito della semplice visita dell’affiliato dell’organizzazione mafiosa (il quale, solo eventualmente, si sia reso responsabile anche delle condotte descritte negli esempi precedenti).
Si evidenzia inoltre il caso, ipotizzato da autorevole dottrina, concernente la semplice partecipazione di un boss mafioso ad una gara di appalto e il conseguente abbandono, per ciò solo, degli altri concorrenti pur interessati all’aggiudicazione (c.d. conventio ad excludendum).
Quanto alla necessarietà o meno dell’esteriorizzazione del metodo mafioso, vengono a formarsi essenzialmente tre orientamenti.
Invero, un primo indirizzo sostiene che in tema di associazione a delinquere, il metodo mafioso deve necessariamente avere una sua esteriorizzazione quale forma di condotta positiva, come si evince dall’uso del termine “avvalersi” contenuto nell’art. 416-bis c. p. ed esso può avere le più diverse manifestazioni, purché l’intimidazione si traduca in atti specifici, riferibili ad uno o più soggetti.
In altri termini, affinché si configuri il reato di associazione di tipo mafioso, occorrerebbe necessariamente una manifestazione concreta della forma con cui si esteriorizza il metodo mafioso.
Inizialmente la Cassazione, affrontando il problema, si era convinta che per la configurazione del reato di associazione mafiosa occorresse come requisito la prova del «radicamento» della struttura delocalizzata nel «tessuto sociale di riferimento», secondo quanto previsto dalla definizione letterale della norma ex art. 416 bis c.p. Di conseguenza, si doveva escludere la sussistenza di un metodo mafioso quando questo non fosse percepito o quantomeno non risultasse obiettivamente percepibile da una pluralità di soggetti posti paritariamente in condizione di avvertirne il peso nel tessuto sociale di riferimento.
Un secondo indirizzo ritiene invece sufficiente, per qualificare come mafiosa un’organizzazione criminale, «la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare, per il solo fatto della sua esistenza, una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati all’organismo criminale[41].
Quindi, il reato di cui all’art. 416 bis c.p. dovrebbe ritenersi integrato anche qualora il requisito dell’esercizio di una forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo si esprima solo in forma potenziale.
Un terzo orientamento, c.d. intermedio, ricava poi dall’elemento della forza di intimidazione due diversi profili, uno statico e l’altro dinamico: nella sua dimensione statica l’intimidazione dovrebbe risultare attuale, effettiva e riscontrabile, mentre nell’accezione dinamica potrebbe conservare portata meramente potenziale, attenendo in questo senso alla capacità di sfruttamento della predetta carica sopraffattrice per il perseguimento dei fini associativi[42].
In base a tali considerazioni, in giurisprudenza, si riscontra, quindi, una nuova prospettiva che, con una maggiore attenzione al fenomeno criminale in concreto, considera due diverse ipotesi per l’applicabilità dell’art. 416 bis c.p.
Invero, se l’organizzazione criminale appare come una “struttura autonoma e originale”, occorrerà verificare nel caso concreto la sussistenza di tutti i presupposti costitutivi del reato di associazione mafiosa, cioè accertare se la struttura delocalizzata «si sia già proposta nell’ambiente circostante, ingenerando quel clima di generale soggezione, in dipendenza causale della sua stessa esistenza[43].
Successivamente, accertato che la struttura sia autonoma e originale, il metodo mafioso deve manifestarsi all’esterno, producendo le condizioni di assoggettamento e omertà nell’ambiente circostante.
Resta, nel caso contrario, ugualmente possibile la riconducibilità del fatto alla più generale previsione dell’art. 416 c.p.
Invece, se l’organizzazione criminale si presenta come una mera articolazione di tradizionale organizzazione mafiosa, in stretto rapporto di dipendenza o, comunque, in collegamento funzionale con la casa madre altrove radicata, sarà sufficiente dimostrare l’esistenza del collegamento funzionale ed organico con l’organizzazione di base al fine di configurare il reato ex art. 416 bis c.p.
Tale orientamento giunge a tali conclusioni propendendo per l’unitarietà dell’associazione mafiosa presa in esame.
Tuttavia, questo approccio ermeneutico è stato tuttavia fortemente criticato da una parte della dottrina, la quale ha osservato che in questo modo la fattispecie di cui all’art. 416 bis c.p. verrebbe di fatto concepita come se fosse una norma “a geometrie variabili”: la forza di intimidazione dovrebbe essere esternata concretamente solo in caso di cosca autonoma, mentre in presenza di cellula “delocalizzata” tale elemento potrebbe presumersi o rimanere sul piano potenziale, così dando luogo ad una distinzione a ben vedere collidente con l’art. 3 Cost.
La giurisprudenza maggioritaria, diversamente opinando, sostiene che, indipendentemente dalla sussistenza del collegamento con la cosca mafiosa originaria, debba essere sempre verificato l’attuale, concreto ed effettivo esercizio dell’intimidazione promanante dal nuovo gruppo in sé nell’ambiente circostante, potendo tuttavia concretizzarsi attraverso lo sfruttamento della fama criminale consolidatasi nel tempo, nonché mediante la capacità di esercitare violenze o minacce anche solo implicite, allusive e ambientali[44].
A tal proposito, è emblematico evidenziare la possibile operatività della c.d. “riserva di violenza” nell’estrinsecazione del metodo mafioso per le associazioni con autonoma “fama criminale”, attesa la sostanziale anticipazione, in tali ipotesi, della tipicità del reato associativo mafioso ad una fase antecedente all’esercizio di un’intimidazione esterna al sodalizio.
Difatti, la recente pronuncia della Corte di legittimità non condivide la tesi secondo cui sarebbe sempre necessario il compimento di atti associativi che si sostanzino in violenza o minaccia, almeno in forma tentata, conformandosi ad un orientamento consolidato, nonché conforme all’originaria volontà del legislatore del 1982, che nell’introdurre l’art. 416 bis c.p. aveva evidenziato la volontà di dare vita ad una fattispecie incriminatrice in grado di abbracciare fenomeni di prevaricazione che esplicassero i propri effetti anche senza concretarsi in una minaccia o in una violenza negli elementi tipici prefigurati nel codice penale[45].
In virtù di tali considerazioni, la Cassazione precisa che “la forza intimidatrice può essere desunta da circostanze obiettive idonee a dimostrare la capacità attuale dell’associazione di incutere timore ovvero dalla generale percezione che la collettività, o parte di essa, abbia della efficienza del gruppo criminale nell’esercizio della coercizione fisica”.
Sicché la Suprema Corte pone il problema di “tipicizzazione invertita” del metodo mafioso, ossia di indagine circa la natura di quei reati-fine che possano reputarsi idonei ad integrare i requisiti di mafiosità ex art. 416 bis, comma 3, c.p.
In particolare, stante la plurioffensività del reato associativo mafioso (che lede, in modo effettivo, in prima battuta, la libertà morale dei singoli individui soggetti agli effetti costrittivi della forza intimidatrice, che si traducono in assoggettamento ed omertà, e, in secondo luogo, mette in pericolo l’ordine pubblico materiale), solo la realizzazione di precise tipologie di reati congruenti con tale schema possono essere messe in relazione diretta e conseguenziale con l’uso del metodo mafioso.
Tra queste, secondo la ricostruzione della Suprema Corte, certamente vi rientrano con difficoltà le ipotesi di corruzione e tutte le fattispecie di reato che siano il risultato di una libera e non coartata adesione al proposito criminoso altrui, che implica una collusione nel pactum sceleris, diversamente dall’assoggettamento a seguito di intimidazione richiesto per l’integrazione della fattispecie associativa mafiosa.
Il ricorso sempre maggiore delle associazioni criminali mafiose a prassi corruttive, tuttavia, deve indubbiamente comportare un’indagine circa il ruolo della riserva di violenza mafiosa, tale da chiarire in che misura essa contribuisca alla definizione di metodo mafioso.
Quindi, deve porsi la quaestio iuris se la definizione giuridica di mafia debba focalizzarsi maggiormente sul tipo di attività o sul tipo di struttura mafiosa.
Nell’ottica del rispetto dei principi costituzionali di legalità e di offensività con riferimento al disposto normativo ex art. 416 bis c.p., atteso il mutamento fenomenologico delle attività criminali mafiose rispetto alle mafie tradizionali, si impone, pertanto, una rilettura del requisito della forza di intimidazione, quale portatrice di un messaggio spesso “criptato”, ma strutturalmente necessario e “tipicamente ristretto”.
Nel caso di specie, si qualifica l’atteggiamento della persona offesa, ovvero l’Ente comunale, adesivo a richieste concussive e determinato dal timore di subire pregiudizi economici, come frutto di metus publicae potestatis e non di intimidazione indotta da un vincolo associativo, sicché la fattispecie di cui all’art. 416-bis venne esclusa.
A tutto voler concludere, sembra chiaro che la presenza, tra gli affiliati di un sodalizio criminale, di persone condannate per altri delitti non costituisce elemento decisivo per configurare il sodalizio come mafioso, se la caratura mafiosa del singolo soggetto non sia trasmessa all’intera struttura associativa.
Concludendo, quindi, per quanto ut supra esposto, la condotta di Tizio non si sostanzia nella fattispecie dell’associazione di tipo mafioso ex art. 416 bis c.p. essendo esente da responsabilità, in quanto l’atteggiamento dell’Ente comunale è adesivo a richieste concussive e determinato dal timore di subire pregiudizi economici, come frutto di metus publicae potestatis e non di intimidazione indotta da un vincolo associativo ex art. 416 bis c.p.

Considerazioni finali

L’unica eventualità prospettabile al fine di allargare le maglie della fattispecie delittuosa associativa prevista dall’art. 416 bis c.p., consentendone l’applicazione alle nuove forme di espressione delle realtà mafiose, sarebbe quella di un paventato intervento legislativo espresso, volto ad estendere il concetto di “metodo mafioso” oltre gli attuali confini normativi.
In mancanza, per supplire a tale lacuna, la Giurisprudenza dovrebbe, con maggiore nitidezza, rimarcare che il ridetto “criterio del collegamento” non può rivestire una sterile valenza “interna” al gruppo, dovendosi enfatizzare la necessaria presenza del carattere dell’esteriorizzazione del metodo mafioso, mediante un riscontro probatorio ancorato all’effettiva capacità di intimidazione posseduta dal sodalizio, nonché alla tangibile percezione che di essa ne ha il territorio di riferimento.

associazione mafiosa

Introduzione

La criminalità organizzata di tipo mafioso non implica soltanto un insieme di comportamenti sanzionati dal nostro codice penale, bensì rappresenta un fenomeno culturale e sociale particolarmente grave e complesso, che mina le fondamenta della convivenza democratica di una collettività. Le mafie costituiscono da più di un secolo un contropotere col quale lo Stato si è dovuto misurare, ora “facendosi la guerra”, ora “mettendosi d’accordo”. A seconda del momento storico, le cosche hanno supplito alle mancanze dell’amministrazione pubblica, ovvero l’hanno infiltrata e asservita alle proprie mire. Il mafioso, nato per dirimere le controversie locali, si è trasformato in un potente uomo d’affari che gestisce immense ricchezze.
L’evoluzione continua del fenomeno ha contribuito a renderlo di difficile decifrazione.
Oggi, viviamo un tempo in cui l’aspetto più feroce delle mafie sembra venir meno. Si è parlato di mafia che non spara, di mafia invisibile; non è vero che le mafie non commettano più reati, anche efferati, ma è senz’altro vero che il modus operandi dei mafiosi, nell’ultimo ventennio, è cambiato profondamente.
Difatti, si assiste, nel panorama giurisprudenziale, ad un fenomeno di espansione, in chiave interpretativa, del delitto di associazione di stampo mafioso ex art. 416-bis c.p. e, più in generale della nozione giuridica di mafia. L’art. 416-bis c.p., infatti, nonostante recepisca in termini giuridici un fenomeno sociologico assai complesso, risulta normativamente connotato da specifici indici qualitativi e quantitativi. Con il passare degli anni, invero, tali indici sembrano aver perso di intensità e di significato prospettando l’esistenza di nuovi modelli associativi di tipo mafioso, caratterizzati da un generale affievolimento dei requisiti tipici della fattispecie. Questo è il tema delle piccole e soprattutto delle nuove mafie, e quindi delle metamorfosi dell’art. 416-bis c.p. che si pongono in tensione con la legalità penale ed i suoi corollari della tassatività e della determinatezza e/o precisione, nonché con il principio di prevedibilità di matrice europea.
Le considerazioni che seguono prendono spunto da una parte molto rilevante della sentenza di primo grado relativamente al processo c.d. di Mafia Capitale.
Infatti, detta sentenza ha derubricato l’originaria imputazione dell’art. 416-bis in due distinte fattispecie di associazione per delinquere semplice: l’una relativa al mondo degli affari e dunque alla corruzione e l’altra attinente più specificamente alla criminalità organizzata.
Quel che più rileva è la questione di diritto, ovvero se sia configurabile o no l’originaria imputazione di cui all’art. 416-bis c.p.: tale vicenda giudiziaria sollecita riflessioni sui limiti di utilizzo della fattispecie di associazione di tipo mafioso in casi nei quali il sodalizio non si presenta secondo le manifestazioni più “tradizionali” del tipo di criminalità incarnato nell’art. 416-bis, ma si esprime con modalità non strettamente riconducibili a quelle che il legislatore del 1982 conosceva e calò nella previsione normativa attraverso la descrizione del c.d. metodo mafioso.
Segnatamente, il dare spazio alla “riserva di violenza”, intesa come violenza solo potenziale, consapevolmente prefigurata dagli associati ma rivolta al futuro, condurrebbe ad un’interpretazione estensiva non ammissibile, senza incorrere nella violazione del principio di legalità (nullum crimen nulla poena sine lege), oltre i limiti già ampi indicati dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento alle sole mafie indicate.
Dunque, estendere ancora l’interpretazione della norma fino ad includervi anche il concetto di riserva di violenza per le mafie non derivate, condurrebbe ad una innovazione legislativa della fattispecie criminosa, che si collocherebbe inevitabilmente fuori dell’ambito della giurisdizione.

