La rilevanza penale del “falso valutativo”

articolo a cura dell’Avv.ssa Ludovica Marano

La rilevanza penale del

1. I delitti di falso

I delitti di falso, siano questi ricompresi nel novero del falso materiale o ideologico, sono sistemati all’interno del Titolo VII del codice penale nominato “delitti contro la fede pubblica”. Preliminarmente occorre chiarire che nei reati in esame particolarmente problematica è la identificazione della condotta tipica di falso. Invero la definizione di falso ha sicuramente una accezione negativa, nel senso che il falso è ciò che non è vero. Tuttavia alla nozione di falso può essere ricondotto anche ciò che è in grado di indurre in inganno. Siffatta indeterminazione ontologica conduce ad una altrettanta nebulosità ad elaborare un concetto generale di falso.

2. La qualificazione del bene giuridico tutelato

Altra problematica rispetto ai delitti di cui al Titolo VII è quello riguardante la qualificazione del bene giuridico tutelato, che normalmente viene ricondotto, stante la letteralità del codice, nella fede pubblica. Questa viene però intesa in una duplice accezione, da un punto di vista soggettivo ed oggettivo; il primo si identifica nella fiducia che la collettività ripone in alcuni atti e/o simboli in cui lo Stato attribuisce valore giuridico, il secondo, diversamente, viene individuato nello stato di certezza che riguarda alcuni oggetti o simboli sulla cui veridicità deve potersi fare affidamento per rendere sicuro ed affidabile il traffico giuridico ed economico (ad esempio il denaro, inteso come monete e banconote).

3. Gli orientamenti della dottrina

Sul punto si sono avvicendati alcuni orientamenti della dottrina. Il più risalente individuava i reati di falso come fattispecie a natura plurioffensiva, nel senso che questi non solo offendevano il bene “fede pubblica”, ma a questa generale se ne aggiungeva una specifica, la quale – secondo l’orientamento in esame – veniva a formarsi rispetto all’interesse concernete il documento falsificato.

Altro orientamento invece, sposa la tesi della monoffensività dei reati di falso, tuttavia sposa in parte la tesi dell’orientamento precedente, salvando solo la argomentazione della individuazione del bene giuridico ulteriormente tutelato. Invero, quest’ultimo rileva che il bene giuridico a cui la norma si prefigge di dare protezione sia rilevabile solo nell’interesse probatorio degli oggetti sui quale cade la falsificazione e non sulla generica fede pubblica.

Terzo e più recente orientamento, è quello secondo il quale la punibilità dei reati di falso sarebbe subordinata all’accertamento dell’offesa all’interesse salvaguardato in concreto dalla funzione probatoria dello specifico documento.

4. Le ipotesi di falso non punibile

A dirimere il contrasto tra i vari orientamenti sono intervenute le SS.UU. del 2017, le quali hanno optato per la natura plurioffensiva dei reati di falso, statuendo che i delitti contro la fede pubblica tutelano direttamente non solo l’interesse pubblico alla genuinità materiale e alla veridicità ideologica di determinati atti, ma anche quello del soggetto privato sulla cui sfera giuridica l’atto sia destinato ad incidere concretamente, con la conseguenza che lo stesso rivesta il ruolo di persona offesa nel reato.
Brevemente, in dottrina si è posto il problema di distinguere le ipotesi di falso non punibile, che vengono ricondotte alle categorie di falso grossolano, innocuo ed inutile. Il falso grossolano si ha quando – secondo giurisprudenza consolidata – la falsità è evidente ictu oculi anche da un soggetto non esperto nel settore (ad esempio un assegno palesemente falso, riconoscibile immediatamente anche da un soggetto che non rivesta la qualifica di impiegato di banca). Sul punto è utile chiarire che la giurisprudenza pretende che aversi la configurazione del falso grossolano, la suddetta falsità debba apparire immediatamente senza che si renda necessaria alcuna indagine supplementare, dovendosi riconoscere la falsità del documento o del simbolo anche in condizioni di disattenzione.
Ancora, seconda sottocategoria del falso non punibile è quella denominata come falso innocuo, che si ha quando la contraffazione o l’alterazione risulti inoffensiva per la sua concreta inidoneità ad aggredire l’interesse tutelato. La differenza con il falso grossolano è di tipo formale, nel senso che il falso grossolano è inidoneo a ledere il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, poiché è percepibile ictu oculi la falsità, mentre invece il falso innocui, astrattamente sarebbe idoneo ad ingannare il soggetto, tuttavia non lo è in concreto, in virtù di un accertamento dei possibili effetti del falso nella sfera giuridica del soggetto cui lo stesso è rivolto, ovvero la fede pubblica.
Ciò posto le ipotesi di falso grossolano ed innocuo, vengono ricondotte nella genus del reato impossibile per inidoneità dell’azione.
Ultima possibile ipotesi di falso non punibile è il falso inutile, il quale rappresenta, diversamente dai primi due, una species del reato impossibile per inesistenza dell’oggetto. Invero, questo riguarda segnatamente le ipotesi di un atto non richiesto dalla legge, o assolutamente incapace di influire sulla formazione di una decisione processuale o extraprocessuale.

Orbene, nel titolo VII sono richiamate norme che puniscono alternativamente il falso c.d. ideologico e quello materiale, stante i dubbi e le questioni rispetto alla nozione di falsità, ora si aggiunge la problematica di delimitare i confini tra le due fattispecie richiamate.
Per distinguere dunque agevolmente i due concetti ora richiamati la recente giurisprudenza ha inteso rievocare i caratteri fondamentali del documento, vale a dire la genuinità e la veridicità.
Atteso ciò ha identificato il falso materiale come la condotta di chi compromette la genuinità del documento, mentre il falso ideologico come il comportamento di chi ne compromette la veridicità. Beninteso si è cercato di scindere da un lato la struttura formale del documento, che se compromessa rileva sotto il profilo di falso materiale, e quella sostanziale, la quale se coinvolta rileva – ex adverso – rispetto al reato di falso ideologico.
Ancora, la falsità materiale, richiamata dagli artt. 476 e ss. cod. pen., si concretizza nella condotta diretta a modificare una realtà documentale preesistente rispetto a quella che l’autore del falso fa apparire, e si può manifestare sia nella forma della contraffazione che in quella della alterazione del documento. Suole specificare che la contraffazione presuppone la formazione di un documento da parte di una persona diversa da cui apparentemente lo stesso risulta provenire, mentre l’alterazione identifica una condotta avente ad oggetto un documento già definitivamente formato su quale si operano delle modifiche.
Simile distinzione concettuale ha un rilievo pratico, atteso che le falsità materiali (se non rientranti nelle categorie di falso non punibile sopra descritte) sono sempre punibili.
Orbene, la faslità ideologica di cui agli artt. 479 e ss. cod. pen., attiene al mero contenuto, non già alla forma del documento, e consiste nella condotta tesa a redigere un documento, formalmente genuino poiché appartenente al medesimo soggetto, il cui contenuto però non rispondenti al vero, ben potendo contenere dichiarazioni menzognere e mendaci.
Dunque affinché possa configurarsi il falso ideologico occorre che l’immutatio veri inerisca a fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. La differenza tra i due concetti richiamati di falso ideologico e materiale, è evidente anche dal profilo letterale delle norme incriminatrici. Di fatti il legislatore nel riferirsi alle condotte di falso ideologico utilizza sempre l’espressione “attesta falsamente”, mentre nel riferirsi al falso materiale utilizza le diverse espressioni, di cui si è già riferito, di “contraffare” o “alterare”.

5. Il pensiero della giurisprudenza di legittimità

Sulla base di quanto detto sino a questo momento è utile rilevare il pensiero della giurisprudenza di legittimità sul punto, gli Ermellini hanno infatti riferito che deve essere escluso il concorso formale tra falso ideologico e formale, laddove la falsità riguardi il medesimo documento, trattandosi infatti di un atto alterato o contraffatto, è irrilevante che lo stesso sia veritiero o meno.
I reati di falso non sono tutti sistemati all’interno del codice penale, di fatti, vi sono alcune fattispecie che per la qualificazione soggettiva dell’agente, vengono ricompresi nel codice civile. Ebbene, tali fattispecie sono gli artt. 2621 e ss. cod. civ., i quali appartengono alla categoria degli illeciti penali regolamentati dal cod. civ. ed annoverano le fattispecie di false comunicazioni sociali (c.d falso in bilancio).