Capitolo IL’ASSOCIAZIONE DI STAMPO MAFIOSO EX ART. 416-BIS C.P.

1 – Gli elementi strutturali tipici dell’associazione di tipo mafioso rispetto alla fattispecie generica dell’associazione per delinquere

Intorno alla metà del Novecento, e negli anni successivi, il dibattito sul concetto di “mafia” riemerse in tutta la sua complessità, dovendosi misurare fra l’altro con la nuova natura democratica e costituzionale dello Stato.
Infatti, la dottrina era divisa: secondo Antolisei la mafia costituiva un «fenomeno illecito e immorale ma non necessariamente criminale, accompagnato da sporadiche emergenze delittuose»[1]; d’altra parte Manzini si concentrava sul rapporto tra l’organizzazione e i singoli associati, affermando la necessità di «verificare i comportamenti dei singoli individui che compongono l’associazione», non essendo sufficiente «assodare la loro appartenenza ad una siffatta collettività»[2].
Nei processi era difficile provare i requisiti dell’art. 416 c.p., l’organizzazione e l’adesione dell’affiliato.
Pertanto, come affermato da Turone, «si vuole colmare una lacuna legislativa già evidenziata da giuristi e operatori del diritto, non essendo sufficiente la previsione dell’art. 416 del codice penale a comprendere tutte le realtà associative di mafia che talvolta prescindono da programma criminoso secondo la valenza data a questo elemento tipico dall’art. 416 c.p., affidando il raggiungimento degli obiettivi alla forza intimidatrice che in Sicilia e in Calabria raggiunge i suoi effetti anche senza concretarsi in una minaccia o in una violenza negli elementi tipici prefigurati nel codice penale»[3].
Pertanto, la celebre legge Rognoni-La Torre del 1982 ha introdotto nel codice penale l’art. 416-bis, disciplinando il delitto di associazione mafiosa che costituisce ancor oggi un caposaldo della repressione penale delle forme più temibili della criminalità organizzata.
La definizione del reato associativo in esame risulta dal combinato dei primi tre commi dell’art. 416-bis c.p. I comportamenti descritti nei primi due commi dell’articolo ripetono il modulo tipico dei reati a struttura associativa e perciò non suscitano problemi ermeneuti diversi da quelli affrontati nella letteratura giuridica in argomento. L’attenzione dell’interprete si concentra maggiormente sul 3° comma che tenta di definire, per la prima volta in un testo di legge, la peculiare fisionomia dell’associazione di tipo mafioso[4].
In particolare, tale articolo da un lato ha inteso evidenziare il particolare disvalore della criminalità mafiosa, quale fenomeno socialmente dannoso a diversi livelli; dall’altro, i tratti peculiari dell’incriminazione sono stati delineati per fronteggiare obiettivi immediati di politica criminale e, in particolare, al fine di rimediare alla lamentata inadeguatezza della tradizionale fattispecie di associazione a delinquere comune a reprimere la fenomenologia criminosa di stampo mafioso, la cui forza incriminatrice, specie in alcune zone della penisola, raggiunge i suoi effetti anche senza concretarsi in una minaccia o in una violenza negli elementi tipici prefigurati nel codice penale.
Quindi, con tale norma si vuole colmare quello che appariva essere un deficit di criminalità di realtà associative più complesse delle ordinarie associazioni criminali, in quanto storicamente dedite alla sopraffazione di un determinato territorio per il conseguimento di obiettivi di potere e di utilità economica[5].
Se, infatti, nei primi trent’anni di vita ha consentito di contrastare giudiziariamente le “mafie storiche” (“cosa nostra” siciliana, “’ndrangheta” calabrese e “camorra” napoletana) nei loro territori d’origine come mai era accaduto nell’Italia repubblicana, negli ultimi tempi il reato si è rivelato utile anche alla repressione di fenomeni criminali considerati di più recente emersione. Anzi, proprio l’esperienza giurisprudenziale maturata sul triplice versante delle mafie straniere, “autoctone” e “delocalizzate”, mostra che a dispetto di una morfologia normativamente complessa la fattispecie incriminatrice presenta significativi margini di duttilità applicativa.
Ad ogni modo, l’associazione di stampo mafioso viene qualificata tale in ragione dei mezzi usati e dei fini perseguiti: difatti, il cuore della fattispecie incriminatrice batte nel terzo comma dell’art. 416-bis c.p., laddove il legislatore scolpisce metodo e finalità dell’associazione mafiosa, delineando così un reato associativo del tutto peculiare nel nostro panorama ordinamentale[6].
In particolare, quanto al metodo, è di tipo mafioso l’associazione i cui partecipanti “si avvalgono della forza d’intimidazione del vincolo associativo e dell’assoggettamento e omertà che ne deriva”.
Quanto alle finalità, esse spaziano dalla classica realizzazione di un programma intrinsecamente illecito, come la commissione di delitti o comunque l’ottenimento di profitti e vantaggi ingiusti e il condizionamento della libertà di voto, fino al perseguimento di obbiettivi in sé leciti, quali “acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici” o, ancora, “procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”. Ma la compresenza di finalità lecite e illecite – di per sé anche riscontrabili, ad esempio e rispettivamente, nel programma collettivo di enti perfino legalmente protetti o di comuni sodalizi criminosi – finisce per conferire al metodo imperniato sulla “forza d’intimidazione” il ruolo di elemento cardine della fattispecie, di specifico spartiacque volto a circoscrivere la nozione penalmente rilevante di “associazione mafiosa”.
Proprio l’annosa riflessione intorno ai risvolti sostanziali e probatori del “metodo mafioso” a costituire tuttora, come vedremo nel capitolo successivo, il cantiere interpretativo in cui dottrina e giurisprudenza prendono le misure alla fattispecie incriminatrice sul piano dogmatico, definendone al contempo presupposti e limiti applicativi.
È questa la principale differenza con l’associazione a delinquere comune prevista all’art. 416 c.p.: difatti, nella fattispecie descritta dall’art. 416-bis c.p. il disvalore si incentra non solo sull’esistenza di una organizzazione e sui fini illeciti, quanto soprattutto sul metodo mafioso, consistente nell’agire avvalendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo.[7]
Si tratta, dunque, di un reato associativo a struttura mista, in cui per il perfezionamento della fattispecie occorre un quid pluris rispetto alla sola organizzazione pluripersonale e al programma criminoso, sufficienti, invece, per i reati associativi puri.
Per questo le associazioni che non hanno una connotazione criminale qualificata sotto il profilo “storico”, dovranno essere analizzate nel loro concreto atteggiarsi, in quanto per esse “non basta la parola”, ovvero il nomen di mafia, camorra, ndrangheta, etc.
Occorre, quindi, porre attenzione alle peculiarità di ciascuna specifica realtà delinquenziale, in quanto la norma mette in luce un problema di assimilazione normativa alle mafie storiche che rende necessaria un’attività interpretativa particolarmente attenta a porre in risalto simmetrie fenomeniche tra realtà fattuali, sociali e umane diverse tra loro.

2 – Il concetto tecnico-giuridico di mafia e la sua evoluzione: risvolti dottrinali e giurisprudenziali

Con l’ultimo comma dell’art. 416-bis il legislatore non ha inteso tanto equiparare, sul piano della nuova previsione normativa, fenomeni criminali di diversa natura, quanto richiamare l’attenzione dell’interprete sul senso dell’effettiva sostanziale convergenza di fenomeni dei quali, dal punto di vista del diritto penale, occorre piuttosto che individuare le distinzioni sotto il profilo delle origini spazio-temporali, individuare i comuni aspetti essenziali che li caratterizzano e che ne contrassegnano la dimensione nazionale. Questi aspetti sono costituiti dall’intimidazione sistematica e dal rapporto di dipendenza personale (assoggettamento e omertà), inseriti in un programma criminoso e finalizzati all’arricchimento illecito ed al controllo di attività economiche e di settori della pubblica amministrazione: il tutto improntato ad una logica di dominio e di conquista illegale e violenta di spazi di potere reale, a scapito delle componenti sociali non mafiose.
La nuova norma penale del 1982 ha saputo formulare una nozione tecnico-giuridica, generale ed astratta, di associazione di tipo mafioso in senso lato, tale da comprendere al suo interno qualsiasi fenomeno associativo localmente denominato (in particolare, si fa riferimento alla mafia calabrese, denominata ‘ndrangheta, e alla camorra napoletana) che presenti i caratteri distintivi sopra menzionati.
Segnatamente, la norma, pur essendo stata evidentemente modellata sul profilo della mafia siciliana e sul presupposto, già individuato dalla giurisprudenza, della equiparazione di questa con la ‘ndrangheta e la camorra napoletana, ha enunciato i caratteri comuni ed essenziali di tali fenomeni costruendo una categoria generale ed astratta che trascende anche l’approccio regionalistico allargato siculo-calabro-campano. Ciò risponde ad una corretta tecnica legislativa, dato che l’art. 416-bis c.p. è una norma dell’ordinamento giuridico nazionale, e non un editto eccezionale applicabile a determinate zone o a determinati gruppi regionali[8].
In particolare, negli anni ‘50-‘70 innanzitutto l’Italia fu interessata da un vasto fenomeno migratorio: anche i mafiosi si spostarono nelle grandi città, alla ricerca di nuovi mercati. Abbandonarono le tradizionali attività agricole per dedicarsi, da una parte, al contrabbando di sigarette e all’adulterazione di vini; dall’altra, all’industria, all’edilizia, ai lavori pubblici. Iniziò così il condizionamento della pubblica amministrazione, vero business della criminalità organizzata. Ed è sempre in questo periodo che arriva la droga, il vero polmone dell’economia mafiosa.
Così, la maggiore ampiezza degli scopi perseguiti, tipicizza alla fattispecie criminosa il nuovo volto della mafia imprenditoriale, che tende ormai all’arricchimento non solo con atti strettamente delittuosi, ma anche attraverso il reimpiego in attività lecite economico-produttive dei proventi che derivano dalla pregressa perpetrazione di reati.
Quindi, la “mafia imprenditrice” mostrava di sapersi adattare benissimo al capitalismo moderno. Il meccanismo era il seguente: i mafiosi accumulavamo ingenti quantità di denaro grazie ad una serie di attività illegali e provvedevano poi a reinvestirlo, ripulendolo, nelle attività lecite. Dalla mediazione all’accumulazione, dalla mera composizione dei conflitti alla produzione di ricchezza. Tutto ciò poteva avvenire solo tramite una fitta rete di relazioni anche all’interno della politica e delle Istituzioni.
In questo modo, gli uomini d’onore vincono gli appalti o costruiscono edifici e non pongono in essere condotte delittuose, sicché emerge con chiarezza l’inadeguatezza dell’articolo 416 c.p.
Ugualmente, le misure di prevenzione si erano rilevate inefficaci, se non dannose, dal momento che di fatto facilitavano la penetrazione mafiosa anche nel nord Italia. Inoltre questi strumenti comportavano l’elusione di un rigoroso accertamento probatorio dell’associazione mafiosa, con i risultati modesti e altalenanti già apprezzati.
Secondo il c.d. modello culturalista, il fenomeno mafioso, nelle sue diverse declinazioni regionali, sarebbe dovuto restare geograficamente circoscritto nel ben delimitato contesto d’origine del Mezzogiorno d’Italia, rappresentando uno dei tanti problemi che alimentano da circa due secoli la questione meridionale.
La progressiva evoluzione sociale e culturale delle aree del sud della penisola, infatti, avrebbe dovuto impedirne l’espansione verso nord in zone con un alto tasso di “civismo” e decretarne la completa estinzione[9]. Sennonché, la ‘‘profezia della palma’’ di Sciascia prima, e la storia e le indagini socio-criminologiche poi, hanno confutato questa fausta e banalizzante prognosi, rivelando lo sconfortante ed opposto dato, non solo, della irradiazione verso il settentrione delle mafie “storiche”’, ma anche, quello solo apparentemente affine, della riproduzione delle loro dinamiche di funzionamento da parte di gruppi criminali autoctoni e stranieri.
Se nessun dubbio si pone oggi circa la possibilità di ritenere configurato il delitto di associazione mafiosa rispetto a sodalizi che operano in aree differenti da quelle classiche del meridione, sia quando ne costituiscano una filiale operativa, sia quando ne siano una ramificazione ancora inerte, molti ne sorgono relativamente all’eventuale qualificazione in termini mafiosi di gruppi criminali locali (sia autoctoni che stranieri) operanti in regioni del centro-nord e completamente svincolati da qualsiasi consorteria riferibile ad una delle tante mafie tradizionali.
Invero, se sotto il primo versante si ritiene che la dilatazione della fattispecie associativa mafiosa al di là del suo archetipo originario non si ponga in contrasto con il principio di legalità, almeno nei casi di concreta estrinsecazione della forza di intimidazione, residuando dubbi solo per quelli delle mafie c.d. silenti, non altrettanto può dirsi sotto il secondo versante, rischiando una simile opzione ermeneutica di alterarne il tipo criminoso sagomato su un preciso substrato empirico-criminologico, tramite l’innesto di fenotipi del tutto eterogenei.
Proprio tale ultima e nuova questione è venuta alla ribalta nelle separate vicende giudiziarie di “mafia capitale” e “mafia ostiense” quando si è trattato di stabilire se le due (ben diverse) associazioni locali laziali fossero effettivamente mafiose e, quindi, se si potesse ravvisare per i loro componenti, in luogo della fattispecie associativa comune di cui all’art. 416 c.p., la più grave di cui all’art. 416 bis c.p.
Dopo una lunga attesa, un grande clamore mediatico e opposti tentativi di deformazione populista da parte, da un lato, dei fautori del “tutto è mafia” e, dall’altro, di quelli del “nulla è mafia”[10], le divergenti decisioni che si annotano hanno dimostrato quanto sia difficile fornire una soluzione corretta del problema. Anche rispetto a questa terza sotto-categoria criminologica mafiosa delle neo-mafie autoctone si diffonde, infatti, l’insidia di assistere ad una pericolosa svalutazione del requisito strutturale modale-oggettivo del c.d. metodo mafioso, a causa del ricorso all’analoga e censurabile per l’altro sottotipo delle “mafie silenti”.

3 – Il concetto di “mafie storiche” raffrontato con le c.d. “mafie senza nome” e con le “mafie autoctone” alla luce dei nuovi orientamenti giurisprudenziali

Come detto, nel corso del tempo, il fenomeno mafioso con il suo carattere estremamente complesso e duttile, ha avuto una continua capacità di adattamento ai sempre diversi e mutevoli settori criminali, alle variazioni economiche e sociali, nonché ai nuovi contesti territoriali.
Il modello di mafia, non più strettamente circoscritto e limitato al contesto d’origine (in particolare alle zone del Mezzogiorno d’Italia), ma con natura camaleontica, ha sollevato diversi e inediti problemi interpretativi, inerenti la configurabilità della fattispecie associativa a struttura mista prevista e punita dall’art. 416 bis c.p. rispetto agli affiorati e distinti fenomeni delle c.d. “mafie senza nome”, “mafie autoctone” ed alle “mafie delocalizzate all’estero”.
Segnatamente, con il termine “mafie senza nome”, meglio identificate come “mafie silenti” ovvero “mafie innominate”, si fa riferimento alle neoformazioni criminali che presentano “struttura autonoma ed originale”, “ancorché caratterizzata dal proposito di utilizzare la stessa metodica delinquenziale delle mafie storiche”[11].
Invece, la natura autoctona dell’associazione criminale fa rifermento alle nuove articolazioni periferiche di sodalizi criminali ben radicati nelle tradizionali aree di competenza. Si tratta di cellule distaccate che conservano uno stabile collegamento con la “struttura madre” del sodalizio di riferimento e che dalla stessa coniano le modalità organizzative, la distinzione dei ruoli, i rituali di affiliazione e l’imposizione di regole interne[12].
Simile demarcazione può tracciarsi con riguardo alle “filiali operative o silenti all’estero”, “costituenti diramazioni estere di mafie storiche italiane”, dotate della medesima struttura organizzativa, nonché facenti applicazione dell’identico modus operandi delle c.d. “case madri”.
Per quanto riguarda le mafie “autoctone”, va detto che una simile nomenclatura si è imposta alla ribalta grazie alle vicende relative al processo denominato “Mafia Capitale”, riguardante una formazione criminale operante a Roma e composta da soggetti “indigeni”.
Si discusse se queste nuove formazioni possano essere annoverate sotto lo schema punitivo dell’art. 416 bis c.p. ovvero essere classificate come mere associazioni per delinquere comuni o qualificate.
Il legislatore del Codice Rocco pensò il delitto di associazione mafiosa come una figura criminosa bifronte, all’interno della quale si riversano due distinte fattispecie, accomunate dal carattere “mafioso” del sodalizio.
In particolare, la fattispecie delittuosa principale, prevista al comma terzo della norma, pone le sue fondamenta su un ben individuato archetipo criminale, qual è la struttura associativa della mafia siciliana, ovvero quella delle tradizionali mafie storiche, diversamente definibili in virtù del contesto sociale di riferimento, in un’ottica che inevitabilmente si rivolge al passato.
Invece, la fattispecie proposto dal comma ottavo dell’art. 416 bis c.p., presenta una formulazione assai più elastica, pensata per conformarsi alle possibili future situazioni associative non ancora conosciute, per mezzo dell’analogica clausola finale.
Anche le riforme normative del 2008 e del 2010 hanno attribuito alla norma un taglio contemporaneo ed elastico, che rompe gli schemi dei prototipi criminali presi in considerazione nel lontano 1982, esplicitando, in rubrica, il riferimento alle mafie straniere e, nel corpo del testo, quello alla c.d. ‘ndrangheta.
Emerge però un problema interpretativo: il comma ottavo della norma che si riferisce alle consorterie diverse dalle mafie storiche e sembra esclusivamente riferirsi al requisito della “forza intimidatrice” e non già alle “condizioni di soggezione e omertà” che ne derivano, le quali, invece, andrebbero a contraddistinguere solamente l’operato di tali mafie tradizionali[13].
Da ciò si sono diramati vari e discordanti orientamenti giurisprudenziali.
Punto nodale quella questione riguarda la c.d. “esteriorizzazione del metodo mafioso”, il quale si compone del duplice lemma della “forza di intimidazione” e delle “condizioni di assoggettamento e omertà” che da essa derivano.

3.1 – Le “nuove mafie” e le “mafie delocalizzate”

La mutevolezza del fenomeno mafioso e le sue nuove forme di espressione impongono, oggi più che mai, una seria riflessione anche sulla attuale adeguatezza degli strumenti di contrasto disponibili. In particolare, deve essere verificata l’idoneità dell’art. 416 bis c.p. a contrastare la colonizzazione dei territori del nord Italia da parte delle mafie storiche: è infatti emersa con chiarezza l’esigenza di contrastare la dilagante diffusione delle mafie oltre i territori d’origine (ed anche oltre i confini nazionali). Come anche quella di riconoscere e contrastare mafie “nuove”, ovvero gruppi criminali agenti con metodo mafioso, ma non riconducibili alle organizzazioni storiche (o “tipiche”).
Difatti, con l’espandersi del fenomeno delle cosiddette “nuove mafie (espressione con cui si intende associazioni criminose di recente genesi, non connesse alle tradizionali mafie presenti sul territorio nazionale) si ci interroga su un altro profilo del delitto di associazione di tipo mafioso e, segnatamente, sull’elemento organizzativo dell’associazione, tradizionalmente secondario rispetto alla condotta di partecipazione del singolo, il cui approfondimento potrebbe acquisire nuova linfa in ragione delle problematiche che sorgono relativamente alla fisionomia e alla prova del metodo mafioso per i sodalizi non tradizionali.
Quindi, ai fini della qualificazione ex art. 416-bis di queste organizzazioni criminali, l’elemento organizzativo può rappresentare un limite all’ampliamento dell’ambito applicativo del delitto di associazione mafiosa o un requisito di tipicità da accertare in aggiunta rispetto al metodo (dell’associazione) e alla partecipazione (del singolo).
Dal concetto di “nuove mafie” è necessario tenere ben distinto quello di “mafie delocalizzate”, che indica quelle cellule di associazioni mafiose operanti in contesti territoriali, culturali ed economici storicamente estranei al fenomeno mafioso. Segnatamente, le associazioni in questione si inseriscono nell’ambito del fenomeno di occupazione di territori una volta immuni da forme di manifestazione delinquenziale mafiosa, ad opera di sodalizi già ben consolidati in diverse realtà territoriali. Tali nuove realtà restano strettamente legate alla casa madre, da cui mutuano le stesse regole organizzative[14].
Quindi, sul fronte delle mafie “delocalizzate”, le associazioni mafiose tradizionali e consolidate si trovano ad agire in un diverso contesto sociale rispetto a quello in cui hanno stabilmente creato un contesto di sudditanza del corpo sociale.
A tal proposito, si deve verificare come questo diverso contesto incida sulla loro intrinseca natura, sulla permanente adeguatezza dello strumento normativo dell’art. 416-bis c.p. per la repressione di tali fenomeni, ma soprattutto sull’eventuale necessità di nuova e diversa interpretazione del requisito dell’avvalimento del metodo mafioso, specie quando si constati l’abbandono dei tradizionali metodi violenti di intimazione, progressivamente sostituiti dall’adozione di schemi comportamentali che assicurano il perseguimento di fini, soprattutto di carattere economico, marginalizzando le attività delittuose in senso stretto.

Capitolo II – CONFIGURAZIONE DEL METODO MAFIOSO E LA RISERVA DI VIOLENZA

1 – La nozione del “metodo mafioso” nelle nuove mafie

Il fulcro del processo d’identificazione dell’associazione mafiosa si fonda sul metodo mafioso.: a norma dell’art. 416 bis c.p. comma terzo, “l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.”
Dunque, il c.d. metodo mafioso si fonda su tre elementi fondamentali: la forza di intimidazione del vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che da esso deriva.
Questi elementi sono necessari ed essenziali perché possa configurarsi il reato di associazione di stampo mafioso.
La forza di intimidazione può essere definita come la capacità che ha uno Stato o un suo apparato, un’organizzazione o un singolo individuo di incutere timore in base all’opinione diffusa della sua forza e della sua predisposizione ad usarla. In altre parole può essere definita come la quantità di paura che una persona (fisica o giuridica) è in grado di suscitare nei terzi in considerazione della sua predisposizione ad esercitare sanzioni o rappresaglie.
Tale forza di intimidazione deve derivare dal vincolo associativo. Ne consegue che l’associazione deve essere dotata di particolare capacità di intimidire a prescindere dal compimento di nuovi atti di violenza e di minaccia; deve possedere, per la ferocia o per l’efficienza dimostrata dai suoi affiliati, una “fama” tale da porre i terzi in una condizione di assoggettamento e di omertà nei confronti di chi, agendo per conto dell’associazione, viene temuto e “accontentato” indipendentemente dagli atti di intimidazione da lui eventualmente posti in essere[15].
Invece, l’assoggettamento e l’omertà costituiscono i risvolti naturali e consequenziali della forza intimidatrice, la quale si configura come tale proprio in funzione di questi due ulteriori parametri.
Si tratta di due elementi tra loro difficilmente scindibili in quanto il primo costituisce la premessa immediata della seconda: l’omertà si manifesta, infatti, come un particolare atteggiamento, che viene assunto dal soggetto passivo di un assoggettamento di tipo mafioso.
Si tratta di due facce della stessa medaglia che si differenziano per il riferimento specifico dell’assoggettamento allo stato di sottomissione psicologica che si manifesta nelle vittime dell’intimidazione; mentre nell’omertà è presente il rifiuto generalizzato a collaborare con la giustizia.
Tale metodo, così come descritto dalla suddetta norma, colloca la fattispecie all’interno di una classe di reati associativi che parte della dottrina definisce a struttura mista, in contrapposizione a quelli puri, il cui modello sarebbe rappresentato dalla generica associazione per delinquere di cui all’art. 416 c.p.
Si è posto il problema di applicare l’art. 416-bis anche a realtà associative che, per caratteristiche sociologiche o, nel caso delle “mafie storiche”, per insediamento territoriale differente rispetto al luogo d’origine, risultano distanti da quelle previste dal legislatore del 1982, ovvero le cosiddette mafie straniere, quelle autoctone e quelle delocalizzate.
Pertanto, si è resa necessaria una rilettura del terzo comma dell’art. 416-bis c.p.
Difatti, a partire dai primi anni Duemila, la giurisprudenza di merito e quella di legittimità sono state chiamate a verificare l’applicabilità della fattispecie associativa di tipo mafioso a gruppi criminali stanziati nelle Regioni del Nord Italia (o all’estero) che talvolta mutuano la propria struttura, organizzazione e regole dalle associazioni di tipo mafioso radicate nei territori “tradizionali”, talaltra ne costituiscono una vera e propria “cellula” operativa.
Si registra un’evoluzione del metodo mafioso: c’è un minore ricorso alla violenza, esercitata o minacciata (ad eccezione della camorra napoletana) per favorire invece relazioni di scambio e collusioni nei mercati legali, utilizzando la disponibilità degli imprenditori ad entrare in relazioni con i mafiosi pur sapendo con chi hanno a che fare, sulla base di semplici valutazioni di convenienza e di competitività delle loro aziende. Emblematico in tal senso è il reinvestimento dei proventi illeciti nell’economia pubblica, dove le mafie prediligono il ricorso sistematico alla corruzione per facilitare l’infiltrazione negli appalti e nei sub-appalti.

2 – L’estrinsecazione e la prova del metodo mafioso

Occorre verificare che l’associazione mafiosa abbia conseguito una capacità di intimidazione reale ed effettiva nel nuovo ambiente in cui opera, oppure se possa bastare anche soltanto che l’associazione in questione abbia conservato la forza di intimidazione già acquisita dall’organizzazione madre.
A tal proposito, si sono fronteggiati due diversi orientamenti: un primo orientamento ha affermato la concezione potenziale secondo cui in zone geografiche storicamente avvezze al fenomeno mafioso tale metodo può consistere nella mera capacità potenziale del gruppo organizzato di suscitare intimidazione a prescindere da un suo effettivo utilizzo; un secondo orientamento, invece, ha affermato la concezione effettiva secondo cui il metodo mafioso va riscontrato unicamente in presenza dell’uso effettivo della forza intimidatrice.
La questione di carattere probatorio è stata risolta diversamente: mentre inizialmente la giurisprudenza negava qualsivoglia contrasto sul punto, ritenendo consolidata la concezione effettiva[16], alcune pronunce successive hanno accolto l’opposta concezione potenziale[17].
Tale persistente contrasto ha spinto le Sezioni Unite della Corte di Cassazione a pronunciarsi sul tema con decisione definitiva, contenuta nel provvedimento di restituzione di atti del 17 luglio 2019.
Per la seconda volta nel giro di appena quattro anni l’attesa riposta sul chiarimento è stata ripagata da un’altra mancata decisione sul tema. Difatti, come accaduto nella precedente occasione tramite l’ordinanza di restituzione degli atti del 2015, il supremo collegio ha sostenuto l’inesistenza di un effettivo contrasto sul tema.  Secondo la Corte ai fini della configurabilità di un’associazione di tipo mafioso (di qualunque tipologia) è necessaria una effettiva capacità intimidatrice del sodalizio criminale da cui derivino le condizioni di assoggettamento ed omertà di quanti vengano con esso in contatto.
Conseguentemente, la differenza fra le due tipologie di “nuove mafie” e “mafie delocalizzate” non risiederebbe nell’esistenza o meno del c.d. metodo mafioso concreto ed effettivo, bensì solamente nella modalità probatoria del metodo stesso: nel caso delle “nuove mafie” è necessario riscontrare l’esternalizzazione del metodo in tutti i suoi elementi; nel caso delle “mafie delocalizzate” è sufficiente la verifica di un collegamento con la cellula principale per inferire nella cellula locale l’esistenza dei tratti distintivi del metodo mafioso. La questione ruota attorno alla corretta valutazione delle evidenze probatorie delle caratteristiche organizzative della cellula delocalizzata, oltre che dei suoi rapporti con la cellula madre, ovvero, in altri termini delle forme di esteriorizzazione del metodo mafioso, anche in forma silente.
L’affermazione in forza della quale è sempre richiesta una capacità intimidatrice effettiva e concretamente riscontrabile ai fini del riconoscimento della natura mafiosa di una qualunque articolazione del sodalizio risulta ineccepibile. Non è, difatti, possibile immaginare una fattispecie associativa mafiosa in cui la consistenza del metodo di cui al comma 3 dell’art. 416 bis c.p. muti a seconda delle caratteristiche delle realtà criminali a cui deve essere applicato. Anche qualora la natura dell’associazione sia quella di sodalizio delocalizzato resta sempre imprescindibile la dimostrazione della effettiva sussistenza del “metodo mafioso”.