6. Il falso valutativo

Merita in questa sede la trattazione delle evoluzioni che hanno interessato siffatti reati al fine di poter meglio comprendere anche la fattispecie c.d. di falso valutativo.
Invero le modifiche alle norme incriminatrici possono essere riconducibili a ben quattro momenti; il primo rilevante la fase di genesi della norma, ad opera dell’art. 247 del Codice del Commercio del 1882, dalla fase successiva rappresentata dal testo del 1942, dalla riforma del 2002, fino all’attuale formulazione del nuovo testo – legge del 27 maggio 2015 n. 69 recante “Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio”. Quest’ultima legge contiene una radicale riforma del reato di “false informazioni sociali” di cui al previgente testo rappresentato dagli artt. 2641 e 2642 cod. civ.
La riforma, brevemente, ha il merito di aver introdotto una fattispecie generale di cui all’art. 2641 cod. civ. e di una attenuante speciale di cui all’art. 2641 bis, concernente i casi di lieve entità. Siffatto mutamento della fattispecie trova ragione nella necessità di evitare l’uso distorto e strumentale del reato c.d. di falso in bilancio. Tuttavia la nuova riforma, sebbene rappresenti un grande passo avanti alla previgente formulazione, sembra non essere completamente aderente agli obiettivi prefissati dal Legislatore.
I maggiori problemi sul punto, riverberatisi in orientamenti della giurisprudenza di legittimità tesi a scioglierne i nodi applicativi, si sono riscontrati sul reato c.d. falso valutativo, consistente nell’esposizione nei bilanci, nelle relazioni e nelle altre comunicazioni sociali, di fatti materiali, oggetto di valutazioni estimative, non rispondenti al vero.
Con la nuova formulazione ad opera della riforma del 2015, l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” che integrava il reato ora in esame è stato soppresso, cagionando non pochi problemi interpretativi sul piano della riconducibilità di determinate condotte alla disposizione astratta. Dunque ci si è chiesti se, successivamente alla scomparsa dell’assunto de quo, possa ritenersi punibile la condotta di colui che falsifichi bilanci/documenti/relazioni inerenti alla compagine societaria sulla scorta della ricomprensione delle “valutazioni” nella espressione “fatti materiali”.
La giurisprudenza però risulta essere discorde sul punto.
Invero per un orientamento è ragionevole ritenere che nulla sia cambiato e che il falso valutativo continui a rientrare nel concetto di “fatti materiali”, esattamente come lo si riteneva già prima dell’intervento del Legislatore del 2007.
I fautori di questa tesi assurgono a che le valutazioni estimative rientrino comunque ex se nel concetto di “fatti materiali”, e che dunque la soppressione nell’odierno testo della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni”, nulla cambia al riguardo; di fatti tale abolizione troverebbe ragione nel necessario coordinamento con l’avvenuta soppressione del sistema delle soglie di punibilità delle valutazioni considerate irrilevanti.
D’altra parte, orientamento contrapposto ritiene che il nuovo reato di false comunicazioni sociali si configura esclusivamente in presenza di fatti materiali falsi e che, di contro, il falso valutativo deve ritenersi penalmente irrilevante.
In particolare se si aderisce a questa tesi non può non riconoscersi che il Legislatore, modificando la lettera della norma abbia voluto proprio escludere quelle condotte con oggetto una relazione valutativa. Ancora, si è aggiunto come la fattispecie abolita negli artt. 2621 e 2622 cod. civ., troverebbe riscontro in altre disposizioni, vale a dire nell’art. 2638 cod. civ. il quale punisce ancora i medesimi soggetti attivi del reato di false comunicazioni sociali che “espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”.
La Corte di Cassazione del 2015, avallata anche da una pronuncia del 2016, richiama quest’ultimo orientamento partendo dal brocardo “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”.
Ma in effetti sono molte le pronunce di legittimità sulla questione, talvolta gli Ermellini propendono per tesi il modello positivo secondo il quale il falso valutativo sarebbe ancora punibile, essendo ricompresi nei “fatti materiali” anche i documenti e gli atti oggetto di valutazione; talaltra invece tendono ad affermare la abolizione del reato in oggetto, essendo stata abrogata la formulazione incriminatrice dallo stesso Legislatore.
La questione appare molto dibattuta e controversa, ad oggi non vi è un orientamento predominante sicché si ritiene auspicabile che il caso possa essere oggetto di pronuncia delle SS.UU.

La rilevanza penale del "falso valutativo"

1. I delitti di falso

I delitti di falso, siano questi ricompresi nel novero del falso materiale o ideologico, sono sistemati all’interno del Titolo VII del codice penale nominato “delitti contro la fede pubblica”. Preliminarmente occorre chiarire che nei reati in esame particolarmente problematica è la identificazione della condotta tipica di falso. Invero la definizione di falso ha sicuramente una accezione negativa, nel senso che il falso è ciò che non è vero. Tuttavia alla nozione di falso può essere ricondotto anche ciò che è in grado di indurre in inganno. Siffatta indeterminazione ontologica conduce ad una altrettanta nebulosità ad elaborare un concetto generale di falso.

2. La qualificazione del bene giuridico tutelato

Altra problematica rispetto ai delitti di cui al Titolo VII è quello riguardante la qualificazione del bene giuridico tutelato, che normalmente viene ricondotto, stante la letteralità del codice, nella fede pubblica. Questa viene però intesa in una duplice accezione, da un punto di vista soggettivo ed oggettivo; il primo si identifica nella fiducia che la collettività ripone in alcuni atti e/o simboli in cui lo Stato attribuisce valore giuridico, il secondo, diversamente, viene individuato nello stato di certezza che riguarda alcuni oggetti o simboli sulla cui veridicità deve potersi fare affidamento per rendere sicuro ed affidabile il traffico giuridico ed economico (ad esempio il denaro, inteso come monete e banconote).

3. Gli orientamenti della dottrina

Sul punto si sono avvicendati alcuni orientamenti della dottrina. Il più risalente individuava i reati di falso come fattispecie a natura plurioffensiva, nel senso che questi non solo offendevano il bene “fede pubblica”, ma a questa generale se ne aggiungeva una specifica, la quale – secondo l’orientamento in esame – veniva a formarsi rispetto all’interesse concernete il documento falsificato.

Altro orientamento invece, sposa la tesi della monoffensività dei reati di falso, tuttavia sposa in parte la tesi dell’orientamento precedente, salvando solo la argomentazione della individuazione del bene giuridico ulteriormente tutelato. Invero, quest’ultimo rileva che il bene giuridico a cui la norma si prefigge di dare protezione sia rilevabile solo nell’interesse probatorio degli oggetti sui quale cade la falsificazione e non sulla generica fede pubblica.

Terzo e più recente orientamento, è quello secondo il quale la punibilità dei reati di falso sarebbe subordinata all’accertamento dell’offesa all’interesse salvaguardato in concreto dalla funzione probatoria dello specifico documento.

4. Le ipotesi di falso non punibile

A dirimere il contrasto tra i vari orientamenti sono intervenute le SS.UU. del 2017, le quali hanno optato per la natura plurioffensiva dei reati di falso, statuendo che i delitti contro la fede pubblica tutelano direttamente non solo l’interesse pubblico alla genuinità materiale e alla veridicità ideologica di determinati atti, ma anche quello del soggetto privato sulla cui sfera giuridica l’atto sia destinato ad incidere concretamente, con la conseguenza che lo stesso rivesta il ruolo di persona offesa nel reato.
Brevemente, in dottrina si è posto il problema di distinguere le ipotesi di falso non punibile, che vengono ricondotte alle categorie di falso grossolano, innocuo ed inutile. Il falso grossolano si ha quando – secondo giurisprudenza consolidata – la falsità è evidente ictu oculi anche da un soggetto non esperto nel settore (ad esempio un assegno palesemente falso, riconoscibile immediatamente anche da un soggetto che non rivesta la qualifica di impiegato di banca). Sul punto è utile chiarire che la giurisprudenza pretende che aversi la configurazione del falso grossolano, la suddetta falsità debba apparire immediatamente senza che si renda necessaria alcuna indagine supplementare, dovendosi riconoscere la falsità del documento o del simbolo anche in condizioni di disattenzione.
Ancora, seconda sottocategoria del falso non punibile è quella denominata come falso innocuo, che si ha quando la contraffazione o l’alterazione risulti inoffensiva per la sua concreta inidoneità ad aggredire l’interesse tutelato. La differenza con il falso grossolano è di tipo formale, nel senso che il falso grossolano è inidoneo a ledere il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice, poiché è percepibile ictu oculi la falsità, mentre invece il falso innocui, astrattamente sarebbe idoneo ad ingannare il soggetto, tuttavia non lo è in concreto, in virtù di un accertamento dei possibili effetti del falso nella sfera giuridica del soggetto cui lo stesso è rivolto, ovvero la fede pubblica.
Ciò posto le ipotesi di falso grossolano ed innocuo, vengono ricondotte nella genus del reato impossibile per inidoneità dell’azione.
Ultima possibile ipotesi di falso non punibile è il falso inutile, il quale rappresenta, diversamente dai primi due, una species del reato impossibile per inesistenza dell’oggetto. Invero, questo riguarda segnatamente le ipotesi di un atto non richiesto dalla legge, o assolutamente incapace di influire sulla formazione di una decisione processuale o extraprocessuale.