3 – La forza intimidatrice (reale ed effettiva) tipica dell’agire mafioso e la condizione di assoggettamento ed omertà

Relativamente alla forza intimidatrice, vi sono dei contrasti dottrinali.
Una parte della dottrina parla di alone diffuso, penetrante, avvertibile di presenza intimidatoria e sopraffattrice che sia anche il frutto di uno stile di vita consolidato nel tempo[18].
Per un’altra parte della dottrina, invece, parlare di “alone di intimidazione diffusa” è di per sé vago in quanto la matrice sociologica della nozione, da un lato, recherebbe il rischio di introdurre nell’applicazione della fattispecie soluzioni riecheggianti il modello del “tipo di autore”, muovendo dalla presupposta “mafiosità” di una certa associazione; dall’altro lato, indurrebbe ad escludere la sussistenza del reato in ambiti regionali nei quali, benché il controllo del territorio da parte delle associazioni di stampo mafioso non sia totale, tuttavia operino associazioni dotate di un’autonoma carica intimidatrice.
Secondo Ingroia il concetto, di “carica intimidatoria autonoma” appare più univoco di quello evocato dall’espressione “alone di intimidazione diffusa”, costituendo quest’ultima espressione un “indizio” della esistenza della “carica intimidatoria autonoma”[19].
Il ricorso alla forza di intimidazione non costituisce una modalità di realizzazione delle condotte tipiche del reato poste in essere dai singoli associati, ma costituisce l’elemento strumentale tipico di cui “si avvalgono” gli associati in vista della realizzazione degli scopi propri dell’associazione.
Con un parallelismo ardito Giuliano Turone afferma che la forza intimidatrice fa parte del “patrimonio aziendale” dell’associazione di tipo mafioso, così come l’avviamento commerciale fa parte dell’azienda[20].
Se è vero che in una situazione statica un’associazione di stampo mafioso di tipo “ottimale” non dovrebbe aver bisogno di far ricorso ad esplicite minacce e ad atti di violenza, è pur vero che atti di intimidazione e di concreto esercizio della violenza possono essere e sono, di regola, necessari, almeno saltuariamente, per rinvigorirne la fama e rafforzare il terrore.
Invece, l’assoggettamento e l’omertà, come già detto, vengono considerate facce della stessa medaglia, esprimendo il primo lo stato di sottomissione e soccombenza psicologica che si manifesta nelle potenziali vittime dell’intimazione e la seconda un rifiuto generalizzato a collaborare con la giustizia,, estrinsecandosi in favoreggiamenti false testimonianze, reticenza nelle deposizioni processuali e condotte similari.
Il legislatore, sulla scorta dell’esperienza giurisprudenziale derivata dall’applicazione delle misure di prevenzione, ha dedotto che il comportamento usuale dei gruppi mafiosi per raggiungere i loro scopi tipici consiste principalmente nell’avvalersi della forza di intimazione promanante dal vincolo associativo ed ha assunto ad indice sintomatico di esistenza della medesima proprio le derivate condizioni di assoggettamento e omertà che non hanno pertanto, al pari della prima, valenza di elementi autonomi volti a designare un quid pluris rispetto alla capacità intimidativa, ma si pongono in stretta relazione di causalità con quest’ultima come univocamente, del resto, evidenzia la locuzione impiegata dal legislatore che ne deriva.
Conseguentemente, ove tali effetti dipendano da fattori diversi dalla forza di intimidazione che promana dal vincolo associativo, si esulerà dallo schema del reato di associazione mafiosa versandosi, semmai, in quella comune ex art. 416 c.p.[21].

4 – La sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione penale n. 8572 del 28 aprile 2015 e l’ordinanza n. 15768 del 10 aprile 2019

Relativamente al metodo mafioso, in particolare in riferimento alle nuove mafie delocalizzate, vi sono diversi e contrapposti orientamenti giurisprudenziali di legittimità circa l’esistenza del reato.
Invero, secondo un primo indirizzo, si qualifica come mafiosa un’organizzazione criminale se vi la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati della medesima organizzazione. Quindi, vi deve essere il collegamento organico e funzionale con la casa madre, lasciando così presagire una già attuale pericolosità per l’ordine pubblico.
Invece, secondo un secondo orientamento, è necessaria la concreta esteriorizzazione del metodo mafioso, ovvero il concreto ed attuale conseguimento dell’effettiva capacità di intimazione, nell’ambiente in cui l’associazione opera.
Tale contrasto ha comportato l’intervento delle Sezioni Unite della Cassazione con il provvedimento presidenziale n. 8572 del 28 aprile 2015, che ha ritenuto che il sodalizio deve avere una capacità di intimidazione non solo potenziale, ma anche attuale, effettiva ed obiettivamente riscontrabile capace di piegare ai propri fini la volontà di quanti vengono in contatto con i suoi componenti[22].
Tuttavia, questo provvedimento non è stato risolutivo, sicché successivamente alcune pronunce hanno ritenuto di poter prescindere dalla concreta manifestazione della forza di intimidazione.
Questa interpretazione, che prescinde dall’avvalimento del metodo mafioso, valorizza, in un’ottica di politica giudiziaria, la mutazione genetica delle associazioni mafiose, che, quando operano in territori diversi da quelli di origine, agiscono diversamente, prescindendo dal metodo mafioso, rimanendo sommerse e mimetizzandosi nel momento in cui si inseriscono nei gangli dell’economia produttiva e finanziaria. Si tratta, tuttavia, di una interpretazione che viene criticata dalla dottrina prevalente perché elimina un elemento del fatto tipico, attraverso una interpretazione in malam partem[23].
Il non sopito contrasto giurisprudenziale è stato recentemente rimesso alle Sezioni Unite dalla Sezione I della Cassazione penale con l’ordinanza n. 15768 del 2019[24].
L’ordinanza, dato atto del contrasto giurisprudenziale, evidenzia che le divergenze manifestate dai due indirizzi suddetti, senza che l’uno o l’altro possa ritenersi superato, non derivano da una semplice disomogeneità di approccio ai fatti da analizzare in chiave probatoria.
L’indirizzo, che si ricollega alla posizione a suo tempo ritenuta, nel citato provvedimento presidenziale, pressoché unanime, continua ad affermare incondizionatamente la necessità della manifestazione di una capacità di intimidazione non solo potenziale, ma attuale, effettiva e obiettivamente riscontrabile, capace di piegare ai propri fini la volontà di quanto vengano a contatto con i componenti dell’associazione.
L’altro indirizzo, invece, ha ormai espressamente chiarito che dovrebbe ritenersi sufficiente, ai fini dell’integrazione del reato, che certe condizioni facciano presagire una pericolosità mafiosa con connotazioni attuali per l’ordine pubblico, senza che occorra la dimostrazione di un’effettiva, e obiettivamente riscontrabile, manifestazione non solo interna, ma anche esterna, sul territorio di insediamento, della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano.
Le divergenze che in tal modo possono cogliersi paiono, invece, risiedere nell’individuazione delle stesse caratteristiche strutturali della fattispecie tipica, che il secondo indirizzo, diversamente dal primo, ritiene di mero pericolo.
Da ciò, dunque, la sussistenza, ad avviso della Sezione, dei presupposti di cui all’art. 618 c.p.p. per rimettere alle Sezioni Unite la seguente questione di diritto: “se sia configurabile il reato di cui all’art. 416-bis c.p. con riguardo a una articolazione periferica (c.d. locale) di sodalizio mafioso, radicata in un’area territoriale diversa da quella di operatività dell’organizzazione madre, anche in difetto della esteriorizzazione, nel differente territorio di insediamento, della forza intimidatrice e della relativa condizione di assoggettamento e di omertà, qualora emerga la derivazione e il collegamento della nuova struttura territoriale con l’organizzazione e i rituali del sodalizio di riferimento”.

Successivamente, con l’ordinanza del 17 luglio 2019, il Primo Presidente aggiunto della Corte di Cassazione non ha ravvisato l’effettiva sussistenza del contrasto ermeneutico dedotto dall’ordinanza di rimessione e, ai sensi dell’art. 172 disp. att. c.p.p., ha nuovamente restituito gli atti al Presidente della Prima Sezione per una più attenta valutazione[25].
Con tale ordinanza si è ritenuta erronea la prospettazione dei giudici remittenti e, al contrario, si è ribadito il saldo punto di vista del suo predecessore (l’ordinanza di restituzione degli atti del 28 aprile 2015), ovvero la non esistenza di alcun contrasto interpretativo sulla necessità della esteriorizzazione del metodo mafioso nel nuovo territorio di insediamento da parte di una articolazione periferica di un sodalizio tradizionalmente mafioso.
Quindi, sembrerebbe definitivamente conclusa l’intricata questione della configurabilità della fattispecie associativa di tipo mafioso rispetto alle c.d. mafie delocalizzate al Nord Italia o all’estero, vale a dire alle articolazioni o locali periferiche costituite da una consorteria mafiosa tradizionale (c.d. casa madre) in un territorio diverso da quello in cui normalmente essa è radicata.
Il dibattito sulla natura ‘giuridicamente’ mafiosa di un gruppo criminale concerne, difatti, piuttosto che la sfera del significato da attribuire alla articolata definizione del metodo mafioso contenuta nella fattispecie associativa c.d. mista di cui all’art. 416 bis, comma 3, c.p., la dimensione concreta e fenomenologica della struttura unitaria o duale delle associazioni coinvolte nella singola vicenda processuale e, quindi, il versante della prova della loro ‘mafiosità’.
In particolare, per il Presidente Aggiunto, il panorama giurisprudenziale sulle mafie delocalizzate “appare consolidato nell’affermare che ai fini della configurabilità di un’associazione di tipo mafioso è necessaria una effettiva capacità intimidatrice del sodalizio criminale da cui derivino le condizioni di assoggettamento ed omertà di quanti vengano con esso effettivamente in contatto”.
La differenza risiederebbe solamente nella prova del metodo mafioso: per le mafie di nuova creazione, che costituiscono al di fuori dei territori di appartenenza una struttura autonoma ed originale che si ripropone di adottare la metodica delinquenziale della ‘casa madre’, si dovrebbe sempre riscontrare nel nuovo ambiente l’esteriorizzazione del metodo mafioso in tutte le sue componenti; invece, per i nuovi aggregati che si pongono come mera articolazione territoriale di una tradizionale organizzazione mafiosa» sarebbe sufficiente la verifica di tale collegamento funzionale ed organico per inferire l’esistenza nella cellula dei tratti distintivi di un’associazione di tipo mafioso, «compresa la forza intimidatrice e la capacità di condizionare l’ambiente circostante.
Dunque, la questione sembrerebbe riguardare la corretta valutazione delle evidenze probatorie e, quindi, delle caratteristiche organizzative della cellula delocalizzata, dei suoi rapporti con la casa madre, nonché delle forme di esteriorizzazione del metodo mafioso, anche in forma silente.
Quest’ultimo provvedimento, nella sua parte conclusiva, enuncia implicitamente il principio di diritto, secondo cui non è possibile immaginare una fattispecie associativa mafiosa a geometria variabile, in cui la consistenza del tipo criminoso dell’art. 416 bis c.p. muti a seconda delle caratteristiche concrete dei fenotipi criminali a cui deve essere in concreto applicato.
Qualunque sia la natura dell’associazione non tradizionale (delocalizzata, estera o autoctona) resta sempre imprescindibile la dimostrazione della effettiva sussistenza del metodo mafioso così come definito dal comma 3 della medesima disposizione di legge[26].