Orbene, nel titolo VII sono richiamate norme che puniscono alternativamente il falso c.d. ideologico e quello materiale, stante i dubbi e le questioni rispetto alla nozione di falsità, ora si aggiunge la problematica di delimitare i confini tra le due fattispecie richiamate.
Per distinguere dunque agevolmente i due concetti ora richiamati la recente giurisprudenza ha inteso rievocare i caratteri fondamentali del documento, vale a dire la genuinità e la veridicità.
Atteso ciò ha identificato il falso materiale come la condotta di chi compromette la genuinità del documento, mentre il falso ideologico come il comportamento di chi ne compromette la veridicità. Beninteso si è cercato di scindere da un lato la struttura formale del documento, che se compromessa rileva sotto il profilo di falso materiale, e quella sostanziale, la quale se coinvolta rileva – ex adverso – rispetto al reato di falso ideologico.
Ancora, la falsità materiale, richiamata dagli artt. 476 e ss. cod. pen., si concretizza nella condotta diretta a modificare una realtà documentale preesistente rispetto a quella che l’autore del falso fa apparire, e si può manifestare sia nella forma della contraffazione che in quella della alterazione del documento. Suole specificare che la contraffazione presuppone la formazione di un documento da parte di una persona diversa da cui apparentemente lo stesso risulta provenire, mentre l’alterazione identifica una condotta avente ad oggetto un documento già definitivamente formato su quale si operano delle modifiche.
Simile distinzione concettuale ha un rilievo pratico, atteso che le falsità materiali (se non rientranti nelle categorie di falso non punibile sopra descritte) sono sempre punibili.
Orbene, la faslità ideologica di cui agli artt. 479 e ss. cod. pen., attiene al mero contenuto, non già alla forma del documento, e consiste nella condotta tesa a redigere un documento, formalmente genuino poiché appartenente al medesimo soggetto, il cui contenuto però non rispondenti al vero, ben potendo contenere dichiarazioni menzognere e mendaci.
Dunque affinché possa configurarsi il falso ideologico occorre che l’immutatio veri inerisca a fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. La differenza tra i due concetti richiamati di falso ideologico e materiale, è evidente anche dal profilo letterale delle norme incriminatrici. Di fatti il legislatore nel riferirsi alle condotte di falso ideologico utilizza sempre l’espressione “attesta falsamente”, mentre nel riferirsi al falso materiale utilizza le diverse espressioni, di cui si è già riferito, di “contraffare” o “alterare”.

5. Il pensiero della giurisprudenza di legittimità

Sulla base di quanto detto sino a questo momento è utile rilevare il pensiero della giurisprudenza di legittimità sul punto, gli Ermellini hanno infatti riferito che deve essere escluso il concorso formale tra falso ideologico e formale, laddove la falsità riguardi il medesimo documento, trattandosi infatti di un atto alterato o contraffatto, è irrilevante che lo stesso sia veritiero o meno.
I reati di falso non sono tutti sistemati all’interno del codice penale, di fatti, vi sono alcune fattispecie che per la qualificazione soggettiva dell’agente, vengono ricompresi nel codice civile. Ebbene, tali fattispecie sono gli artt. 2621 e ss. cod. civ., i quali appartengono alla categoria degli illeciti penali regolamentati dal cod. civ. ed annoverano le fattispecie di false comunicazioni sociali (c.d falso in bilancio).