Capitolo III – La sentenza della Corte di Cassazione penale, sezione VI, n. 18125 del 22 Ottobre 2019

1 – La vicenda di “Mafia Capitale” e controversa applicabilità dell’art. 416-bis c.p. ad associazioni criminali diverse dalle mafie “storiche” (Tribunale Roma, sentenza 20 luglio 2017 n. 11730)

Con la vicenda nota alle cronache con il nome di Mafia capitale o Mondo di mezzo la casistica sulle c.d. “nuove mafie”, ossia su quelle organizzazioni criminali che, pure non presentano i tratti consueti del fenomeno mafioso ma rispetto alle quali, tuttavia, si ipotizza una qualificazione ai sensi dell’art. 416-bis c.p., si è arricchita di un ulteriore e significativo capitolo.
Ciò ha offerto notevoli spunti sulla questione della qualificazione penalistica delle consorterie che si annidano nella “zona grigia” politico-affaristica.
L’opera di esplorazione dei margini della fattispecie, ormai da tempo condotta dalla giurisprudenza, è giunta al cuore del delitto associativo, andando ad interessare il requisito del metodo mafioso e, in particolare, il profilo della (formazione della) carica intimidatoria autonoma.
Nella vicenda di Mafia capitale il profilo problematico più chiaramente incidente concerne la conoscenza reciproca tra i partecipi dei due gruppi originari che, a mente della sentenza di primo grado, non avrebbero mai stretto alcun rapporto di collaborazione. Si trascende, quindi, dalle vicissitudini del sodalizio capitolino e si guarda al modo in cui sono strutturate quelle reti criminali che si costituiscono per effetto dell’incontro, nel mondo di mezzo, tra classe dirigente deviata e delinquenza “tradizionale”.
Quindi, la questione essenziale era se può dirsi “mafiosa” un’associazione che per acquisire e gestire gli appalti pubblici si avvaleva di consolidate pratiche corruttive che impegnavano, spesso di persona, gli stessi appartenenti al sodalizio e che solo “all’occorrenza” aveva a disposizione una capacità d’intimidazione “esterna” legata al riconosciuto “spessore criminale” del “capo” dell’associazione; e a quali livelli allignassero, nella realtà imprenditoriale e amministrativa della Capitale, assoggettamento e omertà.
Il 16 ottobre 2017 il Tribunale di Roma[27] ha depositato le corpose motivazioni (oltre tremila pagine) della sentenza relativa al suddetto processo, all’esito del quale hanno tuttavia ritenuto di escludere il carattere della mafiosità con riferimento alle associazioni criminali organizzate, reputando più corretto qualificare le due entità come associazioni per delinquere “semplici” ai sensi dell’art. 416 c.p.
Il profilo giuridico maggiormente controverso del processo è rappresentato proprio dall’applicabilità del reato di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416-bis c.p. anche ad un gruppo criminale per così dire “non tradizionale”, ossia non appartenente e non riconducibile ad una delle organizzazioni mafiose “storiche”, gruppo che, tra l’altro, opera all’interno di un territorio – quello capitolino – rispetto al quale non è conosciuta (giudiziariamente) una strutturale e radicata presenza strettamente mafiosa[28].
Il Tribunale di Roma precisa che, perché si realizzi il delitto di cui all’art. 416-bis c.p., non sia indispensabile che l’associazione abbia origine mafiosa o sia ispirata o collegata necessariamente alla mafia: in tal modo, vengono subito prese le distanze dall’opinione di chi, soprattutto in passato, aveva manifestato riserve rispetto alla possibilità di estendere il paradigma definitorio del metodo mafioso a gruppi criminali storicamente e sociologicamente lontani dalle mafie tradizionali.
Con riferimento, poi, all’origine e alla utilizzazione del metodo intimidatorio, i giudici correttamente affermano che è l’associazione e soltanto essa, indipendentemente dal compimento di specifici atti di intimidazione da parte dei singoli associati, ad esprimere il metodo mafioso e la sua capacità di sopraffazione, che rappresenta l’elemento strutturale tipico del quale gli associati si servono in vista degli scopi propri dell’associazione. Così facendo, l’associazione deve aver conseguito, nell’ambiente in cui opera, un’effettiva capacità prevaricatrice, sino ad estendere intorno a sé un alone di intimidazione diffusa, che si mantenga vivo anche a prescindere da singoli atti di intimidazione concreti posti in essere da questo o quell’associato.
Inoltre, tale Tribunale opera poi una distinzione tra mafie “storiche” ed associazioni non riconducibili alle mafie tradizionali: per le prime, la carica intimidatoria autonoma rappresenta il risultato di una pregressa pratica criminale, già attuata in un determinato ambito territoriale; invece, è necessario accertare il verificarsi di atti di violenza e/o di minaccia e se tali atti abbiano sviluppato intorno al gruppo un alone permanente di diffuso timore, tale da determinare assoggettamento ed omertà e tale da consentire alla associazione di raggiungere i suoi obiettivi proprio in conseguenza della fama di violenza ormai raggiunta.
Più in particolare, i giudici puntualizzano che il beneficio della “riserva di violenza” può realizzarsi “solo in quelle associazioni criminali che siano derivate da altre associazioni, già individuabili come mafiose per il metodo praticato, e non può invece configurarsi nei casi delle mafie di nuova formazione”, in quanto una tale interpretazione sarebbe in contrato con la lettera dell’art. 416-bis c.p.
In tal modo, i giudici di primo grado hanno adottato un approccio più rigoroso rispetto all’applicazione del reato di associazione mafiosa ex art. 416-bis c.p. a contesti criminali diversi da quelli “tradizionali”.
In altri termini, il timore reverenziale suscitato dal “mito del capo” non può mai bastare per qualificare una associazione come mafiosa ai sensi dell’art. 416-bis c.p.: in caso contrario, ci si troverebbe di fronte alla paradossale situazione in cui il connotato della mafiosità sarebbe più facilmente riconosciuto in capo a gruppi, magari molto piccoli ma, caratterizzati dalla presenza “ingombrante” di un leader che ostenta il suo potere e la sua influenza, rispetto a quelle ben più pericolose consorterie che, pur efficientemente organizzate, non espongono le figure di vertice e privilegiano una “mimetizzazione” nel territorio d’azione.
Esisterebbe, così, una carica intimidatoria autonoma, a prescindere dai singoli atti di violenza o minaccia.
Altresì, secondo tali giudici, i destinatari della forza di intimidazione non possono essere i pubblici ufficiali, dal momento che l’associazione avrebbe instaurato con essi rapporti di tipo eminentemente corruttivo.
Pertanto, secondo il loro ragionamento non si tratterebbe di mafia, ma di una consolidata e stabile prassi corruttiva tra soggetti, peraltro in parte uniti da trascorsi politici o criminali comuni.
Quindi, in questa vicenda si è limitata la libera concorrenza, attraverso forme di corruzione sistematica, non precedute da alcun metodo intimidativo mafioso, sicché vi era un “sistema” gravemente inquinato, non dalla paura, ma dal mercimonio della pubblica funzione: la vendita delle funzioni avveniva, invero, non per il timore di ritorsioni violente da parte di un gruppo già noto per l’impiego pregresso di simili modalità operative e per la sua comune storia criminale, ma grazie alla stipula di intese sinallagmatiche nel reciproco interesse delle parti nell’ambito di un “fenomeno diverso, di collusione generalizzata, diffusa e sistemica”.

2 – Risvolti con la sentenza della Corte di Cassazione penale n. 18125/2019

La Corte di Cassazione ha concluso la saga ‘Mafia Capitale riscrivendone il finale e decretando che non fu vera mafia.
Invero, i giudici di legittimità hanno escluso definitivamente la possibilità di sussumere i fatti contestati agli imputati della nota vicenda romana nel delitto di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416 bis c.p., derubricandoli in quello sensibilmente meno grave di cui all’art. 416 c.p.
Tali conclusioni sono l’esito di un percorso logico-argomentativo piano e lineare che muove dalla descrizione di una premessa di tipo metodologico, passa per la previa ricostruzione della tipicità rafforzata dell’art. 416 bis c.p. rispetto a quella dell’art. 416 c.p. e termina con una meticolosa descrizione dei vizi di legittimità della decisione dei giudici del gravame che, ribaltando il giudizio di primo grado, avevano ravvisato nella vicenda mafia capitale una associazione di tipo mafioso[29].
Per la Corte, ai fini della configurabilità del delitto di associazione di tipo mafioso, in ragione della sua natura giuridica di fattispecie associativa mista o ‘che delinque’, non può essere accertata la mera potenzialità, per quanto seria, di un futuro uso del metodo mafioso, dovendosi verificare in concreto la sua effettiva incidenza nell’ambito di operatività del sodalizio.
Diversamente dall’art. 416 c.p., che rappresenta al contrario una fattispecie associativa pura o per delinquere, per la sua integrazione non è sufficiente la mera intenzione della futura commissione di delitti attraverso una stabile organizzazione di mezzi e persone, ma il concreto innesco di una serie di “effettive derivazioni causali” tra la condotta di ‘avvalimento’ della forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo e l’assoggettamento e l’omertà diffuse nella cerchia di persone che con il sodalizio si relazionano.
L’art. 416 bis, comma 3, c.p., infatti, seppure con terminologia di derivazione socio-criminologica inevitabilmente elastica, descrive a livello normativo generale ed astratto il modus operandi che deve contraddistinguere un’associazione di tipo mafioso, individuandolo, da un lato, nella esternazione della forza di intimidazione da parte dell’intero sodalizio e, dall’altro, nella produzione (concretamente apprezzabile) nei territori in cui questo opera di uno stato latente di assoggettamento omertoso obiettivamente riscontrabile.
Contrariamente a quanto sostenuto in taluni arresti giurisprudenziali formatisi negli ultimi anni soprattutto in materia di mafie delocalizzate, la capacità intimidatrice del metodo mafioso deve avere necessariamente un riscontro esterno e non può essere limitata ad una mera potenzialità astratta.
Il c.d. metodo mafioso deve necessariamente avere una sua esteriorizzazione quale forma di condotta positiva richiesta dalla norma con il termine avvalersi. Ciò che è essenziale è che la fonte della forza di intimidazione derivi dall’associazione, cioè dal gruppo, dal suo prestigio criminale, dalla sua fama, dal vincolo associativo e non dal prestigio criminale del singolo associato.
Inoltre, ai fini della sua concretizzazione non è però sempre richiesto il compimento di atti integranti gli estremi della violenza o minaccia, almeno in forma tentata, quale riflesso empirico del suo avvalimento.
Infatti, gli Ermellini hanno statuito che “la necessità di esteriorizzazione della capacità di intimidazione non presuppone necessariamente il ricorso alla violenza o alla minaccia da parte dell’associazione e dei singoli partecipi; la violenza e la minaccia, rivestendo natura strumentale nei confronti della forza di intimidazione, costituiscono solo un modo, uno strumento – eventuale, possibile, come altri – con cui quella forza di intimidazione può manifestarsi, ben potendo quest’ultima esternarsi anche con il compimento di atti non violenti, ma pur sempre espressione della esistenza attuale, della fama criminale e della notorietà del vincolo associativo[30].
Dunque, la forza di intimidazione rappresenta all’interno della fattispecie associativa mafiosa un requisito di tipicità a forma libera, declinabile in modi eterogenei a seconda della sotto-tipologia mafiosa considerata e non predeterminabili tassativamente ex ante dal legislatore[31].
Questa conclusione circa la dimensione concreta e non potenziale del metodo mafioso vale indistintamente per tutte le tipologie di mafie atipiche: le straniere, le delocalizzate e le autoctone. Ciò che muta è solamente il materiale probatorio utile a configurarlo, potendo crearsi sottotipi applicati in base alle caratteristiche assunte dai diversi gruppi criminali nei loro contesti di azione, come dimostra, ad esempio, l’erosione del requisito della territorialità per le mafie straniere.
In ogni caso, per qualsiasi nuova formazione illecita associata, non basta ad integrare tale requisito di tipicità dell’art. 416 bis c.p. la mera riproduzione all’interno del sodalizio di regole, strutture e ripartizioni gerarchiche dei ruoli analoghe a quelle dei gruppi mafiosi storici, essendo imprescindibile l’esteriorizzazione in concreto della capacità di intimidazione all’esterno e la connessa produzione di un assoggettamento omertoso diffuso[32].
Si rileva che la sentenza di “Mafia Capitale” – soprattutto se considerata non in maniera isolata, ma in stretta connessione con altre tre decisioni coeve della stessa Corte di Cassazione, l’ordinanza di restituzione alla Sezione remittente del Presidente della S.C. del 17 luglio del 2019 con cui si è negata l’esistenza di un contrasto interpretativo in materia di mafie delocalizzate, la successiva decisione della Prima Sezione[33] e la sentenza che ha ravvisato la sussistenza dell’art. 416 bis c.p. nel caso Fasciani[34] – segnala una oramai stabile inversione di tendenza della giurisprudenza di legittimità rispetto al problema della qualificazione giuridica delle mafie atipiche, dopo anni di pericolosi sbandamenti[35].

3 – La sentenza della Cassazione sulla mafia ostiense ribadisce la tesi dell’effettività (Cassazione, Sez. II, n. 10255/2020)

La tesi secondo cui il sodalizio deve essere concretamente avvalso del metodo mafioso (provocando assoggettamento ed omertà) è stata recentemente ribadita dagli Ermellini con la sentenza n. 10255/2020, sulla c.d. mafia ostiense[36].
Tale metodo, per integrare la fattispecie incriminatrice, allorché attenga a struttura autonoma ed originale caratterizzata dal proposito di utilizzare la stessa metodica delinquenziale delle mafie storiche, deve andare al di là di una mera dichiarazione di intenti, altrimenti si rischia di far sconfinare il “tipo” normativo in connotazioni meramente soggettivistiche, sulla falsariga di modelli di “tipo d’autore”, ormai preclusi al sistema.
In sostanza, l’associazione mafiosa è strutturalmente aperta: chiunque dia vita o partecipi ad un sodalizio che persegua quei fini con quel metodo, è chiamato a rispondere del reato, a prescindere dal nomen, dal territorio e dagli eventuali delitti specifici riferibili a quel sodalizio.
Non è la “mafiosità” del singolo o dei singoli a qualificare, in sé, l’associazione; ma è il “il modo di essere e di fare” che individua il tratto che rende quella associazione “speciale” rispetto alla comune associazione per delinquere ex art. 416 c.p., e che rappresenta il coefficiente di disvalore aggiunto che giustifica, anche sul piano costituzionale, il più grave trattamento sanzionatorio[37].
Altresì, la presenza, seppur necessariamente adattata alla realtà dimensionale, di un livello oggettivo del metodo mafioso vale a consegnare alla fattispecie un coefficiente di offensività tale da giustificare, sul piano della proporzionalità, le rigorose sanzioni[38].