6. Il falso valutativo

Merita in questa sede la trattazione delle evoluzioni che hanno interessato siffatti reati al fine di poter meglio comprendere anche la fattispecie c.d. di falso valutativo.
Invero le modifiche alle norme incriminatrici possono essere riconducibili a ben quattro momenti; il primo rilevante la fase di genesi della norma, ad opera dell’art. 247 del Codice del Commercio del 1882, dalla fase successiva rappresentata dal testo del 1942, dalla riforma del 2002, fino all’attuale formulazione del nuovo testo – legge del 27 maggio 2015 n. 69 recante “Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio”. Quest’ultima legge contiene una radicale riforma del reato di “false informazioni sociali” di cui al previgente testo rappresentato dagli artt. 2641 e 2642 cod. civ.
La riforma, brevemente, ha il merito di aver introdotto una fattispecie generale di cui all’art. 2641 cod. civ. e di una attenuante speciale di cui all’art. 2641 bis, concernente i casi di lieve entità. Siffatto mutamento della fattispecie trova ragione nella necessità di evitare l’uso distorto e strumentale del reato c.d. di falso in bilancio. Tuttavia la nuova riforma, sebbene rappresenti un grande passo avanti alla previgente formulazione, sembra non essere completamente aderente agli obiettivi prefissati dal Legislatore.
I maggiori problemi sul punto, riverberatisi in orientamenti della giurisprudenza di legittimità tesi a scioglierne i nodi applicativi, si sono riscontrati sul reato c.d. falso valutativo, consistente nell’esposizione nei bilanci, nelle relazioni e nelle altre comunicazioni sociali, di fatti materiali, oggetto di valutazioni estimative, non rispondenti al vero.
Con la nuova formulazione ad opera della riforma del 2015, l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” che integrava il reato ora in esame è stato soppresso, cagionando non pochi problemi interpretativi sul piano della riconducibilità di determinate condotte alla disposizione astratta. Dunque ci si è chiesti se, successivamente alla scomparsa dell’assunto de quo, possa ritenersi punibile la condotta di colui che falsifichi bilanci/documenti/relazioni inerenti alla compagine societaria sulla scorta della ricomprensione delle “valutazioni” nella espressione “fatti materiali”.
La giurisprudenza però risulta essere discorde sul punto.
Invero per un orientamento è ragionevole ritenere che nulla sia cambiato e che il falso valutativo continui a rientrare nel concetto di “fatti materiali”, esattamente come lo si riteneva già prima dell’intervento del Legislatore del 2007.
I fautori di questa tesi assurgono a che le valutazioni estimative rientrino comunque ex se nel concetto di “fatti materiali”, e che dunque la soppressione nell’odierno testo della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni”, nulla cambia al riguardo; di fatti tale abolizione troverebbe ragione nel necessario coordinamento con l’avvenuta soppressione del sistema delle soglie di punibilità delle valutazioni considerate irrilevanti.
D’altra parte, orientamento contrapposto ritiene che il nuovo reato di false comunicazioni sociali si configura esclusivamente in presenza di fatti materiali falsi e che, di contro, il falso valutativo deve ritenersi penalmente irrilevante.
In particolare se si aderisce a questa tesi non può non riconoscersi che il Legislatore, modificando la lettera della norma abbia voluto proprio escludere quelle condotte con oggetto una relazione valutativa. Ancora, si è aggiunto come la fattispecie abolita negli artt. 2621 e 2622 cod. civ., troverebbe riscontro in altre disposizioni, vale a dire nell’art. 2638 cod. civ. il quale punisce ancora i medesimi soggetti attivi del reato di false comunicazioni sociali che “espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”.
La Corte di Cassazione del 2015, avallata anche da una pronuncia del 2016, richiama quest’ultimo orientamento partendo dal brocardo “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”.
Ma in effetti sono molte le pronunce di legittimità sulla questione, talvolta gli Ermellini propendono per tesi il modello positivo secondo il quale il falso valutativo sarebbe ancora punibile, essendo ricompresi nei “fatti materiali” anche i documenti e gli atti oggetto di valutazione; talaltra invece tendono ad affermare la abolizione del reato in oggetto, essendo stata abrogata la formulazione incriminatrice dallo stesso Legislatore.
La questione appare molto dibattuta e controversa, ad oggi non vi è un orientamento predominante sicché si ritiene auspicabile che il caso possa essere oggetto di pronuncia delle SS.UU.

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