CONCLUSIONI

Dalla sentenza in commento è possibile ricavare una serie di punti fermi in argomento che possibilmente condizioneranno i futuri orientamenti interpretativi in questa materia così insidiosa.
In primo luogo, la decisione ha l’indiscusso merito di fornire una risposta al dilemma circa la qualificazione mafiosa dei fenotipi associativi differenti da quelli classici attraverso un impianto argomentativo rigoroso e scevro da precomprensioni extragiuridiche e, all’opposto, incardinato su un approccio strettamente giuspenalistico, illuminato dai principî costituzionali di legalità, offensività e proporzionalità-ragionevolezza della pena.
Infatti, la questione della natura mafiosa di un sodalizio criminale autoctono deve essere affrontata adoperando un paradigma valutativo di tipo rigorosamente giuridico, segnalando come questo sia l’unico utilizzabile per tutte le c.d. nuove mafie di cui all’art. 416 bis, ultimo comma, c.p., qualunque sia la loro declinazione. La qualificabilità in termini mafiosi delle nuove associazioni criminali diverse dai sodalizi storici non può essere esclusa o ammessa incondizionatamente apriori, ma deve essere sempre subordinata all’accertamento in concreto, nel singolo caso, dell’effettiva sussistenza dei requisiti di tipicità del delitto associativo mafioso esplicitati nel comma 3 dell’art. 416 bis c.p.
Pertanto, il tratto identitario più forte del metodo mafioso è costituito dalla forza intimidatrice che deve promanare dal vincolo associativo, essendo al contempo strumento primario per l’affermarsi della mafia in un dato contesto storico/sociale e requisito fondamentale e specializzante della fattispecie.
In secondo luogo, proprio la scelta di metodo di far discendere la risposta al quesito sulla caratura mafiosa o meno della vicenda ‘mafia capitale’ da un rigoroso apprezzamento di tipo normativo-valutativo, lascia intravedere una riaffermazione forte del valore vincolante del principio di legalità legicentrico in ambito penale.
Inoltre, la sentenza conferma l’importanza della funzione della nomofilachia in un sistema penale a legalità formale come il nostro, consentendo di emendare a violazioni di legge emerse nelle decisioni di merito per motivi di legittimità e di cristallizzare una interpretazione delle medesime norme incriminatrici più fedele al dato normativo.
Infine, la sentenza in commento conferma l’intreccio tra profili probatori e questioni di diritto sostanziale.
Anche questa decisione sembra infatti rimarcare, ancora una volta, come spesso in materia di mafia non sia in discussione il tipo criminoso descritto dall’art. 416 bis c.p. e, soprattutto, la centralità al suo interno del requisito strutturale del metodo mafioso, ma unicamente il materiale probatorio necessario a provarlo.
Non è, dunque, possibile individuare una tipicità differenziata per le mafie tradizionali e per quelle nuove, sicché il modello delittuoso di associazione di tipo mafiosa è e resta unico, variando solamente gli elementi da prendere in considerazione per affermarne la sussistenza a seconda del sotto-tipo fenomenologico di volta in volta in gioco.
Questo vuol dire che se non è stata ragionevolmente ravvisata in questa vicenda specifica una associazione di tipo mafioso, non è però preclusa la possibilità che in altri casi all’apparenza analoghi di mafie autoctone o di altre mafie nuove possa pervenirsi a soluzioni opposte, purché nei giudizi di merito si accerti in concreto l’effettiva esplicitazione del metodo mafioso nelle sue plurime componenti.
In conclusione, la decisione in commento costituisce il punto di partenza per la soluzione dei problemi analoghi che, in futuro, potranno affiorare rispetto a tutte le mafie atipiche.
Difatti, la criminalità organizzata oggi cresce e prospera utilizzando la corruzione e affermando il suo potere nella società, sicché occorre adattare e migliorare gli strumenti per contrastare le nuove forme della criminalità mafiosa, modificando il delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso.
Invero, la mafia contemporanea è silente e mercatistica e non più violenta come nel passato.
Pertanto, nel metodo mafioso vanno inserite le condotte corruttive che sono la caratteristica dominante delle nuove mafie.
Tuttavia, bisogna considerare il rischio che il processo di stabilizzazione giurisprudenziale in atto, funzionale alla garanzia della legalità convenzionale, possa subire battute d’arresto a causa di ulteriori “disorientamenti” giurisprudenziali di vario genere, dovuti all’influenza del dato fattuale e probatorio sull’interpretazione della fattispecie stessa, intrisa di elementi elittici.

PARERE

Tizio, Caio e Sempronio si associavano al fine di commettere reati contro il patrimonio e contro la pubblica amministrazione nel settore degli appalti comunali. Tizio e Caio, in particolare, avevano riportato nel tempo diverse sentenze di condanna per rapina, sequestro di persona e corruzione. Attraverso lo sfruttamento della rispettiva caratura criminale, si vedevano aggiudicare gare di cui riuscivano a condizionare i termini dei bandi e le relative aggiudicazioni, il tutto senza commettere atti di violenza esplicita. Tizio viene ristretto con l’accusa di associazione di tipo mafioso. Lo specializzando assunte le vesti di legale di Tizio, soffermandosi in particolare sulla riserva di violenza e sui nuovi modelli associativi prospettati dalla giurisprudenza (le cc.dd. piccole e nuove mafie), rediga un parere motivato sulla possibile linea di difesa da seguire.

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Al fine di rendere motivato parere, in ordine alle problematiche oggetto di odierna disamina, è preliminare la trattazione della disciplina principale in materia, relativa all’art. 416 bis c.p., ovvero associazione di tipo mafioso.
Dall’attenta analisi di suddetto articolo, si evince chiaramente che la norma in questione punisce tutte le ipotesi di compartecipazione nel delitto di associazione di stampo mafioso e cioè le connivenze politiche, economiche e sociali.
In particolare, la norma in esame è diretta a tutelare l’ordine pubblico, minacciato dall’utilizzo della forza di intimidazione e dalla conseguente condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva.
Proprio per tale motivo, la disposizione in esame si differenzia dall’associazione per delinquere, prevista all’416, relativamente alle finalità, in quanto, oltre alla commissione di delitti, l’associazione in esame può perseguire anche finalità lecite avvalendosi del mezzo illecito della forza di intimidazione. Di conseguenza, è sufficiente la presenza di una soltanto delle finalità indicate dalla norma, al cui elencazione è tassativa.
L’oggetto precipuo della traccia impone all’odierna scrivente di stabilire, tra l’altro, se la condotta di Tizio sia attribuibile alla fattispecie prevista dall’art. 416 bis c.p. e se abbia agito secondo rientra tra i nuovi modelli associativi prospettati dalla giurisprudenza, ovvero le cosiddette piccole e nuove mafie.
Nella fattispecie che ci occupa, in particolare, Tizio, Caio e Sempronio si associavano al fine di commettere reati contro il patrimonio e contro la pubblica amministrazione nel settore degli appalti comunali.
Segnatamente, Tizio e Caio, avevano riportato nel tempo diverse sentenze di condanna per rapina, sequestro di persona e corruzione. Data la loro caratura criminale, si vedevano aggiudicare gare di cui riuscivano a condizionare i termini dei bandi e le relative aggiudicazioni, senza però commettere atti di violenza diretta.
Successivamente, Tizio viene ristretto con l’accusa di associazione di tipo mafioso.
Ad una prima attenta analisi, sembrerebbe che Tizio fosse compartecipe nel delitto di associazione di stampo mafioso ex art. 416 bis c.p., in quanto tramite la forza di intimidazione e la conseguente condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva, abbia ottenuto l’aggiudicazione delle gare condizionando i termini dei bandi e le relative aggiudicazioni, senza però commettere atti di violenza esplicita.
Per qualificare come mafiosa un’organizzazione criminale è necessaria la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare, per il solo fatto dell’esistenza, una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati all’organismo criminale.
A tal proposito, la giurisprudenza prevalente ritiene che la formula “si avvalgono della forza di intimidazione” debba essere intesa nel senso che l’associazione abbia come programma il ricorso alla forza di intimidazione per realizzare i propri scopi, quindi non viene ritenuto necessario l’effettivo ricorso dell’associazione al compimento di atti intimidatori. Quindi non necessariamente deve esservi il ricorso ad atti di minaccia, deve però sussistere un alone penetrante e avvertibile di presenza intimidatoria e sopraffattrice, frutto di uno stile di vita consolidato nel tempo.
Ai fini dell’individuazione del sodalizio ex art. 416 bis c.p. sono determinanti l’elemento personale (con la distribuzione gerarchica dei ruoli), le strutture organizzative e logistiche, l’ambito territoriale e la tipologia dei reati-fine, tratti distintivi che indiziano la diversità, ai fini della preclusione dell’art. 649 c.p.p., delle compagini, sempre che ciascuna sia dotata di autonomia decisionale ed operativa rispetto all’altra.
L’associazione di stampo mafioso si distingue dall’associazione a delinquere ex art. 461 c.p. per il principale ed imprescindibile metodo mafioso.
In particolare, il metodo mafioso si concretizza dal lato attivo per l’utilizzo da parte degli associati della forza intimidatrice scaturente dal vincolo associativo mafioso e, dal lato passivo, per la situazione di assoggettamento ed omertà che tale forza intimidatrice determina nella collettività, in modo da indurre comportamenti non voluti, anche a prescindere dall’utilizzo di vere e proprie minacce o violenze.
Quindi, è sufficiente che l’associazione goda di una certa fama di violenza di potenzialità di sopraffazione, sviluppando attorno a sé e nella comunità di riferimento una potenza intimidatrice attuale, concreta e stabile.
La prova degli elementi caratterizzanti l’ipotesi criminosa di cui alla citata norma può essere desunta con metodo logico induttivo in base al rilievo che il clan presenti tutti gli indici rilevatori del fenomeno mafioso: ovvero la segretezza del vincolo, i rapporti di comparaggio, il rispetto assoluto del vincolo gerarchico, l’accollo delle spese di giustizia da parte della cosca, il diffuso clima di omertà come conseguenza e indice rivelatore dell’assoggettamento alla consorteria[39].
Tuttavia, la presenza, tra gli affiliati di un sodalizio criminale, di persone già condannate per delitti di mafia non costituisce elemento decisivo per configurare il sodalizio come mafioso, se la caratura mafiosa del singolo soggetto non sia trasmessa all’intera struttura associativa, non potendo essere accolta in astratto, in difetto di una concreta verifica, la regola “semel mafioso, semper mafioso[40].
Oggi, rispetto al passato, le nuove manifestazioni del metodo mafioso sono diverse poiché le nuove mafie s’infiltrano nei circuiti legali in maniera “occulta” per riciclare i proventi illegali, di conseguenza, si evidenziano non pochi problemi dal punto di vista giuridico.
Innanzitutto, la giurisprudenza ha prospettato nuovi modelli associativi (le cosiddette piccole e nuove mafie).
In particolare, le nuove mafie si adattano e si mimetizzano in qualsiasi ambiente come i camaleonti: si trovano ovunque, ovvero nell’imprenditoria, nella politica, nella Chiesa, nelle istituzioni pubbliche. Non ci sono più coppola e lupara ma denaro e corruzione. La loro natura criminale, però, non viene meno, ma si modifica e si adatta alle circostanze.
Quindi, le nuove organizzazioni criminali si distinguono nettamente dalle mafie violente e intimidatrici di trent’anni fa ormai quasi scomparse. Oggi la mafia a livello normativo dovrebbe essere anche quella silente e mercatistica che si fa forte del potere economico corruttivo stabilmente infiltrato, senza intimidazione e violenza. Crimine organizzato e corruzione costituiscono ormai un unicum indifferenziato. La criminalità organizzata moderna utilizza la corruzione come strumento privilegiato di operatività. Essa s’infiltra nell’amministrazione pubblica e nell’economia attraverso metodi non violenti.
In ogni caso, il tratto caratteristico della delinquenza mafiosa rimane, nelle aree vecchie come nelle nuove, la presa sulla società, il controllo diretto del territorio.
Pertanto, tale natura camaleontica delle consorterie mafiose ha sollevato diversi e inediti problemi interpretativi, inerenti la configurabilità della fattispecie associativa a struttura mista prevista e punita dall’art. 416 bis c.p. rispetto agli affiorati e distinti fenomeni delle c.d. “mafie senza nome”, “mafie autoctone” ed alle “mafie delocalizzate all’estero”.
Il tema delle cc.dd. nuove e piccole mafie che, pur aggiungendosi alle mafie storiche, sembrano rimanere svincolate dalle originarie caratterizzazioni della fattispecie. Si prospetta, così, una sorta di dequalificazione del delitto attraverso una deminutio del modello associativo tradizionale, sia in termini di dimensione strutturale, che di estensione di operatività, con conseguente realizzazione di un illecito «a geometria variabile».
Dal concetto di “nuove mafie” è necessario tenere ben distinto quello di “mafie delocalizzate”, che indica quelle cellule di associazioni mafiose operanti in contesti territoriali, culturali ed economici storicamente estranei al fenomeno mafioso. Segnatamente, le associazioni in questione si inseriscono nell’ambito del fenomeno di occupazione di territori una volta immuni da forme di manifestazione delinquenziale mafiosa, ad opera di sodalizi già ben consolidati in diverse realtà territoriali. Tali nuove realtà restano strettamente legate alla casa madre, da cui mutuano le stesse regole organizzative.
Quindi, sul fronte delle mafie “delocalizzate”, le associazioni mafiose tradizionali e consolidate si trovano ad agire in un diverso contesto sociale rispetto a quello in cui hanno stabilmente creato un contesto di sudditanza del corpo sociale.
Si è così affermato nel panorama giurisprudenziale, un modello di associazione mafiosa svincolato dal modello storico o tradizionale che viene a prospettare la configurabilità di nuove forme di associazioni di tipo mafioso, di origine non remota, comunque in grado di sviluppare intimidazione.
In tale percorso di degradazione degli indici qualitativi della fattispecie – a considerare l’omertà e l’assoggettamento come semplici corollari dell’intimidazione (ovvero, meglio, l’assoggettamento come il risultato esterno della forza di intimidazione e l’omertà come un aspetto particolare dell’assoggettamento) – è proprio la forza di intimidazione, quale primario elemento strumentale tipico finalizzato alla realizzazione degli scopi dell’associazione a subire il primo e più profondo ridimensionamento in termini di intensità e di significato.
Il criterio del collegamento, infatti, non potrebbe da solo costituire l’unico indice di riferimento per la sussunzione delle consorterie delocalizzate sotto al genus normativo dell’art.416 bis c.p., poiché un sistema di diritto penale costituzionalmente incentrato sul principio di legalità dei reati e delle pene, non può che ammettere la riconduzione di una determinata fattispecie criminosa sotto l’ipotesi normativamente prevista, esclusivamente in presenza di tutti gli elementi strutturali ex lege previsti.
Secondo l’orientamento tradizionale e restrittivo, difatti, la forza di intimidazione verrebbe ad esprimere una carica autonoma e sistematica, diffusa, così profonda e radicata nel tessuto sociale da lasciare interpretare la condizione di assoggettamento e dell’omertà come uno stato di assoluta compromissione della libertà di autodeterminazione: in sintesi, uno stato di immanenza intimidatoria.
Secondo l’indirizzo nuovo ed estensivo, invero, la carica intimidatoria del sodalizio non richiederebbe particolari connotazioni, potendosi prospettare anche allo stato generico, potenziale o, addirittura, occasionale.
Per tale orientamento, infatti, anche una singola condotta, considerata in rapporto alle sue specifiche modalità ed al tessuto sociale di incidenza, sarebbe in grado di esprimere di per sé la forza intimidatrice di un vincolo associativo.
Tale degradazione di significato del principale indice di mafiosità viene, quindi, a riflettersi sulle conseguenze della carica intimidatoria ed, in particolare, sul controllo del territorio.
Secondo l’indirizzo estensivo, difatti, il controllo del territorio da parte del sodalizio sarebbe solo una conseguenza eventuale della esistenza di un’associazione, peraltro priva di particolari connotazioni, potendo riguardare indifferentemente “territori più o meno estesi ma anche solo limitati settori ed attività o a limitati aggregati sociali e ciò, nonostante la dottrina avesse qualificato il controllo sul territorio come una naturale finalità della associazione.
In tal modo, si è ben lontani da quella effettiva e permanente capacità di intimidazione richiesta dalla giurisprudenza come “patrimonio” ed elemento strutturale del sodalizio, da quell’alone permanente che si manteneva vivo a prescindere dal compimento dei singoli atti di intimidazione.
Dunque, la carica intimidatoria autonoma è l’intera fattispecie a risultare ridimensionata.
È proprio sul terreno dell’intimidazione, difatti, che si gioca la partita dei confini della fattispecie, in quanto il primo quesito da risolvere, al fine di uniformare i diversi indirizzi interpretativi in tema di associazione mafiosa, è stabilire con chiarezza se la carica intimidatoria percepita all’esterno, sia essa esplicita , implicita o anche solo larvata, debba risultare immanente, sistematica e radicata sul territorio, ovvero possa essere anche solo occasionale, isolata o allo stato embrionale o potenziale.
Pertanto, al di là del criticabile ricorso all’idea di un metodo mafioso ridotto a mero oggetto di dolo specifico, occorre a questo punto verificare se nella vicenda in esame si è effettivamente manifestata almeno una “capacità potenziale di sprigionare una pressione idonea a suscitare soggezione verso i soggetti non affiliati all’organizzazione”, ovvero se sussiste l’effettivo stato di assoggettamento e di omertà, a prescindere dal compimento dei delitti fine.
D’altra parte, tanto più si potrà prescindere dal compimento dei singoli atti di intimidazione per accertare la presenza di un sodalizio mafioso, quanto maggiore e più intensa dovrà risultare la manifestazione della carica intimidatoria autonoma.
Dovrà, dunque, trattarsi non di una forza intimidatrice qualunque, bensì di una carica di intimidazione qualificata, attuale, abituale, autonoma, sistematica, diffusa e fortemente radicata sul territorio: una sorta di intimidazione ambientale.
Ma non solo, l’intimidazione dovrà mostrare un’intensità così elevata, forte e pungente da risultare in grado di sviluppare nella comunità dei consociati una “diffusa propensione al timore nei confronti del sodalizio” , una “fama di violenza e di potenzialità sopraffattrice”, una fama criminale di intensità così elevata da determinare il silenzio ed il piegamento della volontà di fronte al sodalizio.
Dunque, secondo l’indirizzo interpretativo tradizionale la carica intimidatoria dovrà risultare in grado di condizionare, limitandola, la libertà di scelta di quanti entreranno in contatto con l’associazione, sprigionando così quell’aurea di paura ingenerata dal potere arbitrario tipico del sodalizio mafioso.
Non è un caso che, secondo l’impostazione originaria, il sodalizio mafioso venisse strettamente collegato all’uso delle armi.
D’altra parte, la tipica carica intimidatoria di un sodalizio mafioso “non nasce dal nulla”, traendo pur sempre origine “da una pregressa e più o meno antica pratica di violenza e di intimidazione coltivata sistematicamente” nell’intero territorio di riferimento.
Per quanto riguarda la categoria dei pubblici funzionari l’utilizzabilità stessa di un’intimidazione, pur “di riserva”, nei loro confronti sembra rivestire in quella vicenda un carattere meno che residuale: si insiste sulla “preferenza” del sodalizio per il metodo corruttivo.
I pubblici funzionari coinvolti nella vicenda non sembrano essere stati, insomma, plausibile bersaglio di alcuna intimidazione, neppure potenziale.
Infatti, pare eccessiva l’affermazione che sarebbe stata la “paura de lui” la chiave che consentiva di aprire tutte le porte, anche quelle della pubblica amministrazione.
Ma se anche i funzionari addetti a gare d’appalto, autorizzazioni ecc. fossero stati attinti da un’attività di intimidazione esercitata direttamente verso di loro, la qualificazione mafiosa del sodalizio sarebbe tutt’altro che scontata. Perché ci sia associazione di tipo mafioso, in effetti, non può bastare che un gruppo di soggetti pratichi, anche sistematicamente, violenza o minaccia – anche in maniera larvata o implicita – nei confronti dei soggetti da cui vogliono ottenere le prestazioni che servono per acquisire le posizioni di vantaggio o monopolio indicate nell’art. 416-bis, o semplicemente per conseguire profitti ingiusti. I riflessi negativi sulla libertà morale dei destinatari delle intimidazioni sono già “calcolati” nella modalità di tutela penale che viene apprestata attraverso le fattispecie di violenza privata, estorsione, minaccia aggravata ecc., che possono costituire i reati-scopo di associazioni dedite a siffatte attività. L’art. 416-bis richiede molto di più della avvenuta vittimizzazione di una pluralità di soggetti: per quanto possa essere un’operazione impegnativa, esige che sia riscontrato un clima di soggezione all’interno di uno o più contesti di vita sociale.
Può avere un senso, piuttosto, verificare se almeno i prodromi di una dinamica intimidazione/assoggettamento, tipica della realtà mafiosa, possono essersi sviluppati presso un’altra categoria potenzialmente interessata: quella degli imprenditori concorrenti dei soggetti “favoriti” nei settori economici che il sodalizio intendeva controllare.
Sotto questo profilo, non sembra invero emergere alcun avvalimento significativo di una forza di intimidazione da parte del nuovo sodalizio, anche solo nello specifico ambito di infiltrazione, nel senso di una prospettazione, pur implicita o meramente evocativa, nei confronti di soggetti estranei, di conseguenze pregiudizievoli (per la vita o l’integrità fisica) in caso di ribellione (cioè di mancato assoggettamento) alla logica predatoria che anima imprenditori e funzionari associati.
Quindi, non sembrano emergere da essi profili idonei a segnalare l’utilizzazione di intimidazioni mafiose.
Dunque, le nuove e piccole mafie, si caratterizzano sulla necessaria prevedibilità dell’illecito penale, principio di matrice europea sussunto nel principio di legalità di derivazione costituzionale e convenzionale, reclamato dalla giurisprudenza internazionale unitamente ai principi della tassatività e della determinatezza.
La norma incriminatrice deve risultare prevedibile e conoscibile al momento della commissione del fatto ad evitare che l’interpretazione possa assumere cadenze inusitate, travalicando le finalità perseguite dall’incriminazione.
È, dunque, rimessa al principio di prevedibilità, richiamato dall’art. 7 CEDU e dall’art. 46 Carta di Nizza, la protezione della libertà di autodeterminazione dell’individuo in modo da assicurare a quest’ultimo una piena consapevolezza nella scelta della propria condotta.
Il messaggio intimidatorio può acquisire diverse forme che si pongono in stretta correlazione con il livello raggiunto dalla “fama criminale” dell’associazione.
In particolare, la prima forma è rappresentata dall’esplicito e mirato avvertimento mafioso rispetto al quale il timore, già consolidato, funge da rafforzamento della minaccia formulata specificamente.
A tal proposito, per esempio, la condotta di affiliati attraverso la spendita del nome dell’associazione mafiosa di appartenenza, con minaccia o violenza costringano la persona offesa a consegnare denaro o altra utilità facendo esplicito riferimento allo stato di detenzione di alcuni sodali.
La seconda forma di manifestazione del metodo mafioso è caratterizzata da un messaggio intimidatorio avente forma larvata ed indiretta che costituisce un chiaro avvertimento della sussistenza di un interesse dell’associazione verso un comportamento attivo o omissivo del destinatario con implicita richiesta di agire in conformità. Così, la condotta di affiliati che chiedano denaro per l’assistenza di persone detenute non meglio individuate e, senza ricorrere a minacce esplicite, evidenzino il ricorrere di un interesse dell’associazione mafiosa alla consegna del denaro.
In tal caso, la condotta della persona offesa è determinata dalla consapevolezza della qualità “mafiosa” dei richiedenti e dall’essere costoro organici di un sodalizio criminale di stampo mafioso.
La terza ed ultima forma di manifestazione del metodo intimidatorio si sostanzia nell’assenza di messaggio e in una contestuale e correlativa richiesta (implicita e quindi silente) finalizzata ad ottenere una condotta attiva o passiva da parte del destinatario.
Tale ultima forma può integrarsi solo nel caso in cui l’associazione abbia raggiunto una tale forza intimidatrice da rendere superfluo l’avvertimento mafioso, sia pure implicito.
Al riguardo, si pensi alla condotta della persona offesa che si determini “spontaneamente” alla consegna del denaro per i carcerati a seguito della semplice visita dell’affiliato dell’organizzazione mafiosa (il quale, solo eventualmente, si sia reso responsabile anche delle condotte descritte negli esempi precedenti).
Si evidenzia inoltre il caso, ipotizzato da autorevole dottrina, concernente la semplice partecipazione di un boss mafioso ad una gara di appalto e il conseguente abbandono, per ciò solo, degli altri concorrenti pur interessati all’aggiudicazione (c.d. conventio ad excludendum).
Quanto alla necessarietà o meno dell’esteriorizzazione del metodo mafioso, vengono a formarsi essenzialmente tre orientamenti.
Invero, un primo indirizzo sostiene che in tema di associazione a delinquere, il metodo mafioso deve necessariamente avere una sua esteriorizzazione quale forma di condotta positiva, come si evince dall’uso del termine “avvalersi” contenuto nell’art. 416-bis c. p. ed esso può avere le più diverse manifestazioni, purché l’intimidazione si traduca in atti specifici, riferibili ad uno o più soggetti.
In altri termini, affinché si configuri il reato di associazione di tipo mafioso, occorrerebbe necessariamente una manifestazione concreta della forma con cui si esteriorizza il metodo mafioso.
Inizialmente la Cassazione, affrontando il problema, si era convinta che per la configurazione del reato di associazione mafiosa occorresse come requisito la prova del «radicamento» della struttura delocalizzata nel «tessuto sociale di riferimento», secondo quanto previsto dalla definizione letterale della norma ex art. 416 bis c.p. Di conseguenza, si doveva escludere la sussistenza di un metodo mafioso quando questo non fosse percepito o quantomeno non risultasse obiettivamente percepibile da una pluralità di soggetti posti paritariamente in condizione di avvertirne il peso nel tessuto sociale di riferimento.
Un secondo indirizzo ritiene invece sufficiente, per qualificare come mafiosa un’organizzazione criminale, «la capacità potenziale, anche se non attuale, di sprigionare, per il solo fatto della sua esistenza, una carica intimidatrice idonea a piegare ai propri fini la volontà di quanti vengano in contatto con gli affiliati all’organismo criminale[41].
Quindi, il reato di cui all’art. 416 bis c.p. dovrebbe ritenersi integrato anche qualora il requisito dell’esercizio di una forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo si esprima solo in forma potenziale.
Un terzo orientamento, c.d. intermedio, ricava poi dall’elemento della forza di intimidazione due diversi profili, uno statico e l’altro dinamico: nella sua dimensione statica l’intimidazione dovrebbe risultare attuale, effettiva e riscontrabile, mentre nell’accezione dinamica potrebbe conservare portata meramente potenziale, attenendo in questo senso alla capacità di sfruttamento della predetta carica sopraffattrice per il perseguimento dei fini associativi[42].
In base a tali considerazioni, in giurisprudenza, si riscontra, quindi, una nuova prospettiva che, con una maggiore attenzione al fenomeno criminale in concreto, considera due diverse ipotesi per l’applicabilità dell’art. 416 bis c.p.
Invero, se l’organizzazione criminale appare come una “struttura autonoma e originale”, occorrerà verificare nel caso concreto la sussistenza di tutti i presupposti costitutivi del reato di associazione mafiosa, cioè accertare se la struttura delocalizzata «si sia già proposta nell’ambiente circostante, ingenerando quel clima di generale soggezione, in dipendenza causale della sua stessa esistenza[43].
Successivamente, accertato che la struttura sia autonoma e originale, il metodo mafioso deve manifestarsi all’esterno, producendo le condizioni di assoggettamento e omertà nell’ambiente circostante.
Resta, nel caso contrario, ugualmente possibile la riconducibilità del fatto alla più generale previsione dell’art. 416 c.p.
Invece, se l’organizzazione criminale si presenta come una mera articolazione di tradizionale organizzazione mafiosa, in stretto rapporto di dipendenza o, comunque, in collegamento funzionale con la casa madre altrove radicata, sarà sufficiente dimostrare l’esistenza del collegamento funzionale ed organico con l’organizzazione di base al fine di configurare il reato ex art. 416 bis c.p.
Tale orientamento giunge a tali conclusioni propendendo per l’unitarietà dell’associazione mafiosa presa in esame.
Tuttavia, questo approccio ermeneutico è stato tuttavia fortemente criticato da una parte della dottrina, la quale ha osservato che in questo modo la fattispecie di cui all’art. 416 bis c.p. verrebbe di fatto concepita come se fosse una norma “a geometrie variabili”: la forza di intimidazione dovrebbe essere esternata concretamente solo in caso di cosca autonoma, mentre in presenza di cellula “delocalizzata” tale elemento potrebbe presumersi o rimanere sul piano potenziale, così dando luogo ad una distinzione a ben vedere collidente con l’art. 3 Cost.
La giurisprudenza maggioritaria, diversamente opinando, sostiene che, indipendentemente dalla sussistenza del collegamento con la cosca mafiosa originaria, debba essere sempre verificato l’attuale, concreto ed effettivo esercizio dell’intimidazione promanante dal nuovo gruppo in sé nell’ambiente circostante, potendo tuttavia concretizzarsi attraverso lo sfruttamento della fama criminale consolidatasi nel tempo, nonché mediante la capacità di esercitare violenze o minacce anche solo implicite, allusive e ambientali[44].
A tal proposito, è emblematico evidenziare la possibile operatività della c.d. “riserva di violenza” nell’estrinsecazione del metodo mafioso per le associazioni con autonoma “fama criminale”, attesa la sostanziale anticipazione, in tali ipotesi, della tipicità del reato associativo mafioso ad una fase antecedente all’esercizio di un’intimidazione esterna al sodalizio.
Difatti, la recente pronuncia della Corte di legittimità non condivide la tesi secondo cui sarebbe sempre necessario il compimento di atti associativi che si sostanzino in violenza o minaccia, almeno in forma tentata, conformandosi ad un orientamento consolidato, nonché conforme all’originaria volontà del legislatore del 1982, che nell’introdurre l’art. 416 bis c.p. aveva evidenziato la volontà di dare vita ad una fattispecie incriminatrice in grado di abbracciare fenomeni di prevaricazione che esplicassero i propri effetti anche senza concretarsi in una minaccia o in una violenza negli elementi tipici prefigurati nel codice penale[45].
In virtù di tali considerazioni, la Cassazione precisa che “la forza intimidatrice può essere desunta da circostanze obiettive idonee a dimostrare la capacità attuale dell’associazione di incutere timore ovvero dalla generale percezione che la collettività, o parte di essa, abbia della efficienza del gruppo criminale nell’esercizio della coercizione fisica”.
Sicché la Suprema Corte pone il problema di “tipicizzazione invertita” del metodo mafioso, ossia di indagine circa la natura di quei reati-fine che possano reputarsi idonei ad integrare i requisiti di mafiosità ex art. 416 bis, comma 3, c.p.
In particolare, stante la plurioffensività del reato associativo mafioso (che lede, in modo effettivo, in prima battuta, la libertà morale dei singoli individui soggetti agli effetti costrittivi della forza intimidatrice, che si traducono in assoggettamento ed omertà, e, in secondo luogo, mette in pericolo l’ordine pubblico materiale), solo la realizzazione di precise tipologie di reati congruenti con tale schema possono essere messe in relazione diretta e conseguenziale con l’uso del metodo mafioso.
Tra queste, secondo la ricostruzione della Suprema Corte, certamente vi rientrano con difficoltà le ipotesi di corruzione e tutte le fattispecie di reato che siano il risultato di una libera e non coartata adesione al proposito criminoso altrui, che implica una collusione nel pactum sceleris, diversamente dall’assoggettamento a seguito di intimidazione richiesto per l’integrazione della fattispecie associativa mafiosa.
Il ricorso sempre maggiore delle associazioni criminali mafiose a prassi corruttive, tuttavia, deve indubbiamente comportare un’indagine circa il ruolo della riserva di violenza mafiosa, tale da chiarire in che misura essa contribuisca alla definizione di metodo mafioso.
Quindi, deve porsi la quaestio iuris se la definizione giuridica di mafia debba focalizzarsi maggiormente sul tipo di attività o sul tipo di struttura mafiosa.
Nell’ottica del rispetto dei principi costituzionali di legalità e di offensività con riferimento al disposto normativo ex art. 416 bis c.p., atteso il mutamento fenomenologico delle attività criminali mafiose rispetto alle mafie tradizionali, si impone, pertanto, una rilettura del requisito della forza di intimidazione, quale portatrice di un messaggio spesso “criptato”, ma strutturalmente necessario e “tipicamente ristretto”.
Nel caso di specie, si qualifica l’atteggiamento della persona offesa, ovvero l’Ente comunale, adesivo a richieste concussive e determinato dal timore di subire pregiudizi economici, come frutto di metus publicae potestatis e non di intimidazione indotta da un vincolo associativo, sicché la fattispecie di cui all’art. 416-bis venne esclusa.
A tutto voler concludere, sembra chiaro che la presenza, tra gli affiliati di un sodalizio criminale, di persone condannate per altri delitti non costituisce elemento decisivo per configurare il sodalizio come mafioso, se la caratura mafiosa del singolo soggetto non sia trasmessa all’intera struttura associativa.
Concludendo, quindi, per quanto ut supra esposto, la condotta di Tizio non si sostanzia nella fattispecie dell’associazione di tipo mafioso ex art. 416 bis c.p. essendo esente da responsabilità, in quanto l’atteggiamento dell’Ente comunale è adesivo a richieste concussive e determinato dal timore di subire pregiudizi economici, come frutto di metus publicae potestatis e non di intimidazione indotta da un vincolo associativo ex art. 416 bis c.p.

Considerazioni finali

L’unica eventualità prospettabile al fine di allargare le maglie della fattispecie delittuosa associativa prevista dall’art. 416 bis c.p., consentendone l’applicazione alle nuove forme di espressione delle realtà mafiose, sarebbe quella di un paventato intervento legislativo espresso, volto ad estendere il concetto di “metodo mafioso” oltre gli attuali confini normativi.
In mancanza, per supplire a tale lacuna, la Giurisprudenza dovrebbe, con maggiore nitidezza, rimarcare che il ridetto “criterio del collegamento” non può rivestire una sterile valenza “interna” al gruppo, dovendosi enfatizzare la necessaria presenza del carattere dell’esteriorizzazione del metodo mafioso, mediante un riscontro probatorio ancorato all’effettiva capacità di intimidazione posseduta dal sodalizio, nonché alla tangibile percezione che di essa ne ha il territorio di riferimento.

Note

[1] F. Antolisei, Manuale diritto penale, parte speciale, II, 7 ed. a cura di Conti, Milano, Giuffrè Editore, 1977.
[2] V. Manzini, Trattato di diritto penale, VI, 4 ed. aggiornata da Nuvolone e Pisapia, Torino, Utet Editore, 1962.
[3] G. Turone, Le associazioni di tipo mafioso, Milano, 1984.
[4] G. Findaca, Commento all’art 1 della legge 13 settembre 1982 n. 646, in “Legislazione penale”, anno III, Torino, Utet, 1983.
[5] R. Giovagnoli, Manuale di Diritto Penale – Parte speciale, Torino, Itaedizioni, 2021.
[6] Cassazione penale, Sez. II, sent. n. 10255/2020.
[7] TRIBUNALE DI PALMI, sentenza 12 settembre 1983, Pres. GAMBODORO, Est. BAMBACE, imp. Rizzo ed altri, in “Foro italiano”, vol. CVII, anno CIX, Roma, 1984, parte II: l’orientamento dottrinale prevalente ha ravvisato, fino dalle prime ricostruzioni interpretative della fattispecie individuata dall’art. 416-bis, nella forza di intimidazione del vincolo associativo un quid pluris, lo stesso di cui parla la sentenza 12 settembre 1983 del Tribunale di Palmi e la cui mancanza, nel caso di specie, ha indotto quel Tribunale a degradare l’imputazione di associazione i tipo mafioso, mossa a dei giovani imputati, nel reato di cui all’art. 416 c.p. non sussistendo un’associazione che ingenerasse timore di per sé, ma associati per delinquere che di volta in volta creavano attraverso atti di intimidazione lo Stato di costrizione e la condizione di assoggettamento. La sentenza, seppure poco argomentata dal punto di vista tecnico-giuridico e incentrata su una vicenda di rilevanza secondaria dal punto di vista socio-criminologico, presenta nondimeno interesse perché, sullo sfondo di essa, si staglia il problema della stessa capacità di resa del nuovo art. 416-bis c.p. come strumento politico[7]criminale di lotta alla mafia.
[8] G. Turone., L’ambito di operatività della norma, in G. Turone, Le associazioni di tipo mafioso, Milano, Giuffrè Editore, 1984.
[9] R. Sciarrone, Mafie vecchie mafie nuove, Roma, II ed., 2009; S. Lupo, Storia della mafia, Roma, 2004; I. Sales, Storia dell’Italia mafiosa, Soveria Mannelli, 2015.
[10] C. Visconti, La mafia è dappertutto. Falso, Roma-Bari, Laterza Editore, 2016.
[11] Cass. Pen., Sez. II, n.24850 del 28/03/2017; Cass. Pen., Sez. VI, n.57896 del 26/10/2017; Cass. Pen., Sez. II, n. 10255 del 29/11/2019; Cass. Pen., Sez. II, n. 20926 del 13/07/2020.
[12] Cass. Pen., Sez. VI, n. 44667 del 12/05/2016; Cass. Pen., Sez. II, n. 24850 del 28/03/2017; Cass. Pen., Sez. V, n.47535 del 11/07/2018; Cass. Pen., Sez. II, n. 20926 del 13/05/2020.
[13] G. Amarelli, Mafie delocalizzate all’estero: la difficile individuazione della natura mafiosa tra fatto e diritto, Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, fasc. 3, 1 settembre 2019.
[14] C. Ruffini, La concretizzazione e la prova del c.d. metodo mafioso nelle mafie delocalizzate sul territorio e nelle mafie di nuova formazione in www.salvisjuribus.it, 2 settembre 2020.
[15] P. Pomanti, Principio di tassatività e metamorfosi della fattispecie: l’art. 416 bis c.p.,  in Archivio Penale, 2017.
[16] Cassazione penale, Sez. II, ordinanza di rimessione n. 15807/2015.
[17] Cassazione penale, Sez. I, n. 5888 del 10/01/2012.
[18]   G. Turone, Le associazioni di tipo mafioso, Milano, Giuffrè Editore, 1984.
[19] Avv. A. Allegria, Il metodo mafioso: la forza di intimidazione del vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà in www.diritto.it, 2011.
[20] G. Turone, Le associazioni di tipo mafioso, Milano, Giuffrè Editore, 1984.
[21] R. Giovagnoli, Manuale di Diritto Penale – Parte speciale, Torino, Itaedizioni, 2021.
[22] Cassazione penale, SS.UU., n. 8572 del 28 aprile 2015.
[23] R. Giovagnoli, Manuale di Diritto Penale – Parte speciale, Torino, Itaedizioni, 2021.
[24] Cassazione penale, Sez. I, ordinanza n. 15768 del 10 aprile 2019.
[25] Cassazione Penale, SS. UU., ordinanza restituzione atti 17 luglio 2019.
[26] G. Amarelli, Mafie delocalizzate: le Sezioni unite risolvono (?) il contrasto sulla configurabilità dell’art. 416 bis c.p. ‘non decidendo’ in www.sistemapenale.it, 18 Novembre 2019.
[27] Tribunale Roma, sentenza 20 luglio 2017 n. 11730.
[28] Nonostante vi sia ancora qualcuno che, del tutto immotivatamente, continui a ritenere applicabile l’art. 416-bis c.p. alle sole mafie “storiche” sulla base di un argomento squisitamente storico[28]sociologico, si deve oggi affermare la definitiva emancipazione del reato de quo da qualsiasi elaborazione metagiuridica sul fenomeno mafioso. È dunque corretto – anzi, doveroso – ragionare intorno all’applicabilità dell’art. 416-bis c.p. a formazioni criminali che, pur non avendo collegamenti con le mafie tradizionali, nondimeno siano ad esse equiparabili per il loro concreto modo di atteggiarsi. Sul punto v., F. BASILE, Riflessioni sparse sul delitto di associazione mafiosa, in www.dirittopenalecontemporaneo.it, 26 aprile 2016, dove efficacemente si afferma: “Insomma, oggi – sia consentita la seguente semplificazione – per essere un ‘mafioso’, perseguibile ai sensi dell’art. 416 bis c.p., non occorre parlare un dialetto meridionale, non occorre portare la coppola, non occorre andare in giro con la lupara”.
[29] G. Amarelli e C. Visconti, Da ‘mafia capitale’ a ‘capitale corrotta’. La Cassazione derubrica i fatti da associazione mafiosa unica ad associazioni per delinquere plurime, in www.sistemapenale.it, 18 Giugno 2020.
[30] Cassazione penale, sentenza n. 18125/2019.
[31] C. Visconti, Non basta la parola mafia”: la Cassazione scolpisce il “fatto” da provare per un’applicazione ragionevole dell’art. 416 bis alle associazioni criminali autoctone, in www.sistemapenale.it, 24 marzo 2020.
[32] M. C. Canato, L’art. 416-bis c.p. alla “prova” delle cd. “nuove mafie”: dall’esteriorizzazione della forma di intimidazione alla “riserva di violenza”, in www.giurisprudenzapenale.com,  2020.
[33] Cass., Sez. I, 29 novembre 2019, n. 51489.
[34] Cass., Sez. II, 16 marzo 2020, n. 10255, caso Fasciani.
[35] E. Mezzatti, Quel che resta di «Mafia Capitale», in www.discrimen.it, 2020.
[36] Cass., Sez. II, 16 marzo 2020, n. 10255, caso Fasciani.
[37] C. Visconti, “Non basta la parola mafia”: la Cassazione scolpisce il “fatto” da provare per un’applicazione ragionevole dell’art. 416 bis alle associazioni criminali autoctone, in www.sistemapenale.it, 24 marzo 2020.
[38] R. Giovagnoli, Manuale di Diritto Penale – Parte speciale, Torino, Itaedizioni, 2021.
[39] Cassazione penale, sez. VI, sentenza n. 1612/2000.
[40] Cassazione penale, sez. I, sentenza n. 25242/2011.
[41] Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 5888/2012.
[42] Cass. Pen., Sez. VI, sent. n. 24535/2015.
[43] Cass. Pen., Sez. II, sent. n. 34147/2015; Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 31666/2015.
[44] Cass. Pen., Sez. II, sent. n. 15412/2015; Trib. Reggio Emilia, sent. n. 1155/2019.
[45] Cass. Pen., Sez. VI, sent. n. 18125/2020.

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